Orlando Furioso

Part 49

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e son chiamati cortigian gentili, perché sanno imitar l'asino e 'l ciacco; de' lor signor, tratto che n'abbia i fili la giusta Parca, anzi Venere e Bacco, questi di ch'io ti dico, inerti e vili, nati solo ad empir di cibo il sacco, portano in bocca qualche giorno il nome; poi ne l'oblio lascian cader le some.

22

Ma come i cigni che cantando lieti rendeno salve le medaglie al tempio, così gli uomini degni da' poeti son tolti da l'oblio, più che morte empio. Oh bene accorti principi e discreti, che seguite di Cesare l'esempio, e gli scrittor vi fate amici, donde non avete a temer di Lete l'onde!

23

Son, come i cigni, anco i poeti rari, poeti che non sian del nome indegni; sì perché il ciel degli uomini preclari non pate mai che troppa copia regni, sì per gran colpa dei signori avari che lascian mendicare i sacri ingegni; che le virtù premendo, ed esaltando i vizi, caccian le buone arti in bando.

24

Credi che Dio questi ignoranti ha privi de lo 'ntelletto, e loro offusca i lumi; che de la poesia gli ha fatto schivi, acciò che morte il tutto ne consumi. Oltre che del sepolcro uscirian vivi, ancor ch'avesser tutti i rei costumi, pur che sapesson farsi amica Cirra, più grato odore avrian che nardo o mirra.

25

Non sì pietoso Enea, né forte Achille fu, come è fama, né sì fiero Ettorre; e ne son stati e mille e mille e mille che lor si puon con verità anteporre: ma i donati palazzi e le gran ville dai descendenti lor, gli ha fatto porre in questi senza fin sublimi onori da l'onorate man degli scrittori.

26

Non fu sì santo né benigno Augusto come la tuba di Virgilio suona. L'aver avuto in poesia buon gusto la proscrizion iniqua gli perdona. Nessun sapria se Neron fosse ingiusto, né sua fama saria forse men buona, avesse avuto e terra e ciel nimici, se gli scrittor sapea tenersi amici.

27

Omero Agamennòn vittorioso, e fe' i Troian parer vili ed inerti; e che Penelopea fida al suo sposo dai Prochi mille oltraggi avea sofferti. E se tu vuoi che 'l ver non ti sia ascoso, tutta al contrario l'istoria converti: che i Greci rotti, e che Troia vittrice, e che Penelopea fu meretrice.

28

Da l'altra parte odi che fama lascia Elissa, ch'ebbe il cor tanto pudico; che riputata viene una bagascia, solo perché Maron non le fu amico. Non ti maravigliar ch'io n'abbia ambascia, e se di ciò diffusamente io dico. Gli scrittori amo, e fo il debito mio; ch'al vostro mondo fui scrittore anch'io.

29

E sopra tutti gli altri io feci acquisto che non mi può levar tempo né morte: e ben convenne al mio lodato Cristo rendermi guidardon di sì gran sorte. Duolmi di quei che sono al tempo tristo, quando la cortesia chiuso ha le porte; che con pallido viso e macro e asciutto la notte e 'l dì vi picchian senza frutto.

30

Sì che continuando il primo detto, sono i poeti e gli studiosi pochi; che dove non han pasco né ricetto, insin le fere abbandonano i lochi. — Così dicendo il vecchio benedetto gli occhi infiammò, che parveno duo fuochi; poi volto al duca con un saggio riso tornò sereno il conturbato viso.

31

Resti con lo scrittor de l'evangelo Astolfo ormai, ch'io voglio far un salto, quanto sia in terra a venir fin dal cielo; ch'io non posso più star su l'ali in alto. Torno alla donna a cui con grave telo mosso avea gelosia crudele assalto. Io la lasciai ch'avea con breve guerra tre re gittati, un dopo l'altro, in terra;

32

e che giunta la sera ad un castello ch'alla via di Parigi si ritrova, d'Agramante, che rotto dal fratello s'era ridotto in Arli, ebbe la nuova. Certa che 'l suo Ruggier fosse con quello, tosto ch'apparve in ciel la luce nuova, verso Provenza, dove ancora intese che Carlo lo seguia, la strada prese.

