Orlando Furioso

Part 44

Chapter 44 4,147 words Public domain Markdown

Avea quel re gran tempo desiato (credo ch'altrove voi l'abbiate letto) d'aver la buona Durindana a lato, e cavalcar quel corridor perfetto. E già con più di centomila armato era venuto in Francia a questo effetto; e con Rinaldo già sfidato s'era per quel cavallo alla battaglia fiera;

92

e sul lito del mar s'era condutto ove dovea la pugna diffinire: ma Malagigi a turbar venne il tutto, che fe' il cugin, mal grado suo, partire, avendol sopra un legno in mar ridutto. Lungo saria tutta l'istoria dire. Da indi in qua stimò timido e vile sempre Gradasso il paladin gentile.

93

Or che Gradasso esser Rinaldo intende costui ch'assale il campo, se n'allegra. Si veste l'arme, e la sua alfana prende, e cercando lo va per l'aria negra: e quanti ne riscontra, a terra stende; ed in confuso lascia afflitta ed egra la gente, o sia di Libia o sia di Francia: tutti li mena a un par la buona lancia.

94

Lo va di qua di là tanto cercando, chiamando spesso e quanto può più forte, e sempre a quella parte declinando, ove più folte son le genti morte, ch'al fin s'incontra in lui brando per brando poi che le lance loro ad una sorte eran salite in mille schegge rotte sin al carro stellato de la Notte.

95

Quando Gradasso il paladin gagliardo conosce, e non perché ne vegga insegna, ma per gli orrendi colpi e per Baiardo, che par che sol tutto quel campo tegna; non è, gridando, a improverargli tardo la prova che di sé fece non degna: ch'al dato campo il giorno non comparse, che tra lor la battaglia dovea farse.

96

Suggiunse poi: — Tu forse avevi speme, se potevi nasconderti quel punto, che non mai più per raccozzarci insieme fossimo al mondo: or vedi ch'io t'ho giunto. Sie certo, se tu andassi ne l'estreme fosse di Stige, o fossi in cielo assunto, ti seguirò, quando abbi il destrier teco, ne l'alta luce e giù nel mondo cieco.

97

Se d'aver meco a far non ti dà il core, e vedi già che non puoi starmi a paro, e più stimi la vita che l'onore, senza periglio ci puoi far riparo, quando mi lasci in pace il corridore; e viver puoi, se sì t'è il viver caro: ma vivi a piè, che non merti cavallo, s'alla cavalleria fai sì gran fallo. —

98

A quel parlar si ritrovò presente con Ricciardetto il cavallier Selvaggio; e le spade ambi trassero ugualmente, per far parere il Serican mal saggio. Ma Rinaldo s'oppose immantinente, e non patì che se gli fêsse oltraggio, dicendo: — Senza voi dunque non sono a chi m'oltraggia per risponder buono? —

99

Poi se ne ritornò verso il pagano, e disse: — Odi, Gradasso; io voglio farte, e tu m'ascolti, manifesto e piano ch'io venni alla marina a ritrovarte: e poi ti sosterrò con l'arme in mano, che t'avrò detto il vero in ogni parte; e sempre che tu dica mentirai, ch'alla cavalleria mancass'io mai.

100

Ma ben ti priego che prima che sia pugna tra noi, che pianamente intenda la giustissima e vera scusa mia, acciò ch'a torto più non mi riprenda; e poi Baiardo al termine di pria tra noi vorrò ch'a piedi si contenda da solo a solo in solitario lato, sì come a punto fu da te ordinato. —

101

Era cortese il re di Sericana, come ogni cor magnanimo esser suole; ed è contento udir la cosa piana, e come il paladin scusar si vuole. Con lui ne viene in ripa alla fiumana, ove Rinaldo in semplici parole alla sua vera istoria trasse il velo, e chiamò in testimonio tutto 'l cielo:

102

e poi chiamar fece il figliuol di Buovo, l'uom che di questo era informato a pieno, ch'a parte a parte replicò di nuovo l'incanto suo, né disse più né meno. Soggiunse poi Rinaldo: — Ciò ch'io provo col testimonio, io vo' che l'arme sieno, che ora e in ogni tempo che ti piace, te n'abbiano a far prova più verace. —

103

Il re Gradasso, che lasciar non volle per la seconda la querela prima, le scuse di Rinaldo in pace tolle, ma se son vere o false in dubbio stima. Non tolgon campo più sul lito molle di Barcelona, ove lo tolser prima; ma s'accordaro per l'altra matina trovarsi a una fontana indi vicina:

104

ove Rinaldo seco abbia il cavallo, che posto sia communemente in mezzo: se 'l re uccide Rinaldo o il fa vassallo, se ne pigli il destrier senz'altro mezzo, ma se Gradasso è quel che faccia fallo, che sia condotto all'ultimo ribrezzo, o, per più non poter, che gli si renda, da lui Rinaldo Durindana prenda.

