Part 43
Vo' dir che mi parria commetter fallo, se con la spada non ti provassi anco, e non sapessi s'in quest'altro ballo tu mi sia pari, o se più vali o manco. Come ti piace, o scendi, o sta a cavallo: pur che le man tu non ti tegna al fianco, io son contento ogni vantaggio darti: tanto alla spada bramo di provarti. —
18
Rinaldo molto non lo tenne in lunga, e disse: — La battaglia ti prometto; e perché tu sia ardito, e non ti punga di questi c'ho d'intorno alcun sospetto, andranno inanzi fin ch'io gli raggiunga; né meco resterà fuor ch'un valletto che mi tenga il cavallo: — e così disse alla sua compagnia che se ne gisse.
19
La cortesia del paladin gagliardo commendò molto il cavalliero estrano. Smontò Rinaldo, e del destrier Baiardo diede al valletto le redine in mano: e poi che più non vede il suo stendardo, il qual di lungo spazio è già lontano, lo scudo imbraccia e stringe il brando fiero, e sfida alla battaglia il cavalliero.
20
E quivi s'incomincia una battaglia di ch'altra mai non fu più fiera in vista. Non crede l'un che tanto l'altro vaglia, che troppo lungamente gli resista. Ma poi che 'l paragon ben gli ragguaglia, né l'un de l'altro più s'allegra o attrista, pongon l'orgoglio ed il furor da parte, ed al vantaggio loro usano ogn'arte.
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S'odon lor colpi dispietati e crudi intorno rimbombar con suono orrendo, ora i canti levando a' grossi scudi, schiodando or piastre, e quando maglie aprendo. Né qui bisogna tanto che si studi a ben ferir, quanto a parar, volendo star l'uno a l'altro par; ch'eterno danno lor può causar il primo error che fanno.
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Durò l'assalto un'ora e più che 'l mezzo d'un'altra; ed era il sol già sotto l'onde, ed era sparso il tenebroso rezzo de l'orizzon fin all'estreme sponde; né riposato o fatto altro intermezzo aveano alle percosse furibonde questi guerrier, che non ira o rancore, ma tratto all'arme avea disio d'onore.
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Rivolve tuttavia tra sé Rinaldo chi sia l'estrano cavallier sì forte, che non pur gli sta contra ardito e saldo, ma spesso il mena a risco de la morte; e già tanto travaglio e tanto caldo gli ha posto, che del fin dubita forte: e volentier, se con suo onor potesse, vorria che quella pugna rimanesse.
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Da l'altra parte il cavallier estrano, che similmente non avea notizia che quel fosse il signor di Montalbano, quel sì famoso in tutta la milizia, che gli avea incontra con la spada in mano condotto così poca nimicizia, era certo che d'uom di più eccellenza non potesson dar l'arme esperienza.
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Vorrebbe de l'impresa esser digiuno, ch'avea di vendicare il suo cavallo; e se potesse senza biasmo alcuno, si trarria fuor del periglioso ballo. Il mondo era già tanto oscuro e bruno, che tutti i colpi quasi ivano in fallo. Poco ferire e men parar sapeano, ch'a pena in man le spade si vedeano.
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Fu quel da Montalbano il primo a dire che far battaglia non denno allo scuro, ma quella indugiar tanto e differire, ch'avesse dato volta il pigro Arturo; e che può intanto al padiglion venire, ove di sé non sarà men sicuro, ma servito, onorato e ben veduto, quanto in loco ove mai fosse venuto.
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Non bisognò a Rinaldo pregar molto, che 'l cortese baron tenne lo 'nvito. Ne vanno insieme ove il drappel raccolto di Montalbano era in sicuro sito. Rinaldo al suo scudiero avea già tolto un bel cavallo e molto ben guernito, a spada e a lancia e ad ogni prova buono, ed a quel cavallier fattone dono.
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Il guerrier peregrin conobbe quello esser Rinaldo, che venìa con esso; che prima che giungessero all'ostello, venuto a caso era a nomar se stesso: e perché l'un de l'altro era fratello, si sentìr dentro di dolcezza oppresso, e di pietoso affetto tocco il core; e lacrimar per gaudio e per amore.
