Orlando Furioso

Part 5

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Pensò Rinaldo alquanto, e poi rispose: — Una donzella dunque dè' morire perché lasciò sfogar ne l'amorose sue braccia al suo amator tanto desire? Sia maladetto chi tal legge pose, e maladetto chi la può patire! Debitamente muore una crudele, non chi dà vita al suo amator fedele.

64

Sia vero o falso che Ginevra tolto s'abbia il suo amante, io non riguardo a questo: d'averlo fatto la loderei molto, quando non fosse stato manifesto. Ho in sua difesa ogni pensier rivolto: datemi pur un che mi guidi presto, e dove sia l'accusator mi mene; ch'io spero in Dio Ginevra trar di pene.

65

Non vo' già dir ch'ella non l'abbia fatto; che nol sappiendo, il falso dir potrei: dirò ben che non de' per simil atto punizion cadere alcuna in lei; e dirò che fu ingiusto o che fu matto chi fece prima gli statuti rei; e come iniqui rivocar si denno, e nuova legge far con miglior senno.

66

S'un medesimo ardor, s'un disir pare inchina e sforza l'uno e l'altro sesso a quel suave fin d'amor, che pare all'ignorante vulgo un grave eccesso; perché si de' punir donna o biasmare, che con uno o più d'uno abbia commesso quel che l'uom fa con quante n'ha appetito, e lodato ne va, non che impunito?

67

Son fatti in questa legge disuguale veramente alle donne espressi torti; e spero in Dio mostrar che gli è gran male che tanto lungamente si comporti. — Rinaldo ebbe il consenso universale, che fur gli antiqui ingiusti e male accorti, che consentiro a così iniqua legge, e mal fa il re, che può, né la corregge.

68

Poi che la luce candida e vermiglia de l'altro giorno aperse l'emispero, Rinaldo l'arme e il suo Baiardo piglia, e di quella badia tolle un scudiero, che con lui viene a molte leghe e miglia, sempre nel bosco orribilmente fiero, verso la terra ove la lite nuova de la donzella de' venir in pruova.

69

Avean, cercando abbreviar camino, lasciato pel sentier la maggior via; quando un gran pianto udir sonar vicino, che la foresta d'ogn'intorno empìa. Baiardo spinse l'un, l'altro il ronzino verso una valle, onde quel grido uscìa: e fra dui mascalzoni una donzella vider, che di lontan parea assai bella;

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ma lacrimosa e addolorata quanto donna o donzella o mai persona fosse. Le sono dui col ferro nudo a canto, per farle far l'erbe di sangue rosse. Ella con preghi differendo alquanto giva il morir, sin che pietà si mosse. Venne Rinaldo; e come se n'accorse, con alti gridi e gran minacce accorse.

71

Voltaro i malandrin tosto le spalle, che 'l soccorso lontan vider venire, e se appiattar ne la profonda valle. Il paladin non li curò seguire: venne a la donna, e qual gran colpa dàlle tanta punizion, cerca d'udire; e per tempo avanzar, fa allo scudiero levarla in groppa, e torna al suo sentiero.

72

E cavalcando poi meglio la guata molto esser bella e di maniere accorte, ancor che fosse tutta spaventata per la paura ch'ebbe de la morte. Poi ch'ella fu di nuovo domandata chi l'avea tratta a sì infelice sorte, incominciò con umil voce a dire quel ch'io vo' all'altro canto differire.

CANTO QUINTO

1

Tutti gli altri animai che sono in terra, o che vivon quieti e stanno in pace, o se vengono a rissa e si fan guerra, alla femina il maschio non la face: l'orsa con l'orso al bosco sicura erra, la leonessa appresso il leon giace; col lupo vive la lupa sicura, né la iuvenca ha del torel paura.

2

Ch'abominevol peste, che Megera è venuta a turbar gli umani petti? che si sente il marito e la mogliera sempre garrir d'ingiuriosi detti, stracciar la faccia e far livida e nera, bagnar di pianto i geniali letti; e non di pianto sol, ma alcuna volta di sangue gli ha bagnati l'ira stolta.

