Part 52
E poi che per stracciarlo e farne scempio non si sfoga il fellon né disacerba, vien fra le donne di che è pieno il tempio, né più l'una de l'altra ci riserba; ma di noi fa col brando crudo ed empio quel che fa con la falce il villan d'erba. Non vi fu alcun ripar, ch'in un momento trenta n'uccise, e ne ferì ben cento.
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Egli da la sua gente è sì temuto, ch'uomo non fu ch'ardisse alzar la testa. Fuggon le donne col popul minuto fuor de la chiesa, e chi può uscir, non resta. Quel pazzo impeto al fin fu ritenuto dagli amici con prieghi e forza onesta, e lasciando ogni cosa in pianto al basso, fatto entrar ne la rocca in cima al sasso.
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E tuttavia la colera durando, di cacciar tutte per partito prese; poi che gli amici e 'l populo pregando, che non ci uccise a fatto, gli contese: e quel medesmo dì fe' andare un bando, che tutte gli sgombrassimo il paese; e darci qui gli piacque le confine. Misera chi al castel più s'avvicine!
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Da le mogli così furo i mariti, da le madri così i figli divisi. S'alcuni sono a noi venire arditi, nol sappia già chi Marganor n'avisi; che di multe gravissime puniti n'ha molti, e molti crudelmente uccisi. Al suo castello ha poi fatto una legge, di cui peggior non s'ode né si legge.
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Ogni donna che trovin ne la valle, la legge vuol (ch'alcuna pur vi cade) che percuotan con vimini alle spalle, e la faccian sgombrar queste contrade: ma scorciar prima i panni, e mostrar falle quel che Natura asconde ed Onestade; e s'alcuna vi va, ch'armata scorta abbia di cavallier, vi resta morta.
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Quelle c'hanno per scorta cavallieri, son da questo nimico di pietate, come vittime, tratte ai cimiteri dei morti figli, e di sua man scannate. Leva con ignominia arme e destrieri, e poi caccia in prigion chi l'ha guidate: e lo può far; che sempre notte e giorno si trova più di mille uomini intorno.
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E dir di più vi voglio ancora, ch'esso, s'alcun ne lascia, vuol che prima giuri su l'ostia sacra, che 'l femineo sesso in odio avrà fin che la vita duri. Se perder queste donne e voi appresso dunque vi pare, ite a veder quei muri ove alberga il fellone, e fate prova s'in lui più forza o crudeltà si trova. —
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Così dicendo, le guerriere mosse prima a pietade, e poscia a tanto sdegno, che se, come era notte, giorno fosse, sarian corse al castel senza ritegno. La bella compagnia quivi pososse; e tosto che l'Aurora fece segno che dar dovesse al Sol loco ogni stella, ripigliò l'arme e si rimesse in sella.
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Già sendo in atto di partir, s'udiro le strade risonar dietro le spalle d'un lungo calpestio, che gli occhi in giro fece a tutti voltar giù ne la valle. E lungi quanto esser potrebbe un tiro di mano, andar per uno istretto calle vider da forse venti armati in schiera, di che parte in arcion, parte a pied'era;
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e che traean con lor sopra un cavallo donna ch'al viso aver parea molt'anni, a guisa che si mena un che per fallo a fuoco o a ceppo o a laccio si condanni: la qual fu, non ostante l'intervallo, tosto riconosciuta al viso e ai panni. La riconobber queste de la villa esser la cameriera di Drusilla:
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la cameriera che con lei fu presa dal rapace Tanacro, come ho detto, ed a chi fu dipoi data l'impresa di quel venen che fe' 'l crudele effetto. Non era entrata ella con l'altre in chiesa; che di quel che seguì stava in sospetto: anzi in quel tempo, de la villa uscita, ove esser sperò salva, era fugita.
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Avuto Marganor poi di lei spia, la qual s'era ridotta in Ostericche, non ha cessato mai di cercar via come in man l'abbia, acciò l'abruci o impicche: e finalmente l'Avarizia ria, mossa da doni e da proferte ricche, ha fatto ch'un baron, ch'assicurata l'avea in sua terra, a Marganor l'ha data:
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e mandata glie l'ha fin a Costanza sopra un somier, come la merce s'usa, legata e stretta, e toltole possanza di far parole, e in una cassa chiusa: onde poi questa gente l'ha ad istanza de l'uom ch'ogni pietade ha da sé esclusa, quivi condotta con disegno ch'abbia l'empio a sfogar sopra di lei sua rabbia.