33

Verso Provenza per la via più dritta andando, s'incontrò in una donzella, ancor che fosse lacrimosa e afflitta, bella di faccia e di maniere bella. Questa era quella sì d'amor traffitta per lo figliuol di Monodante, quella donna gentil ch'avea lasciato al ponte l'amante suo prigion di Rodomonte.

34

Ella venìa cercando un cavalliero, ch'a far battaglia usato, come lontra, in acqua e in terra fosse, e così fiero, che lo potesse al pagan porre incontra. La sconsolata amica di Ruggiero, come quest'altra sconsolata incontra, cortesemente la saluta, e poi le chiede la cagion dei dolor suoi.

35

Fiordiligi lei mira, e veder parle un cavallier ch'al suo bisogno fia; e comincia del ponte a ricontarle, ove impedisce il re d'Algier la via; e ch'era stato appresso di levarle l'amante suo: non che più forte sia; ma sapea darsi il Saracino astuto col ponte stretto e con quel fiume aiuto.

36

— Se sei (dicea) sì ardito e sì cortese, come ben mostri l'uno e l'altro in vista, mi vendica, per Dio, di chi mi prese il mio signore, e mi fa gir sì trista; o consigliami almeno in che paese possa io trovare un ch'a colui resista, e sappia tanto d'arme e di battaglia, che 'l fiume e 'l ponte al pagan poco vaglia.

37

Oltre che tu farai quel che conviensi ad uom cortese e a cavalliero errante, in beneficio il tuo valor dispensi del più fedel d'ogni fedele amante. De l'altre sue virtù non appertiensi a me narrar; che sono tante e tante, che chi non n'ha notizia, si può dire che sia del veder privo e de l'udire. —

38

La magnanima donna, a cui fu grata sempre ogni impresa che può farla degna d'esser con laude e gloria nominata, subito al ponte di venir disegna: ed ora tanto più, ch'è disperata, vien volentier, quando anco a morir vegna; che credendosi, misera! esser priva del suo Ruggiero, ha in odio d'esser viva.

39

— Per quel ch'io vaglio, giovane amorosa (rispose Bradamante), io m'offerisco di far l'impresa dura e perigliosa, per altre cause ancor, ch'io preterisco; ma più, che del tuo amante narri cosa che narrar di pochi uomini avvertisco, che sia in amor fedel; ch'a fé ti giuro ch'in ciò pensai ch'ognun fosse pergiuro. —

40

Con un sospir quest'ultime parole finì, con un sospir ch'uscì dal core; poi disse: — Andiamo; — e nel seguente sole giunsero al fiume, al passo pien d'orrore. Scoperte da la guardia che vi suole farne segno col corno al suo signore, il pagan s'arma; e quale è 'l suo costume, sul ponte s'apparecchia in ripa al fiume:

41

e come vi compar quella guerriera, di porla a morte subito minaccia, quando de l'arme e del destrier su ch'era, al gran sepolcro oblazion non faccia. Bradamante che sa l'istoria vera, come per lui morta Issabella giaccia, che Fiordiligi detto le l'avea, al Saracin superbo rispondea:

42

— Perché vuoi tu, bestial, che gli innocenti facciano penitenza del tuo fallo? Del sangue tuo placar costei convienti: tu l'uccidesti, e tutto 'l mondo sallo. Sì che di tutte l'arme e guernimenti di tanti che gittati hai da cavallo, oblazione e vittima più accetta avrà, ch'io te l'uccida in sua vendetta.

43

E di mia man le fia più grato il dono, quando, come ella fu, son donna anch'io: né qui venuta ad altro effetto sono, ch'a vendicarla; e questo sol disio. Ma far tra noi prima alcun patto è buono, che 'l tuo valor si compari col mio. S'abbattuta sarò, di me farai quel che degli altri tuoi prigion fatt'hai:

44

ma s'io t'abbatto, come io credo e spero, guadagnar voglio il tuo cavallo e l'armi, e quelle offerir sole al cimitero, e tutte l'altre distaccar da' marmi; e voglio che tu lasci ogni guerriero. — Rispose Rodomonte: — Giusto parmi che sia come tu di'; ma i prigion darti già non potrei, ch'io non gli ho in queste parti.

45

Io gli ho al mio regno in Africa mandati: ma ti prometto, e ti do ben la fede, che se m'avvien per casi inopinati che tu stia in sella e ch'io rimanga a piede, farò che saran tutti liberati in tanto tempo quanto si richiede di dare a un messo ch'in fretta si mandi e far quel che, s'io perdo, mi commandi.

