# Orlando Furioso

## Part 41

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Di quelli ch'abbattea, s'eran pagani, si contentava d'aver spoglie ed armi; e di chi prima furo, i nomi piani vi facea sopra, e sospendeale ai marmi: ma ritenea in prigion tutti i cristiani; e che in Algier poi li mandasse parmi. Finita ancor non era l'opra, quando vi venne a capitare il pazzo Orlando.

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A caso venne il furioso conte a capitar su questa gran riviera, dove, come io vi dico, Rodomonte fare in fretta facea, né finito era la torre né il sepolcro, e a pena il ponte: e di tutte arme, fuor che di visiera, a quell'ora il pagan si trovò in punto, ch'Orlando al fiume e al ponte è sopragiunto.

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Orlando (come il suo furor lo caccia) salta la sbarra e sopra il ponte corre. Ma Rodomonte con turbata faccia, a piè, com'era inanzi a la gran torre, gli grida di lontano e gli minaccia, né se gli degna con la spada opporre: — Indiscreto villan, ferma le piante, temerario, importuno ed arrogante!

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Sol per signori e cavallieri è fatto il ponte, non per te, bestia balorda. — Orlando, ch'era in gran pensier distratto, vien pur inanzi e fa l'orecchia sorda. — Bisogna ch'io castighi questo matto — disse il pagano; e con la voglia ingorda venìa per traboccarlo giù ne l'onda, non pensando trovar chi gli risponda.

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In questo tempo una gentil donzella, per passar sovra il ponte, al fiume arriva, leggiadramente ornata e in viso bella, e nei sembianti accortamente schiva. Era (se vi ricorda, Signor) quella che per ogni altra via cercando giva di Brandimarte, il suo amator, vestigi, fuor che, dove era, dentro da Parigi.

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Ne l'arrivar di Fiordiligi al ponte (che così la donzella nomata era), Orlando s'attaccò con Rodomonte che lo volea gittar ne la riviera. La donna, ch'avea pratica del conte, subito n'ebbe conoscenza vera: e restò d'alta maraviglia piena, de la follia che così nudo il mena.

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Fermasi a riguardar che fine avere debba il furor dei duo tanti possenti. Per far del ponte l'un l'altro cadere a por tutta lor forza sono intenti. — Come è ch'un pazzo debba sì valere? — seco il fiero pagan dice tra' denti; e qua e là si volge e si raggira, pieno di sdegno e di superbia e d'ira.

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Con l'una e l'altra man va ricercando far nuova presa, ove il suo meglio vede; or tra le gambe, or fuor gli pone, quando con arte il destro, e quando il manco piede. Simiglia Rodomonte intorno a Orlando lo stolido orso che sveller si crede l'arbor onde è caduto; e come n'abbia quello ogni colpa, odio gli porta e rabbia.

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Orlando, che l'ingegno avea sommerso, io non so dove, e sol la forza usava, l'estrema forza a cui per l'universo nessuno o raro paragon si dava, cader del ponte si lasciò riverso col pagano abbracciato come stava. Cadon nel fiume e vanno al fondo insieme: ne salta in aria l'onda, e il lito geme.

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L'acqua gli fece distaccare in fretta. Orlando è nudo, e nuota com'un pesce: di qua le braccia, e di là i piedi getta, e viene a proda; e come di fuor esce, correndo va, né per mirare aspetta, se in biasmo o in loda questo gli riesce. Ma il pagan, che da l'arme era impedito, tornò più tardo e con più affanno al lito.

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Sicuramente Fiordiligi intanto avea passato il ponte e la riviera; e guardato il sepolcro in ogni canto, se del suo Brandimarte insegna v'era, poi che né l'arme sue vede né il manto, di ritrovarlo in altra parte spera. Ma ritorniamo a ragionar del conte, che lascia a dietro e torre e fiume e ponte.