3

Parmi non sol gran mal, ma che l'uom faccia contra natura e sia di Dio ribello, che s'induce a percuotere la faccia di bella donna, o romperle un capello: ma chi le dà veneno, o chi le caccia l'alma del corpo con laccio o coltello, ch'uomo sia quel non crederò in eterno, ma in vista umana uno spirto de l'inferno.

4

Cotali esser doveano i duo ladroni che Rinaldo cacciò da la donzella, da lor condotta in quei scuri valloni perché non se n'udisse più novella. Io lasciai ch'ella render le cagioni s'apparechiava di sua sorte fella al paladin, che le fu buono amico: or, seguendo l'istoria, così dico.

5

La donna incominciò: — Tu intenderai la maggior crudeltade e la più espressa, ch'in Tebe e in Argo o ch'in Micene mai, o in loco più crudel fosse commessa. E se rotando il sole i chiari rai, qui men ch'all'altre region s'appressa, credo ch'a noi malvolentieri arrivi, perché veder sì crudel gente schivi.

6

Ch'agli nemici gli uomini sien crudi, in ogni età se n'è veduto esempio; ma dar la morte a chi procuri e studi il tuo ben sempre, è troppo ingiusto ed empio. E acciò che meglio il vero io ti denudi, perché costor volessero far scempio degli anni verdi miei contra ragione, ti dirò da principio ogni cagione.

7

Voglio che sappi, signor mio, ch'essendo tenera ancora, alli servigi venni de la figlia del re, con cui crescendo, buon luogo in corte ed onorato tenni. Crudele Amore, al mio stato invidendo, fe' che seguace, ahi lassa! gli divenni: fe' d'ogni cavallier, d'ogni donzello parermi il duca d'Albania più bello.

8

Perché egli mostrò amarmi più che molto, io ad amar lui con tutto il cor mi mossi. Ben s'ode il ragionar, si vede il volto, ma dentro il petto mal giudicar possi. Credendo, amando, non cessai che tolto l'ebbi nel letto, e non guardai ch'io fossi di tutte le real camere in quella che più secreta avea Ginevra bella;

9

dove tenea le sue cose più care, e dove le più volte ella dormia. Si può di quella in s'un verrone entrare, che fuor del muro al discoperto uscìa. Io facea il mio amator quivi montare; e la scala di corde onde salia io stessa dal verron giù gli mandai qual volta meco aver lo desiai:

10

che tante volte ve lo fei venire, quante Ginevra me ne diede l'agio, che solea mutar letto, or per fuggire il tempo ardente, or il brumal malvagio. Non fu veduto d'alcun mai salire; però che quella parte del palagio risponde verso alcune case rotte, dove nessun mai passa o giorno o notte.

11

Continuò per molti giorni e mesi tra noi secreto l'amoroso gioco: sempre crebbe l'amore; e sì m'accesi, che tutta dentro io mi sentia di foco: e cieca ne fui sì, ch'io non compresi ch'egli fingeva molto, e amava poco; ancor che li suo' inganni discoperti esser doveanmi a mille segni certi.

12

Dopo alcun dì si mostrò nuovo amante de la bella Ginevra. Io non so appunto s'allora cominciasse, o pur inante de l'amor mio, n'avesse il cor già punto. Vedi s'in me venuto era arrogante, s'imperio nel mio cor s'aveva assunto; che mi scoperse, e non ebbe rossore chiedermi aiuto in questo nuovo amore.

13

Ben mi dicea ch'uguale al mio non era, né vero amor quel ch'egli avea a costei; ma simulando esserne acceso, spera celebrarne i legitimi imenei. Dal re ottenerla fia cosa leggiera, qualor vi sia la volontà di lei; che di sangue e di stato in tutto il regno non era, dopo il re, di lu' il più degno.

14

Mi persuade, se per opra mia potesse al suo signor genero farsi (che veder posso che se n'alzeria a quanto presso al re possa uomo alzarsi), che me n'avria buon merto, e non saria mai tanto beneficio per scordarsi; e ch'alla moglie e ch'ad ogni altro inante mi porrebbe egli in sempre essermi amante.

15

Io, ch'era tutta a satisfargli intenta, né seppi o volsi contradirgli mai, e sol quei giorni io mi vidi contenta, ch'averlo compiaciuto mi trovai; piglio l'occasion che s'appresenta di parlar d'esso e di lodarlo assai; ed ogni industria adopro, ogni fatica, per far del mio amator Ginevra amica.

