Orlando Furioso

Part 60

Chapter 60 4,193 words Public domain Markdown

Con tai le cerca ed altre assai parole persuader ch'ella gli sia fedele. De la dura partita ella si duole, con che lacrime, oh Dio! con che querele! E giura che più tosto oscuro il sole vedrassi, che gli sia mai sì crudele, che rompa fede; e che vorria morire più tosto ch'aver mai questo desire.

86

Ancor ch'a sue promesse e a suoi scongiuri desse credenza e si achetasse alquanto, non resta che più intender non procuri, e che materia non procacci al pianto. Avea uno amico suo, che dei futuri casi predir teneva il pregio e 'l vanto; e d'ogni sortilegio e magica arte, o il tutto, o ne sapea la maggior parte.

87

Diegli, pregando di vedere assunto, se la sua moglie, nominata Argia, nel tempo che da lei starà disgiunto, fedele e casta, o pel contario fia. Colui da prieghi vinto, tolle il punto, il ciel figura come par che stia. Anselmo il lascia in opra, e l'altro giorno a lui per la risposta fa ritorno.

88

L'astrologo tenea le labra chiuse, per non dire al dottor cosa che doglia, e cerca di tacer con molte scuse. Quando pur del suo mal vede c'ha voglia, che gli romperà fede gli concluse, tosto ch'egli abbia il piè fuor de la soglia, non da bellezza né da prieghi indotta, ma da guadagno e da prezzo corrotta.

89

Giunte al timore, al dubbio ch'avea prima, queste minacce dei superni moti, come gli stesse il cor, tu stesso stima, se d'amor gli accidenti ti son noti. E sopra ogni mestizia che l'opprima, e che l'afflitta mente aggiri e arruoti, è 'l saper come, vinta d'avarizia, per prezzo abbia a lasciar sua pudicizia.

90

Or per far quanti potea far ripari da non lasciarla in quel error cadere (perché il bisogno a dispogliar gli altari tra' l'uom talvolta, che sel trova avere), ciò che tenea di gioie e di danari (che n'avea somma) pose in suo potere: rendite e frutti d'ogni possessione, e ciò c'ha al mondo, in man tutto le pone.

91

— Con facultade (disse) che ne' tuoi non sol bisogni te li goda e spenda, ma che ne possi far ciò che ne vuoi, li consumi, li getti, e doni e venda; altro conto saper non ne vo' poi, pur che, qual ti lascio or, tu mi ti renda: pur che, come or tu sei, mi sie rimasa, fa che io non trovi né poder né casa. —

92

La prega che non faccia, se non sente ch'egli ci sia, ne la città dimora; ma ne la villa, ove più agiatamente viver potrà d'ogni commercio fuora. Questo dicea, però che l'umil gente che nel gregge o ne' campi gli lavora, non gli era aviso che le caste voglie contaminar potessero alla moglie.

93

Tenendo tuttavia le belle braccia al timido marito al collo Argia, e di lacrime empiendogli la faccia, ch'un fiumicel dagli occhi le n'uscia; s'attrista che colpevole la faccia, come di fé mancata già gli sia; che questa sua sospizion procede, perché non ha ne la sua fede fede.

94

Troppo sarà, s'io voglio ir rimembrando ciò ch'al partir da tramendua fu detto. — Il mio onor (dice al fin) ti raccomando: — piglia licenza, e partesi in effetto; e ben si sente veramente, quando volge il cavallo, uscire il cor del petto. Ella lo segue, quanto seguir puote, con gli occhi che le rigano le gote.

95

Adonio intanto misero e tapino, e (come io dissi) pallido e barbuto, verso la patria avea preso il camino, sperando di non esser conosciuto. Sul lago giunse alla città vicino, là dove avea dato alla biscia aiuto, ch'era assediata entro la macchia forte da quel villan che por la volea a morte.

96

Quivi arrivando in su l'aprir del giorno, ch'ancor splendea nel cielo alcuna stella, si vede in peregrino abito adorno venir pel lito incontra una donzella in signoril sembiante, ancor ch'intorno non l'apparisse né scudier né ancella. Costei con grata vista lo raccolse, e poi la lingua a tai parole sciolse:

97

— Se ben non mi conosci, o cavalliero, son tua parente, e grande obligo t'aggio: parente son, perché da Cadmo fiero scende d'amenduo noi l'alto lignaggio. Io son la fata Manto, che 'l primiero sasso messi a fondar questo villaggio; e dal mio nome (come ben forse hai contare udito) Mantua la nomai.