105

Con maraviglia molta e più dolore (come v'ho detto) avea Rinaldo udito da Fiordiligi bella, ch'era fuore de l'intelletto il suo cugino uscito. Avea de l'arme inteso anco il tenore, e del litigio che n'era seguito; e ch'in somma Gradasso avea quel brando ch'ornò di mille e mille palme Orlando.

106

Poi che furon d'accordo, ritornosse il re Gradasso ai servitori sui ben che dal paladin pregato fosse che ne venisse ad alloggiar con lui. Come fu giorno, il re pagano armosse; così Rinaldo: e giunsero ambedui ove dovea non lungi alla fontana combattersi Baiardo e Durindana.

107

De la battaglia che Rinaldo avere con Gradasso dovea da solo a solo, parean gli amici suoi tutti temere, e inanzi il caso ne faceano il duolo. Molto ardir, molta forza, alto sapere avea Gradasso; ed or che del figliuolo del gran Milone avea la spada al fianco, di timor per Rinaldo era ognun bianco.

108

E più degli altri il frate di Viviano stava di questa pugna in dubbio e in tema, ed anco volentier vi porria mano per farla rimaner d'effetto scema: ma non vorria che quel da Montalbano seco venisse a inimicizia estrema; ch'anco avea di quell'altra seco sdegno, che gli turbò, quando il levò sul legno.

109

Ma stiano gli altri in dubbio, in tema, in doglia: Rinaldo se ne va lieto e sicuro, sperando ch'ora il biasmo se gli toglia, ch'avere a torto gli parea pur duro; sì che quei da Pontieri e d'Altafoglia faccia cheti restar, come mai furo. Va con baldanza e sicurtà di core di riportarne il trionfale onore.

110

Poi che l'un quinci e l'altro quindi giunto fu quasi a un tempo in su la chiara fonte, s'accarezzaro, e fero a punto a punto così serena ed amichevol fronte, come di sangue e d'amistà congiunto fosse Gradasso a quel di Chiaramonte. Ma come poi s'andassero a ferire, vi voglio a un'altra volta differire.

CANTO TRENTADUESIMO

1

Soviemmi che cantar io vi dovea (già lo promisi, e poi m'uscì di mente) d'una sospizion che fatto avea la bella donna di Ruggier dolente, de l'altra più spiacevole e più rea, e di più acuto e venenoso dente, che per quel ch'ella udì da Ricciardetto, a devorare il cor l'entrò nel petto.

2

Dovea cantarne, ed altro incominciai, perché Rinaldo in mezzo sopravenne; e poi Guidon mi diè che fare assai, che tra camino a bada un pezzo il tenne. D'una cosa in un'altra in modo entrai, che mal di Bradamante mi sovenne: sovienmene ora, e vo' narrarne inanti che di Rinaldo e di Gradasso io canti.

3

Ma bisogna anco, prima ch'io ne parli, che d'Agramante io vi ragioni un poco, ch'avea ridutte le reliquie in Arli, che gli restar del gran notturno fuoco, quando a raccor lo sparso campo e a darli soccorso e vettovaglie era atto il loco: l'Africa incontra, e la Spagna ha vicina, ed è in sul fiume assiso alla marina.

4

Per tutto 'l regno fa scriver Marsilio gente a piedi e a cavallo, e trista e buona. Per forza e per amore ogni navilio atto a battaglia s'arma in Barcelona. Agramante ogni dì chiama a concilio; né a spesa né a fatica si perdona. Intanto gravi esazioni e spesse tutte hanno le città d'Africa oppresse.

5

Egli ha fatto offerire a Rodomonte, perché ritorni (ed impetrar nol puote), una cugina sua, figlia d'Almonte, e 'l bel regno d'Oran dargli per dote. Non si volse l'altier muover dal ponte, ove tant'arme e tante selle vote di quei che son già capitati al passo ha ragunate, che ne cuopre il sasso.

