# Orlando Furioso

## Part 46

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Vedete un Ugo d'Arli far gran fatti, e che d'Italia caccia i Berengari; e due o tre volte gli ha rotti e disfatti, or dagli Unni rimessi, or dai Bavari. Poi da più forza è stretto di far patti con l'inimico, e non sta in vita guari; né guari dopo lui vi sta l'erede, e 'l regno intero a Berengario cede.

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Vedete un altro Carlo, che a' conforti del buon Pastor fuoco in Italia ha messo; e in due fiere battaglie ha duo re morti, Manfredi prima, e Coradino appresso. Poi la sua gente, che con mille torti sembra tenere il nuovo regno oppresso, di qua e di là per le città divisa, vedete a un suon di vespro tutta uccisa. —

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Lor mostra poi (ma vi parea intervallo di molti e molti, non ch'anni, ma lustri) scender dai monti un capitano Gallo, e romper guerra ai gran Visconti illustri; e con gente francesca a piè e a cavallo par ch'Alessandria intorno cinga e lustri; e che 'l duca il presidio dentro posto, e fuor abbia l'aguato un po' discosto;

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e la gente di Francia malaccorta, tratta con arte ove la rete è tesa, col conte Armeniaco, la cui scorta l'avea condotta all'infelice impresa, giaccia per tutta la campagna morta, parte sia tratta in Alessandria presa: e di sangue non men che d'acqua grosso, il Tanaro si vede il Po far rosso.

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Un, detto de la Marca, e tre Angioini mostra l'un dopo l'altro, e dice: — Questi a Bruci, a Dauni, a Marsi, a Salentini vedete come son spesso molesti. Ma né de' Franchi val né de' Latini aiuto sì, ch'alcun di lor vi resti: ecco li caccia fuor del regno, quante volte vi vanno, Alfonso e poi Ferrante.

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Vedete Carlo ottavo, che discende da l'Alpe, e seco ha il fior di tutta Francia, che passa il Liri e tutto 'l regno prende senza mai stringer spada o abbassar lancia, fuor che lo scoglio ch'a Tifeo si stende su le braccia, sul petto e su la pancia; che del buon sangue d'Avalo al contrasto la virtù trova d'Inico del Vasto. —

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Il signor de la rocca, che venìa quest'istoria additando a Bradamante, mostrato che l'ebbe Ischia, disse: — Pria ch'a vedere altro più vi meni avante, io vi dirò quel ch'a me dir solia il bisavolo mio, quand'io era infante, e quel che similmente mi dicea che da suo padre udito anch'esso avea;

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e 'l padre suo da un altro, o padre o fosse avolo, e l'un da l'altro sin a quello ch'a udirlo da quel proprio ritrovosse, che l'imagini fe' senza pennello, che qui vedete bianche, azzurre e rosse: udì che, quando al re mostrò il castello ch'or mostro a voi su quest'altiero scoglio, gli disse quel ch'a voi riferir voglio.

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Udì che gli dicea ch'in in questo loco di quel buon cavallier che lo difende con tanto ardir, che par disprezzi il fuoco che d'ogn'intorno e sino al Faro incende, nascer debbe in quei tempi o dopo poco (e ben gli disse l'anno e le calende) un cavalliero, a cui sarà secondo ogn'altro che sin qui sia stato al mondo.

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Non fu Nireo sì bel, non sì eccellente di forze Achille, e non sì ardito Ulisse, non sì veloce Lada, non prudente Nestor, che tanto seppe e tanto visse, non tanto liberal, tanto clemente, l'antica fama Cesare descrisse; che verso l'uom ch'in Ischia nascer deve, non abbia ogni lor vanto a restar lieve.

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E se si gloriò l'antiqua Creta, quando il nipote in lei nacque di Celo, se Tebe fece Ercole e Bacco lieta, se si vantò dei duo gemelli Delo; né questa isola avrà da starsi cheta, che non s'esalti e non si levi in cielo, quando nascerà in lei quel gran marchese ch'avrà sì d'ogni grazia il ciel cortese.

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Merlin gli disse, e replicògli spesso, ch'era serbato a nascere all'etade che più il romano Imperio saria oppresso, acciò per lui tornasse in libertade. Ma perché alcuno de' suoi gesti appresso vi mostrerò, predirli non accade. — Così disse; e tornò all'istoria dove di Carlo si vedean l'inclite prove.