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Come il gran fiume che di Vesulo esce, quanto più inanzi e verso il mar discende, e che con lui Lambra e Ticin si mesce, ed Ada e gli altri onde tributo prende, tanto più altiero e impetuoso cresce; così Ruggier, quante più colpe intende di Marganor, così le due guerriere se gli fan contra più sdegnose e fiere.
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Elle fur d'odio, elle fur d'ira tanta contra il crudel, per tante colpe, accese, che di punirlo, mal grado di quanta gente egli avea, conclusion si prese. Ma dargli presta morte troppo santa pena lor parve e indegna a tante offese; ed era meglio fargliela sentire, fra strazio prolungandola e martìre.
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Ma prima liberar la donna è onesto, che sia condotta da quei birri a morte. Lentar di briglia col calcagno presto fece a' presti destrier far le vie corte. Non ebbon gli assaliti mai di questo uno incontro più acerbo né più forte; sì che han di grazia di lasciar gli scudi e la donna e l'arnese, e fuggir nudi:
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sì come il lupo che di preda vada carco alla tana, e quando più si crede d'esser sicur, dal cacciator la strada e da' suoi cani attraversar si vede, getta la soma, e dove appar men rada la scura macchia inanzi, affretta il piede. Già men presti non fur quelli a fuggire, che li fusson quest'altri ad assalire.
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Non pur la donna e l'arme vi lasciaro, ma de' cavalli ancor lasciaron molti, e da rive e da grotte si lanciaro, parendo lor così d'esser più sciolti. Il che alle donne ed a Ruggier fu caro; che tre di quei cavalli ebbono tolti per portar quelle tre che 'l giorno d'ieri feron sudar le groppe ai tre destrieri.
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Quindi espediti segueno la strada verso l'infame e dispietata villa. Voglion che seco quella vecchia vada, per veder la vendetta di Drusilla. Ella che teme che non ben le accada, lo niega indarno, e piange e grida e strilla; ma per forza Ruggier la leva in groppa del buon Frontino, e via con lei galoppa.
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Giunseno in somma onde vedeano al basso di molte case un ricco borgo e grosso, che non serrava d'alcun lato il passo, perché né muro intorno avea né fosso. Avea nel mezzo un rilevato sasso ch'un'alta rocca sostenea sul dosso. A quella si drizzar con gran baldanza, ch'esser sapean di Marganor la stanza.
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Tosto che son nel borgo, alcuni fanti che v'erano alla guardia de l'entrata, dietro chiudon la sbarra, e già davanti veggion che l'altra uscita era serrata: ed ecco Marganorre, e seco alquanti a piè e a cavallo, e tutta gente armata; che con brevi parole, ma orgogliose, la ria costuma di sua terra espose.
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Marfisa, la qual prima avea composta con Bradamante e con Ruggier la cosa, gli spronò incontro in cambio di risposta; e com'era possente e valorosa, senza ch'abbassi lancia, o che sia posta in opra quella spada sì famosa, col pugno in guisa l'elmo gli martella, che lo fa tramortir sopra la sella.
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Con Marfisa la giovane di Francia spinge a un tempo il destrier, né Ruggier resta ma con tanto valor corre la lancia, che sei, senza levarsela di resta, n'uccide, uno ferito ne la pancia, duo nel petto, un nel collo, un ne la testa: nel sesto che fuggia l'asta si roppe, ch'entrò alle schene e riuscì alle poppe.
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La figliuola d'Amon quanti ne tocca con la sua lancia d'or, tanti n'atterra: fulmine par, che 'l cielo ardendo scocca, che ciò ch'incontra, spezza e getta a terra. Il popul sgombra, chi verso la rocca, chi verso il piano; altri si chiude e serra, chi ne le chiese e chi ne le sue case; né, fuor che morti, in piazza uomo rimase.
103
Marfisa Marganorre avea legato intanto con le man dietro alle rene, ed alla vecchia di Drusilla dato, ch'appagata e contenta se ne tiene. D'arder quel borgo poi fu ragionato, s'a penitenza del suo error non viene: levi la legge ria di Marganorre, e questa accetti, ch'essa vi vuol porre.
