Orlando Furioso

Part 59

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Perché non ti conobbi già dieci anni, sì che io mi fossi consigliato teco, prima che cominciassero gli affanni, e 'l lungo pianto onde io son quasi cieco? Ma vo' levarti da la scena i panni; che 'l mio mal vegghi, e te ne dogli meco: e ti dirò il principio e l'argumento del mio non comparabile tormento.

11

Qua su lasciasti una città vicina, a cui fa intorno un chiaro fiume laco, che poi si stende e in questo Po declina, e l'origine sua vien di Benaco. Fu fatta la città, quando a ruina le mura andar de l'agenoreo draco. Quivi nacque io di stirpe assai gentile, ma in pover tetto e in facultade umile.

12

Se Fortuna di me non ebbe cura sì che mi desse al nascer mio ricchezza, al diffetto di lei supplì Natura, che sopra ogni mio ugual mi diè bellezza. Donne e donzelle già di mia figura arder più d'una vidi in giovanezza; ch'io ci seppi accoppiar cortesi modi; ben che stia mal che l'uom se stesso lodi.

13

Ne la nostra cittade era un uom saggio, di tutte l'arti oltre ogni creder dotto, che quando chiuse gli occhi al febeo raggio, contava gli anni suoi cento e ventotto. Visse tutta sua età solo e selvaggio, se non l'estrema; che d'Amor condotto, con premio ottenne una matrona bella, e n'ebbe di nascosto una cittella.

14

E per vietar che simil la figliuola alla matre non sia, che per mercede vendé sua castità che valea sola più che quanto oro al mondo si possiede, fuor del commercio popular la invola; ed ove più solingo il luogo vede, questo amplo e bel palagio e ricco tanto fece fare a' demoni per incanto.

15

A vecchie donne e caste fe' nutrire la figlia qui, ch'in gran beltà poi venne; né che potesse altr'uom veder, né udire pur ragionarne in quella età, sostenne. E perch'avesse esempio da seguire, ogni pudica donna che mai tenne contra illicito amor chiuse le sbarre, ci fe' d'intaglio o di color ritrarre:

16

non quelle sol che di virtude amiche hanno sì il mondo all'età prisca adorno; di quai la fama per l'istorie antiche non è per veder mai l'ultimo giorno: ma nel futuro ancora altre pudiche che faran bella Italia d'ogn'intorno, ci fe' ritrarre in lor fattezze conte, come otto che ne vedi a questa fonte.

17

Poi che la figlia al vecchio par matura sì, che ne possa l'uom cogliere i frutti; o fosse mia disgrazia o mia aventura, eletto fui degno di lei fra tutti. I lati campi oltre alle belle mura, non meno i pescarecci, che gli asciutti, che ci son d'ogn'intorno a venti miglia, mi consegnò per dote de la figlia.

18

Ella era bella e costumata tanto, che più desiderar non si potea. Di bei trapunti e di riccami, quanto mai ne sapesse Pallade, sapea. Vedila andare, odine il suono e 'l canto: celeste e non mortal cosa parea. E in modo all'arti liberali attese, che, quanto il padre, o poco men n'intese.

19

Con grande ingegno, e non minor bellezza che fatta l'avria amabil fin ai sassi, era giunto un amore, una dolcezza, che par ch'a rimembrarne il cor mi passi. Non aveva più piacer né più vaghezza, che d'esser meco ov'io mi stessi o andassi. Senza aver lite mai stemmo gran pezzo: l'avemmo poi, per colpa mia, da sezzo.

20

Morto il suocero mio dopo cinque anni ch'io sottoposi il collo al giugal nodo, non stero molto a cominciar gli affanni ch'io sento ancora, e ti dirò in che modo. Mentre mi rinchiudea tutto coi vanni l'amor di questa mia che sì ti lodo, una femina nobil del paese, quanto accender si può, di me s'accese.

21

Ella sapea d'incanti e di malie quel che saper ne possa alcuna maga: rendea la notte chiara, oscuro il die fermava il sol, facea la terra vaga. Non potea trar però le voglie mie, che le sanassin l'amorosa piaga col rimedio che dar non le potria senza alta ingiuria de la donna mia.