16

Feci col core e con l'effetto tutto quel che far si poteva, e sallo Idio; né con Ginevra mai potei far frutto, ch'io le ponessi in grazia il duca mio: e questo, che ad amar ella avea indutto tutto il pensiero e tutto il suo disio un gentil cavallier, bello e cortese, venuto in Scozia di lontan paese;

17

che con un suo fratel ben giovinetto venne d'Italia a stare in questa corte; si fe' ne l'arme poi tanto perfetto, che la Bretagna non avea il più forte. Il re l'amava, e ne mostrò l'effetto; che gli donò di non picciola sorte castella e ville e iurisdizioni, e lo fe' grande al par dei gran baroni.

18

Grato era al re, più grato era alla figlia quel cavallier chiamato Ariodante, per esser valoroso a maraviglia; ma più, ch'ella sapea che l'era amante. Né Vesuvio, né il monte di Siciglia, né Troia avampò mai di fiamme tante, quanto ella conoscea che per suo amore Ariodante ardea per tutto il core.

19

L'amar che dunque ella facea colui con cor sincero e con perfetta fede, fe' che pel duca male udita fui; né mai risposta da sperar mi diede: anzi quanto io pregava più per lui e gli studiava d'impetrar mercede, ella, biasmandol sempre e dispregiando, se gli venìa più sempre inimicando.

20

Io confortai l'amator mio sovente, che volesse lasciar la vana impresa; né si sperasse mai volger la mente di costei, troppo ad altro amore intesa: e gli feci conoscer chiaramente, come era sì d'Ariodante accesa, che quanta acqua è nel mar, piccola dramma non spegneria de la sua immensa fiamma.

21

Questo da me più volte Polinesso (che così nome ha il duca) avendo udito, e ben compreso e visto per se stesso che molto male era il suo amor gradito; non pur di tanto amor si fu rimesso, ma di vedersi un altro preferito, come superbo, così mal sofferse, che tutto in ira e in odio si converse.

22

E tra Ginevra e l'amator suo pensa tanta discordia e tanta lite porre, e farvi inimicizia così intensa, che mai più non si possino comporre; e por Ginevra in ignominia immensa, donde non s'abbia o viva o morta a torre: né de l'iniquo suo disegno meco volse o con altri ragionar, che seco.

23

Fatto il pensier: — Dalinda mia, — mi dice (che così son nomata) — saper dèi, che come suol tornar da la radice arbor che tronchi e quattro volte e sei; così la pertinacia mia infelice, ben che sia tronca dai successi rei, di germogliar non resta; che venire pur vorria a fin di questo suo desire.

24

E non lo bramo tanto per diletto, quanto perché vorrei vincer la pruova; e non possendo farlo con effetto, s'io lo fo imaginando, anco mi giuova. Voglio, qual volta tu mi dài ricetto, quando allora Ginevra si ritruova nuda nel letto, che pigli ogni vesta ch'ella posta abbia, e tutta te ne vesta.

25

Come ella s'orna e come il crin dispone studia imitarla, e cerca il più che sai di parer dessa, e poi sopra il verrone a mandar giù la scala ne verrai. Io verrò a te con imaginazione che quella sii, di cui tu i panni avrai: e così spero, me stesso ingannando, venir in breve il mio desir sciemando. —

26

Così disse egli. Io che divisa e sevra e lungi era da me, non posi mente che questo in che pregando egli persevra, era una fraude pur troppo evidente; e dal verron, coi panni di Ginevra, mandai la scala onde salì sovente; e non m'accorsi prima de l'inganno, che n'era già tutto accaduto il danno.

27

Fatto in quel tempo con Ariodante il duca avea queste parole o tali (che grandi amici erano stati inante che per Ginevra si fesson rivali): — Mi maraviglio (incominciò il mio amante) ch'avendoti io fra tutti li mie' uguali sempre avuto in rispetto e sempre amato, ch'io sia da te sì mal rimunerato.