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— Ecco (dicea) si pente Ludovico d'aver fatto in Italia venir Carlo; che sol per travagliar l'emulo antico chiamato ve l'avea, non per cacciarlo; e se gli scuopre al ritornar nimico con Veneziani in lega, e vuol pigliarlo. Ecco la lancia il re animoso abbassa, apre la strada e, lor mal grado, passa.

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Ma la sua gente ch'a difesa resta del nuovo regno, ha ben contraria sorte; che Ferrante, con l'opra che gli presta il signor mantuan, torna sì forte, ch'in pochi mesi non ne lascia testa, o in terra o in mar, che non sia messa a morte: poi per un uom che gli è con fraude estinto, non par che senta il gaudio d'aver vinto. —

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Così dicendo, mostragli il marchese Alfonso di Pescara, e dice: — Dopo che costui comparito in mille imprese sarà più risplendente che piropo, ecco qui ne l'insidie che gli ha tese con un trattato doppio il rio Etiopo, come scannato di saetta cade il miglior cavallier di quella etade.

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Poi mostra ove il duodecimo Luigi passa con scorta italiana i monti, e svelto il Moro, pon la Fiordaligi nel fecondo terren già de' Visconti. Indi manda sua gente pei vestigi di Carlo, a far sul Garigliano i ponti; la quale appresso andar rotta e dispersa si vede, e morta e nel fiume summersa.

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Vedete in Puglia non minor macello de l'esercito franco in fuga volto; e Consalvo Ferrante ispano è quello che due volte alla trappola l'ha colto. E come qui turbato, così bello mostra Fortuna al re Luigi il volto nel ricco pian che, fin dove Adria stride, tra l'Apenino e l'Alpe il Po divide. —

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Così dicendo, se stesso riprende che quel ch'avea a dir prima abbia lasciato; e torna a dietro, e mostra uno che vende il castel che 'l signor suo gli avea dato; mostra il perfido Svizzero che prende colui ch'a sua difesa l'ha assoldato: le quai due cose, senza abbassar lancia, han dato la vittoria al re di Francia.

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Poi mostra Cesar Borgia col favore di questo re farsi in Italia grande; ch'ogni baron di Roma, ogni signore suggietto a lei, par ch'in esilio mande. Poi mostra il re che di Bologna fuore leva la Sega, e vi fa entrar le Giande; poi come volge i Genovesi in fuga fatti ribelli, e la città suggiuga.

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— Vedete (dice poi) di gente morta coperta in Giaradada la campagna. Par ch'apra ogni cittade al re la porta, e che Venezia a pena vi rimagna. Vedete come al papa non comporta che, passati i confini di Romagna, Modana al duca di Ferrara toglia, né qui si fermi, e 'l resto tor gli voglia:

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e fa, all'incontro, a lui Bologna torre; che v'entra la Bentivola famiglia. Vedete il campo de' Francesi porre a sacco Brescia, poi che la ripiglia; e quasi a un tempo Felsina soccorre, e 'l campo ecclesiastico sgombiglia: e l'uno e l'altro poi nei luoghi bassi par si riduca del lito de Chiassi.

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Di qua la Francia, e di là il campo ingrossa la gente ispana; e la battaglia è grande. Cader si vede e far la terra rossa la gente d'arme in amendua le bande. Piena di sangue uman pare ogni fossa: Marte sta in dubbio u' la vittoria mande. Per virtù d'un Alfonso al fin si vede che resta il Franco, e che l'Ispano cede,

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e che Ravenna saccheggiata resta. Si morde il papa per dolor le labbia, e fa da' monti, a guisa di tempesta, scendere in fretta una tedesca rabbia, ch'ogni Francese, senza mai far testa, di qua da l'Alpe par che cacciat'abbia, e che posto un rampollo abbia del Moro nel giardino onde svelse i Gigli d'oro.

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Ecco torna il Francese: eccolo rotto da l'infedele Elvezio ch'in suo aiuto con troppo rischio ha il giovine condotto, del quale il padre avea preso e venduto. Vedete poi l'esercito, che sotto la ruota di Fortuna era caduto, creato il novo re, che si prepara de l'onta vendicar ch'ebbe a Novara:

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e con migliore auspizio ecco ritorna. Vedete il re Francesco inanzi a tutti, che così rompe a' Svizzeri le corna, che poco resta a non gli aver distrutti: sì che 'l titolo mai più non gli adorna, ch'usurpato s'avran quei villan brutti, che domator de' principi, e difesa si nomeran de la cristiana Chiesa.