22

Non perché fosse assai gentile e bella, né perché sapess'io che sì me amassi, né per gran don, né per promesse ch'ella mi fêsse molte, e di continuo instassi, ottener poté mai ch'una fiammella, per darla a lei, del primo amor levassi; ch'a dietro ne traea tutte mie voglie il conoscermi fida la mia moglie.

23

La speme, la credenza, la certezza che de la fede di mia moglie avea, m'avria fatto sprezzar quanta bellezza avesse mai la giovane ledea, o quanto offerto mai senno e ricchezza fu al gran pastor de la montagna Idea. Ma le repulse mie non valean tanto, che potesson levarmela da canto.

24

Un dì che mi trovò fuor del palagio la maga, che nomata era Melissa, e mi poté parlare a suo grande agio, modo trovò da por mia pace in rissa, e con lo spron di gelosia malvagio cacciar del cor la fé che v'era fissa. Comincia a comendar la intenzion mia, ch'io sia fedele a chi fedel mi sia.

25

— Ma che ti sia fedel, tu non puoi dire, prima che di sua fé prova non vedi. S'ella non falle, e che potria fallire, che sia fedel, che sia pudica credi. Ma se mai senza te non la lasci ire, se mai vedere altr'uom non le concedi, onde hai questa baldanza, che tu dica e mi vogli affermar che sia pudica?

26

Scostati un poco, scostati da casa; fa che le cittadi odano e i villaggi, che tu sia andato, e ch'ella sia rimasa; agli amanti dà commodo e ai messaggi. S'a prieghi, a doni non fia persuasa di fare al letto maritale oltraggi, e che, facendol, creda che si cele, allora dir potrai che sia fedele. —

27

Con tal parole e simili non cessa l'incantatrice, fin che mi dispone che de la donna mia la fede espressa veder voglia, e provare a paragone. — Ora pogniamo (le soggiungo) ch'essa sia qual non posso averne opinione: come potrò di lei poi farmi certo che sia di punizion degna o di merto? —

28

Disse Melissa: — Io ti darò un vasello fatto da ber, di virtù rara e strana; qual già per fare accorto il suo fratello del fallo di Genevra, fe' Morgana. Chi la moglie ha pudica, bee con quello: ma non vi può già ber chi l'ha puttana; che 'l vin, quando lo crede in bocca porre, tutto si sparge, e fuor nel petto scorre.

29

Prima che parti, ne farai la prova, e per lo creder mio tu berai netto; che credo ch'ancor netta si ritrova la moglie tua: pur ne vedrai l'effetto. Ma s'al ritorno esperienza nuova poi ne farai, non t'assicuro il petto: che se tu non lo immolli, e netto bèi, d'ogni marito il più felice sei. —

30

L'offerta accetto; il vaso ella mi dona: ne fo la prova, e mi succede a punto; che, com'era il disio, pudica e buona la cara moglie mia trovo a quel punto. Dice Melissa: — Un poco l'abbandona; per un mese o per duo stanne disgiunto: poi torna; poi di nuovo il vaso tolli; prova se bevi, o pur se 'l petto immolli. —

31

A me duro parea pur di partire; non perché di sua fe' sì dubitassi, come ch'io non potea duo dì patire, né un'ora pur, che senza me restassi. Disse Melissa: — Io ti farò venire a conoscere il ver con altri passi. Vo' che muti il parlare e i vestimenti, e sotto viso altrui te l'appresenti. —

32

Signor, qui presso una città difende il Po fra minacciose e fiere corna; la cui iuridizion di qui si stende fin dove il mar fugge dal lito e torna. Cede d'antiquità, ma ben contende con le vicine in esser ricca e adorna. Le reliquie troiane la fondaro, che dal flagello d'Attila camparo.

33

Astringe e lenta a questa terra il morso un cavallier giovene, ricco e bello, che dietro un giorno a un suo falcone iscorso, essendo capitato entro il mio ostello, vide la donna, e sì nel primo occorso gli piacque, che nel cor portò il suggello; né cessò molte pratiche far poi, per inchinarla ai desideri suoi.

34

Ella gli fece dar tante repulse, che più tentarla al fine egli non volse; ma la beltà di lei, ch'Amor vi sculse, di memoria però non se gli tolse. Tanto Melissa allosingommi e mulse, ch'a tor la forma di colui mi volse; e mi mutò (né so ben dirti come) di faccia, di parlar, d'occhi e di chiome.