28

Io son ben certo che comprendi e sai di Ginevra e di me l'antiquo amore; e per sposa legittima oggimai per impetrarla son dal mio signore. Perché mi turbi tu? perché pur vai senza frutto in costei ponendo il core? Io ben a te rispetto avrei, per Dio, s'io nel tuo grado fossi, e tu nel mio. —

29

— Ed io (rispose Ariodante a lui) di te mi maraviglio maggiormente; che di lei prima inamorato fui, che tu l'avessi vista solamente: e so che sai quanto è l'amor tra nui, ch'esser non può di quel che sia, più ardente; e sol d'essermi moglie intende e brama: e so che certo sai ch'ella non t'ama.

30

Perché non hai tu dunque a me il rispetto per l'amicizia nostra, che domande ch'a te aver debba, e ch'io t'avre' in effetto, se tu fossi con lei di me più grande? Né men di te per moglie averla aspetto, se ben tu sei più ricco in queste bande: io non son meno al re, che tu sia, grato, ma più di te da la sua figlia amato. —

31

— Oh (disse il duca a lui), grande è cotesto errore a che t'ha il folle amor condutto! Tu credi esser più amato; io credo questo medesmo: ma si può veder al frutto. Tu fammi ciò ch'hai seco, manifesto, ed io il secreto mio t'aprirò tutto; e quel di noi che manco aver si veggia, ceda a chi vince, e d'altro si provveggia.

32

E sarò pronto, se tu vuoi ch'io giuri di non dir cosa mai che mi riveli: così voglio ch'ancor tu m'assicuri che quel ch'io ti dirò, sempre mi celi. — Venner dunque d'accordo alli scongiuri, e poser le man sugli Evangeli: e poi che di tacer fede si diero, Ariodante incominciò primiero.

33

E disse per lo giusto e per lo dritto come tra sé e Ginevra era la cosa; ch'ella gli avea giurato e a bocca e in scritto, che mai non saria ad altri, ch'a lui, sposa; e se dal re le venìa contraditto, gli promettea di sempre esser ritrosa da tutti gli altri maritaggi poi, e viver sola in tutti i giorni suoi:

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e ch'esso era in speranza pel valore ch'avea mostrato in arme a più d'un segno, ed era per mostrare a laude, a onore, a beneficio del re e del suo regno, di crescer tanto in grazia al suo signore, che sarebbe da lui stimato degno che la figliuola sua per moglie avesse, poi che piacer a lei così intendesse.

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Poi disse: — A questo termine son io, né credo già ch'alcun mi venga appresso: né cerco più di questo, né desio de l'amor d'essa aver segno più espresso; né più vorrei, se non quanto da Dio per connubio legitimo è concesso: e saria invano il domandar più inanzi; che di bontà so come ogn'altra avanzi. —

36

Poi ch'ebbe il vero Ariodante esposto de la mercé ch'aspetta a sua fatica, Polinesso, che già s'avea proposto di far Ginevra al suo amator nemica, cominciò: — Sei da me molto discosto, e vo' che di tua bocca anco tu 'l dica; e del mio ben veduta la radice, che confessi me solo esser felice.

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Finge ella teco, né t'ama né prezza; che ti pasce di speme e di parole: oltra questo, il tuo amor sempre a sciochezza, quando meco ragiona, imputar suole. Io ben d'esserle caro altra certezza veduta n'ho, che di promesse e fole; e tel dirò sotto la fé in secreto, ben che farei più il debito a star cheto.

38

Non passa mese, che tre, quattro e sei e talor diece notti io non mi truovi nudo abbracciato in quel piacer con lei, ch'all'amoroso ardor par che sì giovi: sì che tu puoi veder s'a' piacer miei son d'aguagliar le ciance che tu pruovi. Cedimi dunque e d'altro ti provedi, poi che sì inferior di me ti vedi. —

39

— Non ti vo' creder questo (gli rispose Ariodante), e certo so che menti; e composto fra te t'hai queste cose, acciò che da l'impresa io mi spaventi: ma perché a lei son troppo ingiuriose, questo c'hai detto sostener convienti; che non bugiardo sol, ma voglio ancora che tu sei traditor mostrarti or ora. —

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Soggiunse il duca: — Non sarebbe onesto che noi volessen la battaglia torre di quel che t'offerisco manifesto, quando ti piaccia, inanzi agli occhi porre. — Resta smarrito Ariodante a questo, e per l'ossa un tremor freddo gli scorre; e se creduto ben gli avesse a pieno, venìa sua vita allora allora meno.