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Ecco, mal grado de la lega, prende Milano, e accorda il giovene Sforzesco. Ecco Borbon che la città difende pel re di Francia dal furor tedesco. Eccovi poi, che mentre altrove attende ad altre magne imprese il re Francesco, né sa quanta superbia e crudeltade usino i suoi, gli è tolta la cittade.

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Ecco un altro Francesco ch'assimiglia di virtù all'avo, e non di nome solo; che, fatto uscirne i Galli, si ripiglia col favor de la Chiesa il patrio suolo. Francia anco torna, ma ritien la briglia, né scorre Italia, come suole, a volo; che 'l bon duca di Mantua sul Ticino le chiude il passo, e le taglia il camino.

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Federico, ch'ancor non ha la guancia de' primi fiori sparsa, si fa degno di gloria eterna, ch'abbia con la lancia, ma più con diligenza e con ingegno, Pavia difesa dal furor di Francia, e del Leon del mar rotto il disegno. Vedete duo marchesi, ambi terrore di nostre genti, ambi d'Italia onore;

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ambi d'un sangue, ambi in un nido nati. Di quel marchese Alfonso il primo è figlio, il qual tratto dal Negro negli aguati, vedeste il terren far di sé vermiglio. Vedete quante volte son cacciati d'Italia i Franchi pel costui consiglio. L'altro di sì benigno e lieto aspetto il Vasto signoreggia, e Alfonso è detto.

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Questo è il buon cavallier, di cui dicea, quando l'isola d'Ischia vi mostrai, che già profetizzando detto avea Merlino a Fieramonte cose assai: che diferire a nascere dovea nel tempo che d'aiuto più che mai l'afflitta Italia, la Chiesa e l'Impero contra ai barbari insulti avria mistiero.

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Costui dietro al cugin suo di Pescara con l'auspicio di Prosper Colonnese, vedete come la Bicocca cara fa parere all'Elvezio e più al Francese. Ecco di nuovo Francia si prepara di ristaurar le mal successe imprese: scende il re con un campo in Lombardia, un altro per pigliar Napoli invia.

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Ma quella che di noi fa come il vento d'arida polve, che l'aggira in volta, la leva fin al cielo, e in un momento a terra la ricaccia, onde l'ha tolta; fa ch'intorno a Pavia crede di cento mila persone aver fatto raccolta il re, che mira a quel che di man gli esce, non se la gente sua si scema o cresce.

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Così per colpa de' ministri avari, e per bontà del re che se ne fida, sotto l'insegne si raccoglion rari, quando la notte il campo all'arme grida, che si vede assalir dentro ai ripari dal sagace Spagnuol, che con la guida di duo del sangue d'Avalo ardiria farsi nel cielo e ne lo 'nferno via.

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Vedete il meglio de la nobiltade di tutta Francia alla campagna estinto. Vedete quante lance e quante spade han d'ogn'intorno il re animoso cinto; vedete che 'l destrier sotto gli cade: né per questo si rende o chiama vinto, ben ch'a lui solo attenda, a lui sol corra lo stuol nimico, e non è chi 'l soccorra.

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Il re gagliardo si difende a piede, e tutto de l'ostil sangue si bagna: ma virtù al fine a troppa forza cede. Ecco il re preso, ed eccolo in Ispagna: ed a quel di Pescara dar si vede, ed a chi mai da lui non si scompagna, a quel del Vasto, le prime corone del campo rotto e del gran re prigione.

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Rotto a Pavia l'un campo, l'altro ch'era, per dar travaglio a Napoli, in camino, restar si vede, come, se la cera gli manca o l'oglio, resta il lumicino. Ecco che 'l re ne la prigione ibera lascia i figliuoli, e torna al suo domìno: ecco fa a un tempo egli in Italia guerra; ecco altri la fa a lui ne la sua terra.

55

Vedete gli omicidi e le rapine in ogni parte far Roma dolente; e con incendi e stupri le divine e le profane cose ire ugualmente. Il campo de la lega le ruine mira d'appresso, e 'l pianto e 'l grido sente; e dove ir dovria inanzi, torna indietro, e prender lascia il successor di Pietro.