35

Già con mia moglie avendo simulato d'esser partito e gitone in Levante, nel giovene amator così mutato l'andar, la voce, l'abito e 'l sembiante, me ne ritorno, ed ho Melissa a lato, che s'era trasformata, e parea un fante; e le più ricche gemme avea con lei, che mai mandassin gl'Indi o gli Eritrei.

36

Io che l'uso sapea del mio palagio, entro sicuro e vien Melissa meco; e madonna ritrovo a sì grande agio, che non ha né scudier né donna seco. I miei prieghi le espongo, indi il malvagio stimulo inanzi del mal far le arreco: i rubini, i diamanti e gli smeraldi, che mosso arebbon tutti i cor più saldi.

37

E le dico che poco è questo dono verso quel che sperar da me dovea: de la commodità poi le ragiono, che, non v'essendo il suo marito, avea: e le ricordo che gran tempo sono stato suo amante, com'ella sapea; e che l'amar mio lei con tanta fede degno era avere al fin qualche mercede.

38

Turbossi nel principio ella non poco, divenne rossa, ed ascoltar non volle; ma il veder fiammeggiar poi, come fuoco, le belle gemme, il duro cor fe' molle: e con parlar rispose breve e fioco, quel che la vita a rimembrar mi tolle; che mi compiaceria, quando credesse ch'altra persona mai nol risapesse.

39

Fu tal risposta un venenato telo di che me ne senti' l'alma traffissa: per l'ossa andommi e per le vene un gelo; ne le fauci restò la voce fissa. Levando allora del suo incanto il velo, ne la mia forma mi tornò Melissa. Pensa di che color dovesse farsi, ch'in tanto error da me vide trovarsi.

40

Divenimmo ambi di color di morte, muti ambi, ambi restiàn con gli occhi bassi. Potei la lingua a pena aver sì forte, e tanta voce a pena, ch'io gridassi: — Me tradiresti dunque tu, consorte, quando tu avessi chi 'l mio onor comprassi? — Altra risposta darmi ella non puote, che di rigar di lacrime le gote.

41

Ben la vergogna è assai, ma più lo sdegno ch'ella ha, da me veder farsi quella onta; e multiplica sì senza ritegno, ch'in ira al fine e in crudele odio monta. Da me fuggirsi tosto fa disegno; e ne l'ora che 'l Sol del carro smonta, al fiume corre, e in una sua barchetta si fa calar tutta la notte in fretta:

42

e la matina s'appresenta avante al cavallier che l'avea un tempo amata, sotto il cui viso, sotto il cui sembiante fu contra l'onor mio da me tentata. A lui che n'era stato ed era amante, creder si può che fu la giunta grata. Quindi ella mi fe' dir ch'io non sperassi che mai più fosse mia, né più m'amassi.

43

Ah lasso! da quel dì con lui dimora in gran piacere, e di me prende giuoco; ed io del mal che procacciammi allora, ancor languisco, e non ritrovo loco. Cresce il mal sempre, e giusto è ch'io ne muora; e resta omai da consumarci poco. Ben credo che 'l primo anno sarei morto, se non mi dava aiuto un sol conforto.

44

Il conforto ch'io prendo, è che di quanti per dieci anni mai fur sotto al mio tetto (ch'a tutti questo vaso ho messo inanti), non ne trovo un che non s'immolli il petto. Aver nel caso mio compagni tanti mi dà fra tanto mal qualche diletto. Tu tra infiniti sol sei stato saggio, che far negasti il periglioso saggio.

45

Il mio voler cercare oltre alla meta che de la donna sua cercar si deve, fa che mai più trovare ora quieta non può la vita mia, sia lunga o breve. Di ciò Melissa fu a principio lieta: ma cessò tosto la sua gioia lieve; ch'essendo causa del mio mal stata ella, io l'odiai sì, che non potea vedella.

46

Ella d'esser odiata impaziente da me che dicea amar più che sua vita, ove donna restarne immantinente creduto avea, che l'altra ne fosse ita; per non aver sua doglia sì presente, non tardò molto a far di qui partita; e in modo abbandonò questo paese, che dopo mai per me non se n'intese. —

47

Così narrava il mesto cavalliero: e quando fine alla sua istoria pose, Rinaldo alquanto ste' sopra pensiero, da pietà vinto, e poi così rispose: — Mal consiglio ti diè Melissa in vero, che d'attizzar le vespe ti propose; e tu fusti a cercar poco avveduto quel che tu avresti non trovar voluto.

