# Orlando Furioso

## Part 58

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La partita d'Angelica non molto sarebbe grave all'animoso amante; né pur gli avria turbato il sonno, o tolto il pensier di tornarsene in Levante: ma sentendo ch'avea del suo amor colto un Saracino le primizie inante, tal passione e tal cordoglio sente, che non fu in vita sua, mai, più dolente.

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Non ha poter d'una risposta sola; triema il cor dentro, e trieman fuor le labbia; non può la lingua disnodar parola; la bocca ha amara, e par che tosco v'abbia. Da Malagigi subito s'invola; e come il caccia la gelosa rabbia, dopo gran pianto e gran ramaricarsi, verso Levante fa pensier tornarsi.

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Chiede licenza al figlio di Pipino: e trova scusa che 'l destrier Baiardo, che ne mena Gradasso saracino contra il dover di cavallier gagliardo, lo muove per suo onore a quel camino, acciò che vieti al Serican bugiardo di mai vantarsi che con spada o lancia l'abbia levato a un paladin di Francia.

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Lasciollo andar con sua licenza Carlo, ben che ne fu con tutta Francia mesto; ma finalmente non seppe negarlo, tanto gli parve il desiderio onesto. Vuol Dudon, vuol Guidone accompagnarlo; ma lo niega Rinaldo a quello e a questo. Lascia Parigi, e se ne va via solo, pien di sospiri e d'amoroso duolo.

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Sempre ha in memoria, e mai non se gli tolle, ch'averla mille volte avea potuto, e mille volte avea ostinato e folle di sì rara beltà fatto rifiuto; e di tanto piacer ch'aver non volle, sì bello e sì buon tempo era perduto: ed ora eleggerebbe un giorno corto averne solo, e rimaner poi morto.

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Ha sempre in mente, e mai non se ne parte, come esser puote ch'un povero fante abbia del cor di lei spinto da parte merito e amor d'ogni altro primo amante. Con tal pensier che 'l cor gli straccia e parte, Rinaldo se ne va verso Levante; e dritto al Reno e a Basilea si tiene, fin che d'Ardenna alla gran selva viene.

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Poi che fu dentro a molte miglia andato il paladin pel bosco aventuroso, da ville e da castella allontanato, ove aspro era più il luogo e periglioso, tutto in un tratto vide il ciel turbato, sparito il sol tra nuvoli nascoso, ed uscir fuor d'una caverna oscura un strano mostro in feminil figura.

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Mill'occhi in capo avea senza palpèbre; non può serrarli, e non credo che dorma: non men che gli occhi, avea l'orecchie crebre; avea in loco de crin serpi a gran torma. Fuor de le diaboliche tenèbre nel mondo uscì la spaventevol forma. Un fiero e maggior serpe ha per la coda, che pel petto si gira e che l'annoda.

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Quel ch'a Rinaldo in mille e mille imprese più non avvenne mai, quivi gli avviene; che come vede il mostro ch'all'offese se gli apparecchia, e ch'a trovar lo viene, tanta paura, quanta mai non scese in altri forse, gli entra ne le vene: ma pur l'usato ardir simula e finge, e con trepida man la spada stringe.

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S'acconcia il mostro in guisa al fiero assalto, che si può dir che sia mastro di guerra: vibra il serpente venenoso in alto, e poi contra Rinaldo si disserra; di qua di là gli vien sopra a gran salto. Rinaldo contra lui vaneggia ed erra: colpi a dritto e a riverso tira assai, ma non ne tira alcun che fera mai.

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Il mostro al petto il serpe ora gli appicca, che sotto l'arme e sin nel cor l'agghiaccia; ora per la visiera gliele ficca, e fa ch'erra pel collo e per la faccia. Rinaldo da l'impresa si dispicca, e quanto può con sproni il destrier caccia: ma la Furia infernal già non par zoppa, che spicca un salto, e gli è subito in groppa.

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Vada al traverso, al dritto, ove si voglia, sempre ha con lui la maledetta peste; né sa modo trovar, che se ne scioglia, ben che 'l destrier di calcitrar non reste. Triema a Rinaldo il cor come una foglia: non ch'altrimente il serpe lo moleste; ma tanto orror ne sente e tanto schivo, che stride e geme, e duolsi ch'egli è vivo.

