Part 51
ch'Arpalice non fu, non fu Tomiri, non fu chi Turno, non chi Ettor soccorse; non chi seguita da Sidoni e Tiri andò per lungo mare in Libia a porse; non Zenobia, non quella che gli Assiri, i Persi e gl'Indi con vittoria scorse: non fur queste e poch'altre degne sole, di cui per arme eterna fama vole.
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E di fedeli e caste e sagge e forti stato ne son, non pur in Grecia e in Roma, ma in ogni parte ove fra gl'Indi e gli Orti de le Esperide il Sol spiega la chioma: de le quai sono i pregi agli onor morti, sì ch'a pena di mille una si noma; e questo, perché avuto hanno ai lor tempi gli scrittori bugiardi, invidi ed empi.
7
Non restate però, donne, a cui giova il bene oprar, di seguir vostra via; né da vostra alta impresa vi rimuova tema che degno onor non vi si dia: che, come cosa buona non si trova che duri sempre, così ancor né ria. Se le carte sin qui state e gl'inchiostri per voi non sono, or sono a' tempi nostri.
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Dianzi Marullo ed il Pontan per vui sono, e duo Strozzi, il padre e 'l figlio, stati: c'è il Bembo, c'è il Capel, c'è chi, qual lui vediamo, ha tali i cortigian formati: c'è un Luigi Alaman: ce ne son dui, di par da Marte e da le Muse amati, ambi del sangue che regge la terra che 'l Menzo fende e d'alti stagni serra.
9
Di questi l'uno, oltre che 'l proprio istinto ad onorarvi e a riverirvi inchina, e far Parnasso risonare e Cinto di vostra laude, e porla al ciel vicina; l'amor, la fede, il saldo e non mai vinto per minacciar di strazi e di ruina, animo ch'Issabella gli ha dimostro, lo fa, assai più che di se stesso, vostro:
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sì che non è per mai trovarsi stanco di farvi onor nei suoi vivaci carmi: e s'altri vi dà biasmo, non è ch'anco sia più pronto di lui per pigliar l'armi: e non ha il mondo cavallier che manco la vita sua per la virtù rispiarmi. Dà insieme egli materia ond'altri scriva, e fa la gloria altrui, scrivendo, viva.
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Ed è ben degno che sì ricca donna, ricca di tutto quel valor che possa esser fra quante al mondo portin gonna, mai non si sia di sua costanza mossa; e sia stata per lui vera colonna, sprezzando di Fortuna ogni percossa: di lei degno egli, e degna ella di lui; né meglio s'accoppiaro unque altri dui.
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Nuovi trofei pon su la riva d'Oglio; ch'in mezzo a ferri, a fuochi, a navi, a ruote ha sparso alcun tanto ben scritto foglio, che 'l vicin fiume invidia aver gli puote. Appresso a questo un Ercol Bentivoglio fa chiaro il vostro onor con chiare note, e Renato Trivulcio, e 'l mio Guidetto, e 'l Molza, a dir di voi da Febo eletto.
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C'è 'l duca de' Carnuti Ercol, figliuolo del duca mio, che spiega l'ali come canoro cigno, e va cantando a volo, e fin al cielo udir fa il vostro nome. C'è il mio signor del Vasto, a cui non solo di dare a mille Atene e a mille Rome di sé materia basta, ch'anco accenna volervi eterne far con la sua penna.
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Ed oltre a questi ed altri ch'oggi avete, che v'hanno dato gloria e ve la danno, voi per voi stesse dar ve la potete; poi che molte, lasciando l'ago e 'l panno, son con le Muse a spegnersi la sete al fonte d'Aganippe andate, e vanno; e ne ritornan tai, che l'opra vostra è più bisogno a noi, ch'a voi la nostra.
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Se chi sian queste, e di ciascuna voglio render buon conto, e degno pregio darle, bisognerà ch'io verghi più d'un foglio, e ch'oggi il canto mio d'altro non parle: e s'a lodarne cinque o sei ne toglio, io potrei l'altre offendere e sdegnarle. Che farò dunque? Ho da tacer d'ognuna, o pur fra tante sceglierne sol una?
