Part 61
Or questo or quel pregando va, che porto le sia un coltel, sì che nel cor si fera: or correr vuol là dove il legno in porto dei duo signor defunti arrivato era, e de l'uno e de l'altro così morto far crudo strazio e vendetta acra e fiera: or vuol passare il mare, e cercar tanto, che possa al suo signor morire a canto.
160
— Deh perché, Brandimarte, ti lasciai senza me andare a tanta impresa? (disse). Vedendoti partir, non fu più mai che Fiordiligi tua non ti seguisse. T'avrei giovato, s'io veniva, assai, ch'avrei tenute in te le luci fisse; e se Gradasso avessi dietro avuto, con un sol grido io t'avrei dato aiuto;
161
o forse esser potrei stata sì presta, ch'entrando in mezzo, il colpo t'avrei tolto: fatto scudo t'avrei con la mia testa; che morendo io, non era il danno molto. Ogni modo io morrò; né fia di questa dolente morte alcun profitto colto, che, quando io fossi morta in tua difesa, non potrei meglio aver la vita spesa.
162
Se pur ad aiutarti i duri fati avessi avuti e tutto il cielo avverso, gli ultimi baci almeno io t'avrei dati, almen t'avrei di pianto il viso asperso; e prima che con gli angeli beati fosse lo spirto al suo Fattor converso, detto gli avrei: Va in pace, e là m'aspetta; ch'ovunque sei, son per seguirti in fretta.
163
È questo, Brandimarte, è questo il regno di che pigliar lo scettro ora dovevi? Or così teco a Dammogire io vegno? così nel real seggio mi ricevi? Ah Fortuna crudel, quanto disegno mi rompi! oh che speranze oggi mi levi! Deh, che cesso io, poi c'ho perduto questo tanto mio ben, ch'io non perdo anco il resto? —
164
Questo ed altro dicendo, in lei risorse il furor con tanto impeto e la rabbia, ch'a stracciare il bel crin di nuovo corse, come il bel crin tutta la colpa n'abbia. Le mani insieme si percosse e morse, nel sen si cacciò l'ugne e ne le labbia. Ma torno a Orlando ed a' compagni, intanto ch'ella si strugge e si consuma in pianto.
165
Orlando, col cognato che non poco bisogno avea di medico e di cura, ed altretanto, perché in degno loco avesse Brandimarte sepultura, verso il monte ne va che fa col fuoco chiara la notte, e il dì di fumo oscura. Hanno propizio il vento, e a destra mano non è quel lito lor molto lontano.
166
Con fresco vento ch'in favor veniva, sciolser la fune al declinar del giorno, mostrando lor la taciturna diva la dritta via col luminoso corno; e sorser l'altro dì sopra la riva ch'amena giace ad Agringento intorno. Quivi Orlando ordinò per l'altra sera ciò ch'a funeral pompa bisogno era.
167
Poi che l'ordine suo vide essequito, essendo omai del sole il lume spento, fra molta nobiltà ch'era allo 'nvito de' luoghi intorno corsa in Agringento, d'accesi torchi tutto ardendo 'l lito, e di grida sonando e di lamento, tornò Orlando ove il corpo fu lasciato, che vivo e morto avea con fede amato.
168
Quivi Bardin di soma d'anni grave stava piangendo alla bara funèbre, che pel gran pianto ch'avea fatto in nave, dovrìa gli occhi aver pianti e le palpèbre. Chiamando il ciel crudel, le stelle prave, ruggia come un leon ch'abbia la febre. Le mani erano intanto empie e ribelle ai crin canuti e alla rugosa pelle.
169
Levossi, al ritornar del paladino, maggiore il grido, e raddoppiossi il pianto. Orlando, fatto al corpo più vicino, senza parlar stette a mirarlo alquanto, pallido come colto al matutino è da sera il ligustro o il molle acanto; e dopo un gran sospir, tenendo fisse sempre le luci in lui, così gli disse:
170
— O forte, o caro, o mio fedel compagno, che qui sei morto, e so che vivi in cielo, e d'una vita v'hai fatto guadagno, che non ti può mai tor caldo né gielo, perdonami, se ben vedi ch'io piagno; perché d'esser rimaso mi querelo, e ch'a tanta letizia io non son teco; non già perché qua giù tu non sia meco.