29
Questo guerriero era Guidon selvaggio, che dianzi con Marfisa e Sansonetto e' figli d'Olivier molto viaggio avea fatto per mar, come v'ho detto. Di non veder più tosto il suo lignaggio il fellon Pinabel gli avea interdetto, avendol preso e a bada poi tenuto alla difesa del suo rio statuto.
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Guidon, che questo esser Rinaldo udio, famoso sopra ogni famoso duce, ch'avuto avea più di veder disio, che non ha il cieco la perduta luce, con molto gaudio disse: — O signor mio, qual fortuna a combatter mi conduce con voi, che lungamente ho amato ed amo, e sopra tutto il mondo onorar bramo?
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Mi partorì Costanza ne le estreme ripe del mar Eusino: io son Guidone, concetto de lo illustre inclito seme, come ancor voi, del generoso Amone. Di voi vedere e gli altri nostri insieme il desiderio è del venir cagione; e dove mia intenzion fu d'onorarvi, mi veggo esser venuto a ingiuriarvi.
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Ma scusimi apo voi d'un error tanto, ch'io non ho voi né gli altri conosciuto; e s'emendar si può, ditemi quanto far debbo, ch'in ciò far nulla rifiuto. — Poi che si fu da questo e da quel canto de' complessi iterati al fin venuto, rispose a lui Rinaldo: — Non vi caglia meco scusarvi più de la battaglia:
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che per certificarne che voi sète di nostra antiqua stirpe un vero ramo, dar miglior testimonio non potete, che 'l gran valor ch'in voi chiaro proviamo. Se più pacifiche erano e quiete vostre maniere, mal vi credevamo; che la damma non genera il leone, né le colombe l'aquila o il falcone. —
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Non, per andar, di ragionar lasciando, non di seguir, per ragionar, lor via, vennero ai padiglioni; ove narrando il buon Rinaldo alla sua compagnia che questo era Guidon, che disiando veder, tanto aspettato aveano pria, molto gaudio apportò ne le sue squadre; e parve a tutti assimigliarsi al padre.
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Non dirò l'accoglienze che gli fero Alardo, Ricciardetto e gli altri dui; che gli fece Viviano ed Aldigiero, e Malagigi, frati e cugin sui; ch'ogni signor gli fece e cavalliero; ciò ch'egli disse a loro, ed essi a lui: ma vi concluderò che finalmente fu ben veduto da tutta la gente.
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Caro Guidone a' suoi fratelli stato credo sarebbe in ogni tempo assai; ma lor fu al gran bisogno ora più grato, ch'esser potesse in altro tempo mai. Poscia che 'l nuovo sole incoronato del mare uscì di luminosi rai, Guidon coi frati e coi parenti in schiera se ne tornò sotto la lor bandiera.
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Tanto un giorno ed un altro se n'andaro, che di Parigi alle assediate porte a men di dieci miglia s'accostaro in ripa a Senna; ove per buona sorte Grifone ed Aquilante ritrovaro, i duo guerrier da l'armatura forte: Grifone il bianco ed Aquilante il nero, che partorì Gismonda d'Oliviero.
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Con essi ragionava una donzella, non già di vil condizione in vista, che di sciamito bianco la gonnella fregiata intorno avea d'aurata lista; molto leggiadra in apparenza e bella, fosse quantunque lacrimosa e trista: e mostrava ne' gesti e nel sembiante di cosa ragionar molto importante.
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Conobbe i cavallier, come essi lui, Guidon, che fu con lor pochi dì inanzi; ed a Rinaldo disse: — Eccovi dui a cui van pochi di valore inanzi; e se per Carlo ne verran con nui, non ne staranno i Saracini inanzi. — Rinaldo di Guidon conferma il detto, che l'uno e l'altro era guerrier perfetto.
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Gli avea riconosciuti egli non manco; però che quelli sempre erano usati, l'un tutto nero, e l'altro tutto bianco vestir su l'arme, e molto andare ornati. Da l'altra parte essi conobbero anco e salutar Guidon, Rinaldo e i frati; ed abbracciar Rinaldo come amico, messo da parte ogni lor odio antico.
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S'ebbero un tempo in urta e in gran dispetto per Truffaldin, che fôra lungo a dire; ma quivi insieme con fraterno affetto s'accarezzar, tutte obliando l'ire. Rinaldo poi si volse a Sansonetto, ch'era tardato un poco più a venire, e lo raccolse col debito onore, a pieno istrutto del suo gran valore.