98

De le fate io son una; ed il fatale stato per farti anco saper ch'importe, nascemo a un punto, che d'ogn'altro male siamo capaci, fuor che de la morte. Ma giunto è con questo essere immortale condizion non men del morir forte; ch'ogni settimo giorno ogniuna è certa che la sua forma in biscia si converta.

99

Il vedersi coprir del brutto scoglio, e gir serpendo, è cosa tanto schiva, che non è pare al mondo altro cordoglio; tal che bestemmia ogniuna d'esser viva. E l'obbligo ch'io t'ho (perché ti voglio insiememente dire onde deriva), tu saprai che quel dì, per esser tali, siamo a periglio d'infiniti mali.

100

Non è sì odiato altro animale in terra, come la serpe; e noi, che n'abbiàn faccia, patimo da ciascuno oltraggio e guerra; che chi ne vede, ne percuote e caccia. Se non troviamo ove tornar sotterra, sentiamo quanto pesa altrui le braccia. Meglio saria poter morir, che rotte e storpiate restar sotto le botte.

101

L'obligo ch'io t'ho grande, è ch'una volta che tu passavi per quest'ombre amene, per te di mano fui d'un villan tolta, che gran travagli m'avea dati e pene. Se tu non eri, io non andava asciolta, ch'io non portassi rotto e capo e schene, e che sciancata non restassi e storta, se ben non vi potea rimaner morta:

102

perché quei giorni che per terra il petto traemo avvolte in serpentile scorza, il ciel ch'in altri tempi è a noi suggetto, niega ubbidirci, e prive siàn di forza. In altri tempi ad un sol nostro detto il sol si ferma e la sua luce ammorza; l'immobil terra gira e muta loco; s'infiamma il ghiaccio, e si congela il fuoco.

103

Ora io son qui per renderti mercede del beneficio che mi festi allora. Nessuna grazia indarno or mi si chiede ch'io son del manto viperino fuora. Tre volte più che di tuo padre erede non rimanesti, io ti fo ricco or ora: né vo' che mai più povero diventi, ma quanto spendi più, che più augumenti.

104

E perché so che ne l'antiquo nodo, in che già Amor t'avinse, anco ti trovi, voglioti dimostrar l'ordine e 'l modo ch'a disbramar tuoi desideri giovi. Io voglio, or che lontano il marito odo, che senza indugio il mio consiglio provi; vadi a trovar la donna che dimora fuori alla villa, e sarò teco io ancora. —

105

E seguitò narrandogli in che guisa alla sua donna vuol che s'appresenti; dico come vestir, come precisa— mente abbia a dir, come la prieghi e tenti; e che forma essa vuol pigliar, devisa; che, fuor che 'l giorno ch'erra tra serpenti, in tutti gli altri si può far, secondo che più le pare, in quante forme ha il mondo.

106

Messe in abito lui di peregrino il qual per Dio di porta in porta accatti: mutosse ella in un cane, il più piccino di quanti mai n'abbia Natura fatti, di pel lungo, più bianco ch'armellino, di grato aspetto e di mirabili atti. Così trasfigurato, entraro in via verso la casa de la bella Argia:

107

e dei lavoratori alle capanne prima ch'altrove, il giovene fermosse; e cominciò a sonar certe sue canne, al cui suono danzando il can rizzosse. La voce e 'l grido alla padrona vanne, e fece sì, che per veder si mosse. Fece il romeo chiamar ne la sua corte, sì come del dottor traea la sorte.

108

E quivi Adonio a comandare al cane incominciò, ed il cane a ubbidir lui, e far danze nostral, farne d'estrane, con passi e continenze e modi sui, e finalmente con maniere umane far ciò che comandar sapea colui, con tanta attenzion, che chi lo mira, non batte gli occhi, e a pena il fiato spira.