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Non fu già d'ottener questo fatica; con quella gente, oltre al timor ch'avea che più faccia Marfisa che non dica, ch'uccider tutti ed abbruciar volea, di Marganorre affatto era nimica e de la legge sua crudele e rea. Ma 'l populo facea come i più fanno, ch'ubbidiscon più a quei che più in odio hanno.
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Però che l'un de l'altro non si fida, e non ardisce conferir sua voglia, lo lascian ch'un bandisca, un altro uccida, a quel l'avere, a questo l'onor toglia. Ma il cor che tace qui, su nel ciel grida, fin che Dio e santi alla vendetta invoglia; la qual, se ben tarda a venir, compensa l'indugio poi con punizione immensa.
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Or quella turba d'ira e d'odio pregna con fatti e con mal dir cerca vendetta: com'è in proverbio, ognun corre a far legna all'arbore che 'l vento in terra getta. Sia Marganorre esempio di chi regna; che chi mal opra, male al fine aspetta. Di vederlo punir de' suoi nefandi peccati, avean piacer piccioli e grandi.
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Molti a chi fur le mogli o le sorelle o le figlie o le madri da lui morte, non più celando l'animo ribelle, correan per dargli di lor man la morte: e con fatica lo difeser quelle magnanime guerriere e Ruggier forte; che disegnato avean farlo morire d'affanno, di disagio e di martire.
108
A quella vecchia che l'odiava quanto femina odiare alcun nimico possa, nudo in mano lo dier, legato tanto, che non si scioglierà per una scossa; ed ella, per vendetta del suo pianto, gli andò facendo la persona rossa con un stimulo aguzzo ch'un villano, che quivi si trovò, le pose in mano.
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La messaggera e le sue giovani anco, che quell'onta non son mai per scordarsi, non s'hanno più a tener le mani al fianco, né meno che la vecchia, a vendicarsi; ma sì è il desir d'offenderlo, che manco viene il potere, e pur vorrian sfogarsi: chi con sassi il percuote, chi con l'unge; altra lo morde, altra cogli aghi il punge.
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Come torrente che superbo faccia lunga pioggia talvolta o nievi sciolte, va ruinoso, e giù da' monti caccia gli arbori e i sassi e i campi e le ricolte; vien tempo poi, che l'orgogliosa faccia gli cade, e sì le forze gli son tolte, ch'un fanciullo, una femina per tutto passar lo puote, e spesso a piede asciutto:
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così già fu che Marganorre intorno fece tremar, dovunque udiasi il nome; or venuto è chi gli ha spezzato il corno di tanto orgoglio, e sì le forze dome, che gli puon far sin a' bambini scorno, chi pelargli la barba e chi le chiome. Quindi Ruggiero e le donzelle il passo alla rocca voltar, ch'era sul sasso.
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La diè senza contrasto in poter loro chi v'era dentro, e così i ricchi arnesi, ch'in parte messi a sacco, in parte foro dati ad Ullania ed a' compagni offesi. Ricovrato vi fu lo scudo d'oro, e quei tre re ch'avea il tiranno presi, li quai venendo quivi, come parmi d'avervi detto, erano a piè senz'armi;
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perché dal dì che fur tolti di sella da Bradamante, a piè sempre eran iti senz'arme, in compagnia de la donzella la qual venìa da sì lontani liti. Non so se meglio o peggio fu di quella, che di lor armi non fusson guerniti. Era ben meglio esser da lor difesa; ma peggio assai, se ne perdean l'impresa:
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perché stata saria, com'eran tutte quelle ch'armate avean seco le scorte, al cimitero misere condutte dei due fratelli, e in sacrificio morte. Gli è pur men che morir, mostrar le brutte e disoneste parti, duro e forte; e sempre questo e ogn'altro obbrobrio amorza il poter dir che le sia fatto a forza.
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Prima ch'indi si partan le guerriere, fan venir gli abitanti a giuramento, che daranno i mariti alle mogliere de la terra e del tutto il reggimento; e castigato con pene severe sarà chi contrastare abbia ardimento. In somma quel ch'altrove è del marito, che sia qui de la moglie è statuito.