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Nel più tristo sentier, nel peggior calle scorrendo va, nel più intricato bosco, ove ha più asprezza il balzo, ove la valle è più spinosa, ov'è l'aer più fosco, così sperando torsi da le spalle quel brutto, abominoso, orrido tosco; e ne saria mal capitato forse, se tosto non giungea chi lo soccorse.

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Ma lo soccorse a tempo un cavalliero di bello armato e lucido metallo, che porta un giogo rotto per cimiero, di rosse fiamme ha pien lo scudo giallo; così trapunto il suo vestire altiero, così la sopravesta del cavallo: la lancia ha in pugno, e la spada al suo loco, e la mazza all'arcion, che getta foco.

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Piena d'un foco eterno è quella mazza, che senza consumarsi ognora avampa: né per buon scudo o tempra di corazza o per grossezza d'elmo se ne scampa. Dunque si debbe il cavallier far piazza, giri ove vuol l'inestinguibil lampa: né manco bisognava al guerrier nostro, per levarlo di man del crudel mostro.

55

E come cavallier d'animo saldo, ove ha udito il rumor, corre e galoppa, tanto che vede il mostro che Rinaldo col brutto serpe in mille nodi agroppa, e sentir fagli a un tempo freddo e caldo; che non ha via di torlosi di groppa. Va il cavalliero, e fere il mostro al fianco, e lo fa trabboccar dal lato manco.

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Ma quello è a pena in terra che si rizza, e il lungo serpe intorno aggira e vibra. Quest'altro più con l'asta non l'attizza; ma di farla col fuoco si delibra. La mazza impugna, e dove il serpe guizza, spessi come tempesta i colpi libra; né lascia tempo a quel brutto animale, che possa farne un solo o bene o male:

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e mentre a dietro il caccia o tiene a bada, e lo percuote, e vendica mille onte, consiglia il paladin che se ne vada per quella via che s'alza verso il monte. Quel s'appiglia al consiglio ed alla strada; e senza dietro mai volger la fronte, non cessa, che di vista se gli tolle, ben che molto aspro era a salir quel colle.

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Il cavallier, poi ch'alla scura buca fece tornare il mostro da l'inferno, ove rode se stesso e si manuca, e da mille occhi versa il pianto eterno; per esser di Rinaldo guida e duca gli salì dietro, e sul giogo superno gli fu alle spalle, e si mise con lui per trarlo fuor de' luoghi oscuri e bui.

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Come Rinaldo il vide ritornato, gli disse che gli avea grazia infinita, e ch'era debitore in ogni lato di porre a beneficio suo la vita. Poi lo domanda come sia nomato, acciò dir sappia chi gli ha dato aita, e tra guerrieri possa e inanzi a Carlo de l'alta sua bontà sempre esaltarlo.

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Rispose il cavallier: — Non ti rincresca se 'l nome mio scoprir non ti vogli'ora: ben tel dirò prima ch'un passo cresca l'ombra; che ci sarà poca dimora. — Trovaro, andando insieme, un'acqua fresca che col suo mormorio facea talora pastori e viandanti al chiaro rio venire, e berne l'amoroso oblio.

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Signor, queste eran quelle gelide acque, quelle che spengon l'amoroso caldo; di cui bevendo, ad Angelica nacque l'odio ch'ebbe di poi sempre a Rinaldo. E s'ella un tempo a lui prima dispiacque, e se ne l'odio il ritrovò sì saldo, non derivò, Signor, la causa altronde, se non d'aver beuto di queste onde.

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Il cavallier che con Rinaldo viene, come si vede inanzi al chiaro rivo, caldo per la fatica il destrier tiene, e dice: — Il posar qui non fia nocivo. — — Non fia (disse Rinaldo) se non bene; ch'oltre che prema il mezzogiorno estivo, m'ha così il brutto mostro travagliato, che 'l riposar mi fia commodo e grato. —

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L'un e l'altro smontò del suo cavallo, e pascer lo lasciò per la foresta; e nel fiorito verde a rosso e a giallo ambi si trasson l'elmo de la testa. Corse Rinaldo al liquido cristallo, spinto da caldo e da sete molesta, e cacciò, a un sorso del freddo liquore, dal petto ardente e la sete e l'amore.