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Sceglieronne una; e sceglierolla tale, che superato avrà l'invidia in modo, che nessun'altra potrà avere a male, se l'altre taccio, e se lei sola lodo. Quest'una ha non pur sé fatta immortale col dolce stil di che il meglior non odo; ma può qualunque di cui parli o scriva, trar del sepolcro, e far ch'eterno viva.
17
Come Febo la candida sorella fa più di luce adorna, e più la mira, che Venere o che Maia o ch'altra stella che va col cielo o che da sé si gira: così facundia, più ch'all'altre, a quella di ch'io vi parlo, e più dolcezza spira; e dà tal forza all'alte sue parole, ch'orna a' dì nostri il ciel d'un altro sole.
18
Vittoria è 'l nome; e ben conviensi a nata fra le vittorie, ed a chi, o vada o stanzi, di trofei sempre e di trionfi ornata, la vittoria abbia seco, o dietro o inanzi. Questa è un'altra Artemisia, che lodata fu di pietà verso il suo Mausolo; anzi tanto maggior, quanto è più assai bell'opra, che por sotterra un uom, trarlo di sopra.
19
Se Laodamìa se la moglier di Bruto, s'Arria, s'Argia, s'Evadne, e s'altre molte meritar laude per aver voluto, morti i mariti, esser con lor sepolte; quanto onore a Vittoria è più dovuto, che di Lete e del rio che nove volte l'ombre circonda, ha tratto il suo consorte, mal grado de le Parche e de la Morte!
20
S'al fiero Achille invidia de la chiara meonia tromba il Macedonico ebbe, quanto, invitto Francesco di Pescara, maggior a te, se vivesse or, l'avrebbe! che sì casta mogliere e a te sì cara canti l'eterno onor che ti si debbe, e che per lei sì 'l nome tuo rimbombe, che da bramar non hai più chiare trombe.
21
Se quanto dir se ne potrebbe, o quanto io n'ho desir, volessi porre in carte, ne direi lungamente; ma non tanto, ch'a dir non ne restasse anco gran parte: e di Marfisa e dei compagni intanto la bella istoria rimarria da parte, la quale io vi promisi di seguire, s'in questo canto mi verreste a udire.
22
Ora essendo voi qui per ascoltarmi, ed io per non mancar de la promessa, serberò a maggior ozio di provarmi ch'ogni laude di lei sia da me espressa; non perch'io creda bisognar miei carmi a chi se ne fa copia da se stessa; ma sol per satisfare a questo mio, c'ho d'onorarla e di lodar, disio.
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Donne, io conchiudo in somma, ch'ogni etate molte ha di voi degne d'istoria avute; ma per invidia di scrittori state non sete dopo morte conosciute: il che più non sarà, poi che voi fate per voi stesse immortal vostra virtute. Se far le due cognate sapean questo, si sapria meglio ogni lor degno gesto.
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Di Bradamante e di Marfisa dico, le cui vittoriose inclite prove di ritornare in luce m'affatico; ma de le diece mancanmi le nove. Queste ch'io so, ben volentieri esplìco; sì perché ogni bell'opra si de', dove occulta sia, scoprir, sì perché bramo a voi, donne, aggradir, ch'onoro ed amo.
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Stava Ruggier, com'io vi dissi, in atto di partirsi, ed avea commiato preso, e dall'arbore il brando già ritratto, che, come dianzi, non gli fu conteso; quando un gran pianto, che non lungo tratto era lontan, lo fe' restar sospeso; e con le donne a quella via si mosse, per aiutar, dove bisogno fosse.
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Spingonsi inanzi, e via più chiaro il suon ne viene, e via più son le parole intese. Giunti ne la vallea, trovan tre donne che fan quel duolo, assai strane in arnese; che fin all'ombilico ha lor le gonne scorciate non so chi poco cortese: e per non saper meglio elle celarsi, sedeano in terra, e non ardian levarsi.
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Come quel figlio di Vulcan, che venne fuor de la polve senza madre in vita, e Pallade nutrir fe' con solenne cura d'Aglauro, al veder troppo ardita, sedendo, ascosi i brutti piedi tenne su la quadriga da lui prima ordita; così quelle tre giovani le cose secrete lor tenean, sedendo, ascose.