109

Gran maraviglia, ed indi gran desire venne alla donna di quel can gentile; e ne fa per la balia proferire al cauto peregrin prezzo non vile. — S'avessi più tesor, che mai sitire potesse cupidigia feminile (colui rispose), non saria mercede di comprar degna del mio cane un piede. —

110

E per mostrar che veri i detti foro, con la balia in un canto si ritrasse, e disse al cane, ch'una marca d'oro a quella donna in cortesia donasse. Scossesi il cane, e videsi il tesoro. Disse Adonio alla balia, che pigliasse, soggiungendo: — Ti par che prezzo sia, per cui sì bello e util cane io dia?

111

Cosa, qual vogli sia, non gli domando, di ch'io ne torni mai con le man vote; e quando perle, e quando annella, e quando leggiadra veste e di gran prezzo scuote. Pur di' a madonna, che fia al suo comando; per oro no, ch'oro pagar nol puote: ma se vuol ch'una notte seco io giaccia, abbiasi il cane, e 'l suo voler ne faccia. —

112

Così dice: e una gemma allora nata le dà, ch'alla padrona l'appresenti. Pare alla balia averne più derata, che di pagar dieci ducati o venti. Torna alla donna, e le fa l'imbasciata; e la conforta poi, che si contenti d'acquistare il bel cane; ch'acquistarlo per prezzo può, che non si perde a darlo.

113

La bella Argia sta ritrosetta in prima; parte, che la sua fé romper non vuole, parte, ch'esser possibile non stima tutto ciò che ne suonan le parole. La balia le ricorda, e rode e lima, che tanto ben di rado avvenir suole; e fe' che l'agio un altro dì si tolse, che 'l can veder senza tanti occhi volse.

114

Quest'altro comparir ch'Adonio fece, fu la ruina e del dottor la morte. Facea nascer le doble a diece a diece, filze di perle, e gemme d'ogni sorte: sì che il superbo cor mansuefece, che tanto meno a contrastar fu forte, quanto poi seppe che costui ch'inante gli fa partito, è 'l cavallier suo amante.

115

De la puttana sua balia i conforti, i prieghi de l'amante e la presenza, il veder che guadagno se l'apporti, del misero dottor la lunga assenza, lo sperar ch'alcun mai non lo rapporti, fero ai casti pensier tal violenza, ch'ella accettò il bel cane, e per mercede in braccio e in preda al suo amator si diede.

116

Adonio lungamente frutto colse de la sua bella donna, a cui la fata grande amor pose, e tanto le ne volse, che sempre star con lei si fu ubligata. Per tutti i segni il sol prima si volse, ch'al giudice licenza fosse data: al fin tornò, ma pien di gran sospetto per quel che già l'astrologo avea detto.

117

Fa, giunto ne la patria, il primo volo a casa de l'astrologo, e gli chiede, se la sua donna fatto inganno e dolo, o pur servato gli abbia amore e fede. Il sito figurò colui del polo, ed a tutti i pianeti il luogo diede: poi rispose che quel ch'avea temuto, come predetto fu, gli era avvenuto;

118

che da doni grandissimi corrotta, data ad altri s'avea la donna in preda. Questa al dottor nel cor fu sì gran botta, che lancia e spiedo io vo' che ben le ceda. Per esserne più certo, ne va allotta (ben che pur troppo allo indivino creda) ov'è la balia, e la tira da parte, e per saperne il certo usa grande arte.

119

Con larghi giri circondando prova or qua or là di ritrovar la traccia; e da principio nulla ne ritrova, con ogni diligenza che ne faccia; ch'ella, che non avea tal cosa nuova, stava negando con immobil faccia; e come bene istrutta, più d'un mese tra il dubbio e 'l certo il suo patron sospese.

120

Quanto dovea parergli il dubio buono, se pensava il dolor ch'avria del certo! Poi ch'indarno provò con priego e dono, che da la balia il ver gli fosse aperto, né toccò tasto ove sentisse suono altro che falso; come uom ben esperto, aspettò che discordia vi venisse; ch'ove femine son, son liti e risse.

121

E come egli aspettò, così gli avvenne; ch'al primo sdegno che tra loro nacque, senza suo ricercar, la balia venne il tutto a ricontargli, e nulla tacque. Lungo a dir fôra ciò che 'l cor sostenne, come la mente costernata giacque del giudice meschin, che fu sì oppresso, che stette per uscir fuor di se stesso:

122

e si dispose al fin, da l'ira vinto, morir, ma prima uccider la sua moglie; e che d'amendue i sangui un ferro tinto levassi lei di biasmo, e sé di doglie. Ne la città se ne ritorna, spinto da così furibonde e cieche voglie; indi alla villa un suo fidato manda, e quanto esequir debba, gli commanda.