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Quando lo vide l'altro cavalliero la bocca sollevar de l'acqua molle, e ritrarne pentito ogni pensiero di quel desir ch'ebbe d'amor sì folle; si levò ritto, e con sembiante altiero gli disse quel che dianzi dir non volle: — Sappi, Rinaldo, il nome mio è lo Sdegno, venuto sol per sciorti il giogo indegno. —

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Così dicendo, subito gli sparve, e sparve insieme il suo destrier con lui. Questo a Rinaldo un gran miracol parve; s'aggirò intorno, e disse: — Ove è costui? — Stimar non sa se sian magiche larve, che Malagigi un de' ministri sui gli abbia mandato a romper la catena che lungamente l'ha tenuto in pena:

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o pur che Dio da l'alta ierarchia gli abbia per ineffabil sua bontade mandato, come già mandò a Tobia, un angelo a levar di cecitade. Ma buono o rio demonio, o quel che sia, che gli ha renduta la sua libertade, ringrazia e loda; e da lui sol conosce che sano ha il cor da l'amorose angosce.

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Gli fu nel primier odio ritornata Angelica; e gli parve troppo indegna d'esser, non che sì lungi seguitata, ma che per lei pur mezza lega vegna. Per Baiardo riaver tutta fiata verso India in Sericana andar disegna, sì perché l'onor suo lo stringe a farlo, sì per averne già parlato a Carlo.

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Giunse il giorno seguente a Basilea, ove la nuova era venuta inante, che 'l conte Orlando aver pugna dovea contra Gradasso e contro il re Agramante. Né questo per aviso si sapea, ch'avesse dato il cavallier d'Anglante; ma di Sicilia in fretta venut'era chi la novella v'apportò per vera.

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Rinaldo vuol trovarsi con Orlando alla battaglia, e se ne vede lunge. Di dieci in dieci miglia va mutando cavalli e guide, e corre e sferza e punge. Passa il Reno a Costanza, e in su volando, traversa l'Alpe, ed in Italia giunge. Verona a dietro, a dietro Mantua lassa; sul Po si trova, e con gran fretta il passa.

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Già s'inchinava il sol molto alla sera, e già apparia nel ciel la prima stella, quando Rinaldo in ripa alla riviera stando in pensier s'avea da mutar sella, o tanto soggiornar, che l'aria nera fuggisse inanzi all'altra aurora bella, venir si vede un cavalliero inanti cortese ne l'aspetto e nei sembianti.

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Costui, dopo il saluto, con bel modo gli domandò s'aggiunto a moglie fosse. Disse Rinaldo: — Io son nel giugal nodo: — ma di tal domandar maravigliosse. Soggiunse quel: — Che sia così, ne godo. — Poi, per chiarir perché tal detto mosse, disse: — Io ti priego che tu sia contento ch'io ti dia questa sera alloggiamento;

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che ti farò veder cosa che debbe ben volentieri veder chi ha moglie a lato. — Rinaldo, sì perché posar vorrebbe, ormai di correr tanto affaticato; sì perché di vedere e d'udire ebbe sempre aventure un desiderio innato; accettò l'offerir del cavalliero, e dietro gli pigliò nuovo sentiero.

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Un tratto d'arco fuor di strada usciro, e inanzi un gran palazzo si trovaro, onde scudieri in gran frotta veniro con torchi accesi, e fero intorno chiaro. Entrò Rinaldo, e voltò gli occhi in giro, e vide loco il qual si vede raro, di gran fabrica e bella e bene intesa; né a privato uom convenia tanta spesa.

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Di serpentin, di porfido le dure pietre fan de la porta il ricco volto. Quel che chiude è di bronzo, con figure che sembrano spirar, muovere il volto. Sotto un arco poi s'entra, ove misture di bel musaico ingannan l'occhio molto. Quindi si va in un quadro ch'ogni faccia de le sue logge ha lunga cento braccia.

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La sua porta ha per sé ciascuna loggia, e tra la porta e sé ciascuna ha un arco: d'ampiezza pari son, ma varia foggia fe' d'ornamenti il mastro lor non parco. Da ciascuno arco s'entra, ove si poggia sì facil, ch'un somier vi può gir carco. Un altro arco di su trova ogni scala; e s'entra per ogni arco in una sala.

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Gli archi di sopra escono fuor del segno tanto, che fan coperchio alle gran porte; e ciascun due colonne ha per sostegno, altre di bronzo, altre di pietra forte. Lungo sarà, se tutti vi disegno gli ornati alloggiamenti de la corte; e oltr'a quel ch'appar, quanti agi sotto la cava terra il mastro avea ridotto.