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Tosto che la donzella più vicino vide Rinaldo, e conosciuto l'ebbe (ch'avea notizia d'ogni paladino), gli disse una novella che gl'increbbe; e cominciò: — Signore, il tuo cugino, a cui la Chiesa e l'alto Imperio debbe, quel già sì saggio ed onorato Orlando, è fatto stolto, e va pel mondo errando.
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Onde causato così strano e rio accidente gli sia, non so narrarte. La sua spada e l'altr'arme ho vedute io, che per li campi avea gittate e sparte; e vidi un cavallier cortese e pio che le andò raccogliendo da ogni parte, e poi di tutte quelle un arbuscello fe', a guisa di trofeo, pomposo e bello.
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Ma la spada ne fu tosto levata dal figliuol d'Agricane il dì medesmo. Tu pòi considerar quanto sia stata gran perdita alla gente del battesmo l'essere un'altra volta ritornata Durindana in poter del paganesmo. Né Brigliadoro men, ch'errava sciolto intorno all'arme, fu dal pagan tolto.
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Son pochi dì ch'Orlando correr vidi senza vergogna e senza senno, ignudo, con urli spaventevoli e con gridi: ch'è fatto pazzo in somma ti conchiudo; e non avrei, fuor ch'a questi occhi fidi, creduto mai sì acerbo caso e crudo. — Poi narrò che lo vide giù dal ponte abbracciato cader con Rodomonte.
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— A qualunque io non creda esser nimico d'Orlando (soggiungea) di ciò favello, acciò ch'alcun di tanti a ch'io lo dico, mosso a pietà del caso strano e fello, cerchi o a Parigi o in altro luogo amico ridurlo, fin che si purghi il cervello. Ben so, se Brandimarte n'avrà nuova, sarà per farne ogni possibil prova. —
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Era costei la bella Fiordiligi, più cara a Brandimarte che se stesso, la qual, per lui trovar, venìa a Parigi: e de la spada ella suggiunse appresso, che discordia e contesa e gran litigi tra il Sericano e 'l Tartaro avea messo; e ch'avuta l'avea, poi fu casso, di vita Mandricardo, al fin Gradasso.
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Di così strano e misero accidente Rinaldo senza fin si lagna e duole; né il core intenerir men se ne sente, che soglia intenerirsi il ghiaccio al sole: e con disposta ed immutabil mente, ovunque Orlando sia, cercar lo vuole, con speme, poi che ritrovato l'abbia, di farlo risanar di quella rabbia.
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Ma già lo stuolo avendo fatto unire, sia volontà del cielo o sia aventura, vuol fare i Saracin prima fuggire, e liberar le parigine mura. Ma consiglia l'assalto differire, che vi par gran vantaggio, a notte scura, ne la terza vigilia o ne la quarta, ch'avrà l'acqua di Lete il Sonno sparta.
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Tutta la gente alloggiar fece al bosco, e quivi la posò per tutto 'l giorno; ma poi che 'l sol, lasciando il mondo fosco, alla nutrice antiqua fe' ritorno, ed orsi e capre e serpi senza tosco e l'altre fere ebbeno il cielo adorno, che state erano ascose al maggior lampo, mosse Rinaldo il taciturno campo:
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e venne con Grifon, con Aquilante, con Vivian, con Alardo e con Guidone, con Sansonetto, agli altri un miglio inante, a cheti passi e senza alcun sermone. Trovò dormir l'ascolta d'Agramante: tutta l'uccise, e non ne fe' un prigione. Indi arrivò tra l'altra gente Mora, che non fu visto né sentito ancora.
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Del campo d'infedeli a prima giunta la ritrovata guardia all'improviso lasciò Rinaldo sì rotta e consunta, ch'un sol non ne restò, se non ucciso. Spezzata che lor fu la prima punta, i Saracin non l'avean più da riso, che sonnolenti, timidi ed inermi, poteano a tai guerrier far pochi schermi.
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Fece Rinaldo per maggior spavento dei Saracini, al mover de l'assalto, a trombe e a corni dar subito vento, e, gridando, il suo nome alzar in alto. Spinse Baiardo, e quel non parve lento; che dentro all'alte sbarre entrò d'un salto, e versò cavallier, pestò pedoni, ed atterrò trabacche e padiglioni.