46

Ma s'a te tocca star di sotto, come piu si conviene, e certo so che fia, non vo' che lasci l'arme, né il tuo nome, come di vinta, sottoscritto sia: al tuo bel viso, a' begli occhi, alle chiome, che spiran tutti amore e leggiadria, voglio donar la mia vittoria; e basti che ti disponga amarmi, ove m'odiasti.

47

Io son di tal valor, son di tal nerbo, ch'aver non déi d'andar di sotto a sdegno. — Sorrise alquanto, ma d'un riso acerbo che fece d'ira, più che d'altro, segno, la donna, né rispose a quel superbo; ma tornò in capo al ponticel di legno, spronò il cavallo, e con la lancia d'oro venne a trovar quell'orgoglioso Moro.

48

Rodomonte alla giostra s'apparecchia: viene a gran corso; ed è sì grande il suono che rende il ponte, ch'intronar l'orecchia può forse a molti che lontan ne sono. La lancia d'oro fe' l'usanza vecchia; che quel pagan, sì dianzi in giostra buono, levò di sella, e in aria lo sospese, indi sul ponte a capo in giù lo stese.

49

Nel trapassar ritrovò a pena loco ove entrar col destrier quella guerriera; e fu a gran risco, e ben vi mancò poco, ch'ella non traboccò ne la riviera: ma Rabicano, il quale il vento e 'l fuoco concetto avean, sì destro ed agil era, che nel margine estremo trovò strada; e sarebbe ito anco su 'n fil di spada.

50

Ella si volta, e contra l'abbattuto pagan ritorna; e con leggiadro motto: — Or puoi (disse) veder chi abbia perduto, e a chi di noi tocchi di star di sotto. — Di maraviglia il pagan resta muto, ch'una donna a cader l'abbia condotto; e far risposta non poté o non volle, e fu come uom pien di stupore e folle.

51

Di terra si levò tacito e mesto; e poi ch'andato fu quattro o sei passi, lo scudo e l'elmo, e de l'altre arme il resto tutto si trasse, e gittò contra i sassi; e solo e a piè fu a dileguarsi presto: non che commission prima non lassi a un suo scudier, che vada a far l'effetto dei prigion suoi, secondo che fu detto.

52

Partissi; e nulla poi più se n'intese, se non che stava in una grotta scura. Intanto Bradamante avea sospese di costui l'arme all'alta sepoltura, e fattone levar tutto l'arnese, il qual dei cavallieri, alla scrittura, conobbe de la corte esser di Carlo; non levò il resto, e non lasciò levarlo.

53

Oltr'a quel del figliuol di Monodante, v'è quel di Sansonetto e d'Oliviero, che per trovare il principe d'Anglante, quivi condusse il più dritto sentiero. Quivi fur presi, e furo il giorno inante mandati via dal Saracino altiero. Di questi l'arme fe' la donna torre da l'alta mole, e chiuder ne la torre.

54

Tutte l'altre lasciò pender dai sassi, che fur spogliate ai cavallier pagani. V'eran l'arme d'un re, del quale i passi per Frontalatte mal fur spesi e vani: io dico l'arme del re de' Circassi, che dopo lungo errar per colli e piani, venne quivi a lasciar l'altro destriero; e poi senz'arme andossene leggiero.

55

S'era partito disarmato e a piede quel re pagan dal periglioso ponte, sì come gli altri ch'eran di sua fede, partir da sé lasciava Rodomonte. Ma di tornar più al campo non gli diede il cor; ch'ivi apparir non avria fronte: che per quel che vantossi, troppo scorno gli saria farvi in tal guisa ritorno.

56

Di pur cercar nuovo desir lo prese colei che sol avea fissa nel core. Fu l'aventura sua, che tosto intese (io non vi saprei dir chi ne fu autore) ch'ella tornava verso il suo paese: onde esso, come il punge e sprona Amore, dietro alla pesta subito si pone. Ma tornar voglio alla figlia d'Amone.