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Pazzia sarà, se le pazzie d'Orlando prometto raccontarvi ad una ad una; che tante e tante fur, ch'io non so quando finir: ma ve n'andrò scegliendo alcuna solenne ed atta da narrar cantando, e ch'all'istoria mi parrà oportuna; né quella tacerò miraculosa, che fu nei Pirenei sopra Tolosa.

51

Trascorso avea molto paese il conte, come dal grave suo furor fu spinto; ed al fin capitò sopra quel monte per cui dal Franco è il Tarracon distinto; tenendo tuttavia volta la fronte verso là dove il sol ne viene estinto: e quivi giunse in uno angusto calle, che pendea sopra una profonda valle.

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Si vennero a incontrar con esso al varco duo boscherecci gioveni, ch'inante avean di legna un loro asino carco; e perché ben s'accorsero al sembiante, ch'avea di cervel sano il capo scarco, gli gridano con voce minacciante, o ch'a dietro o da parte se ne vada, e che si levi di mezzo la strada.

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Orlando non risponde altro a quel detto, se non che con furor tira d'un piede, e giunge a punto l'asino nel petto con quella forza che tutte altre eccede; ed alto il leva, sì, ch'uno augelletto che voli in aria, sembra a chi lo vede. Quel va a cadere alla cima d'un colle, ch'un miglio oltre la valle il giogo estolle.

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Indi verso i duo gioveni s'aventa, dei quali un, più che senno, ebbe aventura, che da la balza, che due volte trenta braccia cadea, si gittò per paura. A mezzo il tratto trovò molle e lenta una macchia di rubi e di verzura, a cui bastò graffiargli un poco il volto: del resto lo mandò libero e sciolto.

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L'altro s'attacca ad un scheggion ch'usciva fuor de la roccia, per salirvi sopra; perché si spera, s'alla cima arriva, di trovar via che dal pazzo lo cuopra. Ma quel nei piedi (che non vuol che viva) lo piglia, mentre di salir s'adopra: e quanto più sbarrar puote le braccia, le sbarra sì, ch'in duo pezzi lo straccia;

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a quella guisa che veggiàn talora farsi d'uno aeron, farsi d'un pollo, quando si vuol de le calde interiora che falcone o ch'astor resti satollo. Quanto è bene accaduto che non muora quel che fu a risco di fiaccarsi il collo! ch'ad altri poi questo miracol disse, sì che l'udì Turpino, e a noi lo scrisse.

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E queste ed altre assai cose stupende fece nel traversar de la montagna. Dopo molto cercare, al fin discende verso meriggie alla terra di Spagna; e lungo la marina il camin prende, ch'intorno a Taracona il lito bagna: e come vuol la furia che lo mena, pensa farsi uno albergo in quella arena,

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dove dal sole alquanto si ricuopra; e nel sabbion si caccia arrido e trito. Stando così, gli venne a caso sopra Angelica la bella e il suo marito, ch'eran (sì come io vi narrai di sopra) scesi dai monti in su l'ispano lito. A men d'un braccio ella gli giunse appresso, perché non s'era accorta ancora d'esso.

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Che fosse Orlando, nulla le soviene: troppo è diverso da quel ch'esser suole. Da indi in qua che quel furor lo tiene, è sempre andato nudo all'ombra e al sole: se fosse nato all'aprica Siene, o dove Ammone il Garamante cole, o presso ai monti onde il gran Nilo spiccia, non dovrebbe la carne aver più arsiccia.

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Quasi ascosi avea gli occhi ne la testa, la faccia macra, e come un osso asciutta, la chioma rabuffata, orrida e mesta, la barba folta, spaventosa e brutta. Non più a vederlo Angelica fu presta, che fosse a ritornar, tremando tutta: tutta tremando, e empiendo il ciel di grida, si volse per aiuto alla sua guida.

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Come di lei s'accorse Orlando stolto, per ritenerla si levò di botto: così gli piacque il delicato volto, così ne venne immantinente giotto. D'averla amata e riverita molto ogni ricordo era in lui guasto e rotto. Gli corre dietro, e tien quella maniera che terria il cane a seguitar la fera.