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Con cor trafitto e con pallida faccia, e con voce tremante e bocca amara rispose: — Quando sia che tu mi faccia veder quest'aventura tua sì rara, prometto di costei lasciar la traccia, a te sì liberale, a me sì avara: ma ch'io tel voglia creder non far stima, s'io non lo veggio con questi occhi prima. —

42

— Quando ne sarà il tempo, avisarotti, — soggiunse Polinesso, e dipartisse. Non credo che passar più di due notti, ch'ordine fu che 'l duca a me venisse. Per scoccar dunque i lacci che condotti avea sì cheti, andò al rivale, e disse che s'ascondesse la notte seguente tra quelle case ove non sta mai gente:

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e dimostrogli un luogo a dirimpetto di quel verrone ove solea salire. Ariodante avea preso sospetto che lo cercasse far quivi venire, come in un luogo dove avesse eletto di por gli aguati, e farvelo morire, sotto questa finzion, che vuol mostrargli quel di Ginevra, ch'impossibil pargli.

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Di volervi venir prese partito, ma in guisa che di lui non sia men forte; perché accadendo che fosse assalito, si truovi sì, che non tema di morte. Un suo fratello avea saggio ed ardito, il più famoso in arme de la corte, detto Lurcanio; e avea più cor con esso, che se dieci altri avesse avuto appresso.

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Seco chiamollo, e volse che prendesse l'arme; e la notte lo menò con lui: non che 'l secreto suo già gli dicesse; né l'avria detto ad esso, né ad altrui. Da sé lontano un trar di pietra il messe: — Se mi senti chiamar, vien (disse) a nui; ma se non senti, prima ch'io ti chiami, non ti partir di qui, frate, se m'ami. —

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— Va pur, non dubitar, — disse il fratello: e così venne Ariodante cheto, e si celò nel solitario ostello ch'era d'incontro al mio verron secreto. Vien d'altra parte il fraudolente e fello, che d'infamar Ginevra era sì lieto; e fa il segno, tra noi solito inante, a me che de l'inganno era ignorante.

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Ed io con veste candida, e fregiata per mezzo a liste d'oro e d'ogn'intorno, e con rete pur d'or, tutta adombrata di bei fiocchi vermigli al capo intorno (foggia che sol fu da Ginevra usata, non d'alcun'altra), udito il segno, torno sopra il verron, ch'in modo era locato, che mi scopria dinanzi e d'ogni lato.

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Lurcanio in questo mezzo dubitando che 'l fratello a pericolo non vada, o come è pur commun disio, cercando di spiar sempre ciò che ad altri accada; l'era pian pian venuto seguitando, tenendo l'ombre e la più oscura strada: e a men di dieci passi a lui discosto, nel medesimo ostel s'era riposto.

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Non sappiendo io di questo cosa alcuna, venni al verron ne l'abito c'ho detto, sì come già venuta era più d'una e più di due fiate a buono effetto. Le veste si vedean chiare alla luna; né dissimile essendo anch'io d'aspetto né di persona da Ginevra molto, fece parere un per un altro il volto:

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e tanto più, ch'era gran spazio in mezzo fra dove io venni a quelle inculte case ai dui fratelli, che stavano al rezzo, il duca agevolmente persuase quel ch'era falso. Or pensa in che ribrezzo Ariodante, in che dolor rimase. Vien Polinesso, e alla scala s'appoggia che giù manda'gli, e monta in su la loggia.

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A prima giunta io gli getto le braccia al collo, ch'io non penso esser veduta; lo bacio in bocca e per tutta la faccia, come far soglio ad ogni sua venuta. Egli più de l'usato si procaccia d'accarezzarmi, e la sua fraude aiuta. Quell'altro al rio spettacolo condutto, misero sta lontano, e vede il tutto.

52

Cade in tanto dolor, che si dispone allora allora di voler morire: e il pome de la spada in terra pone, che su la punta si volea ferire. Lurcanio che con grande ammirazione avea veduto il duca a me salire, ma non già conosciuto chi si fosse, scorgendo l'atto del fratel, si mosse;

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e gli vietò che con la propria mano non si passasse in quel furore il petto. S'era più tardo o poco più lontano, non giugnea a tempo, e non faceva effetto. — Ah misero fratel, fratello insano (gridò), perc'hai perduto l'intelletto, ch'una femina a morte trar ti debbia? ch'ir possan tutte come al vento nebbia!