171
Solo senza te son; né cosa in terra senza te posso aver più, che mi piaccia. Se teco era in tempesta e teco in guerra, perché non anco in ozio ed in bonaccia? Ben grande e 'l mio fallir, poi che mi serra di questo fango uscir per la tua traccia. Se negli affanni teco fui, perch'ora non sono a parte del guadagno ancora?
172
Tu guadagnato, e perdita ho fatto io: sol tu all'acquisto, io non son solo al danno. Partecipe fatto è del dolor mio l'Italia, il regno franco e l'alemanno. Oh quanto, quanto il mio signore e zio, oh quanto i paladin da doler s'hanno! quanto l'Imperio e la cristiana Chiesa, che perduto han la sua maggior difesa!
173
Oh quanto si torrà per la tua morte di terrore a' nimici e di spavento! Oh quanto Pagania sarà più forte! quanto animo n'avrà, quanto ardimento! Oh come star ne dee la tua consorte! Sin qui ne veggo il pianto, e 'l grido sento. So che m'accusa, e forse odio mi porta, che per me teco ogni sua speme è morta.
174
Ma, Fiordiligi, almen resti un conforto a noi che siàn di Brandimarte privi; ch'invidiar lui con tanta gloria morto denno tutti i guerrier ch'oggi son vivi. Quei Deci, e quel nel roman foro absorto, quel sì lodato Codro dagli Argivi, non con più altrui profitto e più suo onore a morte si donar, del tuo signore. —
175
Queste parole ed altre dicea Orlando. Intanto i bigi, i bianchi, i neri frati, e tutti gli altri chierci, seguitando andavan con lungo ordine accoppiati, per l'alma del defunto Dio pregando, che gli donasse requie tra' beati. Lumi inanzi e per mezzo e d'ogn'intorno, mutata aver parean la notte in giorno.
176
Levan la bara, ed a portarla foro messi a vicenda conti e cavallieri. Purpurea seta la copria, che d'oro e di gran perle avea compassi altieri: di non men bello e signoril lavoro avean gemmati e splendidi origlieri; e giacea quivi il cavallier con vesta di color pare, e d'un lavor contesta.
177
Trecento agli altri eran passati inanti, de' più poveri tolti de la terra, parimente vestiti tutti quanti di panni negri e lunghi sin a terra. Cento paggi seguian sopra altretanti grossi cavalli e tutti buoni a guerra; e i cavalli coi paggi ivano il suolo radendo col lor abito di duolo.
178
Molte bandiere inanzi e molte dietro, che di diverse insegne eran dipinte, spiegate accompagnavano il ferètro; le quai già tolte a mille schiere vinte, e guadagnate a Cesare ed a Pietro avean le forze ch'or giaceano estinte. Scudi v'erano molti, che di degni guerrieri, a chi fur tolti, aveano i segni.
179
Venian cento e cent'altri a diversi usi de l'esequie ordinati; ed avean questi, come anco il resto, accesi torchi; e chiusi, più che vestiti, eran di nere vesti. Poi seguia Orlando, e ad or ad or suffusi di lacrime avea gli occhi e rossi e mesti; né più lieto di lui Rinaldo venne: il piè Olivier, che rotto avea, ritenne.
180
Lungo sarà s'io vi vo' dire in versi le cerimonie, e raccontarvi tutti i dispensati manti oscuri e persi, gli accesi torchi che vi furon strutti. Quindi alla chiesa catedral conversi, dovunque andar, non lasciaro occhi asciutti: sì bel, sì buon, sì giovene a pietade mosse ogni sesso, ogni ordine, ogni etade.
181
Fu posto in chiesa; e poi che da le donne di lacrime e di pianti inutil opra, e che dai sacerdoti ebbe eleisonne e gli altri santi detti avuto sopra, in una arca il serbar su due colonne: e quella vuole Orlando che si cuopra di ricco drappo d'or, sin che reposto in un sepulcro sia di maggior costo.
182
Orlando di Sicilia non si parte, che manda a trovar porfidi e alabastri. Fece fare il disegno, e di quell'arte inarrar con gran premio i miglior mastri. Fe' le lastre, venendo in questa parte, poi drizzar Fiordiligi, e i gran pilastri; che quivi (essendo Orlando già partito) si fe' portar da l'africano lito.