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L'alte colonne e i capitelli d'oro, da che i gemmati palchi eran suffulti, i peregrini marmi che vi foro da dotta mano in varie forme sculti, pitture e getti, e tant'altro lavoro (ben che la notte agli occhi il più ne occulti), mostran che non bastaro a tanta mole di duo re insieme le ricchezze sole.

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Sopra gli altri ornamenti ricchi e belli, ch'erano assai ne la gioconda stanza, v'era una fonte che per più ruscelli spargea freschissime acque in abondanza. Poste le mense avean quivi i donzelli; ch'era nel mezzo per ugual distanza: vedeva, e parimente veduta era da quattro porte de la casa altiera.

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Fatta da mastro diligente e dotto la fonte era con molta e suttil opra, di loggia a guisa, o padiglion ch'in otto facce distinto, intorno adombri e cuopra. Un ciel d'oro, che tutto era di sotto colorito di smalto, le sta sopra; ed otto statue son di marmo bianco, che sostengon quel ciel col braccio manco.

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Ne la man destra il corno d'Amaltea sculto aveva lor l'ingenioso mastro, onde con grato murmure cadea l'acqua di fuore in vaso d'alabastro; ed a sembianza di gran donna avea ridutto con grande arte ogni pilastro. Son d'abito e di faccia differente, ma grazia hanno e beltà tutte ugualmente.

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Fermava il piè ciascuno di questi segni sopra due belle imagini più basse, che con la bocca aperta facean segni che 'l canto e l'armonia lor dilettasse; e quell'atto in che son, par che disegni che l'opra e studio lor tutto lodasse le belle donne che sugli omeri hanno, se fosser quei di cu' in sembianza stanno.

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I simulacri inferiori in mano avean lunghe ed amplissime scritture, ove facean con molta laude piano i nomi de le più degne figure; e mostravano ancor poco lontano i propri loro in note non oscure. Mirò Rinaldo a lume di doppieri le donne ad una ad una e i cavallieri.

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La prima iscrizion ch'agli occhi occorre, con lungo onor Lucrezia Borgia noma, la cui bellezza ed onestà preporre debbe all'antiqua la sua patria Roma. I duo che voluto han sopra sé torre tanto eccellente ed onorata soma, noma lo scritto, Antonio Tebaldeo, Ercole Strozza: un Lino ed uno Orfeo.

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Non men gioconda statua né men bella si vede appresso, e la scrittura dice: — Ecco la figlia d'Ercole, Issabella, per cui Ferrara si terrà felice via più, perché in lei nata sarà quella, che d'altro ben che prospera e fautrice e benigna Fortuna dar le deve, volgendo gli anni nel suo corso lieve. —

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I duo che mostran disiosi affetti che la gloria di lei sempre risuone, Gian Iacobi ugualmente erano detti, l'uno Calandra, e l'altro Bardelone. Nel terzo e quarto loco ove per stretti rivi l'acqua esce fuor del padiglione, due donne son, che patria, stirpe, onore hanno di par, di par beltà e valore.

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Elissabetta l'una e Leonora nominata era l'altra: e fia, per quanto narrava il marmo sculto, d'esse ancora sì gloriosa la terra di Manto, che di Vergilio, che tanto l'onora, più che di queste, non si darà vanto. Avea la prima a piè del sacro lembo Iacobo Sadoletto e Pietro Bembo.

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Uno elegante Castiglione, e un culto Muzio Arelio de l'altra eran sostegni. Di questi nomi era il bel marmo sculto, ignoti allora, or sì famosi e degni. Veggon poi quella a cui dal cielo indulto tanta virtù sarà, quanta ne regni, o mai regnata in alcun tempo sia, versata da Fortuna or buona or ria.

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Lo scritto d'oro esser costei dichiara Lucrezia Bentivoglia; e fra le lode pone di lei, che 'l duca di Ferrara d'esserle padre si rallegra e gode. Di costei canta con soave e chiara voce un Camil che 'l Reno e Felsina ode con tanta attenzion, tanto stupore, con quanta Anfriso udì già il suo pastore;

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ed un per cui la terra, ove l'Isauro le sue dolci acque insala in maggior vase, nominata sarà da l'Indo al Mauro, e da l'austrine all'iperboree case, via più che per pesare il romano auro, di che perpetuo nome le rimase; Guido Postumo, a cui doppia corona Pallade quinci, e quindi Febo dona.