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Poi si feccion promettere ch'a quanti mai verrian quivi, non darian ricetto, o fosson cavallieri, o fosson fanti, né 'ntrar li lascerian pur sotto un tetto, se per Dio non giurassino e per santi, o s'altro giuramento v'è più stretto, che sarian sempre de le donne amici, e dei nimici lor sempre nimici;
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e s'avranno in quel tempo, e se saranno, tardi o più tosto, mai per aver moglie, che sempre a quelle sudditi saranno, e ubbidienti a tutte le lor voglie. Tornar Marfisa, prima ch'esca l'anno, disse, e che perdan gli arbori le foglie; e se la legge in uso non trovasse, fuoco e ruina il borgo s'aspettasse.
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Né quindi si partir, che de l'immondo luogo dov'era, fer Drusilla torre, e col marito in uno avel, secondo ch'ivi potean più riccamente porre. La vecchia facea intanto rubicondo con lo stimulo il dosso a Marganorre: sol si dolea di non aver tal lena, che potesse non dar triegua alla pena.
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L'animose guerriere a lato un tempio videno quivi una colonna in piazza, ne la qual fatt'avea quel tiranno empio scriver la legge sua crudele e pazza. Elle, imitando d'un trofeo l'esempio, lo scudo v'attaccaro e la corazza di Marganorre e l'elmo; e scriver fenno la legge appresso, ch'esse al loco denno.
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Quivi s'indugiar tanto, che Marfisa fe' por la legge sua ne la colonna, contraria a quella che già v'era incisa a morte ed ignominia d'ogni donna. Da questa compagnia restò divisa quella d'Islanda, per rifar la gonna; che comparire in corte obbrobrio stima, se non si veste ed orna come prima.
121
Quivi rimase Ullania; e Marganorre di lei restò in potere: ed essa poi, perché non s'abbia in qualche modo a sciorre, e le donzelle un'altra volta annoi, lo fe' un giorno saltar giù d'una torre, che non fe' il maggior salto a' giorni suoi. Non più di lei, né più dei suoi si parli, ma de la compagnia che va verso Arli.
122
Tutto quel giorno, e l'altro fin appresso l'ora di terza andaro; e poi che furo giunti dove in due strade è il camin fesso (l'una va al campo, e l'altra d'Arli al muro), tornar gli amanti ad abbracciarsi, e spesso a tor commiato, e sempre acerbo e duro. Al fin le donne in campo, e in Arli è gito Ruggiero; ed io il mio canto ho qui finito.
CANTO TRENTOTTESIMO
1
Cortesi donne, che benigna udienza date a' miei versi, io vi veggo al sembiante, che quest'altra sì subita partenza che fa Ruggier da la sua fida amante, vi dà gran noia, e avete displicenza poco minor ch'avesse Bradamante; e fate anco argumento ch'esser poco in lui dovesse l'amoroso fuoco.
2
Per ogni altra cagion ch'allontanato contra la voglia d'essa se ne fusse, ancor ch'avesse più tesor sperato che Creso o Crasso insieme non ridusse, io crederia con voi, che penetrato non fosse al cor lo stral che lo percusse; ch'un almo gaudio, un così gran contento non potrebbe comprare oro né argento.
3
Pur, per salvar l'onor, non solamente d'escusa, ma di laude è degno ancora; per salvar, dico, in caso ch'altrimente facendo, biasmo ed ignominia fôra: e se la donna fosse renitente ed ostinata in fargli far dimora, darebbe di sé indizio e chiaro segno o d'amar poco o d'aver poco ingegno.
4
Che se l'amante de l'amato deve la vita amar più de la propria, o tanto (io parlo d'uno amante a cui non lieve colpo d'Amor passò più là del manto); al piacer tanto più, ch'esso riceve, l'onor di quello antepor deve, quanto l'onore è di più pregio che la vita, ch'a tutti altri piaceri è preferita.
5
Fece Ruggiero il debito a seguire il suo signor, che non se ne potea, se non con ignominia, dipartire; che ragion di lasciarlo non avea. E s'Almonte gli fe' il padre morire, tal colpa in Agramante non cadea; ch'in molti effetti avea con Ruggier poi emendato ogni error dei maggior suoi.