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Il giovine che 'l pazzo seguir vede la donna sua, gli urta il cavallo adosso, e tutto a un tempo lo percuote e fiede, come lo trova che gli volta il dosso. Spiccar dal busto il capo se gli crede: ma la pelle trovò dura come osso, anzi via più ch'acciar; ch'Orlando nato impenetrabile era ed affatato.

63

Come Orlando sentì battersi dietro, girossi, e nel girare il pugno strinse, e con la forza che passa ogni metro, ferì il destrier che 'l Saracino spinse. Feril sul capo, e come fosse vetro, lo spezzò sì, che quel cavallo estinse: e rivoltosse in un medesmo istante dietro a colei che gli fuggiva inante.

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Caccia Angelica in fretta la giumenta, e con sferza e con spron tocca e ritocca; che le parrebbe a quel bisogno lenta, se ben volasse più che stral da cocca. De l'annel c'ha nel dito si ramenta, che può salvarla, e se lo getta in bocca: e l'annel, che non perde il suo costume, la fa sparir come ad un soffio il lume.

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O fosse la paura, o che pigliasse tanto disconcio nel mutar l'annello, o pur, che la giumenta traboccasse, che non posso affermar questo né quello; nel medesmo momento che si trasse l'annello in bocca e celò il viso bello, levò le gambe ed uscì de l'arcione, e si trovò riversa in sul sabbione.

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Più corto che quel salto era dua dita, aviluppata rimanea col matto, che con l'urto le avria tolta la vita; ma gran ventura l'aiutò a quel tratto. Cerchi pur, ch'altro furto le dia aita d'un'altra bestia, come prima ha fatto; che più non è per riaver mai questa ch'inanzi al paladin l'arena pesta.

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Non dubitate già ch'ella non s'abbia a provedere; e seguitiamo Orlando, in cui non cessa l'impeto e la rabbia perché si vada Angelica celando. Segue la bestia per la nuda sabbia, e se le vien più sempre approssimando: già già la tocca, ed ecco l'ha nel crine, indi nel freno, e la ritiene al fine.

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Con quella festa il paladin la piglia, ch'un altro avrebbe fatto una donzella: le rassetta le redine e la briglia, e spicca un salto ed entra ne la sella; e correndo la caccia molte miglia, senza riposo, in questa parte e in quella: mai non le leva né sella né freno, né le lascia gustare erba né fieno.

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Volendosi cacciare oltre una fossa, sozzopra se ne va con la cavalla. Non nocque a lui, né sentì la percossa; ma nel fondo la misera si spalla. Non vede Orlando come trar la possa; e finalmente se l'arreca in spalla, e su ritorna, e va con tutto il carco, quanto in tre volte non trarrebbe un arco.

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Sentendo poi che gli gravava troppo, la pose in terra, e volea trarla a mano. Ella il seguia con passo lento e zoppo; dicea Orlando: — Camina! — e dicea invano. Se l'avesse seguito di galoppo, assai non era al desiderio insano. Al fin dal capo le levò il capestro, e dietro la legò sopra il piè destro;

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e così la strascina, e la conforta che lo potrà seguir con maggior agio. Qual leva il pelo, e quale il cuoio porta, dei sassi ch'eran nel camin malvagio. La mal condotta bestia restò morta finalmente di strazio e di disagio. Orlando non le pensa e non la guarda, e via correndo il suo camin non tarda.

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Di trarla, anco che morta, non rimase, continoando il corso ad occidente; e tuttavia saccheggia ville e case, se bisogno di cibo aver si sente; e frutte e carne e pan, pur ch'egli invase, rapisce; ed usa forza ad ogni gente: qual lascia morto e qual storpiato lassa; poco si ferma, e sempre inanzi passa.

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Avrebbe così fatto, o poco manco, alla sua donna, se non s'ascondea; perché non discernea il nero dal bianco, e di giovar, nocendo si credea. Deh maledetto sia l'annello ed anco il cavallier che dato le l'avea! che se non era, avrebbe Orlando fatto di sé vendetta e di mill'altri a un tratto.