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L'altra che segue in ordine, è Diana. — Non guardar (dice il marmo scritto) ch'ella sia altiera in vista; che nel core umana non sarà però men ch'in viso bella. — Il dotto Celio Calcagnin lontana farà la gloria e 'l bel nome di quella nel regno di Monese, in quel di Iuba, in India e Spagna udir con chiara tuba:

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ed un Marco Cavallo, che tal fonte farà di poesia nascer d'Ancona, qual fe' il cavallo alato uscir del monte, non so se di Parnasso o d'Elicona. Beatrice appresso a questo alza la fronte, di cui lo scritto suo così ragiona: — Beatrice bea, vivendo, il suo consorte, e lo lascia infelice alla sua morte;

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anzi tutta l'Italia, che con lei fia triunfante, e senza lei, captiva. — Un signor di Coreggio di costei con alto stil par che cantando scriva, e Timoteo, l'onor de' Bendedei: ambi faran tra l'una e l'altra riva fermare al suon de' lor soavi plettri il fiume ove sudar gli antiqui elettri.

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Tra questo loco e quel de la colonna che fu sculpita in Borgia, com'è detto, formata in alabastro una gran donna era di tanto e sì sublime aspetto, che sotto puro velo, in nera gonna, senza oro e gemme, in un vestire schietto, tra le più adorne non parea men bella, che sia tra l'altre la ciprigna stella.

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Non si potea, ben contemplando fiso, conoscer se più grazia o più beltade, o maggior maestà fosse nel viso, o più indizio d'ingegno o d'onestade. — Chi vorrà di costei (dicea l'inciso marmo) parlar, quanto parlar n'accade, ben torrà impresa più d'ogn'altra degna; ma non però ch'a fin mai se ne vegna. —

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Dolce quantunque e pien di grazia tanto fosse il suo bello e ben formato segno, parea sdegnarsi che con umil canto ardisse lei lodar sì rozzo ingegno, com'era quel che sol, senz'altri a canto (non so perché), le fu fatto sostegno. Di tutto 'l resto erano i nomi sculti; sol questi due l'artefice avea occulti.

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Fanno le statue in mezzo un luogo tondo, che 'l pavimento asciutto ha di corallo, di freddo soavissimo giocondo, che rendea il puro e liquido cristallo, che di fuor cade in un canal fecondo, che 'l prato verde, azzurro, bianco e giallo rigando, scorre per vari ruscelli, grato alle morbide erbe e agli arbuscelli.

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Col cortese oste ragionando stava il paladino a mensa; e spesso spesso, senza più differir, gli ricordava che gli attenesse quanto avea promesso: e ad or ad or mirandolo, osservava ch'avea di grande affanno il core oppresso; che non può star momento che non abbia un cocente sospiro in su le labbia.

98

Spesso la voce dal disio cacciata viene a Rinaldo sin presso alla bocca per domandarlo; e quivi, raffrenata di cortese modestia, fuor non scocca. Ora essendo la cena terminata, ecco un donzello a chi l'ufficio tocca, pon su la mensa un bel nappo d'or fino, di fuor di gemme, e dentro pien di vino.

99

Il signor de la casa allora alquanto sorridendo, a Rinaldo levò il viso; ma chi ben lo notava, più di pianto parea ch'avesse voglia che di riso. Disse: — Ora a quel che mi ricordi tanto, che tempo sia di sodisfar m'è aviso; mostrarti un paragon ch'esser de' grato di vedere a ciascun c'ha moglie allato.

100

Ciascun marito, a mio giudizio, deve sempre spiar se la sua donna l'ama; saper s'onore o biasmo ne riceve, se per lei bestia, o se pur uom si chiama. L'incarco de le corna è lo più lieve ch'al mondo sia, se ben l'uom tanto infama: lo vede quasi tutta l'altra gente; e chi l'ha in capo, mai non se lo sente.

101

Se tu sai che fedel la moglie sia, hai di più amarla e d'onorar ragione, che non ha quel che la conosce ria, o quel che ne sta in dubbio e in passione. Di molte n'hanno a torto gelosia i lor mariti, che son caste e buone: molti di molte anco sicuri stanno, che con le corna in capo se ne vanno.