183
E vedendo le lacrime indefesse, ed ostinati a uscir sempre i sospiri, né per far sempre dire uffici e messe, mai satisfar potendo a' suoi disiri; di non partirsi quindi in cor si messe, fin che del corpo l'anima non spiri: e nel sepolcro fe' fare una cella, e vi si chiuse, e fe' sua vita in quella.
184
Oltre che messi e lettere le mande, vi va in persona Orlando per levarla. Se viene in Francia, con pension ben grande compagna vuol di Galerana farla: quando tornare al padre anco domande, sin alla Lizza vuole accompagnarla: edificar le vuole un monastero, quando servire a Dio faccia pensiero.
185
Stava ella nel sepulcro; e quivi attrita da penitenza, orando giorno e notte, non durò lunga età, che di sua vita da la Parca le fur le fila rotte. Già fatto avea da l'isola partita, ove i Ciclopi avean l'antique grotte, i tre guerrier di Francia, afflitti e mesti che 'l quarto lor compagno a dietro resti.
186
Non volean senza medico levarsi, che d'Olivier s'avesse a pigliar cura; la qual, perché a principio mal pigliarsi poté, fatt'era faticosa e dura: e quello udiano in modo lamentarsi, che del suo caso avean tutti paura. Tra lor di ciò parlando, al nocchier nacque un pensiero, e lo disse; e a tutti piacque.
187
Disse ch'era di là poco lontano in un solingo scoglio uno eremita, a cui ricorso mai non s'era invano, o fosse per consiglio o per aita; e facea alcuno effetto soprumano, dar lume a ciechi, e tornar morti a vita, fermare il vento ad un segno di croce, e far tranquillo il mar quando è più atroce:
188
e che non denno dubitare, andando a ritrovar quel uomo a Dio sì caro, che lor non renda Olivier sano, quando fatto ha di sua virtù segno più chiaro. Questo consiglio sì piacque ad Orlando, che verso il santo loco si drizzaro; né mai piegando dal camin la prora, vider lo scoglio al sorger de l'aurora.
189
Scorgendo il legno uomini in acqua dotti, sicuramente s'accostaro a quello. Quivi aiutando servi e galeotti, declinano il marchese nel battello: e per le spumose onde fur condotti nel duro scoglio, ed indi al santo ostello; al santo ostello, a quel vecchio medesmo, per le cui mani ebbe Ruggier battesmo.
190
Il servo del Signor del paradiso raccolse Orlando ed i compagni suoi, e benedilli con giocondo viso, e de' lor casi dimandolli poi; ben che de lor venuta avuto avviso avesse prima dai celesti eroi. Orlando gli rispose esser venuto per ritrovare al suo Oliviero aiuto;
191
ch'era, pugnando per la fé di Cristo, a periglioso termine ridutto. Levògli il santo ogni sospetto tristo, e gli promisse di sanarlo in tutto. Né d'unguento trovandosi provisto, né d'altra umana medicina istrutto, andò alla chiesa, ed orò al Salvatore; ed indi uscì con gran baldanza fuore:
192
e in nome de le eterne tre Persone, Padre e Figliuolo e Spirto Santo, diede ad Olivier la sua benedizione. Oh virtù che dà Cristo a chi gli crede! Cacciò dal cavalliero ogni passione, e ritornolli a sanitade il piede, più fermo e più espedito che mai fosse: e presente Sobrino a ciò trovosse.
193
Giunto Sobrin de le sue piaghe a tanto, che star peggio ogni giorno se ne sente, tosto che vede del monaco santo il miracolo grande ed evidente, si dispon di lasciar Macon da canto, e Cristo confessar vivo e potente: e domanda con cor di fede attrito, d'iniciarsi al nostro sacro rito.
194
Così l'uom giusto lo battezza, ed anco gli rende, orando, ogni vigor primiero. Orlando e gli altri cavallier non manco di tal conversion letizia fero, che di veder che liberato e franco del periglioso mal fosse Oliviero. Maggior gaudio degli altri Ruggier ebbe; e molto in fede e in devozione accrebbe.
195
Era Ruggier dal dì che giunse a nuoto su questo scoglio, poi statovi ognora. Fra quei guerrieri il vecchiarel devoto sta dolcemente, e li conforta ed ora a voler, schivi di pantano e loto, mondi passar per questa morta gora c'ha nome vita, che sì piace a' sciocchi; ed alla via del ciel sempre aver gli occhi.