56

Manda Lotrecco il re con nuove squadre, non più per fare in Lombardia l'impresa, ma per levar de le mani empie e ladre il capo e l'altre membra de la Chiesa; che tarda sì, che trova al Santo Padre non esser più la libertà contesa. Assedia la cittade ove sepolta è la sirena, e tutto il regno volta.

57

Ecco l'armata imperial si scioglie per dar soccorso alla città assediata; ed ecco il Doria che la via le toglie, e l'ha nel mar sommersa, arsa e spezzata. Ecco Fortuna come cangia voglie, sin qui a' Francesi sì propizia stata; che di febbre gli uccide, e non di lancia, sì che di mille un non ne torna in Francia. —

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La sala queste ed altre istorie molte, che tutte saria lungo riferire, in vari e bei colori avea raccolte; ch'era ben tal che le potea capire. Tornano a rivederle due e tre volte, né par che se ne sappiano partire; e rilegon più volte quel ch'in oro si vedea scritto sotto il bel lavoro.

59

Le belle donne e gli altri quivi stati mirando e ragionando insieme un pezzo, fur dal signore a riposar menati, ch'onorar gli osti suoi molt'era avezzo. Già sendo tutti gli altri addormentati, Bradamante a corcar si va da sezzo, e si volta or su questo or su quel fianco, né può dormir sul destro né sul manco.

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Pur chiude alquanto appresso all'alba i lumi, e di veder le pare il suo Ruggiero, il qual le dica: — Perché ti consumi, dando credenza a quel che non è vero? Tu vedrai prima all'erta andare i fiumi, ch'ad altri mai, ch'a te, volga il pensiero. S'io non amassi te, né il cor potrei né le pupille amar degli occhi miei. —

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E par che le suggiunga: — Io son venuto per battezzarmi e far quanto ho promesso; e s'io son stato tardi, m'ha tenuto altra ferita, che d'amore, oppresso. — Fuggesi in questo il sonno, né veduto è più Ruggier che se ne va con esso. Rinuova allora i pianti la donzella, e ne la mente sua così favella:

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— Fu quel che piacque, un falso sogno; e questo che mi tormenta, ahi lassa! è un veggiar vero. Il ben fu sogno a dileguarsi presto, ma non è sogno il martire aspro e fiero. Perch'or non ode e vede il senso desto quel ch'udire e veder parve al pensiero? A che condizione, occhi miei, sete, che chiusi il ben, e aperti il mal vedete?

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Il dolce sonno mi promise pace, ma l'amaro veggiar mi torna in guerra: il dolce sonno è ben stato fallace, ma l'amaro veggiare, ohimè! non erra. Se 'l vero annoia, e il falso sì mi piace, non oda o vegga mai più vero in terra: se 'l dormir mi dà gaudio, e il veggiar guai, possa io dormir senza destarmi mai.

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O felice animal ch'un sonno forte sei mesi tien senza mai gli occhi aprire! Che s'assimigli tal sonno alla morte, tal veggiare alla vita, io non vo' dire; ch'a tutt'altre contraria la mia sorte sente morte a veggiar, vita a dormire: ma s'a tal sonno morte s'assimiglia, deh, Morte, or ora chiudimi le ciglia! —

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De l'orizzonte il sol fatte avea rosse l'estreme parti, e dileguato intorno s'eran le nubi, e non parea che fosse simile all'altro il cominciato giorno; quando svegliata Bradamante armosse per fare a tempo al suo camin ritorno, rendute avendo grazie a quel signore del buono albergo e de l'avuto onore.

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E trovò che la donna messaggera, con damigelle sue, con suoi scudieri uscita de la rocca, venut'era là dove l'attendean quei tre guerrieri; quei che con l'asta d'oro essa la sera fatto avea riversar giù dei destrieri, e che patito avean con gran disagio la notte l'acqua e il vento e il ciel malvagio.

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Arroge a tanto mal, ch'a corpo voto ed essi e i lor cavalli eran rimasi, battendo i denti e calpestando il loto: ma quasi lor più incresce, e senza quasi incresce e preme più, che farà noto la messaggera, appresso agli altri casi, alla sua donna, che la prima lancia gli abbia abbattuti, c'han trovata in Francia.