123

Commanda al servo, ch'alla moglie Argia torni alla villa, e in nome suo le dica ch'egli è da febbre oppresso così ria, che di trovarlo vivo avrà fatica; sì che, senza aspettar più compagnia, venir debba con lui, s'ella gli è amica (verrà: sa ben che non farà parola); e che tra via le seghi egli la gola.

124

A chiamar la patrona andò il famiglio, per far di lei quanto il signor commesse. Dato prima al suo cane ella di piglio, montò a cavallo ed a camin si messe. L'avea il cane avisata del periglio, ma che d'andar per questo ella non stesse; ch'avea ben disegnato e proveduto onde nel gran bisogno avrebbe aiuto.

125

Levato il servo del camino s'era; e per diverse e solitarie strade a studio capitò su una riviera che d'Apennino in questo fiume cade; ov'era bosco e selva oscura e nera, lungi da villa e lungi da cittade. Gli parve loco tacito e disposto per l'effetto crudel che gli fu imposto.

126

Trasse la spada e alla padrona disse quanto commesso il suo signor gli avea; sì che chiedesse, prima che morisse, perdono a Dio d'ogni colpa rea. Non ti so dir com'ella si coprisse: quando il servo ferirla si credea, più non la vide, e molto d'ogn'intorno l'andò cercando, e al fin restò con scorno.

127

Torna al patron con gran vergogna ed onta, tutto attonito in faccia e sbigottito; e l'insolito caso gli racconta, ch'egli non sa come si sia seguito. Ch'a' suoi servigi abbia la moglie pronta la fata Manto, non sapea il marito; che la balia onde il resto avea saputo, questo, non so perché, gli avea taciuto.

128

Non sa che far; che né l'oltraggio grave vendicato ha, né le sue pene ha sceme. Quel ch'era una festuca, ora è una trave, tanto gli pesa, tanto al cor gli preme. L'error che sapean pochi, or sì aperto have, che senza indugio si palesi, teme. Potea il primo celarsi; ma il secondo, publico in breve fia per tutto il mondo.

129

Conosce ben che, poi che 'l cor fellone avea scoperto il misero contra essa, ch'ella, per non tornargli in suggezione, d'alcun potente in man si sarà messa; il qual se la terrà con irrisione ed ignominia del marito espressa; e forse anco verrà d'alcuno in mano, che ne fia insieme adultero e ruffiano.

130

Sì che, per rimediarvi, in fretta manda intorno messi e lettere a cercarne: ch'in quel loco, ch'in questo ne domanda per Lombardia, senza città lasciarne. Poi va in persona, e non si lascia banda ove o non vada o mandivi a spiarne: né mai può ritrovar capo né via di venire a notizia, che ne sia.

131

Al fin chiama quel servo a chi fu imposta l'opra crudel che poi non ebbe effetto, e fa che lo conduce ove nascosta se gli era Argia, sì come gli avea detto; che forse in qualche macchia il dì reposta, la notte si ripara ad alcun tetto. Lo guida il servo ove trovar si crede la folta selva, e un gran palagio vede.

132

Fatto avea farsi alla sua fata intanto la bella Argia con subito lavoro d'alabastri un palagio per incanto, dentro e di fuor tutto fregiato d'oro. Né lingua dir, né cor pensar può quanto avea beltà di fuor, dentro tesoro. Quel che iersera sì ti parve bello, del mio signor, saria un tugurio a quello.

133

E di panni di razza, e di cortine tessute riccamente e a varie fogge, ornate eran le stalle e le cantine, non sale pur, non pur camere e logge; vasi d'oro e d'argento senza fine, gemme cavate, azzurre e verdi e rogge, e formate in gran piatti e in coppe e in nappi, e senza fin d'oro e di seta drappi.

134

Il giudice, sì come io vi dicea, venne a questo palagio a dar di petto, quando né una capanna si credea di ritrovar, ma solo il bosco schietto. Per l'alta maraviglia che n'avea, esser si credea uscito d'intelletto: non sapea se fosse ebbro o se sognassi, o pur se 'l cervel scemo a volo andassi.