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Non fu sì ardito tra il popul pagano, a cui non s'arricciassero le chiome, quando sentì Rinaldo e Montalbano sonar per l'aria, il formidato nome. Fugge col campo d'Africa l'ispano, né perde tempo a caricar le some; ch'aspettar quella furia più non vuole, ch'aver provata anco si piagne e duole.
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Guidon lo segue, e non fa men di lui; né men fanno i duo figli d'Oliviero, Alardo e Ricciardetto, e gli altri dui: col brando Sansonetto apre il sentiero: Aldigiero e Vivian provar altrui fan quanto in arme l'uno e l'altro è fiero. Così fa ognun che segue lo stendardo di Chiaramonte, da guerrier gagliardo.
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Settecento con lui tenea Rinaldo in Montalbano e intorno a quelle ville, usati a portar l'arme al freddo e al caldo, non già più rei dei Mirmidon d'Achille. Ciascun d'essi al bisogno era sì saldo, che cento insieme non fuggian per mille; e se ne potean molti sceglier fuori, che d'alcun dei famosi eran migliori.
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E se Rinaldo ben non era molto ricco né di città né di tesoro, facea sì con parole e con buon volto, e ciò ch'avea partendo ognor con loro, ch'un di quel numer mai non gli fu tolto per offerire altrui più somma d'oro. Questi da Montalban mai non rimuove, se non lo stringe un gran bisogno altrove.
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Ed or, perch'abbia il Magno Carlo aiuto, lasciò con poca guardia il suo castello. Tra gli African questo drappel venuto, questo drappel del cui valor favello, ne fece quel che del gregge lanuto sul falanteo Galeso il lupo fello, o quel che soglia, del barbato, appresso il barbaro Cinifio, il leon spesso.
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Carlo, ch'aviso da Rinaldo avuto avea che presso era a Parigi giunto, e che la notte il campo sproveduto volea assalir, stato era in arme e in punto; e quando bisognò, venne in aiuto coi paladini; e ai paladini aggiunto avea il figliol del ricco Monodante, di Fiordiligi il fido e saggio amante;
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ch'ella più giorni per sì lunga via cercato avea per tutta Francia invano. Quivi all'insegne che portar solia, fu da lei conosciuto di lontano. Come lei Brandimarte vide pria, lasciò la guerra, e tornò tutto umano, e corse ad abbracciarla; e d'amor pieno, mille volte baciolla o poco meno.
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De le lor donne e de le lor donzelle si fidar molto a quella antica etade. Senz'altra scorta andar lasciano quelle per piani e monti e per strane contrade; ed al ritorno l'han per buone e belle, né mai tra lor suspizione accade. Fiordiligi narrò quivi al suo amante, che fatto stolto era il signor d'Anglante.
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Brandimarte sì strana e ria novella credere ad altri a pena avria potuto; ma lo credette a Fiordiligi bella, a cui già maggior cose avea creduto. Non pur d'averlo udito gli dice ella, ma che con gli occhi propri l'ha veduto (c'ha conoscenza e pratica d'Orlando, quanto alcun altro), e dice dove e quando
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E gli narra del ponte periglioso, che Rodomonte ai cavallier difende, ove un sepolcro adorna e fa pomposo di sopraveste e d'arme di chi prende. Narra c'ha visto Orlando furioso far cose quivi orribili e stupende; che nel fiume il pagan mandò riverso, con gran periglio di restar summerso.
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Brandimarte, che 'l conte amava quanto si può compagno amar, fratello o figlio, disposto di cercarlo, e di far tanto, non ricusando affanno né periglio, che per opra di medico o d'incanto si ponga a quel furor qualche consiglio, così come trovossi armato in sella, si mise in via con la sua donna bella.
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Verso la parte ove la donna il conte avea veduto, il lor camin drizzaro, di giornata in giornata, fin ch'al ponte che guarda il re d'Algier, si ritrovaro. La guardia ne fe' segno a Rodomonte; e gli scudieri a un tempo gli arrecaro l'arme e il cavallo: e quel si trovò in punto, quando fu Brandimarte al passo giunto.
