Part 47
e lo trovò ne la spelonca cava, da l'avuta paura anco sì oppresso, ch'uscire allo scoperto non osava: perciò l'ha in suo potere il pagan messo. Ben de la convenzion si raccordava, ch'alla fonte tornar dovea con esso; ma non è più disposto d'osservarla, e così in mente sua tacito parla:
94
— Abbial chi aver lo vuol con lite e guerra: io d'averlo con pace più disio. Da l'uno all'altro capo de la terra già venni, e sol per far Baiardo mio. Or ch'io l'ho in mano, ben vaneggia ed erra chi crede che depor lo volesse io. Se Rinaldo lo vuol, non disconviene, come io già in Francia, or s'egli in India viene.
95
Non men sicura a lui fia Sericana, che già due volte Francia a me sia stata. — Così dicendo, per la via più piana ne venne in Arli, e vi trovò l'armata; e quindi con Baiardo e Durindana si partì sopra una galea spalmata. Ma questo a un'altra volta; ch'or Gradasso, Rinaldo e tutta Francia a dietro lasso.
96
Voglio Astolfo seguir, ch'a sella e a morso, a uso facea andar di palafreno l'ippogrifo per l'aria a sì gran corso, che l'aquila e il falcon vola assai meno. Poi che de' Galli ebbe il paese scorso da un mare a l'altro e da Pirene al Reno, tornò verso ponente alla montagna che separa la Francia da la Spagna.
97
Passò in Navarra, ed indi in Aragona, lasciando a chi 'l vedea gran maraviglia. Restò lungi a sinistra Taracona, Biscaglia a destra, ed arrivò in Castiglia. Vide Gallizia e 'l regno d'Ulisbona, poi volse il corso a Cordova e Siviglia; né lasciò presso al mar né fra campagna città, che non vedesse tutta Spagna.
98
Vide le Gade e la meta che pose ai primi naviganti Ercole invitto. Per l'Africa vagar poi si dispose dal mar d'Atlante ai termini d'Egitto. Vide le Baleariche famose, e vide Eviza appresso al camin dritto. Poi volse il freno, e tornò verso Arzilla sopra 'l mar che da Spagna dipartilla.
99
Vide Marocco, Feza, Orano, Ippona, Algier, Buzea, tutte città superbe, c'hanno d'altre città tutte corona, corona d'oro, e non di fronde o d'erbe. Verso Biserta e Tunigi poi sprona: vide Capisse e l'isola d'Alzerbe e Tripoli e Bernicche e Tolomitta, sin dove il Nilo in Asia si tragitta.
100
Tra la marina e la silvosa schena del fiero Atlante vide ogni contrada. Poi diè le spalle ai monti di Carena, e sopra i Cirenei prese la strada; e traversando i campi de l'arena, venne a' confin di Nubia in Albaiada. Rimase dietro il cimiter di Batto e l'gran tempio d'Amon, ch'oggi è disfatto.
101
Indi giunse ad un'altra Tremisenne, che di Maumetto pur segue lo stilo. Poi volse agli altri Etiopi le penne, che contra questi son di là dal Nilo. Alla città di Nubia il camin tenne tra Dobada e Coalle in aria a filo. Questi cristiani son, quei saracini; e stan con l'arme in man sempre a' confini.
102
Senapo imperator de la Etiopia, ch'in loco tien di scettro in man la croce, di gente, di cittadi e d'oro ha copia quindi fin là dove il mar Rosso ha foce; e serva quasi nostra fede propia, che può salvarlo da l'esilio atroce. Gli è, s'io non piglio errore, in questo loco ove al battesmo loro usano un fuoco.
103
Dismontò il duca Astolfo alla gran corte dentro di Nubia, e visitò il Senapo. Il castello è più ricco assai che forte, ove dimora d'Etiopia il capo. Le catene dei ponti e de le porte, gangheri e chiavistei da piedi a capo, e finalmente tutto quel lavoro che noi di ferro usiamo, ivi usan d'oro.
104
Ancor che del finissimo metallo vi sia tale abondanza, è pur in pregio. Colonnate di limpido cristallo son le gran logge del palazzo regio. Fan rosso, bianco, verde, azzurro e giallo sotto i bei palchi un relucente fregio, divisi tra proporzionati spazi, rubin, smeraldi, zafiri e topazi.