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Lo spettacolo enorme e disonesto l'una e l'altra magnanima guerriera fe' del color che nei giardin di Pesto esser la rosa suol da primavera. Riguardò Bradamante, e manifesto tosto le fu ch'Ullania una d'esse era, Ullania che da l'Isola Perduta in Francia messaggera era venuta:
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e riconobbe non men l'altre due; che dove vide lei, vide esse ancora. Ma se n'andaron le parole sue a quella de le tre ch'ella più onora; e le domanda chi sì iniquo fue, e sì di legge e di costumi fuora, che quei segreti agli occhi altrui riveli, che, quanto può, par che Natura celi.
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Ullania che conosce Bradamante, non meno ch'alle insegne, alla favella, esser colei che pochi giorni inante avea gittati i tre guerrier di sella, narra che ad un castel poco distante una ria gente e di pietà ribella, oltre all'ingiuria di scorciarle i panni, l'avea battuta e fattol'altri danni.
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Né le sa dir che de lo scudo sia, né dei tre re che per tanti paesi fatto le avean sì lunga compagnia: non sa se morti, o sian restati presi; e dice c'ha pigliata questa via, ancor ch'andare a piè molto le pesi, per richiamarsi de l'oltraggio a Carlo, sperando che non sia per tolerarlo.
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Alle guerriere ed a Ruggier, che meno non han pietosi i cor, ch'audaci e forti, de' bei visi turbò l'aer sereno l'udire, e più il veder sì gravi torti: et obliando ogn'altro affar che avieno, e senza che li prieghi o che gli esorti la donna afflitta a far la sua vendetta, piglian la via verso quel luogo in fretta.
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Di commune parer le sopraveste, mosse da gran bontà, s'aveano tratte, ch'a ricoprir le parti meno oneste di quelle sventurate assai furo atte. Bradamante non vuol ch'Ullania peste le strade a piè, ch'avea a piede anco fatte, e se la leva in groppa del destriero; l'altra Marfisa, l'altra il buon Ruggiero.
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Ullania a Bradamante che la porta, mostra la via che va al castel più dritta: Bradamante all'incontro lei conforta, che la vendicherà di chi l'ha afflitta. Lascian la valle, e per via lunga e torta sagliono un colle or a man manca or ritta; e prima il sol fu dentro il mare ascoso, che volesser tra via prender riposo.
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Trovaro una villetta che la schena d'un erto colle, aspro a salir, tenea; ove ebbon buono albergo e buona cena, quale avere in quel loco si potea. Si mirano d'intorno, e quivi piena ogni parte di donne si vedea, quai giovani, quai vecchie; e in tanto stuolo faccia non v'apparia d'un uomo solo.
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Non più a Iason di maraviglia denno, né agli Argonauti che venian con lui, le donne che i mariti morir fenno e i figli e i padri coi fratelli sui, sì che per tutta l'isola di Lenno di viril faccia non si vider dui; che Ruggier quivi, e chi con Ruggier era maraviglia ebbe all'alloggiar la sera.
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Fero ad Ullania ed alle damigelle che venivan con lei, le due guerriere la sera proveder di tre gonnelle, se non così polite, almeno intere. A sé chiama Ruggiero una di quelle donne ch'abitan quivi, e vuol sapere ove gli uomini sian, ch'un non ne vede; ed ella a lui questa risposta diede:
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— Questa che forse è maraviglia a voi, che tante donne senza uomini siamo, è grave e intolerabil pena a noi, che qui bandite misere viviamo. E perché il duro esilio più ci annoi, padri, figli e mariti, che sì amiamo, aspro e lungo divorzio da noi fanno, come piace al crudel nostro tiranno.
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Da le sue terre, le quai son vicine a noi due leghe, e dove noi siàn nate, qui ci ha mandato il barbaro in confine, prima di mille scorni ingiuriate; ed ha gli uomini nostri e noi meschine di morte e d'ogni strazio minacciate, se quelli a noi verranno, o gli fia detto che noi diàn lor, venendoci, ricetto.
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Nimico è sì costui del nostro nome, che non ci vuol, più ch'io vi dico, appresso, né ch'a noi venga alcun de' nostri, come l'odor l'ammorbi del femineo sesso. Già due volte l'onor de le lor chiome s'hanno spogliato gli alberi e rimesso, da indi in qua che 'l rio signor vaneggia in furor tanto: e non è chi 'l correggia;
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che 'l populo ha di lui quella paura che maggior aver può l'uom de la morte; ch'aggiunto al mal voler gli ha la natura una possanza fuor d'umana sorte. Il corpo suo di gigantea statura è più, che di cent'altri insieme, forte. Né pure a noi sue suddite è molesto, ma fa alle strane ancor peggio di questo.