196
Orlando un suo mandò sul legno, e trarne fece pane e buon vin, cacio e persutti; e l'uom di Dio, ch'ogni sapor di starne pose in oblio, poi ch'avvezzossi a' frutti, per carità mangiar fecero carne, e ber del vino, e far quel che fer tutti. Poi ch'alla mensa consolati foro, di molte cose ragionar tra loro.
197
E come accade nel parlar sovente, ch'una cosa vien l'altra dimostrando, Ruggier riconosciuto finalmente fu da Rinaldo, da Olivier, da Orlando, per quel Ruggiero in arme sì eccellente, il cui valor s'accorda ognun lodando: né Rinaldo l'avea raffigurato per quel che provò già ne lo steccato.
198
Ben l'avea il re Sobrin riconosciuto, tosto che 'l vide col vecchio apparire; ma volse inanzi star tacito e muto, che porsi in aventura di fallire. Poi ch'a notizia agli altri fu venuto che questo era Ruggier, di cui l'ardire, la cortesia e 'l valore alto e profondo si facea nominar per tutto il mondo;
199
e sapendosi già ch'era cristiano, tutti con lieta e con serena faccia vengono a lui: chi gli tocca la mano, e chi lo bacia, e chi lo stringe e abbraccia. Sopra gli altri il signor di Montalbano d'accarezzarlo e fargli onor procaccia. Perch'esso più degli altri, io 'l serbo a dire ne l'altro canto, se 'l vorrete udire.
CANTO QUARANTAQUATTRESIMO
1
Spesso in poveri alberghi e in picciol tetti, ne le calamitadi e nei disagi, meglio s'aggiungon d'amicizia i petti, che fra ricchezze invidiose ed agi de le piene d'insidie e di sospetti corti regali e splendidi palagi, ove la caritade è in tutto estinta, né si vede amicizia, se non finta.
2
Quindi avvien che tra principi e signori patti e convenzion son sì frali. Fan lega oggi re, papi e imperatori; doman saran nimici capitali: perché, qual l'apparenze esteriori, non hanno i cor, non han gli animi tali; che non mirando al torto più ch'al dritto, attendon solamente al lor profitto.
3
Questi, quantunque d'amicizia poco sieno capaci, perché non sta quella ove per cose gravi, ove per giuoco mai senza finzion non si favella; pur, se talor gli ha tratti in umil loco insieme una fortuna acerba e fella, in poco tempo vengono a notizia (quel che in molto non fer) de l'amicizia.
4
Il santo vecchiarel ne la sua stanza giunger gli ospiti suoi con nodo forte ad amor vero meglio ebbe possanza, ch'altri non avria fatto in real corte. Fu questo poi di tal perseveranza, che non si sciolse mai fin alla morte. Il vecchio li trovò tutti benigni, candidi più nel cor, che di fuor cigni.
5
Trovolli tutti amabili e cortesi, non de la iniquità ch'io v'ho dipinta di quei che mai non escono palesi, ma sempre van con apparenza finta. Di quanto s'eran per adietro offesi ogni memoria fu tra loro estinta; e se d'un ventre fossero e d'un seme, non si potriano amar più tutti insieme.
6
Sopra gli altri il signor di Montalbano accarezzava e riveria Ruggiero; sì perché già l'avea con l'arme in mano provato quanto era animoso e fiero, sì per trovarlo affabile ed umano più che mai fosse al mondo cavalliero: ma molto più, che da diverse bande si conoscea d'avergli obligo grande.
7
Sapea che di gravissimo periglio egli avea liberato Ricciardetto, quando il re ispano gli fe' dar di piglio e con la figlia prendere nel letto; e ch'avea tratto l'uno e l'altro figlio del duca Buovo (com'io v'ho detto) di man dei Saracini e dei malvagi ch'eran col maganzese Bertolagi.
8
Questo debito a lui parea di sorte, ch'ad amar lo stringeano e ad onorarlo; e gli ne dolse e gli ne 'ncrebbe forte, che prima non avea potuto farlo, quando era l'un ne l'africana corte, e l'altro agli servigi era di Carlo. Or che fatto cristian quivi lo trova, quel che non fece prima, or far gli giova.