105
In mura, in tetti, in pavimenti sparte eran le perle, eran le ricche gemme. Quivi il balsamo nasce; e poca parte n'ebbe appo questi mai Ierusalemme. Il muschio ch'a noi vien, quindi si parte; quindi vien l'ambra, e cerca altre maremme: vengon le cose in somma da quel canto, che nei paesi nostri vaglion tanto.
106
Si dice che 'l soldan, re de l'Egitto, a quel re dà tributo e sta suggetto, perch'è in poter di lui dal camin dritto levare il Nilo, e dargli altro ricetto, e per questo lasciar subito afflitto di fame il Cairo e tutto quel distretto. Senapo detto è dai sudditi suoi; gli diciàn Presto o Preteianni noi.
107
Di quanti re mai d'Etiopia foro, il più ricco fu questi e il più possente; ma con tutta sua possa e suo tesoro, gli occhi perduti avea miseramente. E questo era il minor d'ogni martoro: molto era più noioso e più spiacente, che, quantunque ricchissimo si chiame, cruciato era da perpetua fame.
108
Se per mangiare o ber quello infelice venìa cacciato dal bisogno grande, tosto apparia l'infernal schiera ultrice, le mostruose arpie brutte e nefande, che col griffo e con l'ugna predatrice spargeano i vasi, e rapian le vivande; e quel che non capia lor ventre ingordo, vi rimanea contaminato e lordo.
109
E questo, perch'essendo d'anni acerbo, e vistosi levato in tanto onore, che, oltre alle ricchezze, di più nerbo era di tutti gli altri e di più core; divenne, come Lucifer, superbo, e pensò muover guerra al suo Fattore. Con la sua gente la via prese al dritto al monte onde esce il gran fiume d'Egitto.
110
Inteso avea che su quel monte alpestre, ch'oltre alle nubi e presso al ciel si leva, era quel paradiso che terrestre si dice, ove abitò già Adamo ed Eva. Con camelli, elefanti, e con pedestre esercito, orgoglioso si moveva con gran desir, se v'abitava gente, di farla alle sue leggi ubbidiente.
111
Dio gli ripresse il temerario ardire, e mandò l'angel suo tra quelle frotte, che centomila ne fece morire, e condannò lui di perpetua notte. Alla sua mensa poi fece venire l'orrendo mostro da l'infernal grotte, che gli rapisce e contamina i cibi, né lascia che ne gusti o ne delibi.
112
Ed in desperazion continua il messe uno che già gli avea profetizzato che le sue mense non sariano oppresse da la rapina e da l'odore ingrato, quando venir per l'aria si vedesse un cavallier sopra un cavallo alato. Perché dunque impossibil parea questo, privo d'ogni speranza vivea mesto.
113
Or che con gran stupor vede la gente sopra ogni muro e sopra ogn'alta torre entrare il cavalliero, immantinente è chi a narrarlo al re di Nubia corre, a cui la profezia ritorna a mente; ed obliando per letizia torre la fedel verga, con le mani inante vien brancolando al cavallier volante.
114
Astolfo ne la piazza del castello con spaziose ruote in terra scese. Poi che fu il re condotto inanzi a quello, inginochiossi, e le man giunte stese, e disse: — Angel di Dio, Messi novello, s'io non merto perdono a tante offese, mira che proprio è a noi peccar sovente, a voi perdonar sempre a chi si pente.
115
Del mio error consapevole, non chieggio né chiederti ardirei gli antiqui lumi. Che tu lo possa far, ben creder deggio, che sei de' cari a Dio beati numi. Ti basti il gran martìr ch'io non ci veggio, senza ch'ognor la fame mi consumi: almen discaccia le fetide arpie, che non rapiscan le vivande mie.
116
E di marmore un tempio ti prometto edificar de l'alta regia mia, che tutte d'oro abbia le porte e 'l tetto, e dentro e fuor di gemme ornato sia; e dal tuo santo nome sarà detto, e del miracol tuo scolpito fia. — Così dicea quel re che nulla vede, cercando invan baciare al duca il piede.
117
Rispose Astolfo: — Né l'angel di Dio, né son Messia novel, né dal cielo vegno; ma son mortale e peccatore anch'io, di tanta grazia a me concessa indegno. Io farò ogn'opra acciò che 'l mostro rio, per morte o fuga, io ti levi del regno. S'io il fo, me non, ma Dio ne loda solo, che per tuo aiuto qui mi drizzò il volo.