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Con voce qual conviene al suo furore il Saracino a Brandimarte grida: — Qualunque tu ti sia, che, per errore di via o di mente, qui tua sorte guida, scendi e spogliati l'arme, e fanne onore al gran sepolcro, inanzi ch'io t'uccida, e che vittima all'ombre tu sia offerto: ch'io 'l farò poi, né te n'avrò alcun merto. —
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Non volse Brandimarte a quell'altiero altra risposta dar, che de la lancia. Sprona Batoldo, il suo gentil destriero, e inverso quel con tanto ardir si lancia, che mostra che può star d'animo fiero con qual si voglia al mondo alla bilancia: e Rodomonte, con la lancia in resta, lo stretto ponte a tutta briglia pesta.
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Il suo destrier ch'avea continuo uso d'andarvi sopra, e far di quel sovente quando uno e quando un altro cader giuso, alla giostra correa sicuramente; l'altro, del corso insolito confuso, venìa dubbioso, timido e tremente. Trema anco il ponte, e par cader ne l'onda, oltre che stretto e che sia senza sponda.
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I cavallier, di giostra ambi maestri, che le lance avean grosse come travi, tali qual fur nei lor ceppi silvestri, si dieron colpi non troppo soavi. Ai lor cavalli esser possenti e destri non giovò molto agli aspri colpi e gravi; che si versar di pari ambi sul ponte, e seco i signor lor tutti in un monte.
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Nel volersi levar con quella fretta che lo spronar de' fianchi insta e richiede, l'asse del ponticel lor fu sì stretta, che non trovaro ove fermare il piede; sì che una sorte uguale ambi li getta ne l'acqua; e gran rimbombo al ciel ne riede, simile a quel ch'uscì del nostro fiume, quando ci cadde il mal rettor del lume.
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I duo cavalli con tutto 'l pondo dei cavallier, che steron fermi in sella, a cercar la rivera insin al fondo, se v'era ascosa alcuna ninfa bella. Non è già il primo salto né 'l secondo, che giù del ponte abbia il pagano in quella onda spiccato col destrero audace; però sa ben come quel fondo giace:
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sa dove è saldo e sa dove è più molle, sa dove è l'acqua bassa e dove è l'alta. Dal fiume il capo e il petto e i fianchi estolle, e Brandimarte a gran vantaggio assalta. Brandimarte il corrente in giro tolle: ne la sabbia il destrier, che 'l fondo smalta, tutto si ficca, e non può riaversi, con rischio di restarvi ambi sommersi.
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L'onda si leva e li fa andar sozzopra, e dove è più profonda li trasporta: va Brandimarte sotto, e 'l destrier sopra. Fiordiligi dal ponte afflitta e smorta e le lacrime e i voti e i prieghi adopra: — Ah Rodomonte, per colei che morta tu riverisci, non esser sì fiero, ch'affogar lasci un tanto cavalliero!
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Deh, cortese signor, s'unque tu amasti, di me, ch'amo costui, pietà ti vegna. Di farlo tuo prigion, per Dio, ti basti; che s'orni il sasso tuo di quella insegna, di quante spoglie mai tu gli arrecasti, questa fia la più bella e la più degna. — E seppe sì ben dir, ch'ancor che fosse sì crudo il re pagan, pur lo commosse;
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e fe' che 'l suo amator ratto soccorse, che sotto acqua il destrier tenea sepolto, e de la vita era venuto in forse, e senza sete avea bevuto molto. Ma aiuto non però prima gli porse, che gli ebbe il brando e dipoi l'elmo tolto. De l'acqua mezzo morto il trasse, e porre con molti altri lo fe' ne la sua torre.
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Fu ne la donna ogni allegrezza spenta, quando prigion vide il suo amante gire; ma di questo pur meglio si contenta, che di vederlo nel fiume perire. Di se stessa, e non d'altri, si lamenta, che fu cagion di farlo ivi venire, per averli narrato ch'avea il conte riconosciuto al periglioso ponte.
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Quindi si parte, avendo già concetto di menarvi Rinaldo paladino, o il Selvaggio Guidone, o Sansonetto, o altri de la corte di Pipino, in acqua e in terra cavallier perfetto da poter contrastar col Saracino; se non più forte, almen più fortunato che Brandimarte suo non era stato.