57

Poi che narrato ebbe con altro scritto come da lei fu liberato il passo; a Fiordiligi ch'avea il core afflitto, e tenea il viso lacrimoso e basso, domandò umanamente ov'ella dritto volea che fosse, indi partendo, il passo. Rispose Fiordiligi: — Il mio camino vo' che sia in Arli al campo saracino,

58

ove navilio e buona compagnia spero trovar da gir ne l'altro lito. Mai non mi fermerò fin ch'io non sia venuta al mio signore e mio marito. Voglio tentar, perché in prigion non stia, più modi e più; che se mi vien fallito questo che Rodomonte t'ha promesso, ne voglio avere uno ed un altro appresso. —

59

— Io m'offerisco (disse Bradamante) d'accompagnarti un pezzo de la strada, tanto che tu ti vegga Arli davante, ove per amor mio vo' che tu vada a trovar quel Ruggier del re Agramante, che del suo nome ha piena ogni contrada; e che gli rendi questo buon destriero, onde abbattuto ho il Saracino altiero.

60

Voglio ch'a punto tu gli dica questo: — Un cavallier che di provar si crede, e fare a tutto 'l mondo manifesto che contra lui sei mancator di fede; acciò ti trovi apparecchiato e presto, questo destrier, perch'io tel dia, mi diede. Dice che trovi tua piastra e tua maglia, e che l'aspetti a far teco battaglia. —

61

Digli questo, e non altro; e se quel vuole saper da te ch'io son, di' che nol sai. — Quella rispose umana come suole: — Non sarò stanca in tuo servizio mai, spender la vita, non che le parole; che tu ancora per me così fatto hai. — Grazie le rende Bradamante, e piglia Frontino, e le lo porge per la briglia.

62

Lungo il fiume le belle e pellegrine giovani vanno a gran giornate insieme, tanto che veggono Arli, e le vicine rive odon risonar del mar che freme. Bradamante si ferma alle confine quasi de' borghi ed alle sbarre estreme, per dare a Fiordiligi atto intervallo, che condurre a Ruggier possa il cavallo.

63

Vien Fiordiligi, ed entra nel rastrello, nel ponte e ne la porta; e seco prende chi le fa compagnia fin all'ostello ove abita Ruggiero, e quivi scende; e, secondo il mandato, al damigello fa l'imbasciata, e il buon Frontin gli rende: indi va, che risposta non aspetta, ad eseguire il suo bisogno in fretta.

64

Ruggier riman confuso e in pensier grande, e non sa ritrovar capo né via di saper chi lo sfide, e chi gli mande a dire oltraggio e a fargli cortesia. Che costui senza fede lo domande, o possa domandar uomo che sia, non sa veder né imaginare; e prima, ch'ogn'altro sia che Bradamante, istima.

65

Che fosse Rodomonte, era più presto ad aver, che fosse altri, opinione; e perché ancor da lui debba udir questo, pensa, né imaginar può la cagione. Fuor che con lui, non sa di tutto 'l resto del mondo, con chi lite abbia e tenzone. Intanto la donzella di Dordona chiede battaglia, e forte il corno suona.

66

Vien la nuova a Marsilio e ad Agramante, ch'un cavallier di fuor chiede battaglia. A caso Serpentin loro era avante, ed impetrò di vestir piastra e maglia, e promesse pigliar questo arrogante. Il popul venne sopra la muraglia; né fanciullo restò, né restò veglio, che non fosse a veder chi fêsse meglio.

67

Con ricca sopravesta e bello arnese Serpentin da la Stella in giostra venne. Al primo scontro in terra si distese: il destrier aver parve a fuggir penne. Dietro gli corse la donna cortese, e per la briglia al Saracin lo tenne, e disse: — Monta, e fa che 'l tuo signore mi mandi un cavallier di te migliore. —

68

Il re african, ch'era con gran famiglia sopra le mura alla giostra vicino, del cortese atto assai si maraviglia, ch'usato ha la donzella a Serpentino. — Di ragion può pigliarlo, e non lo piglia, — diceva, udendo il popul saracino. Serpentin giunge, e come ella commanda, un miglior da sua parte al re domanda.