118
Fa questi voti a Dio, debiti a lui; a lui le chiese edifica e gli altari. — Così parlando, andavano ambidui verso il castello fra i baron preclari. Il re commanda ai servitori sui che subito il convito si prepari, sperando che non debba essergli tolta la vivanda di mano a questa volta.
119
Dentro una ricca sala immantinente apparecchiossi il convito solenne. Col Senapo s'assise solamente il duca Astolfo, e la vivanda venne. Ecco per l'aria lo stridor si sente, percossa intorno da l'orribil penne; ecco venir l'arpie brutte e nefande, tratte dal cielo a odor de le vivande.
120
Erano sette in una schiera, e tutte volto di donne avean, pallide e smorte, per lunga fame attenuate e asciutte, orribili a veder più che la morte. L'alaccie grandi avean, deformi e brutte; le man rapaci, e l'ugne incurve e torte; grande e fetido il ventre, e lunga coda, come di serpe che s'aggira e snoda.
121
Si sentono venir per l'aria, e quasi si veggon tutte a un tempo in su la mensa rapire i cibi e riversare i vasi: e molta feccia il ventre lor dispensa, tal che gli è forza d'atturare i nasi; che non si può patir la puzza immensa. Astolfo, come l'ira lo sospinge, contra gli ingordi augelli il ferro stringe.
122
Uno sul collo, un altro su la groppa percuote, e chi nel petto, e chi ne l'ala; ma come fera in su 'n sacco di stoppa, poi langue il colpo, e senza effetto cala: e quei non vi lasciar piatto né coppa che fosse intatta, né sgombrar la sala, prima che le rapine e il fiero pasto contaminato il tutto avesse e guasto.
123
Avuto avea quel re ferma speranza nel duca, che l'arpie gli discacciassi; ed or che nulla ove sperar gli avanza, sospira e geme, e disperato stassi. Viene al duca del corno rimembranza, che suole aitarlo ai perigliosi passi; e conchiude tra sé, che questa via per discacciare i mostri ottima sia.
124
E prima fa che 'l re con suoi baroni di calda cera l'orecchia si serra, acciò che tutti, come il corno suoni, non abbiano a fuggir fuor de la terra. Prende la briglia, e salta sugli arcioni de l'ippogrifo, ed il bel corno afferra; e con cenni allo scalco poi commanda che riponga la mensa e la vivanda.
125
E così in una loggia s'apparecchia con altra mensa altra vivanda nuova. Ecco l'arpie che fan l'usanza vecchia: Astolfo il corno subito ritrova. Gli augelli, che non han chiusa l'orecchia, udito il suon, non puon stare alla prova; ma vanno in fuga pieni di paura, né di cibo né d'altro hanno più cura.
126
Subito il paladin dietro lor sprona: volando esce il destrier fuor de la loggia, e col castel la gran città abandona, e per l'aria, cacciando i mostri, poggia. Astolfo il corno tuttavolta suona: fuggon l'arpie verso la zona roggia, tanto che sono all'altissimo monte ove il Nilo ha, se in alcun luogo ha, fonte.
127
Quasi de la montagna alla radice entra sotterra una profonda grotta, che certissima porta esser si dice di ch'allo 'nferno vuol scender talotta. Quivi s'è quella turba predatrice, come in sicuro albergo, ricondotta, e giù sin di Cocito in su la proda scesa, e più là, dove quel suon non oda.
128
All'infernal caliginosa buca ch'apre la strada a chi abandona il lume, finì l'orribil suon l'inclito duca, e fe' raccorre al suo destrier le piume. Ma prima che più inanzi io lo conduca, per non mi dipartir dal mio costume, poi che da tutti i lati ho pieno il foglio, finire il canto, e riposar mi voglio.
CANTO TRENTAQUATTRESIMO
1
Oh famelice, inique e fiere arpie ch'all'accecata Italia e d'error piena, per punir forse antique colpe rie, in ogni mensa alto giudicio mena! Innocenti fanciulli e madri pie cascan di fame, e veggon ch'una cena di questi mostri rei tutto divora ciò che del viver lor sostegno fôra.