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E presti o di morire, o di vendetta subito far del ricevuto oltraggio, acciò la messaggera, che fu detta Ullania, che nomata più non aggio, la mala opinion ch'avea concetta forse di lor, si tolga del coraggio, la figliuola d'Amon sfidano a giostra, tosto che fuor del ponte ella si mostra;

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non pensando però che sia donzella, che nessun gesto di donzella avea. Bradamante ricusa, come quella ch'in fretta gìa, né soggiornar volea. Pur tanto e tanto fur molesti, ch'ella, che negar senza biasmo non potea, abbassò l'asta, ed a tre colpi in terra li mandò tutti; e qui finì la guerra:

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che senza più voltarsi mostrò loro lontan le spalle, e dileguossi tosto. Quei che, per guadagnar lo scudo d'oro, di paese venian tanto discosto, poi che senza parlar ritti si foro, che ben l'avean con ogni ardir deposto, stupefatti parean di maraviglia, né verso Ullania ardian d'alzar le ciglia;

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che con lei molte volte per camino dato s'avean troppo orgogliosi vanti: che non è cavallier né paladino ch'al minor di lor tre durasse avanti. La donna, perché ancor più a capo chino vadano, e più non sian così arroganti, fa lor saper che fu femina quella, non paladin, che li levò di sella.

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— Or che dovete (diceva ella), quando così v'abbia una femina abbattuti, pensar che sia Rinaldo o che sia Orlando, non senza causa in tant'onore avuti? S'un d'essi avrà lo scudo, io vi domando se migliori di quel che siate suti contra una donna, contra lor sarete? Non credo io già, né voi forse il credete.

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Questo vi può bastar; né vi bisogna del valor vostro aver più chiara prova: e quel di voi che temerario aggogna far di sé in Francia esperienza nuova, cerca giungere il danno alla vergogna in che ieri ed oggi s'è trovato e trova; se forse egli non stima utile e onore, qualor per man di tai guerrier si muore. —

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Poi che ben certi i cavallieri fece Ullania, che quell'era una donzella, la qual fatto avea nera più che pece la fama lor, ch'esser solea sì bella; e dove una bastava, più di diece persone il detto confermar di quella; essi fur per voltar l'arme in se stessi, da tal dolor, da tanta rabbia oppressi.

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E da lo sdegno e da la furia spinti, l'arme si spoglian, quante n'hanno indosso; né si lascian la spada onde eran cinti, e del castel la gittano nel fosso: e giuran, poi che gli ha una donna vinti, e fatto sul terren battere il dosso, che, per purgar sì grave error, staranno senza mai vestir l'arme intero un anno;

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e che n'andranno a piè pur tuttavia, o sia la strada piana, o scenda e saglia; né, poi che l'anno anco finito sia, saran per cavalcare o vestir maglia, s'altr'arme, altro destrier da lor non fia guadagnato per forza di battaglia. Così senz'arme, per punir lor fallo, essi a piè se n'andar, gli altri a cavallo.

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Bradamante la sera ad un castello ch'alla via di Parigi si ritrova, di Carlo e di Rinaldo suo fratello, ch'avean rotto Agramante, udì la nuova. Quivi ebbe buona mensa e buono ostello: ma questo ed ogn'altro agio poco giova; che poco mangia e poco dorme, e poco, non che posar, ma ritrovar può loco.

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Non però di costei voglio dir tanto, ch'io non ritorni a quei duo cavallieri che d'accordo legato aveano a canto la solitaria fonte i duo destrieri. La pugna lor, di che vo' dirvi alquanto, non è per acquistar terre né imperi, ma perché Durindana il più gagliardo abbia ad avere, e a cavalcar Baiardo.

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Senza che tromba o segno altro accennasse quando a muover s'avean, senza maestro che lo schermo e 'l ferir lor ricordasse, e lor pungesse il cor d'animoso estro, l'uno e l'altro d'accordo il ferro trasse, e si venne a trovare agile e destro. I spessi e gravi colpi a farsi udire incominciaro, ed a scaldarsi l'ire.

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Due spade altre non so per prova elette ad esser ferme e solide e ben dure, ch'a tre colpi di quei si fosser rette, ch'erano fuor di tutte le misure: ma quelle fur di tempre sì perfette, per tante esperienze sì sicure, che ben poteano insieme riscontrarsi con mille colpi e più, senza spezzarsi.