9
Proferte senza fine, onore e festa fece a Ruggiero il paladin cortese. Il prudente eremita, come questa benivolenza vide, adito prese. Entrò dicendo: — A fare altro non resta (e lo spero ottener senza contese), che come l'amicizia è tra voi fatta, tra voi sia ancora affinità contratta;
10
acciò che de le due progenie illustri che non han par di nobiltade al mondo, nasca un lignaggio che più chiaro lustri, che 'l chiaro sol, per quanto gira a tondo; e come andran più inanzi ed anni e lustri, sarà più bello, e durerà (secondo che Dio m'ispira, acciò ch'a voi nol celi) fin che terran l'usato corso i cieli. —
11
E seguitando il suo parlar più inante, fa il santo vecchio sì, che persuade che Rinaldo a Ruggier dia Bradamante, ben che pregar né l'un né l'altro accade. Loda Olivier col principe d'Anglante, che far si debba questa affinitade; il che speran ch'approvi Amone e Carlo, e debba tutta Francia commendarlo.
12
Così dicean; ma non sapean ch'Amone, con voluntà del figlio di Pipino, n'avea dato in quei giorni intenzione all'imperator greco Costantino, che gliele domandava per Leone suo figlio e successor nel gran domìno. Se n'era, pel valor che n'avea inteso, senza vederla, il giovinetto acceso.
13
Risposto gli avea Amon, che da sé solo non era per concludere altramente, né pria che ne parlasse col figliuolo Rinaldo, da la corte allora assente; il qual credea che vi verrebbe a volo, e che di grazia avria sì gran parente: pur, per molto rispetto che gli avea, risolver senza lui non si volea.
14
Or Rinaldo lontan dal padre, quella pratica imperial tutta ignorando, quivi a Ruggier promette la sorella di suo parere, e di parer d'Orlando e degli altri ch'avea seco alla cella, ma sopra tutti l'eremita instando: e crede veramente che piacere debba ad Amon quel parentado avere.
15
Quel dì e la notte, e del seguente giorno steron gran parte col monaco saggio, quasi obliando al legno far ritorno, ben che il vento spirasse al lor viaggio. Ma i lor nocchieri, a cui tanto soggiorno increscea omai, mandar più d'un messaggio, che sì li stimular de la partita, ch'a forza li spiccar da l'eremita.
16
Ruggier che stato era in esilio tanto, né da lo scoglio avea mai mosso il piede, tolse licenza da quel mastro santo ch'insegnata gli avea la vera fede. La spada Orlando gli rimesse a canto, l'arme d'Ettorre, e il buon Frontin gli diede; sì per mostrar del suo amor segno espresso, sì per saper che dianzi erano d'esso.
17
E quantunque miglior ne l'incantata spada ragione avesse il paladino, che con pena e travaglio già levata l'avea dal formidabile giardino, che non avea Ruggiero a cui donata dal ladro fu, che gli diè ancor Frontino; pur volentier gliele donò col resto de l'arme, tosto che ne fu richiesto.
18
Fur benedetti dal vecchio devoto, e sul navilio al fin si ritornaro. I remi all'acqua, e dier le vele al Noto; e fu lor sì sereno il tempo e chiaro, che non vi bisognò priego né voto, fin che nel porto di Marsilia entraro. Ma quivi stiano tanto, ch'io conduca insieme Astolfo, il glorioso duca.
19
Poi che de la vittoria Astolfo intese, che sanguinosa e poco lieta s'ebbe; vedendo che sicura da l'offese d'Africa oggimai Francia esser potrebbe, pensò che 'l re de' Nubi in suo paese con l'esercito suo rimanderebbe per la strada medesima che tenne quando contra Biserta se ne venne.
20
L'armata che i pagan roppe ne l'onde, già rimandata avea il figliuol d'Ugiero; di cui, nuovo miracolo, le sponde (tosto che ne fu uscito il popul nero) e le poppe e le prore mutò in fronde, e ritornolle al suo stato primiero: poi venne il vento, e come cosa lieve levolle in aria, e fe' sparire in breve.
21
Chi a piedi e chi in arcion tutte partita d'Africa fer le nubiane schiere. Ma prima Astolfo si chiamò infinita grazia al Senapo ed immortale avere; che gli venne in persona a dare aita con ogni sforzo ed ogni suo potere. Astolfo lor ne l'uterino claustro a portar diede il fiero e turbido austro.