2
Troppo fallò chi le spelonche aperse, che già molt'anni erano state chiuse; onde il fetore e l'ingordigia emerse, ch'ad ammorbare Italia si diffuse. Il bel vivere allora si summerse; e la quiete in tal modo s'escluse, ch'in guerre, in povertà sempre e in affanni è dopo stata, ed è per star molt'anni:
3
fin ch'ella un giorno ai neghitosi figli scuota la chioma, e cacci fuor di Lete, gridando lor: — Non fia chi rassimigli alla virtù di Calai e di Zete? che le mense dal puzzo e dagli artigli liberi, e torni a lor mondizia liete, come essi già quelle di Fineo, e dopo fe' il paladin quelle del re etiopo. —
4
Il paladin col suono orribil venne le brutte arpie cacciando in fuga e in rotta, tanto ch'a piè d'un monte si ritenne, ove esse erano entrate in una grotta. L'orecchie attente allo spiraglio tenne, e l'aria ne sentì percossa e rotta da pianti e d'urli e da lamento eterno: segno evidente quivi esser lo 'nferno.
5
Astolfo si pensò d'entrarvi dentro, e veder quei c'hanno perduto il giorno, e penetrar la terra fin al centro, e le bolge infernal cercare intorno. — Di che debbo temer (dicea) s'io v'entro, che mi posso aiutar sempre col corno? Farò fuggir Plutone e Satanasso, e 'l can trifauce leverò dal passo. —
6
De l'alato destrier presto discese, e lo lasciò legato a un arbuscello: poi si calò ne l'antro, e prima prese il corno, avendo ogni sua speme in quello. Non andò molto inanzi, che gli offese il naso e gli occhi un fumo oscuro e fello, più che di pece grave e che di zolfo: non sta d'andar per questo inanzi Astolfo.
7
Ma quando va più inanzi, più s'ingrossa il fumo e la caligine, e gli pare ch'andare inanzi più troppo non possa; che sarà forza a dietro ritornare. Ecco, non sa che sia, vede far mossa da la volta di sopra, come fare il cadavero appeso al vento suole, che molti dì sia stato all'acqua e al sole.
8
Sì poco, e quasi nulla era di luce in quella affumicata e nera strada, che non comprende e non discerne il duce chi questo sia che sì per l'aria vada; e per notizia averne si conduce a dargli uno o due colpi de la spada. Stima poi ch'un spirto esser quel debbia; che gli par di ferir sopra la nebbia.
9
Allor sentì parlar con voce mesta: — Deh, senza fare altrui danno, giù cala! Pur troppo il negro fumo mi molesta, che dal fuoco infernal qui tutto esala. — Il duca stupefatto allor s'arresta, e dice all'ombra: — Se Dio tronchi ogni ala al fumo, sì ch'a te più non ascenda, non ti dispiaccia che 'l tuo stato intenda.
10
E se vuoi che di te porti novella nel mondo su, per satisfarti sono. — L'ombra rispose: — Alla luce alma e bella tornar per fama ancor sì mi par buono, che le parole è forza che mi svella il gran desir c'ho d'aver poi tal dono, e che 'l mio nome e l'esser mio ti dica, ben che 'l parlar mi sia noia e fatica. —
11
E cominciò: — Signor, Lidia sono io, del re di Lidia in grande altezza nata, qui dal giudicio altissimo di Dio al fumo eternamente condannata, per esser stata al fido amante mio, mentre io vissi, spiacevole ed ingrata. D'altre infinite è questa grotta piena, poste per simil fallo in simil pena.
12
Sta la cruda Anassarete più al basso, ove è maggiore il fumo e più martire. Restò converso al mondo il corpo in sasso e l'anima qua giù venne a patire, poi che veder per lei l'afflitto e lasso suo amante appeso poté sofferire. Qui presso è Dafne, ch'or s'avvede quanto errasse a fare Apollo correr tanto.
13
Lungo saria se gl'infelici spirti de le femine ingrate, che qui stanno, volesse ad uno ad uno riferirti; che tanti son, ch'in infinito vanno. Più lungo ancor saria gli uomini dirti, a' quai l'essere ingrato ha fatto danno, e che puniti sono in peggior loco, ove il fumo gli accieca, e cuoce il fuoco.