6

Già non volse Marfisa imitar l'atto di Rodomonte: anzi com'ella intese ch'Agramante da Carlo era disfatto, sue genti morte, saccheggiate e prese, e che con pochi in Arli era ritratto, senza aspettare invito, il camin prese: venne in aiuto de la sua corona, e l'aver gli proferse e la persona.

7

E gli menò Brunello, e gli ne fece libero dono, il qual non avea offeso: l'avea tenuto dieci giorni e diece notti sempre in timor d'essere appeso; e poi che né con forza né con prece da nessun vide il patrocinio preso, in sì sprezzato sangue non si volse bruttar l'altiere mani, e lo disciolse.

8

Tutte l'antique ingiurie gli remesse, e seco in Arli ad Agramante il trasse. Ben dovete pensar che gaudio avesse il re di lei ch'ad aiutarlo andasse: e del gran conto ch'egli ne facesse, volse che Brunel prova le mostrasse; che quel di ch'ella gli avea fatto cenno, di volerlo impiccar, fe' da buon senno.

9

Il manigoldo, in loco inculto ed ermo, pasto di corvi e d'avoltoi lasciollo. Ruggier ch'un'altra volta gli fu schermo, e che 'l laccio gli avria tolto dal collo, la giustizia di Dio fa ch'ora infermo s'è ritrovato, ed aiutar non puollo: e quando il seppe, era già il fatto occorso; sì che restò Brunel senza soccorso.

10

Intanto Bradamante iva accusando che così lunghi sian quei venti giorni, li quai finiti, il termine era quando a lei Ruggiero ed alla fede torni. A chi aspetta di carcere o di bando uscir, non par che 'l tempo più soggiorni a dargli libertade, o de l'amata patria vista gioconda e disiata.

11

In quel duro aspettare ella talvolta pensa ch'Eto e Piròo sia fatto zoppo; o sia la ruota guasta, ch'a dar volta le par che tardi, oltr'all'usato, troppo. Più lungo di quel giorno a cui, per molta fede, nel cielo il giusto Ebreo fe' intoppo, più de la notte ch'Ercole produsse, parea lei ch'ogni notte, ogni dì fusse.

12

Oh quante volte da invidiar le diero e gli orsi e i ghiri e i sonnacchiosi tassi! che quel tempo voluto avrebbe intero tutto dormir, che mai non si destassi; né potere altro udir, fin che Ruggiero dal pigro sonno lei non richiamassi. Ma non pur questo non può far, ma ancora non può dormir di tutta notte un'ora.

13

Di qua di là va le noiose piume tutte premendo, e mai non si riposa. Spesso aprir la finestra ha per costume, per veder s'anco di Titon la sposa sparge dinanzi al matutino lume il bianco giglio e la vermiglia rosa: non meno ancor, poi che nasciuto è 'l giorno, brama vedere il ciel di stelle adorno.

14

Poi che fu quattro o cinque giorni appresso il termine a finir, piena di spene stava aspettando d'ora in ora il messo che le apportasse: — Ecco Ruggier che viene. — Montava sopra un'alta torre spesso, ch'i folti boschi e le campagne amene scopria d'intorno, e parte de la via onde di Francia a Montalban si gìa.

15

Se di lontano o splendor d'arme vede, o cosa tal ch'a cavallier simiglia, che sia il suo disiato Ruggier crede, e rasserena i begli occhi e le ciglia; se disarmato o viandante a piede, che sia messo di lui speranza piglia: e se ben poi fallace la ritrova, pigliar non cessa una ed un'altra nuova.

16

Credendolo incontrar, talora armossi, scese dal monte e giù calò nel piano; né lo trovando, si sperò che fossi per altra strada giunto a Montalbano: e col disir con ch'avea i piedi mossi fuor del castel, ritornò dentro invano. Né qua né là trovollo; e passò intanto il termine aspettato da lei tanto.

17

Il termine passò d'uno, di dui, di tre giorni, di sei, d'otto e di venti; né vedendo il suo sposo, né di lui sentendo nuova, incominciò lamenti ch'avrian mosso a pietà nei regni bui quelle Furie crinite di serpenti; e fece oltraggio a' begli occhi divini, al bianco petto, all'aurei crespi crini.