54

Cerca far morir lei, che morir merta, e serva a più tuo onor tu la tua morte. Fu d'amar lei, quando non t'era aperta la fraude sua: or è da odiar ben forte, poi che con gli occhi tuoi tu vedi certa, quanto sia meretrice, e di che sorte. Serbi quest'arme che volti in te stesso, a far dinanzi al re tal fallo espresso. —

55

Quando si vede Ariodante giunto sopra il fratel, la dura impresa lascia; ma la sua intenzion da quel ch'assunto avea già di morir, poco s'accascia. Quindi si leva, e porta non che punto, ma trapassato il cor d'estrema ambascia; pur finge col fratel, che quel furore non abbia più, che dianzi avea nel core.

56

Il seguente matin, senza far motto al suo fratello o ad altri, in via si messe da la mortal disperazion condotto; né di lui per più dì fu chi sapesse. Fuor che 'l duca e il fratello, ogn'altro indotto era chi mosso al dipartir l'avesse. Ne la casa del re di lui diversi ragionamenti e in tutta Scozia fersi.

57

In capo d'otto o di più giorni in corte venne inanzi a Ginevra un viandante, e novelle arrecò di mala sorte: che s'era in mar summerso Ariodante di volontaria sua libera morte, non per colpa di borea o di levante. D'un sasso che sul mar sporgea molt'alto avea col capo in giù preso un gran salto.

58

Colui dicea: — Pria che venisse a questo, a me che a caso riscontrò per via, disse: — Vien meco, acciò che manifesto per te a Ginevra il mio successo sia; e dille poi, che la cagion del resto che tu vedrai di me, ch'or ora fia, è stato sol perc'ho troppo veduto: felice, se senza occhi io fussi suto! —

59

Eramo a caso sopra Capobasso, che verso Irlanda alquanto sporge in mare. Così dicendo, di cima d'un sasso lo vidi a capo in giù sott'acqua andare. Io lo lasciai nel mare, ed a gran passo ti son venuto la nuova a portare. — Ginevra, sbigottita e in viso smorta, rimase a quello annunzio mezza morta.

60

Oh Dio, che disse e fece, poi che sola si ritrovò nel suo fidato letto! percosse il seno, e si stracciò la stola, e fece all'aureo crin danno e dispetto; ripetendo sovente la parola ch'Ariodante avea in estremo detto: che la cagion del suo caso empio e tristo tutta venìa per aver troppo visto.

61

Il rumor scorse di costui per tutto, che per dolor s'avea dato la morte. Di questo il re non tenne il viso asciutto, né cavallier né donna de la corte. Di tutti il suo fratel mostrò più lutto; e si sommerse nel dolor sì forte, ch'ad esempio di lui, contra se stesso voltò quasi la man per irgli appresso.

62

E molte volte ripetendo seco, che fu Ginevra che 'l fratel gli estinse, e che non fu se non quell'atto bieco che di lei vide, ch'a morir lo spinse; di voler vendicarsene sì cieco venne, e sì l'ira e sì il dolor lo vinse, che di perder la grazia vilipese, ed aver l'odio del re e del paese.

63

E inanzi al re, quando era più di gente la sala piena, se ne venne, e disse: — Sappi, signor, che di levar la mente al mio fratel, sì ch'a morir ne gisse, stata è la figlia tua sola nocente; ch'a lui tanto dolor l'alma trafisse d'aver veduta lei poco pudica, che più che vita ebbe la morte amica.

64

Erane amante, e perché le sue voglie disoneste non fur, nol vo' coprire: per virtù meritarla aver per moglie da te sperava e per fedel servire; ma mentre il lasso ad odorar le foglie stava lontano, altrui vide salire, salir su l'arbor riserbato, e tutto essergli tolto il disiato frutto. —

65

E seguitò, come egli avea veduto venir Ginevra sul verrone, e come mandò la scala, onde era a lei venuto un drudo suo, di chi egli non sa il nome, che s'avea, per non esser conosciuto, cambiati i panni e nascose le chiome. Soggiunse che con l'arme egli volea provar tutto esser ver ciò che dicea.

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