14
Perché le donne più facili e prone a creder son, di più supplicio è degno chi lor fa inganno. Il sa Teseo e Iasone e chi turbò a Latin l'antiquo regno; sallo ch'incontra sé il frate Absalone per Tamar trasse a sanguinoso sdegno; ed altri ed altre: che sono infiniti, che lasciato han chi moglie e chi mariti.
15
Ma per narrar di me più che d'altrui, e palesar l'error che qui mi trasse, bella, ma altiera più, sì in vita fui, che non so s'altra mai mi s'aguagliasse: né ti saprei ben dir, di questi dui, s'in me l'orgoglio o la beltà avanzasse; quantunque il fasto o l'alterezza nacque da la beltà ch'a tutti gli occhi piacque.
16
Era in quel tempo in Tracia un cavalliero estimato il miglior del mondo in arme, il qual da più d'un testimonio vero di singular beltà sentì lodarme; tal che spontaneamente fe' pensiero di volere il suo amor tutto donarme, stimando meritar per suo valore, che caro aver di lui dovessi il core.
17
In Lidia venne; e d'un laccio più forte vinto restò, poi che veduta m'ebbe. Con gli altri cavallier si messe in corte del padre mio, dove in gran fama crebbe. L'alto valore e le più d'una sorte prodezze che mostrò, lungo sarebbe a raccontarti, e il suo merto infinito, quando egli avesse a più grato uom servito.
18
Panfilia e Caria e il regno de' Cilici per opra di costui mio padre vinse; che l'esercito mai contra i nimici, se non quanto volea costui, non spinse. Costui, poi che gli parve i benefici suoi meritarlo, un dì col re si strinse a domandargli in premio de le spoglie tante arrecate, ch'io fossi sua moglie.
19
Fu repulso dal re, ch'in grande stato maritar disegnava la figliuola, non a costui che cavallier privato altro non tien che la virtude sola: e 'l padre mio troppo al guadagno dato, e all'avarizia, d'ogni vizio scuola, tanto apprezza costumi, o virtù ammira, quanto l'asino fa il suon de la lira.
20
Alceste, il cavallier di ch'io ti parlo (che così nome avea), poi che si vede repulso da chi più gratificarlo era più debitor, commiato chiede; e lo minaccia, nel partir, di farlo pentir che la figliuola non gli diede. Se n'andò al re d'Armenia, emulo antico del re di Lidia e capital nimico;
21
e tanto stimulò, che lo dispose a pigliar l'arme e far guerra a mio padre. Esso per l'opre sue chiare e famose fu fatto capitan di quelle squadre. Pel re d'Armenia tutte l'altre cose disse ch'acquisteria: sol le leggiadre e belle membra mie volea per frutto de l'opra sua, vinto ch'avesse il tutto.
22
Io non ti potre' esprimere il gran danno ch'Alceste al padre mio fa in quella guerra. Quattro eserciti rompe, e in men d'un anno lo mena a tal, che non gli lascia terra, fuor ch'un castel ch'alte pendici fanno fortissimo; e là dentro il re si serra con la famiglia che più gli era accetta, e col tesor che trar vi puote in fretta.
23
Quivi assedionne Alceste; ed in non molto termine a tal disperazion ne trasse, che per buon patto avria mio padre tolto che moglie e serva ancor me gli lasciasse con la metà del regno, s'indi assolto restar d'ogni altro danno si sperasse. Vedersi in breve de l'avanzo privo era ben certo, e poi morir captivo.
24
Tentar, prima ch'accada, si dispone ogni rimedio che possibil sia; e me, che d'ogni male era cagione, fuor de la rocca, ov'era Alceste invia. Io vo ad Alceste con intenzione di dargli in preda la persona mia, e pregar che la parte che vuol tolga del regno nostro, e l'ira in pace volga.
25
Come ode Alceste ch'io vo a ritrovarlo, mi viene incontra pallido e tremante: di vinto e di prigione, a riguardarlo, più che di vincitore, have sembiante. Io che conosco ch'arde, non gli parlo sì come avea già disegnato inante: vista l'occasion, fo pensier nuovo conveniente al grado in ch'io lo trovo.
26
A maledir comincio l'amor d'esso, e di sua crudeltà troppo a dolermi, ch'iniquamente abbia mio padre oppresso, e che per forza abbia cercato avermi; che con più grazia gli saria successo indi a non molti dì, se tener fermi saputo avesse i modi cominciati, ch'al re ed a tutti noi sì furon grati.