69

Grandonio di Volterna furibondo, il più superbo cavallier di Spagna, pregando fece sì, che fu il secondo, ed uscì con minacce alla campagna. — Tua cortesia nulla ti vaglia al mondo; che, quando da me vinto tu rimagna, al mio signor menar preso ti voglio: ma qui morrai, s'io posso, come soglio. —

70

La donna disse lui: — Tua villania non vo' che men cortese far mi possa, ch'io non ti dica che tu torni pria che sul duro terren ti doglian l'ossa. Ritorna, e di' al tuo re da parte mia, che per simile a te non mi son mossa; ma per trovar guerrier che 'l pregio vaglia, son qui venuta a domandar battaglia. —

71

Il mordace parlare, acre ed acerbo, gran fuoco al cor del Saracino attizza; sì che senza poter replicar verbo, volta il destrier con colera e con stizza. Volta la donna, e contra quel superbo la lancia d'oro e Rabicano drizza. Come l'asta fatal lo scudo tocca, coi piedi al cielo il Saracin trabocca.

72

Il destrier la magnanima guerriera gli prese, e disse: — Pur tel prediss'io, che far la mia imbasciata meglio t'era, che de la giostra aver tanto disio. Di', al re, ti prego, che fuor de la schiera elegga un cavallier che sia par mio; né voglia con voi altri affaticarme, ch'avete poca esperienza d'arme. —

73

Quei da le mura, che stimar non sanno chi sia il guerriero in su l'arcion sì saldo, quei più famosi nominando vanno, che tremar li fan spesso al maggior caldo. Che Brandimarte sia, molti detto hanno: la più parte s'accorda esser Rinaldo: molti su Orlando avrian fatto disegno; ma il suo caso sapean di pietà degno.

74

La terza giostra il figlio di Lanfusa chiedendo, disse: — Non che vincer speri, ma perché di cader più degna scusa abbian, cadendo anch'io, questi guerrieri. — E poi di tutto quel ch'in giostra s'usa si messe in punto; e di cento destrieri che tenea in stalla, d'un tolse l'eletta, ch'avea il correre acconcio, e di gran fretta.

75

Contra la donna per giostrar si fece; ma prima salutolla, ed ella lui. Disse la donna: — Se saper mi lece, ditemi in cortesia che siate vui. — Di questo Ferraù le satisfece, ch'usò di rado di celarsi altrui. Ella soggiunse: — Voi già non rifiuto, ma avria più volentieri altri voluto. —

76

— E chi? — Ferraù disse. Ella rispose: — Ruggiero; — e a pena il poté proferire, e sparse d'un color come di rose la bellissima faccia in questo dire. Soggiunse al detto poi: — Le cui famose lode a tal prova m'han fatto venire. Altro non bramo, e d'altro non mi cale, che di provar come egli in giostra vale. —

77

Semplicemente disse le parole che forse alcuno ha già prese a malizia. Rispose Ferraù: — Prima si vuole provar tra noi chi sa più di milizia. Se di me avvien quel che di molti suole, poi verrà ad emendar la mia tristizia quel gentil cavallier che tu dimostri aver tanto desio che teco giostri. —

78

Parlando tuttavolta la donzella teneva la visiera alta dal viso. Mirando Ferraù la faccia bella, si sente rimaner mezzo conquiso, e taciturno dentro a sé favella: — Questo un angel mi par del paradiso; e ancor che con la lancia non mi tocchi, abbattuto son già da' suoi begli occhi. —

79

Preson del campo; e come agli altri avvenne, Ferraù se n'uscì di sella netto. Bradamante il destrier suo gli ritenne, e disse: — Torna, e serva quel c'hai detto. — Ferraù vergognoso se ne venne, e ritrovò Ruggier ch'era al cospetto del re Agramante; e gli fece sapere ch'alla battaglia il cavallier lo chere.

80

Ruggier non conoscendo ancor chi fosse chi a sfidar lo mandava alla battaglia, quasi certo di vincere, allegrosse; e le piastre arrecar fece e la maglia: né l'aver visto alle gravi percosse, che gli altri sian caduti, il cor gli smaglia. Come s'armasse, e come uscisse, e quanto poi ne seguì, lo serbo all'altro canto.

CANTO TRENTASEIESIMO

1

Convien ch'ovunque sia, sempre cortese sia un cor gentil, ch'esser non può altrimente; che per natura e per abito prese quel che di mutar poi non è possente. Convien ch'ovunque sia, sempre palese un cor villan si mostri similmente. Natura inchina al male, e viene a farsi l'abito poi difficile a mutarsi.

2

Di cortesia, di gentilezza esempi fra gli antiqui guerrier si vider molti, e pochi fra i moderni; ma degli empi costumi avvien ch'assai ne vegga e ascolti in quella guerra, Ippolito, che i tempi di segni ornaste agli nimici tolti, e che traeste lor galee captive di preda carche alle paterne rive.