6
Farà Ruggiero il debito a tornare al suo signore; ed ella ancor lo fece, che sforzar non lo volse di restare, come potea, con iterata prece. Ruggier potrà alla donna satisfare a un altro tempo, s'or non satisfece: ma all'onor, chi gli manca d'un momento, non può in cento anni satisfar né in cento.
7
Torna Ruggiero in Arli, ove ha ritratta Agramante la gente che gli avanza. Bradamante e Marfisa, che contratta col parentado avean grande amistanza, andaro insieme ove re Carlo fatta la maggior prova avea di sua possanza, sperando, o per battaglia o per assedio, levar di Francia così lungo tedio.
8
Di Bradamante, poi che conosciuta in campo fu, si fe' letizia e festa: ognun la riverisce e la saluta; ed ella a questo e a quel china la testa. Rinaldo, come udì la sua venuta, le venne incontra; né Ricciardo resta né Ricciardetto od altri di sua gente, e la raccoglion tutti allegramente.
9
Come s'intese poi che la compagna era Marfisa, in arme sì famosa, che dal Cataio ai termini di Spagna di mille chiare palme iva pomposa; non è povero o ricco che rimagna nel padiglion: la turba disiosa vien quinci e quindi, e s'urta, storpia e preme sol per veder sì bella coppia insieme.
10
A Carlo riverenti appresentarsi. Questo fu il primo dì (scrive Turpino) che fu vista Marfisa inginocchiarsi; che sol le parve il figlio di Pipino degno, a cui tanto onor dovesse farsi, tra quanti, o mai nel popul saracino o nel cristiano, imperatori e regi per virtù vide o per ricchezza egregi.
11
Carlo benignamente la raccolse, e le uscì incontra fuor dei padiglioni; e che sedesse a lato suo poi volse sopra tutti re, principi e baroni. Si diè licenza a chi non se la tolse; sì che tosto restaro in pochi e buoni: restaro i paladini e i gran signori; la vilipesa plebe andò di fuori.
12
Marfisa cominciò con grata voce: — Eccelso, invitto e glorioso Augusto, che dal mar Indo alla Tirinzia foce, dal bianco Scita all'Etiope adusto riverir fai la tua candida croce, né di te regna il più saggio o 'l più giusto; tua fama, ch'alcun termine non serra, qui tratto m'ha fin da l'estrema terra.
13
E, per narrarti il ver, sola mi mosse invidia, e sol per farti guerra io venni, acciò che sì possente un re non fosse, che non tenesse la legge ch'io tenni. Per questo ho fatto le campagne rosse del cristian sangue; ed altri fieri cenni era per farti da crudel nimica, se non cadea chi mi t'ha fatto amica.
14
Quando nuocer pensai più alle tue squadre, io trovo (e come sia dirò più adagio) che 'l bon Ruggier di Risa fu mio padre, tradito a torto dal fratel malvagio. Portommi in corpo mia misera madre di là dal mare, e nacqui in gran disagio. Nutrimmi un mago infin al settimo anno, a cui gli Arabi poi rubata m'hanno.
15
E mi vendero in Persia per ischiava a un re che poi cresciuta io posi a morte; che mia virginità tor mi cercava. Uccisi lui con tutta la sua corte; tutta cacciai la sua progenie prava, e presi il regno; e tal fu la mia sorte, che diciotto anni d'uno o di due mesi io non passai, che sette regni presi.
16
E di tua fama invidiosa, come io t'ho già detto, avea fermo nel core la grande altezza abbatter del tuo nome: forse il faceva, o forse era in errore. Ma ora avvien che questa voglia dome, e faccia cader l'ale al mio furore, l'aver inteso, poi che qui son giunta, come io ti son d'affinità congiunta.
17
E come il padre mio parente e servo ti fu, ti son parente e serva anch'io: e quella invidia e quell'odio protervo il qual io t'ebbi un tempo, or tutto oblio; anzi contra Agramante io lo riservo, e contra ogn'altro che sia al padre o al zio di lui stato parente, che fur rei di porre a morte i genitori miei. —
18
E seguitò, voler cristiana farsi, e dopo ch'avrà estinto il re Agramante, voler piacendo a Carlo, ritornarsi a battezzare il suo regno in Levante; ed indi contra tutto il mondo armarsi, ove Macon s'adori e Trivigante; e con promission, ch'ogni suo acquisto sia de l'Impero e de la fé di Cristo.