27
E se ben da principio il padre mio gli avea negata la domanda onesta (però che di natura è un poco rio, né mai si piega alla prima richiesta), farsi per ciò di ben servir restio non doveva egli, e aver l'ira sì presta; anzi, ognor meglio oprando, tener certo venire in breve al desiato merto.
28
E quando anco mio padre a lui ritroso stato fosse, io l'avrei tanto pregato, ch'avria l'amante mio fatto mio sposo. Pur, se veduto io l'avessi ostinato, avrei fatto tal opra di nascoso, che di me Alceste si saria lodato. Ma poi ch'a lui tentar parve altro modo, io di mai non l'amar fisso avea il chiodo.
29
E se ben era a lui venuta, mossa da la pietà ch'al mio padre portava, sia certo che non molto fruir possa il piacer ch'al dispetto mio gli dava; ch'era per far di me la terra rossa, tosto ch'io avessi alla sua voglia prava con questa mia persona satisfatto di quel che tutto a forza saria fatto.
30
Queste parole e simili altre usai, poi che potere in lui mi vidi tanto; e 'l più pentito lo rendei, che mai si trovasse ne l'eremo alcun santo. Mi cadde a' piedi, e supplicommi assai, che col coltel che si levò da canto (e volea in ogni modo ch'io 'l pigliassi) di tanto fallo suo mi vendicassi.
31
Poi ch'io lo trovo tale, io fo disegno la gran vittoria insin al fin seguire: gli do speranza di farlo anco degno che la persona mia potrà fruire, s'emendando il suo error, l'antiquo regno al padre mio farà restituire; e nel tempo a venir vorrà acquistarme servendo, amando, e non mai più per arme.
32
Così far mi promesse, e ne la rocca intatta mi mandò, come a lui venni, né di baciarmi pur s'ardì la bocca: vedi s'al collo il giogo ben gli tenni; vedi se bene Amor per me lo tocca, se convien che per lui più strali impenni. Al re d'Armenia andò, di cui dovea esser per patto ciò che si prendea:
33
e con quel miglior modo ch'usar puote, lo priega ch'al mio padre il regno lassi, del qual le terre ha depredate e vote, ed a goder l'antiqua Armenia passi. Quel re, d'ira infiammando ambe le gote, disse ad Alceste che non vi pensassi; che non si volea tor da quella guerra, fin che mio padre avea palmo di terra.
34
E s'Alceste è mutato alle parole d'una vil feminella, abbiasi il danno. Già a' prieghi esso di lui perder non vuole quel ch'a fatica ha preso in tutto un anno. Di nuovo Alceste il priega, e poi si duole che seco effetto i prieghi suoi non fanno. All'ultimo s'adira, e lo minaccia che vuol, per forza o per amor, lo faccia.
35
L'ira multiplicò sì, che li spinse da le male parole ai peggior fatti. Alceste contra il re la spada strinse fra mille ch'in suo aiuto s'eran tratti, e mal grado lor tutti, ivi l'estinse; e quel dì ancor gli Armeni ebbe disfatti, con l'aiuto de' Cilici e de' Traci che pagava egli, e d'altri suoi seguaci.
36
Seguitò la vittoria, ed a sue spese, senza dispendio alcun del padre mio, ne rendé tutto il regno in men d'un mese. Poi per ricompensarne il danno rio, oltr'alle spoglie che ne diede, prese in parte, e gravò in parte di gran fio Armenia e Capadocia che confina, e scorse Ircania fin su la marina.
37
In luogo di trionfo, al suo ritorno, facemmo noi pensier dargli la morte. Restammo poi, per non ricever scorno; che lo veggiàn troppo d'amici forte. Fingo d'amarlo, e più di giorno in giorno gli do speranza d'essergli consorte; ma prima contra altri nimici nostri dico voler che sua virtù dimostri.
38
E quando sol, quando con poca gente lo mando a strane imprese e perigliose, da farne morir mille agevolmente: ma lui successer ben tutte le cose; che tornò con vittoria, e fu sovente con orribil persone e mostruose, con Griganti a battaglia e Lestrigoni, ch'erano infesti a nostre regioni.
39