18

— Dunque fia ver (dicea) che mi convegna cercare un che mi fugge e mi s'asconde? Dunque debbo prezzare un che mi sdegna? Debbo pregar chi mai non mi risponde? Patirò che chi m'odia, il cor mi tegna? un che sì stima sue virtù profonde, che bisogno sarà che dal ciel scenda immortal dea che 'l cor d'amor gli accenda.

19

Sa questo altier ch'io l'amo e ch'io l'adoro, né mi vuol per amante né per serva. Il crudel sa che per lui spasmo e moro, e dopo morte a darmi aiuto serva. E perché io non gli narri il mio martoro atto a piegar la sua voglia proterva, da me s'asconde, come aspide suole, che, per star empio, il canto udir non vuole.

20

Deh, ferma, Amor, costui che così sciolto dinanzi al lento mio correr s'affretta; o tornami nel grado onde m'hai tolto quando né a te né ad altri era suggetta! Deh, come è il mio sperar fallace e stolto, ch'in te con prieghi mai pietà si metta; che ti diletti, anzi ti pasci e vivi di trar dagli occhi lacrimosi rivi!

21

Ma di che debbo lamentarmi, ahi lassa fuor che del mio desire irrazionale? ch'alto mi leva, e sì ne l'aria passa, ch'arriva in parte ove s'abbrucia l'ale; poi non potendo sostener, mi lassa dal ciel cader: né qui finisce il male; che le rimette, e di nuovo arde: ond'io non ho mai fine al precipizio mio.

22

Anzi via più che del disir, mi deggio di me doler, che sì gli apersi il seno; onde cacciata ha la ragion di seggio, ed ogni mio poter può di lui meno. Quel mi trasporta ognor di male in peggio, né lo posso frenar, che non ha freno: e mi fa certa che mi mena a morte, perch'aspettando il mal noccia più forte.

23

Deh perché voglio anco di me dolermi? Ch'error, se non d'amarti, unqua commessi? Che maraviglia, se fragili e infermi feminil sensi fur subito oppressi? Perché dovev'io usar ripari e schermi che la somma beltà non mi piacessi, gli alti sembianti e le sagge parole? Misero è ben chi veder schiva il sole!

24

Ed oltre al mio destino, io ci fui spinta da le parole altrui degne di fede: somma felicità mi fu dipinta, ch'esser dovea di questo amor mercede. Se la persuasione, ohimè! fu finta, se fu inganno il consiglio che mi diede Merlin, posso di lui ben lamentarmi, ma non d'amar Ruggier posso ritrarmi.

25

Di Merlin posso e di Melissa insieme dolermi, e mi dorrò d'essi in eterno, che dimostrare i frutti del mio seme mi fero dagli spirti de lo 'nferno, per pormi sol con questa falsa speme in servitù; né la cagion discerno, se non ch'erano forse invidiosi dei miei dolci, sicuri, almi riposi. —

26

Sì l'occupa il dolor, che non avanza loco ove in lei conforto abbia ricetto; ma, mal grado di quel, vien la speranza e vi vuole alloggiare in mezzo il petto, rifrescandole pur la rimembranza di quel ch'al suo partir l'ha Ruggier detto: e vuol, contra il parer degli altri affetti, che d'ora in ora il suo ritorno aspetti.

27

Questa speranza dunque la sostenne, finito i venti giorni, un mese appresso; sì che il dolor sì forte non le tenne, come tenuto avria, l'animo oppresso. Un dì che per la strada se ne venne, che per trovar Ruggier solea far spesso, novella udì la misera, ch'insieme fe' dietro all'altro ben fuggir la speme.

28

Venne a incontrare un cavallier guascone che dal campo african venìa diritto, ove era stato da quel dì prigione, che fu inanzi a Parigi il gran conflitto. Da lei fu molto posto per ragione, fin che si venne al termine prescritto. Domandò di Ruggiero, e in lui fermosse; né fuor di questo segno più si mosse.

29

Il cavallier buon conto ne rendette, che ben conoscea tutta quella corte: e narrò di Ruggier, che contrastette da solo a solo a Mandricardo forte; e come egli l'uccise, e poi ne stette ferito più d'un mese presso a morte: e s'era la sua istoria qui conclusa, fatto avria di Ruggier la vera escusa.