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Or qua Rinaldo, or là mutando il passo, con gran destrezza e molta industria ed arte fuggia di Durindana il gran fracasso, che sa ben come spezza il ferro e parte. Ferìa maggior percosse il re Gradasso; ma quasi tutte al vento erano sparte: se coglieva talor, coglieva in loco ove potea gravare e nuocer poco.

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L'altro con più ragion sua spada inchina, e fa spesso al pagan stordir le braccia; e quando ai fianchi e quando ove confina la corazza con l'elmo, gli la caccia: ma trova l'armatura adamantina, sì ch'una maglia non ne rompe o straccia. Se dura e forte la ritrova tanto, avvien perch'ella è fatta per incanto.

83

Senza prender riposo erano stati gran pezzo tanto alla battaglia fisi, che volti gli occhi in nessun mai de' lati aveano, fuor che nei turbati visi; quando da un'altra zuffa distornati, e da tanto furor furon divisi. Ambi voltaro a un gran strepito il ciglio, e videro Baiardo in gran periglio.

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Vider Baiardo a zuffa con un mostro ch'era più di lui grande, ed era augello: avea più lungo di tre braccia il rostro; l'altre fattezze avea di vipistrello; avea la piuma negra come inchiostro; avea l'artiglio grande, acuto e fello; occhi di fuoco, e sguardo avea crudele; l'ale avea grandi, che parean due vele.

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Forse era vero augel, ma non so dove o quando un altro ne sia stato tale. Non ho veduto mai, né letto altrove, fuor ch'in Turpin, d'un sì fatto animale: questo rispetto a credere mi muove, che l'augel fosse un diavolo infernale che Malagigi in quella forma trasse, acciò che la battaglia disturbasse.

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Rinaldo il credette anco, e gran parole e sconce poi con Malagigi n'ebbe. Egli già confessar non glielo vuole; e perché tor di colpa si vorrebbe, giura pel lume che dà lume al sole, che di questo imputato esser non debbe. Fosse augello o demonio, il mostro scese sopra Baiardo, e con l'artiglio il prese.

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Le redine il destrier, ch'era possente, subito rompe, e con sdegno e con ira contra l'augello i calci adopra e 'l dente; ma quel veloce in aria si ritira: indi ritorna, e con l'ugna pungente lo va battendo, e d'ogn'intorno aggira. Baiardo offeso, e che non ha ragione di schermo alcun, ratto a fuggir si pone.

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Fugge Baiardo alla vicina selva, e va cercando le più spesse fronde. Segue di sopra la pennuta belva con gli occhi fisi ove la via seconde; ma pure il buon destrier tanto s'inselva, ch'al fin sotto una grotta si nasconde. Poi che l'alato ne perde la traccia, ritorna in cielo, e cerca nuova caccia.

89

Rinaldo e 'l re Gradasso, che partire veggono la cagion de la lor pugna, restan d'accordo quella differire fin che Baiardo salvino da l'ugna che per la scura selva il fa fuggire; con patto, che qual d'essi lo raggiugna, a quella fonte lo restituisca, ove la lite lor poi si finisca.

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Seguendo, si partir da la fontana, l'erbe novellamente in terra peste. Molto da lor Baiardo s'allontana, ch'ebbon le piante in seguir lui mal preste. Gradasso, che non lungi avea l'alfana, sopra vi salse, e per quelle foreste molto lontano il paladin lasciosse, tristo e peggio contento che mai fosse.

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Rinaldo perdé l'orme in pochi passi del suo destrier, che fe' strano viaggio; ch'andò rivi cercando, arbori e sassi, il più spinoso luogo, il più selvaggio, acciò che da quella ugna si celassi, che cadendo dal ciel gli facea oltraggio. Rinaldo, dopo la fatica vana, ritornò ad aspettarlo alla fontana,

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se da Gradasso vi fosse condutto, sì come tra lor dianzi si convenne. Ma poi che far si vide poco frutto, dolente e a piedi in campo se ne venne. Or torniamo a quell'altro, al quale in tutto diverso da Rinaldo il caso avvenne. Non per ragion, ma per suo gran destino sentì anitrire il buon destrier vicino;

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