48

Se d'avarizia la tua donna vinta a voler fede romperti fu indutta, non t'ammirar; né prima ella né quinta fu de le donne prese in sì gran lutta; e mente via più salda ancora è spinta per minor prezzo a far cosa più brutta. Quanti uomini odi tu, che già per oro han traditi padroni e amici loro?

49

Non dovevi assalir con sì fiere armi, se bramavi veder farle difesa. Non sai tu, contra l'oro, che né i marmi né 'l durissimo acciar sta alla contesa? Che più fallasti tu a tentarla parmi, di lei che così tosto restò presa. Se te altretanto avesse ella tentato, non so se tu più saldo fossi stato. —

50

Qui Rinaldo fe' fine, e da la mensa levossi a un tempo, e domandò dormire; che riposare un poco, e poi si pensa inanzi al dì d'un'ora o due partire. Ha poco tempo, e 'l poco c'ha, dispensa con gran misura, e invan nol lascia gire. Il signor di là dentro, a suo piacere, disse, che si potea porre a giacere;

51

ch'apparecchiata era la stanza e 'l letto: ma che se volea far per suo consiglio, tutta notte dormir potria a diletto, e dormendo avanzarsi qualche miglio. — Acconciar ti farò (disse) un legnetto, con che volando, e senz'alcun periglio tutta notte dormendo vo' che vada, e una giornata avanzi de la strada. —

52

La proferta a Rinaldo accettar piacque, e molto ringraziò l'oste cortese: poi senza indugio là, dove ne l'acque da' naviganti era aspettato, scese. Quivi a grande agio riposato giacque, mentre il corso del fiume il legno prese, che da sei remi spinto, lieve e snello pel fiume andò, come per l'aria augello.

53

Così tosto come ebbe il capo chino, il cavallier di Francia adormentosse; imposto avendo già, come vicino giungea a Ferrara, che svegliato fosse. Restò Melara nel lito mancino; nel lito destro Sermide restosse: Figarolo e Stellata il legno passa, ove le corna il Po iracondo abbassa.

54

De le due corna il nocchier prese il destro, e lasciò andar verso Vinegia il manco; passò il Bondeno: e già il color cilestro si vedea in oriente venir manco, che votando di fior tutto il canestro, l'Aurora vi facea vermiglio e bianco; quando, lontan scoprendo di Tealdo ambe le rocche, il capo alzò Rinaldo.

55

— O città bene aventurosa (disse), di cui già Malagigi, il mio cugino, contemplando le stelle erranti e fisse, e costringendo alcun spirto indovino, nei secoli futuri mi predisse (già ch'io facea con lui questo camino) ch'ancor la gloria tua salirà tanto, ch'avrai di tutta Italia il pregio e 'l vanto. —

56

Così dicendo, e pur tuttavia in fretta su quel battel che parea aver le penne, scorrendo il re de' fiumi, all'isoletta ch'alla cittade è più propinqua, venne: e ben che fosse allora erma e negletta, pur s'allegrò di rivederla, e fenne non poca festa; che sapea quanto ella, volgendo gli anni, saria ornata e bella.

57

Altra fiata che fe' questa via, udì da Malagigi, il qual seco era, che settecento volte che si sia girata col monton la quarta sfera, questa la più ioconda isola fia di quante cinga mar, stagno o riviera; sì che, veduta lei, non sarà ch'oda dar più alla patria di Nausicaa loda.

58

Udì che di bei tetti posta inante sarebbe a quella sì a Tiberio cara; che cederian l'Esperide alle piante ch'avria il bel loco, d'ogni sorte rara; che tante spezie d'animali, quante vi fien, né in mandra Circe ebbe né in hara; che v'avria con le Grazie e con Cupido Venere stanza, e non più in Cipro o in Gnido:

59

e che sarebbe tal per studio e cura di chi al sapere ed al potere unita la voglia avendo, d'argini e di mura avria sì ancor la sua città munita, che contra tutto il mondo star sicura potria, senza chiamar di fuori aita: e che d'Ercol figliuol, d'Ercol sarebbe padre il signor che questo e quel far debbe.