3

Tutti gli atti crudeli ed inumani ch'usasse mai Tartaro o Turco o Moro, (non già con volontà de' Veneziani, che sempre esempio di giustizia foro), usaron l'empie e scelerate mani di rei soldati, mercenari loro. Io non dico or di tanti accesi fuochi ch'arson le ville e i nostri ameni lochi:

4

ben che fu quella ancor brutta vendetta, massimamente contra voi, ch'appresso Cesare essendo, mentre Padua stretta era d'assedio, ben sapea che spesso per voi più d'una fiamma fu interdetta, e spento il fuoco ancor, poi che fu messo, da villaggi e da templi, come piacque, all'alta cortesia che con voi nacque.

5

Io non parlo di questo né di tanti altri lor discortesi e crudeli atti; ma sol di quel che trar dai sassi i pianti debbe poter, qual volta se ne tratti: quel dì, Signor, che la famiglia inanti vostra mandaste là dove ritratti dai legni lor con importuni auspici s'erano in luogo forte gl'inimici.

6

Qual Ettorre ed Enea sin dentro ai flutti, per abbruciar le navi greche, andaro; un Ercol vidi e un Alessandro, indutti da troppo ardir, partirsi a paro a paro, e spronando i destrier, passarci tutti, e i nemici turbar fin nel riparo, e gir sì inanzi, ch'al secondo molto aspro fu il ritornare, e al primo tolto.

7

Salvossi il Ferruffin, restò il Cantelmo. Che cor, duca di Sora, che consiglio fu allora il tuo, che trar vedesti l'elmo fra mille spade al generoso figlio, e menar preso a nave, e sopra un schelmo troncargli il capo? Ben mi maraviglio che darti morte lo spettacol solo non poté, quanto il ferro a tuo figliuolo.

8

Schiavon crudele, onde hai tu il modo appreso de la milizia? In qual Scizia s'intende ch'uccider si debba un, poi che gli è preso, che rende l'arme, e più non si difende? Dunque uccidesti lui, perché ha difeso la patria? Il sole a torto oggi risplende, crudel seculo, poi che pieno sei di Tiesti, di Tantali e di Atrei.

9

Festi, barbar crudel, del capo scemo il più ardito garzon che di sua etade fosse da un polo e l'altro, e da l'estremo lito degl'Indi a quello ove il sol cade. Potea in Antropofàgo, in Polifemo la beltà e gli anni suoi trovar pietade; ma non in te, più crudo e più fellone d'ogni Ciclope e d'ogni Lestrigone.

10

Simile esempio non credo che sia fra gli antiqui guerrier, di quai li studi tutti fur gentilezza e cortesia; né dopo la vittoria erano crudi. Bradamante non sol non era ria a quei ch'avea, toccando lor gli scudi, fatto uscir de la sella, ma tenea loro i cavalli, e rimontar facea.

11

Di questa donna valorosa e bella io vi dissi di sopra, che abbattuto avea Serpentin quel da la Stella, Grandonio di Volterna e Ferrauto, e ciascun d'essi poi rimesso in sella; e dissi ancor che 'l terzo era venuto, da lei mandato a disfidar Ruggiero, là dove era stimata un cavalliero.

12

Ruggier tenne lo 'nvito allegramente, e l'armatura sua fece venire. Or mentre che s'armava al re presente, tornaron quei signor di nuovo a dire chi fosse il cavallier tanto eccellente, che di lancia sapea sì ben ferire; e Ferraù, che parlato gli avea, fu domandato se lo conoscea.

13

Rispose Ferraù: — Tenete certo che non è alcun di quei ch'avete detto. A me parea, ch'il vidi a viso aperto, il fratel di Rinaldo giovinetto: ma poi ch'io n'ho l'alto valore esperto, e so che non può tanto Ricciardetto, penso che sia la sua sorella, molto (per quel ch'io n'odo) a lui simil di volto.

14

Ella ha ben fama d'esser forte a pare del suo Rinaldo e d'ogni paladino; ma, per quanto io ne veggo oggi, mi pare che val più del fratel, più del cugino. — Come Ruggier lei sente ricordare, del vermiglio color che 'l matutino sparge per l'aria, si dipinge in faccia, e nel cor triema, e non sa che si faccia.

15