30

Ma come poi soggiunse, una donzella esser nel campo, nomata Marfisa, che men non era che gagliarda, bella, né meno esperta d'arme in ogni guisa; che lei Ruggiero amava e Ruggiero ella, ch'egli da lei, ch'ella da lui divisa si vedea raro, e ch'ivi ognuno crede che s'abbiano tra lor data la fede;

31

e che come Ruggier si faccia sano, il matrimonio publicar si deve; e ch'ogni re, ogni principe pagano gran piacere e letizia ne riceve, che de l'uno e de l'altro sopraumano conoscendo il valor, sperano in breve far una razza d'uomini da guerra la più gagliarda che mai fosse in terra;

32

credea il Guascon quel che dicea, non senza cagion; che ne l'esercito de' Mori openione e universal credenza, e publico parlar n'era di fuori. I molti segni di benivolenza stati tra lor facean questi romori; che tosto o buona o ria che la fama esce fuor d'una bocca, in infinito cresce.

33

L'esser venuta a' Mori ella in aita con lui, né senza lui comparir mai, avea questa credenza stabilita; ma poi l'avea accresciuta pur assai, ch'essendosi del campo già partita portandone Brunel (come io contai), senza esservi d'alcuno richiamata, sol per veder Ruggier v'era tornata.

34

Sol per lui visitar, che gravemente languia ferito, in campo venuta era, non una sola volta, ma sovente; vi stava il giorno e si partia la sera: e molto più da dir dava alla gente, ch'essendo conosciuta così altiera, che tutto 'l mondo a sé le parea vile, solo a Ruggier fosse benigna e umile;

35

come il Guascon questo affermò per vero, fu Bradamante da cotanta pena, da cordoglio assalita così fiero, che di quivi cader si tenne a pena. Voltò, senza far motto, il suo destriero, di gelosia, d'ira e di rabbia piena; e da sé discacciata ogni speranza, ritornò furibonda alla sua stanza.

36

E senza disarmarsi, sopra il letto, col viso volta in giù, tutta si stese, ove per non gridar, sì che sospetto di sé facesse, i panni in bocca prese; e ripetendo quel che l'avea detto il cavalliero, in tal dolor discese, che più non lo potendo sofferire, fu forza a disfogarlo, e così a dire:

37

— Misera! a chi mai più creder debb'io? Vo' dir ch'ognuno è perfido e crudele, se perfido e crudel sei, Ruggier mio, che sì pietoso tenni e sì fedele. Qual crudeltà, qual tradimento rio unqua s'udì per tragiche querele, che non trovi minor, se pensar mai al mio merto e al tuo debito vorai?

38

Perché, Ruggier, come di te non vive cavallier di più ardir, di più bellezza, né che a gran pezzo al tuo valore arrive, né a' tuoi costumi, né a tua gentilezza; perché non fai che fra tue illustri e dive virtù, si dica ancor ch'abbi fermezza? si dica ch'abbi inviolabil fede? a chi ogn'altra virtù s'inchina e cede.

39

Non sai che non compar, se non v'è quella, alcun valore, alcun nobil costume? come né cosa (e sia quanto vuol bella) si può vedere ove non splenda lume. Facil ti fu ingannare una donzella di cui tu signore eri, idolo e nume, a cui potevi far con tue parole creder che fosse oscuro e freddo il sole.

40

Crudel, di che peccato a doler t'hai, se d'uccider chi t'ama non ti penti? Se 'l mancar di tua fé sì leggier fai, di ch'altro peso il cor gravar ti senti? Come tratti il nimico, se tu dai a me, che t'amo sì, questi tormenti? Ben dirò che giustizia in ciel non sia, s'a veder tardo la vendetta mia.

41

Se d'ogn'altro peccato assai più quello de l'empia ingratitudine l'uomo grava, e per questo dal ciel l'angel più bello fu relegato in parte oscura e cava; e se gran fallo aspetta gran flagello quando debita emenda il cor non lava; guarda ch'aspro flagello in te non scenda, che mi se' ingrato e non vuoi farne emenda.

42

Di furto ancora, oltre ogni vizio rio, di te, crudele, ho da dolermi molto. Che tu mi tenga il cor, non ti dico io; di questo io vo' che tu ne vada assolto: dico di te, che t'eri fatto mio e poi contra ragion mi ti sei tolto. Renditi, iniquo, a me; che tu sai bene che non si può salvar chi l'altrui tiene.