102

Se vuoi saper se la tua sia pudica (come io credo che credi, e creder déi; ch'altrimente far credere è fatica, se chiaro già per prova non ne sei), tu per te stesso, senza ch'altri il dica, te n'avvedrai, s'in questo vaso bei; che per altra cagion non è qui messo, che per mostrarti quanto io t'ho promesso.

103

Se béi con questo, vedrai grande effetto; che se porti il cimier di Cornovaglia, il vin ti spargerai tutto sul petto, né gocciola sarà ch'in bocca saglia: ma s'hai moglie fedel, tu berai netto. Or di veder tua sorte ti travaglia. — Così dicendo, per mirar tien gli occhi, ch'in seno il vin Rinaldo si trabbocchi.

104

Quasi Rinaldo di cercar suaso quel che poi ritrovar non vorria forse, messa la mano inanzi, e preso il vaso, fu presso di volere in prova porse: poi, quanto fosse periglioso il caso a porvi i labri, col pensier discorse. Ma lasciate, Signor, ch'io mi ripose; poi dirò quel che 'l paladin rispose.

CANTO QUARANTATREESIMO

1

O esecrabile Avarizia, o ingorda fame d'avere, io non mi maraviglio ch'ad alma vile e d'altre macchie lorda, sì facilmente dar possi di piglio; ma che meni legato in una corda, e che tu impiaghi del medesmo artiglio alcun, che per altezza era d'ingegno, se te schivar potea, d'ogni onor degno.

2

Alcun la terra e 'l mare e 'l ciel misura, e render sa tutte le cause a pieno d'ogni opra, d'ogni effetto di Natura, e poggia sì ch'a Dio riguarda in seno; e non può aver più ferma e maggior cura, morso dal tuo mortifero veleno, ch'unir tesoro: e questo sol gli preme, e ponvi ogni salute, ogni sua speme.

3

Rompe eserciti alcuno, e ne le porte si vede entrar di bellicose terre, ed esser primo a porre il petto forte, ultimo a trarre, in perigliose guerre; e non può riparar che sino a morte tu nel tuo cieco carcere nol serre. Altri d'altre arti e d'altri studi industri, oscuri fai, che sarian chiari e illustri.

4

Che d'alcune dirò belle e gran donne ch'a bellezza, a virtù de fidi amanti, a lunga servitù, più che colonne io veggo dure, immobili e costanti? Veggo venir poi l'Avarizia, e ponne far sì, che par che subito le incanti: in un dì, senza amor (chi fia che 'l creda?) a un vecchio, a un brutto, a un mostro le dà in preda.

5

Non è senza cagion s'io me ne doglio: intendami chi può, che m'intend'io. Né però di proposito mi toglio, né la materia del mio canto oblio; ma non più a quel c'ho detto, adattar voglio, ch'a quel ch'io v'ho da dire, il parlar mio. Or torniamo a contar del paladino ch'ad assaggiare il vaso fu vicino.

6

Io vi dicea ch'alquanto pensar volle, prima ch'ai labri il vaso s'appressasse. Pensò, e poi disse: — Ben sarebbe folle chi quel che non vorria trovar, cercasse. Mia donna è donna, ed ogni donna è molle: lasciàn star mia credenza come stasse. Sin qui m'ha il creder mio giovato, e giova: che poss'io megliorar per farne prova?

7

Potria poco giovare e nuocer molto; che 'l tentar qualche volta Idio disdegna. Non so s'in questo io mi sia saggio o stolto; ma non vo' più saper, che mi convegna. Or questo vin dinanzi mi sia tolto: sete non n'ho, né vo' che me ne vegna; che tal certezza ha Dio più proibita, ch'al primo padre l'arbor de la vita.

8

Che come Adam, poi che gustò del pomo che Dio con propria bocca gl'interdisse, da la letizia al pianto fece un tomo, onde in miseria poi sempre s'afflisse; così, se de la moglie sua vuol l'uomo tutto saper quanto ella fece e disse, cade de l'allegrezze in pianti e in guai, onde non può più rilevarsi mai. —

9

Così dicendo il buon Rinaldo, e intanto respingendo da sé l'odiato vase, vide abondare un gran rivo di pianto dagli occhi del signor di quelle case, che disse, poi che racchetossi alquanto: — Sia maledetto chi mi persuase ch'io facesse la prova, ohimè! di sorte, che mi levò la dolce mia consorte.

10