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Va molti giorni, prima che s'abbatta in alcun cavallier ch'abbia sembiante d'esser come lo vuol, perché combatta col Saracino e liberi il suo amante. Dopo molto cercar di persona atta al suo bisogno, un le vien pur avante, che sopravesta avea ricca ed ornata, a tronchi di cipressi ricamata.
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Chi costui fosse, altrove ho da narrarvi; che prima ritornar voglio a Parigi, e de la gran sconfitta seguitarvi, ch'a' Mori diè Rinaldo e Malagigi. Quei che fuggiro io non saprei contarvi, né quei che fur cacciati ai fiumi stigi. Levò a Turpino il conto l'aria oscura, che di contarli s'avea preso cura.
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Nel primo sonno dentro al padiglione dormia Agramante; e un cavallier lo desta, dicendogli che fia fatto prigione, se la fuga non è via più che presta. Guarda il re intorno, e la confusione vede dei suoi, che van senza far testa chi qua chi là fuggendo inermi e nudi, che non han tempo di pur tor gli scudi.
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Tutto confuso e privo di consiglio si facea porre indosso la corazza, quando con Falsiron vi giunse il figlio, Grandonio e Balugante e quella razza; e al re Agramante mostrano il periglio di restar morto o preso in quella piazza: e che può dir, se salva la persona, che Fortuna gli sia propizia e buona.
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Così Marsilio e così il buon Sobrino, e così dicon gli altri ad una voce, ch'a sua distruzion tanto è vicino, quanto a Rinaldo il qual ne vien veloce; che s'aspetta che giunga il paladino con tanta gente, e un uom tanto feroce, render certo si può ch'egli e i suo' amici rimarran morti, o in man degli nimici.
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Ma ridur si può in Arli o sia in Narbona con quella poca gente c'ha d'intorno; che l'una e l'altra terra è forte e buona da mantener la guerra più d'un giorno: e quando salva sia la sua persona, si potrà vendicar di questo scorno, rifacendo l'esercito in un tratto, onde al fin Carlo ne sarà disfatto.
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Il re Agramante al parer lor s'attenne, ben che 'l partito fosse acerbo e duro. Andò verso Arli, e parve aver le penne, per quel camin che più trovò sicuro. Oltre alle guide, in gran favor gli venne che la partita fu per l'aer scuro. Ventimila tra d'Africa e di Spagna fur, ch'a Rinaldo uscir fuor de la ragna.
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Quei ch'egli uccise e quei che i suoi fratelli, quei che i duo figli del signor di Vienna, quei che provaro empi nimici e felli i settecento a cui Rinaldo accenna, e quei che spense Sansonetto, e quelli che ne la fuga s'affogaro in Senna, chi potesse contar, conteria ancora ciò che sparge d'april Favonio e Flora.
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Istima alcun che Malagigi parte ne la vittoria avesse de la notte; non che di sangue le campagne sparte fosser per lui, né per lui teste rotte: ma che gl'infernali angeli per arte facesse uscir da le tartaree grotte, e con tante bandiere e tante lance, ch'insieme più non ne porrian due France;
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e che facesse udir tanti metalli, tanti tamburi e tanti varii suoni, tanti anitriri in voce di cavalli, tanti gridi e tumulti di pedoni, che risonare e piani e monti e valli dovean de le longique regioni: ed ai Mori con questo un timor diede, che li fece voltare in fuga il piede.
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Non si scordò il re d'Africa Ruggiero, ch'era ferito e stava ancora grave. Quanto poté più acconcio s'un destriero lo fece por, ch'avea l'andar soave; e poi che l'ebbe tratto ove il sentiero fu più sicuro, il fe' posar in nave, e verso Arli portar commodamente, dove s'avea a raccor tutta la gente.
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Quei ch'a Rinaldo e a Carlo dier le spalle (fur, credo, centomila o poco manco), per campagne, per boschi e monte e valle cercaro uscir di man del popul franco; ma la più parte trovò chiuso il calle, e fece rosso ov'era verde e bianco. Così non fece il re di Sericana, ch'avea da lor la tenda più lontana:
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anzi, come egli sente che 'l signore di Montalbano è questo che gli assalta, gioisce di tal iubilo nel core, che qua e là per allegrezza salta. Loda e ringrazia il suo sommo Fattore, che quella notte gli occorra tant'alta e sì rara aventura d'acquistare Baiardo, quel destrier che non ha pare.
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