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Se l'onor vostro, e queste tre vi sono punto care, ch'avete in compagnia, più vi sarà sicuro, utile e buono non gir più inanzi, e trovar altra via. Questa al castel de l'uom di ch'io ragiono, a provar mena la costuma ria che v'ha posta il crudel con scorno e danno di donne e di guerrier che di là vanno.
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Marganor il fellon (così si chiama il signore, il tiran di quel castello), del qual Nerone, o s'altri è ch'abbia fama di crudeltà, non fu più iniquo e fello, il sangue uman, ma 'l feminil più brama, che 'l lupo non lo brama de l'agnello. Fa con onta scacciar le donne tutte da lor ria sorte a quel castel condutte. —
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Perché quell'empio in tal furor venisse, volson le donne intendere e Ruggiero: pregar colei, ch'in cortesia seguisse, anzi che cominciasse il conto intero. — Fu il signor del castel (la donna disse) sempre crudel, sempre inumano e fiero; ma tenne un tempo il cor maligno ascosto, né si lasciò conoscer così tosto:
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che mentre duo suoi figli erano vivi, molto diversi dai paterni stili, ch'amavan forestieri, ed eran schivi di crudeltade e degli altri atti vili; quivi le cortesie fiorivan, quivi i bei costumi e l'opere gentili: che 'l padre mai, quantunque avaro fosse, da quel che lor piacea non li rimosse.
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Le donne e i cavallier che questa via facean talor, venian sì ben raccolti, che si partian de l'alta cortesia dei duo germani inamorati molti. Amendui questi di cavalleria parimente i santi ordini avean tolti: Cilandro l'un, l'altro Tanacro detto, gagliardi, arditi e di reale aspetto.
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Ed eran veramente, e sarian stati sempre di laude degni e d'ogni onore, s'in preda non si fossino sì dati a quel desir che nominiamo amore; per cui dal buon sentier fur traviati al labirinto ed al camin d'errore; e ciò che mai di buono aveano fatto, restò contaminato e brutto a un tratto.
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Capitò quivi un cavallier di corte del greco imperator, che seco avea una sua donna di maniere accorte, bella quanto bramar più si potea. Cilandro in lei s'inamorò sì forte, che morir, non l'avendo, gli parea: gli parea che dovesse, alla partita di lei, partire insieme la sua vita.
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E perché i prieghi non v'avriano loco, di volerla per forza si dispose. Armossi, e dal castel lontano un poco, ove passar dovean, cheto s'ascose. L'usata audacia e l'amoroso fuoco non gli lasciò pensar troppo le cose: sì che vedendo il cavallier venire, l'andò lancia per lancia ad assalire.
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Al primo incontro credea porlo in terra, portar la donna e la vittoria indietro: ma 'l cavallier, che mastro era di guerra, l'osbergo gli spezzò come di vetro. Venne la nuova al padre ne la terra, che lo fe' riportar sopra un ferètro; e ritrovandol morto, con gran pianto gli diè sepulcro agli antiqui avi a canto.
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Né più però né manco si contese l'albergo e l'accoglienza a questo e a quello, perché non men Tanacro era cortese, né meno era gentil di suo fratello. L'anno medesmo di lontan paese con la moglie un baron venne al castello, a maraviglia egli gagliardo, ed ella, quanto si possa dir, leggiadra e bella;
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né men che bella, onesta e valorosa, e degna veramente d'ogni loda: il cavallier, di stirpe generosa, di tanto ardir, quanto più d'altri s'oda. E ben conviensi a tal valor, che cosa di tanto prezzo e sì eccellente goda. Olindro il cavallier da Lungavilla, la donna nominata era Drusilla.
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Non men di questa il giovene Tanacro arse, che 'l suo fratel di quella ardesse, che gli fe' gustar fine acerbo ed acro del desiderio ingiusto ch'in lei messe. Non men di lui di violar del sacro e santo ospizio ogni ragione ellesse, più tosto che patir che 'l duro e forte nuovo desir lo conducesse a morte.