60

Così venìa Rinaldo ricordando quel che già il suo cugin detto gli avea, de le future cose divinando, che spesso conferir seco solea. E tuttavia l'umil città mirando: — Come esser può ch'ancor (seco dicea) debban così fiorir queste paludi de tutti i liberali e degni studi?

61

e crescer abbia di sì piccol borgo ampla cittade e di sì gran bellezza? e ciò ch'intorno è tutto stagno e gorgo, sien lieti e pieni campi di ricchezza? Città, sin ora a riverire assorgo l'amor, la cortesia, la gentilezza de' tuoi signori, e gli onorati pregi dei cavallier, dei cittadini egregi.

62

L'ineffabil bontà del Redentore, de' tuoi principi il senno e la iustizia, sempre con pace, sempre con amore ti tenga in abondanza ed in letizia; e ti difenda contra ogni furore de' tuoi nimici, e scuopra lor malizia: del tuo contento ogni vicino arrabbi, più tosto che tu invidia ad alcuno abbi. —

63

Mentre Rinaldo così parla, fende con tanta fretta il suttil legno l'onde, che con maggiore a logoro non scende falcon ch'al grido del padron risponde. Del destro corno il destro ramo prende quindi il nocchiero, e mura e tetti asconde: San Georgio a dietro, a dietro s'allontana la torre e de la Fossa e di Gaibana.

64

Rinaldo, come accade ch'un pensiero un altro dietro, e quello un altro mena, si venne a ricordar del cavalliero nel cui palagio fu la sera a cena; che per questa cittade, a dire il vero, avea giusta cagion di stare in pena: e ricordossi del vaso da bere, che mostra altrui l'error de la mogliere;

65

e ricordossi insieme de la prova che d'aver fatta il cavallier narrolli; che di quanti avea esperti, uomo non trova che bea nel vaso, e 'l petto non s'immolli. Or si pente, or tra sé dice: — E' mi giova ch'a tanto paragon venir non volli. Riuscendo, accertava il creder mio; non riuscendo, a che partito era io?

66

Gli è questo creder mio, come io l'avessi ben certo, e poco accrescer lo potrei: sì che, s'al paragon mi succedessi, poco il meglio saria ch'io ne trarrei; ma non già poco il mal, quando vedessi quel di Clarice mia, ch'io non vorrei. Metter saria mille contra uno a giuoco; che perder si può molto, e acquistar poco. —

67

Stando in questo pensoso il cavalliero di Chiaramonte, e non alzando il viso, con molta attenzion fu da un nocchiero che gli era incontra, riguardato fiso: e perché di veder tutto il pensiero che l'occupava tanto, gli fu aviso, come uom che ben parlava ed avea ardire, a seco ragionar lo fece uscire.

68

La somma fu del lor ragionamento, che colui malaccorto era ben stato, che ne la moglie sua l'esperimento maggior che può far donna, avea tentato; che quella che da l'oro e da l'argento difende il cor di pudicizia armato, tra mille spade via più facilmente difenderallo, e in mezzo al fuoco ardente.

69

Il nocchier suggiungea: — Ben gli dicesti, che non dovea offerirle sì gran doni; che contrastare a questi assalti e a questi colpi non sono tutti i petti buoni. Non so se d'una giovane intendesti (ch'esser pò che tra voi se ne ragioni), che nel medesmo error vide il consorte, di ch'esso avea lei condannata a morte.

70

Dovea in memoria avere il signor mio, che l'oro e 'l premio ogni durezza inchina; ma, quando bisognò, l'ebbe in oblio, ed ei si procacciò la sua ruina. Così sapea lo esempio egli, com'io, che fu in questa città di qui vicina, sua patria e mia, che 'l lago e la palude del rifrenato Menzo intorno chiude:

71

d'Adonio voglio dir, che 'l ricco dono fe' alla moglie del giudice, d'un cane. — — Di questo (disse il paladino) il suono non passa l'Alpe, e qui tra voi rimane; perché né in Francia, né dove ito sono, parlar n'udi' ne le contrade estrane: sì che dì pur, se non t'incresce il dire; che volentieri io mi t'acconcio a udire. —