43

Tu m'hai, Ruggier, lasciata: io te non voglio, né lasciarti volendo anco potrei; ma per uscir d'affanno e di cordoglio, posso e voglio, finire i giorni miei. Di non morirti in grazia sol mi doglio; che se concesso m'avessero i dei ch'io fossi morta quando t'era grata, morte non fu giamai tanto beata. —

44

Così dicendo, di morir disposta, salta dal letto, e di rabbia infiammata si pon la spada alla sinistra costa; ma si ravvede poi che tutta è armata. Il miglior spirto in questo le s'accosta, e nel cor le ragiona: — O donna nata di tant'alto lignaggio, adunque vuoi finir con sì gran biasmo i giorni tuoi?

45

Non è meglio ch'al campo tu ne vada, ove morir si può con laude ognora? Quivi, s'avvien ch'inanzi a Ruggier cada, del morir tuo si dorrà forse ancora: ma s'a morir t'avvien per la sua spada, chi sarà mai che più contenta muora? Ragione è ben che di vita ti privi, poi ch'è cagion ch'in tanta pena vivi.

46

Verrà forse anco che prima che muori farai vendetta di quella Marfisa che t'ha con fraudi e disonesti amori, da te Ruggiero alienando, uccisa. — Questi pensieri parveno migliori alla donzella; e tosto una divisa si fe' su l'arme, che volea inferire disperazione e voglia di morire.

47

Era la sopraveste del colore in che riman la foglia che s'imbianca quando del ramo è tolta, o che l'umore che facea vivo l'arbore le manca. Ricamata a tronconi era, di fuore, di cipresso che mai non si rinfranca, poi ch'ha sentita la dura bipenne; l'abito al suo dolor molto convenne.

48

Tolse il destrier ch'Astolfo aver solea, e quella lancia d'or, che, sol toccando, cader di sella i cavallier facea. Perché la le diè Astolfo, e dove e quando, e da chi prima avuta egli l'avea, non credo che bisogni ir replicando. Ella la tolse, non però sapendo che fosse del valor ch'era, stupendo.

49

Senza scudiero e senza compagnia scese dal monte, e si pose in camino verso Parigi alla più dritta via, ove era dianzi il campo saracino; che la novella ancora non s'udia, che l'avesse Rinaldo paladino, aiutandolo Carlo e Malagigi, fatto tor da l'assedio di Parigi.

50

Lasciati avea i Cadurci e la cittade di Caorse alle spalle, e tutto 'l monte ove nasce Dordona, e le contrade scopria di Monferrante e di Clarmonte, quando venir per le medesme strade vide una donna di benigna fronte, ch'uno scudo all'arcione avea attaccato; e le venian tre cavallieri a lato.

51

Altre donne e scudier venivano anco, qual dietro e qual dinanzi, in lunga schiera. Domandò ad un che le passò da fianco, la figlia d'Amon, chi la donna era; e quel le disse: — Al re del popul franco questa donna, mandata messaggera fin di là dal polo artico, è venuta per lungo mar da l'Isola Perduta.

52

Altri Perduta, altri ha nomata Islanda l'isola, donde la regina d'essa, di beltà sopra ogni beltà miranda, dal ciel non mai, se non a lei, concessa, lo scudo che vedete, a Carlo manda; ma ben con patto e condizione espressa, ch'al miglior cavallier lo dia, secondo il suo parer, ch'oggi si trovi al mondo.

53

Ella, come si stima, e come in vero è la più bella donna che mai fosse, così vorria trovare un cavalliero che sopra ogn'altro avesse ardire e posse: perché fondato e fisso è il suo pensiero, da non cader per centomila scosse, che sol chi terrà in arme il primo onore, abbia d'esser suo amante e suo signore.

54

Spera ch'in Francia, alla famosa corte di Carlo Magno, il cavallier si trove, che d'esser più d'ogn'altro ardito e forte abbia fatto veder con mille prove. I tre che son con lei come sue scorte, re sono tutti, e dirovvi anco dove: uno in Svezia, uno in Gotia, in Norvegia uno, che pochi pari in arme hanno o nessuno.

55

Questi tre, la cui terra non vicina, ma men lontana è all'Isola Perduta (detta così, perché quella marina da pochi naviganti è conosciuta), erano amanti, e son, de la regina, e a gara per moglier l'hanno voluta; e per aggradir lei, cose fatt'hanno, che, fin che giri il ciel, dette saranno.

56