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Ma perch'avea dinanzi agli occhi il tema del suo fratel che n'era stato morto, pensa di torla in guisa, che non tema ch'Olindro s'abbia a vendicar del torto. Tosto s'estingue in lui, non pur si scema quella virtù su che solea star sorto; ché non lo sommergean dei vizi l'acque, de le quai sempre al fondo il padre giacque.
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Con gran silenzio fece quella notte seco raccor da vent'uomini armati; e lontan dal castel, fra certe grotte che si trovan tra via, messe gli aguati. Quivi ad Olindro il dì le strade rotte, e chiusi i passi fur da tutti i lati; e ben che fe' lunga difesa e molta, pur la moglie e la vita gli fu tolta.
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Ucciso Olindro, ne menò captiva la bella donna, addolorata in guisa, ch'a patto alcun restar non volea viva, e di grazia chiedea d'essere uccisa. Per morir si gittò giù d'una riva che vi trovò sopra un vallone assisa; e non poté morir, ma con la testa rotta rimase, e tutta fiacca e pesta.
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Altrimente Tanacro riportarla a casa non poté che s'una bara. Fece con diligenza medicarla; che perder non volea preda sì cara. E mentre che s'indugia a risanarla, di celebrar le nozze si prepara: ch'aver sì bella donna e sì pudica debbe nome di moglie, e non d'amica.
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Non pensa altro Tanacro, altro non brama, d'altro non cura, e d'altro mai non parla. Si vede averla offesa, e se ne chiama in colpa, e ciò che può, fa d'emendarla. Ma tutto è invano: quanto egli più l'ama, quanto più s'affatica di placarla, tant'ella odia più lui, tanto è più forte, tanto è più ferma in voler porlo a morte.
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Ma non però quest'odio così ammorza la conoscenza in lei, che non comprenda che, se vuol far quanto disegna, è forza che simuli, ed occulte insidie tenda; e che 'l desir sotto contraria scorza (il quale è sol come Tanacro offenda) veder gli faccia; e che si mostri tolta dal primo amore, e tutto a lui rivolta.
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Simula il viso pace; ma vendetta chiama il cor dentro, e ad altro non attende. Molte cose rivolge, alcune accetta, altre ne lascia, ed altre in dubbio appende. Le par che quando essa a morir si metta, avrà il suo intento; e quivi al fin s'apprende. E dove meglio può morire, o quando, che 'l suo caro marito vendicando?
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Ella si mostra tutta lieta, e finge di queste nozze aver sommo disio; e ciò che può indugiarle, a dietro spinge, non ch'ella mostri averne il cor restio. Più de l'altre s'adorna e si dipinge: Olindro al tutto par messo in oblio. Ma che sian fatte queste nozze vuole, come ne la sua patria far si suole.
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Non era però ver che questa usanza che dir volea, ne la sua patria fosse: ma, perché in lei pensier mai non avanza, che spender possa altrove, imaginosse una bugia, la qual le diè speranza di far morir chi 'l suo signor percosse: e disse di voler le nozze a guisa de la sua patria, e 'l modo gli devisa.
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— La vedovella che marito prende, deve, prima (dicea) ch'a lui s'appresse, placar l'alma del morto ch'ella offende, facendo celebrargli offici e messe, in remission de le passate mende, nel tempio ove di quel son l'ossa messe; e dato fin ch'al sacrificio sia, alla sposa l'annel lo sposo dia:
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ma ch'abbia in questo mezzo il sacerdote sul vino ivi portato a tale effetto appropriate orazion devote, sempre il liquor benedicendo, detto; indi che 'l fiasco in una coppa vote, e dia alli sposi il vino benedetto: ma portare alla sposa il vino tocca, ed esser prima a porvi su la bocca. —
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Tanacro, che non mira quanto importe ch'ella le nozze alla sua usanza faccia, le dice: — Pur che 'l termine si scorte d'essere insieme, in questo si compiaccia. — Né s'avede il meschin ch'essa la morte d'Olindro vendicar così procaccia, e sì la voglia ha in uno oggetto intensa, che sol di quello, e mai d'altro non pensa.
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Avea seco Drusilla una sua vecchia, che seco presa, seco era rimasa. A sé chiamolla, e le disse all'orecchia, sì che non poté udire uomo di casa: — Un subitano tosco m'apparecchia, qual so che sai comporre, e me lo invasa; c'ho trovato la via di vita torre il traditor figliuol di Marganorre.