72

Il nocchier cominciò: — Già fu di questa terra un Anselmo di famiglia degna, che la sua gioventù con lunga vesta spese in saper ciò ch'Ulpiano insegna e di nobil progenie, bella e onesta moglie cercò, ch'al grado suo convegna; e d'una terra quindi non lontana n'ebbe una di bellezza sopraumana;

73

e di bei modi e tanto graziosi, che parea tutto amore e leggiadria; e di molto più forse, ch'ai riposi, ch'allo stato di lui non convenia. Tosto che l'ebbe, quanti mai gelosi al mondo fur, passò di gelosia: non già ch'altra cagion gli ne desse ella, che d'esser troppo accorta e troppo bella.

74

Ne la città medesma un cavalliero era d'antiqua e d'onorata gente, che discendea da quel lignaggio altiero ch'uscì d'una mascella di serpente, onde già Manto, e chi con essa fero la patria mia, disceser similmente. Il cavallier, ch'Adonio nominosse, di questa bella donna inamorosse.

75

E per venire a fin di questo amore, a spender cominciò senza ritegno in vestire, in conviti, in farsi onore, quanto può farsi un cavallier più degno. Il tesor di Tiberio imperatore non saria stato a tante spese al segno. Io credo ben che non passar duo verni, ch'egli uscì fuor di tutti i ben paterni.

76

La casa ch'era dianzi frequentata matina e sera tanto dagli amici, sola restò, tosto che fu privata di starne, di fagian, di coturnici. Egli che capo fu de la brigata, rimase dietro, e quasi fra mendici. Pensò, poi ch'in miseria era venuto, d'andare ove non fosse conosciuto.

77

Con questa intenzione una mattina, senza far motto altrui, la patria lascia; e con sospiri e lacrime camina lungo lo stagno che le mura fascia. La donna che del cor gli era regina, già non oblia per la seconda ambascia. Ecco un'alta aventura che lo viene di sommo male a porre in sommo bene.

78

Vede un villan che con un gran bastone intorno alcuni sterpi s'affatica. Quivi Adonio si ferma, e la cagione di tanto travagliar vuol che gli dica. Disse il villan, che dentro a quel macchione veduto avea una serpe molto antica, di che più lunga e grossa a' giorni suoi non vide, né credea mai veder poi;

79

e che non si voleva indi partire, che non l'avesse ritrovata e morta. Come Adonio lo sente così dire, con poca pazienza lo sopporta. Sempre solea le serpi favorire; che per insegna il sangue suo le porta in memoria ch'uscì sua prima gente de' denti seminati di serpente.

80

e disse e fece col villano in guisa che, suo mal grado, abbandonò l'impresa; sì che da lui non fu la serpe uccisa, né più cercata, né altrimenti offesa. Adonio ne va poi dove s'avisa che sua condizion sia meno intesa; e dura con disagio e con affanno fuor de la patria appresso al settimo anno.

81

Né mai per lontananza, né strettezza del viver, che i pensier non lascia ir vaghi, cessa Amor che sì gli ha la mano avezza, ch'ognor non li arda il core, ognor impiaghi. È forza al fin che torni alla bellezza che son di riveder sì gli occhi vaghi. Barbuto, afflitto, e assai male in arnese, là donde era venuto, il camin prese.

82

In questo tempo alla mia patria accade mandare uno oratore al Padre santo, che resti appresso alla sua Santitade per alcun tempo e non fu detto quanto. Gettan la sorte, e nel giudice cade. Oh giorno a lui cagion sempre di pianto! Fe' scuse, pregò assai, diede e promesse per non partirsi; e al fin sforzato cesse.

83

Non gli parea crudele e duro manco a dover sopportar tanto dolore, che se veduto aprir s'avesse il fianco, e vedutosi trar con mano il core. Di geloso timor pallido e bianco per la sua donna, mentre staria fuore, lei con quei modi che giovar si crede, supplice priega a non mancar di fede:

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dicendole ch'a donna né bellezza, né nobiltà, né gran fortuna basta, sì che di vero onor monti in altezza, se per nome e per opre non è casta; e che quella virtù via più si prezza, che di sopra riman quando contrasta, e ch'or gran campo avria per questa assenza, di far di pudicizia esperienza.

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