135

Vede inanzi alla porta uno Etiopo con naso e labri grossi; e ben gli è avviso che non vedesse mai, prima né dopo, un così sozzo e dispiacevol viso; poi di fattezze, qual si pinge Esopo, d'attristar, se vi fosse, il paradiso; bisunto e sporco, e d'abito mendico: né a mezzo ancor di sua bruttezza io dico.

136

Anselmo che non vede altro da cui possa saper di chi la casa sia, a lui s'accosta, e ne domanda a lui; ed ei risponde: — Questa casa è mia. — Il giudice è ben certo che colui lo beffi e che gli dica la bugia: ma con scongiuri il negro ad affermare che sua è la casa, e ch'altri non v'ha a fare;

137

e gli offerisce, se la vuol vedere, che dentro vada, e cerchi come voglia; e se v'ha cosa che gli sia in piacere o per sé o per gli amici, se la toglia. Diede il cavallo al servo suo a tenere Anselmo, e messe il piè dentro alla soglia; e per sale e per camere condutto, da basso e d'alto andò mirando il tutto.

138

La forma, il sito, il ricco e bel lavoro va contemplando, e l'ornamento regio; e spesso dice: — Non potria quant'oro è sotto il sol pagare il loco egregio. — A questo gli risponde il brutto Moro, e dice: — E questo ancor trova il suo pregio: se non d'oro o d'argento, nondimeno pagar lo può quel che vi costa meno. —

139

E gli fa la medesima richiesta ch'avea già Adonio alla sua moglie fatta. De la brutta domanda e disonesta, persona lo stimò bestiale e matta. Per tre repulse e quattro egli non resta; e tanti modi a persuaderlo adatta, sempre offerendo in merito il palagio, che fe' inchinarlo al suo voler malvagio.

140

La moglie Argia che stava appresso ascosa, poi che lo vide nel suo error caduto, saltò fuora gridando: — Ah degna cosa che io veggo di dottor saggio tenuto! — Trovato in sì mal'opra e viziosa, pensa se rosso far si deve e muto. O terra, acciò ti si gettassi dentro, perché allor non t'apristi insino al centro?

141

La donna in suo discarco, ed in vergogna d'Anselmo, il capo gl'intronò di gridi, dicendo: — Come te punir bisogna di quel che far con sì vil uom ti vidi, se per seguir quel che natura agogna, me, vinta a' prieghi del mio amante, uccidi? ch'era bello e gentile; e un dono tale mi fe', ch'a quel nulla il palagio vale.

142

S'io ti parvi esser degna d'una morte, conosci che ne sei degno di cento: e ben ch'in questo loco io sia sì forte, ch'io possa di te fare il mio talento; pure io non vo' pigliar di peggior sorte altra vendetta del tuo fallimento. Di par l'avere e 'l dar, marito, poni; fa, com'io a te, che tu a me ancor perdoni:

143

e sia la pace e sia l'accordo fatto, ch'ogni passato error vada in oblio; né ch'in parole io possa mai né in atto ricordarti il tuo error, né a me tu il mio. — Il marito ne parve aver buon patto, né dimostrossi al perdonar restio. Così a pace e concordia ritornaro, e sempre poi fu l'uno all'altro caro. —

144

Così disse il nocchiero; e mosse a riso Rinaldo al fin de la sua istoria un poco; e diventar gli fece a un tratto il viso, per l'onta del dottor, come di fuoco. Rinaldo Argia molto lodò, ch'avviso ebbe d'alzare a quello augello un gioco ch'alla medesma rete fe' cascallo, in che cadde ella, ma con minor fallo.

145

Poi che più in alto il sole il camin prese, fe' il paladino apparecchiar la mensa, ch'avea la notte il Mantuan cortese provista con larghissima dispensa. Fugge a sinistra intanto il bel paese, ed a man destra la palude immensa: viene e fuggesi Argenta e 'l suo girone col lito ove Santerno il capo pone.

146

Allora la Bastia credo non v'era, di che non troppo si vantar Spagnuoli d'avervi su tenuta la bandiera; ma più da pianger n'hanno i Romagniuoli. E quindi a filo alla dritta riviera cacciano il legno, e fan parer che voli. Lo volgon poi per una fossa morta, ch'a mezzodì presso a Ravenna il porta.