22
Negli utri, dico, il vento diè lor chiuso, ch'uscir di mezzodì suol con tal rabbia, che muove a guisa d'onde, e leva in suso, e ruota fin in ciel l'arrida sabbia; acciò se lo portassero a lor uso, che per camino a far danno non abbia; e che poi, giunti ne la lor regione, avessero a lassar fuor di prigione.
23
Scrive Turpino, come furo ai passi de l'alto Atlante, che i cavalli loro tutti in un tempo diventaron sassi; sì che, come venir, se ne tornoro. Ma tempo è omai ch'Astolfo in Francia passi; e così, poi che del paese moro ebbe provisto ai luoghi principali, all'ippogrifo suo fe' spiegar l'ali.
24
Volò in Sardigna in un batter di penne, e di Sardigna andò nel lito corso; e quindi sopra il mar la strada tenne, torcendo alquanto a man sinistra il morso. Ne le maremme all'ultimo ritenne de la ricca Provenza il leggier corso; dove seguì de l'ippogrifo quanto gli disse già l'evangelista santo.
25
Hagli commesso il santo evangelista, che più, giunto in Provenza, non lo sproni; e ch'all'impeto fier più non resista con sella e fren, ma libertà gli doni. Già avea il più basso ciel che sempre acquista del perder nostro, al corno tolti i suoni; che muto era restato, non che roco, tosto ch'entrò 'l guerrier nel divin loco.
26
Venne Astolfo a Marsilia, e venne a punto il dì che v'era Orlando ed Oliviero e quel da Montalbano insieme giunto col buon Sobrino e col meglior Ruggiero. La memoria del sozio lor defunto vietò che i paladini non potero insieme così a punto rallegrarsi, come in tanta vittoria dovea farsi.
27
Carlo avea di Sicilia avuto avviso dei duo re morti e di Sobrino preso, e ch'era stato Brandimarte ucciso; poi di Ruggiero avea non meno inteso: e ne stava col lor lieto e col viso d'aver gittato intolerabil peso, che gli fu sopra gli omeri sì greve, che starà un pezzo pria che si rileve.
28
Per onorar costor ch'eran sostegno del santo Imperio e la maggior colonna, Carlo mandò la nobiltà del regno ad incontrarli fin sopra la Sonna. Egli uscì poi col suo drappel più degno di re e di duci, e con la propria donna, fuor de le mura, in compagnia di belle e ben ornate e nobili donzelle.
29
L'imperator con chiara e lieta fronte, i paladini e gli amici e i parenti, la nobiltà, la plebe fanno al conte ed agli altri d'amor segni evidenti: gridar s'ode Mongrana e Chiaramonte. Sì tosto non finir gli abbracciamenti, Rinaldo e Orlando insieme ed Oliviero al signor loro appresentar Ruggiero;
30
e gli narrar che di Ruggier di Risa era figliuol, di virtù uguale al padre: se sia animoso e forte, ed a che guisa sappia ferir, san dir le nostre squadre. Con Bradamante in questo vien Marfisa, le due compagne nobili e leggiadre: ad abbracciar Ruggier vien la sorella; con più rispetto sta l'altra donzella.
31
L'imperator Ruggier fa risalire, ch'era per riverenza sceso a piede, e lo fa a par a par seco venire, e di ciò ch'a onorarlo si richiede, un punto sol non lassa preterire. Ben sapea che tornato era alla fede; che tosto che i guerrier furo all'asciutto, certificato avean Carlo del tutto.
32
Con pompa trionfal, con festa grande tornaro insieme dentro alla cittade, che di frondi verdeggia e di ghirlande: coperte a panni son tutte le strade: nembo d'erbe e di fior d'alto si spande, e sopra e intorno ai vincitori cade, che da verroni e da finestre amene donne e donzelle gittano a man piene.
33
Al volgersi dei canti in vari lochi trovano archi e trofei subito fatti, che di Biserta le ruine e i fochi mostran dipinti, ed altri degni fatti; altrove palchi con diversi giuochi e spettacoli e mimmi e scenici atti: ed è per tutti i canti il titol vero scritto: — Ai liberatori de l'Impero. —
34