19
L'imperator, che non meno eloquente era, che fosse valoroso e saggio, molto esaltando la donna eccellente, e molto il padre e molto il suo lignaggio, rispose ad ogni parte umanamente, e mostrò in fronte aperto il suo coraggio; e conchiuse ne l'ultima parola, per parente accettarla e per figliuola.
20
E qui si leva, e di nuovo l'abbraccia, e, come figlia, bacia ne la fronte. Vengono tutti con allegra faccia quei di Mongrana e quei di Chiaramonte. Lungo a dir fôra, quanto onor le faccia Rinaldo, che di lei le prove conte vedute avea più volte al paragone, quando Albracca assediar col suo girone.
21
Lungo a dir fôra, quanto il giovinetto Guidon s'allegri di veder costei, Aquilante e Grifone e Sansonetto ch'alla città crudel furon con lei; Malagigi e Viviano e Ricciardetto, ch'all'occision de' Maganzesi rei e di quei venditori empi di Spagna l'aveano avuta sì fedel compagna.
22
Apparecchiar per lo seguente giorno, ed ebbe cura Carlo egli medesmo, che fosse un luogo riccamente adorno, ove prendesse Marfisa battesmo. I vescovi e gran chierici d'intorno, che le leggi sapean del cristianesmo, fece raccorre, acciò da lor in tutta la santa fé fosse Marfisa istrutta.
23
Venne in pontificale abito sacro l'arcivesco Turpino, e battizzolla: Carlo dal salutifero lavacro con cerimonie debite levolla. Ma tempo è ormai ch'al capo voto e macro di senno si soccorra con l'ampolla, con che dal ciel più basso ne venìa il duca Astolfo sul carro d'Elia.
24
Sceso era Astolfo dal giro lucente alla maggiore altezza de la terra, con la felice ampolla che la mente dovea sanare al gran mastro di guerra. Un'erba quivi di virtù eccellente mostra Giovanni al duca d'Inghilterra: con essa vuol ch'al suo ritorno tocchi al re di Nubia e gli risani gli occhi;
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acciò per questi e per li primi merti gente gli dia con che Biserta assaglia. E come poi quei populi inesperti armi ed acconci ad uso di battaglia, e senza danno passi pei deserti ove l'arena gli uomini abbarbaglia, a punto a punto l'ordine che tegna, tutto il vecchio santissimo gl'insegna.
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Poi lo fe' rimontar su quello alato che di Ruggiero, e fu prima d'Atlante. Il paladin lasciò, licenziato da San Giovanni, le contrade sante; e secondando il Nilo a lato a lato, tosto i Nubi apparir si vide inante; e ne la terra che del regno è capo scese da l'aria, e ritrovò il Senapo.
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Molto fu il gaudio e molta fu la gioia che portò a quel signor nel suo ritorno; che ben si raccordava de la noia che gli avea tolta, de l'arpie, d'intorno. Ma poi che la grossezza gli discuoia di quello umor che già gli tolse il giorno, e che gli rende la vista di prima, l'adora e cole, e come un Dio sublima:
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sì che non pur la gente che gli chiede per muover guerra al regno di Biserta, ma centomila sopra gli ne diede, e gli fe' ancor di sua persona offerta. La gente a pena, ch'era tutta a piede, potea capir ne la campagna aperta; che di cavalli ha quel paese inopia, ma d'elefanti e de camelli copia.
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La notte inanzi il dì che a suo camino l'esercito di Nubia dovea porse, montò su l'ippogrifo il paladino, e verso mezzodì con fretta corse, tanto che giunse al monte che l'austrino vento produce e spira contra l'Orse. Trovò la cava, onde per stretta bocca, quando si desta, il furioso scocca.
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E come raccordògli il suo maestro, avea seco arrecato un utre voto, il qual, mentre ne l'antro oscuro e alpestro, affaticato dorme il fiero Noto, allo spiraglio pon tacito e destro: ed è l'aguato in modo al vento ignoto, che, credendosi uscir fuor la dimane, preso e legato in quello utre rimane.
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