147

Ben che Rinaldo con pochi danari fosse sovente, pur n'avea sì alora, che cortesia ne fece a' marinari, prima che li lasciasse alla buon'ora. Quindi mutando bestie e cavallari, Arimino passò la sera ancora; né in Montefiore aspetta il matutino, e quasi a par col sol giunge in Urbino.

148

Quivi non era Federico allora, né l'Issabetta, né 'l buon Guido v'era, né Francesco Maria, né Leonora, che con cortese forza e non altiera avesse astretto a far seco dimora sì famoso guerrier più d'una sera; come fer già molti anni, ed oggi fanno a donne e a cavallier che di là vanno.

149

Poi che quivi alla briglia alcun nol prende, smonta Rinaldo a Cagli alla via dritta. Pel monte che 'l Metauro o il Gauno fende, passa Apennino e più non l'ha a man ritta; passa gli Ombri e gli Etrusci, e a Roma scende; da Roma ad Ostia; e quindi si tragitta per mare alla cittade a cui commise il pietoso figliuol l'ossa d'Anchise.

150

Muta ivi legno, e verso l'isoletta di Lipadusa fa ratto levarsi; quella che fu dai combattenti eletta, ed ove già stati erano a trovarsi. Insta Rinaldo, e gli nocchieri affretta, ch'a vela e a remi fan ciò che può farsi; ma i venti avversi e per lui mal gagliardi, lo fecer, ma di poco, arrivar tardi.

151

Giunse ch'a punto il principe d'Anglante fatta avea l'utile opra e gloriosa: avea Gradasso ucciso ed Agramante, ma con dura vittoria e sanguinosa. Morto n'era il figliuol di Monodante; e di grave percossa e perigliosa stava Olivier languendo in su l'arena, e del piè guasto avea martìre e pena.

152

Tener non poté il conte asciutto il viso, quando abbracciò Rinaldo, e che narrolli che gli era stato Brandimarte ucciso, che tanta fede e tanto amor portolli. Né men Rinaldo, quando sì diviso vide il capo all'amico, ebbe occhi molli: poi quindi ad abbracciar si fu condotto Olivier che sedea col piede rotto.

153

La consolazion che seppe, tutta diè lor, ben che per sé tor non la possa; che giunto si vedea quivi alle frutta, anzi poi che la mensa era rimossa. Andaro i servi alla città distrutta, e di Gradasso e d'Agramante l'ossa ne le ruine ascoser di Biserta, e quivi divulgar la cosa certa.

154

De la vittoria ch'avea avuto Orlando, s'allegrò Astolfo e Sansonetto molto; non sì però, come avrian fatto, quando non fosse a Brandimarte il lume tolto. Sentir lui morto il gaudio va scemando sì, che non ponno asserenare il volto. Or chi sarà di lor, ch'annunzio voglia a Fiordiligi dar di sì gran doglia?

155

La notte che precesse a questo giorno, Fiordiligi sognò che quella vesta che, per mandarne Brandimarte adorno, avea trapunta e di sua man contesta, vedea per mezzo sparsa e d'ogn'intorno di gocce rosse, a guisa di tempesta: parea che di sua man così l'avesse riccamata ella, e poi se ne dogliessse.

156

E parea dir: — Pur hammi il signor mio commesso ch'io la faccia tutta nera: or perché dunque riccamata holl'io contra sua voglia in sì strana maniera? — Di questo sogno fe' giudicio rio; poi la novella giunse quella sera: ma tanto Astolfo ascosa le la tenne, ch'a lei con Sansonetto se ne venne.

157

Tosto ch'entraro, e ch'ella loro il viso vide di gaudio in tal vittoria privo; senz'altro annunzio sa, senz'altro avviso, che Brandimarte suo non è più vivo. Di ciò le resta il cor così conquiso, e così gli occhi hanno la luce a schivo, e così ogn'altro senso se le serra, che come morta andar si lascia in terra.

158

Al tornar de lo spirto, ella alle chiome caccia le mani; ed alle belle gote, indarno ripetendo il caro nome, fa danno ed onta più che far lor puote: straccia i capelli e sparge; e grida, come donna talor che 'l demon rio percuote, o come s'ode che già a suon di corno Menade corse, ed aggirossi intorno.

159