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E me so come, e te salvar non meno: ma diferisco a dirtelo più ad agio. — Andò la vecchia, e apparecchiò il veneno, ed acconciollo, e ritornò al palagio. Di vin dolce di Candia un fiasco pieno trovò da por con quel succo malvagio, e lo serbò pel giorno de le nozze; ch'omai tutte l'indugie erano mozze.
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Lo statuito giorno al tempio venne, di gemme ornata e di leggiadre gonne, ove d'Olindro, come gli convenne, fatto avea l'arca alzar su due colonne. Quivi l'officio si cantò solenne: trasseno a udirlo tutti, uomini e donne, e lieto Marganor più de l'usato, venne col figlio e con gli amici a lato.
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Tosto ch'al fin le sante esequie foro, e fu col tosco il vino benedetto, il sacerdote in una coppa d'oro lo versò, come avea Drusilla detto. Ella ne bebbe quanto al suo decoro si conveniva, e potea far l'effetto: poi diè allo sposo con viso giocondo il nappo; e quel gli fe' apparire il fondo.
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Renduto il nappo al sacerdote, lieto per abbracciar Drusilla apre le braccia. Or quivi il dolce stile e mansueto in lei si cangia e quella gran bonaccia. Lo spinge a dietro, e gli ne fa divieto, e par ch'arda negli occhi e ne la faccia; e con voce terribile e incomposta gli grida: — Traditor, da me ti scosta!
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Tu dunque avrai da me solazzo e gioia, io lagrime da te, martìri e guai? Io vo' per le mie man ch'ora tu muoia: questo è stato venen, se tu nol sai. Ben mi duol c'hai troppo onorato boia, che troppo lieve e facil morte fai; che mani e pene io non so sì nefande, che fosson pari al tuo peccato grande.
72
Mi duol di non vedere in questa morte il sacrificio mio tutto perfetto: che s'io 'l poteva far di quella sorte ch'era il disio, non avria alcun difetto. Di ciò mi scusi il dolce mio consorte: riguardi al buon volere, e l'abbia accetto; che non potendo come avrei voluto, io t'ho fatto morir come ho potuto.
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E la punizion che qui, secondo il desiderio mio, non posso darti, spero l'anima tua ne l'altro mondo veder patire; ed io starò a mirarti. — Poi disse, alzando con viso giocondo i turbidi occhi alle superne parti: — Questa vittima, Olindro, in tua vendetta col buon voler de la tua moglie accetta;
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ed impetra per me dal Signor nostro grazia, ch'in paradiso oggi io sia teco. Se ti dirà che senza merto al vostro regno anima non vien, di' ch'io l'ho meco; che di questo empio e scelerato mostro le spoglie opime al santo tempio arreco. E che merti esser puon maggior di questi, spegner sì brutte e abominose pesti? —
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Finì il parlare insieme con la vita; e morta anco parea lieta nel volto d'aver la crudeltà così punita di chi il caro marito le avea tolto. Non so se prevenuta, o se seguita fu da lo spirto di Tanacro sciolto: fu prevenuta, credo; ch'effetto ebbe prima il veneno in lui, perché più bebbe.
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Marganor che cader vede il figliuolo, e poi restar ne le sue braccia estinto, fu per morir con lui, dal grave duolo ch'alla sprovista lo trafisse, vinto. Duo n'ebbe un tempo, or si ritrova solo: due femine a quel termine l'han spinto. La morte a l'un da l'una fu causata; e l'altra all'altro di sua man l'ha data.
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Amor, pietà, sdegno, dolore ed ira, disio di morte e di vendetta insieme quell'infelice ed orbo padre aggira, che, come il mar che turbi il vento, freme. Per vendicarsi va a Drusilla, e mira che di sua vita ha chiuse l'ore estreme; e come il punge e sferza l'odio ardente, cerca offendere il corpo che non sente.
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Qual serpe che ne l'asta ch'alla sabbia la tenga fissa, indarno i denti metta; o qual mastin ch'al ciottolo che gli abbia gittato il viandante, corra in fretta, e morda invano con stizza e con rabbia, né se ne voglia andar senza vendetta: tal Marganor d'ogni mastin, d'ogni angue via più crudel, fa contra il corpo esangue.
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