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Né questa sola, ma fosser pur state in man d'Orlando quante oggi ne sono; ch'ad ogni modo tutte sono ingrate, né si trova tra loro oncia di buono. Ma prima che le corde rallentate al canto disugual rendano il suono, fia meglio differirlo a un'altra volta, acciò men sia noioso a chi l'ascolta.

CANTO TRENTESIMO

1

Quando vincer da l'impeto e da l'ira si lascia la ragion, né si difende, e che 'l cieco furor sì inanzi tira o mano o lingua, che gli amici offende; se ben dipoi si piange e si sospira, non è per questo che l'error s'emende. Lasso! io mi doglio e affliggo invan di quanto dissi per ira al fin de l'altro canto.

2

Ma simile son fatto ad uno infermo, che dopo molta pazienza e molta, quando contra il dolor non ha più schermo, cede alla rabbia e a bestemmiar si volta. Manca il dolor, né l'impeto sta fermo, che la lingua al dir mal facea sì sciolta; e si ravvede e pente e n'ha dispetto: ma quel c'ha detto, non può far non detto.

3

Ben spero, donne, in vostra cortesia aver da voi perdon, poi ch'io vel chieggio. Voi scusarete, che per frenesia, vinto da l'aspra passion, vaneggio. Date la colpa alla nimica mia, che mi fa star, ch'io non potrei star peggio, e mi fa dir quel di ch'io son poi gramo: sallo Idio, s'ella ha il torto; essa, s'io l'amo.

4

Non men son fuor di me, che fosse Orlando; e non son men di lui di scusa degno, ch'or per li monti, or per le piagge errando, scorse in gran parte di Marsilio il regno, molti dì la cavalla strascinando morta, come era, senza alcun ritegno; ma giunto ove un gran fiume entra nel mare, gli fu forza il cadavero lasciare.

5

E perché sa nuotar come una lontra, entra nel fiume, e surge all'altra riva. Ecco un pastor sopra un cavallo incontra, che per abeverarlo al fiume arriva. Colui, ben che gli vada Orlando incontra, perché egli è solo e nudo, non lo schiva. — Vorrei del tuo ronzin (gli disse il matto) con la giumenta mia far un baratto.

6

Io te la mostrerò di qui, se vuoi; che morta là su l'altra ripa giace: la potrai far tu medicar dipoi; altro diffetto in lei non mi dispiace. Con qualche aggiunta il ronzin dar mi puoi: smontane in cortesia, perché mi piace. — Il pastor ride, e senz'altra risposta va verso il guado, e dal pazzo si scosta.

7

— Io voglio il tuo cavallo: olà non odi? — suggiunse Orlando, e con furor si mosse. Avea un baston con nodi spessi e sodi quel pastor seco, e il paladin percosse. La rabbia e l'ira passò tutti i modi del conte; e parve fier più che mai fosse. Sul capo del pastore un pugno serra, che spezza l'osso, e morto il caccia in terra.

8

Salta a cavallo, e per diversa strada va discorrendo, e molti pone a sacco. Non gusta il ronzin mai fieno né biada, tanto ch'in pochi dì ne riman fiacco: ma non però ch'Orlando a piedi vada, che di vetture vuol vivere a macco; e quante ne trovò, tante ne mise in uso, poi che i lor patroni uccise.

9

Capitò al fin a Malega, e più danno vi fece, ch'egli avesse altrove fatto: che oltre che ponesse a saccomanno il popul sì, che ne restò disfatto, né si poté rifar quel né l'altr'anno; tanti n'uccise il periglioso matto, vi spianò tante case e tante accese, che disfe' più che 'l terzo del paese.

10

Quindi partito, venne ad una terra, Zizera detta, che siede allo stretto di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra, che l'uno e l'altro nome le vien detto; ove una barca che sciogliea da terra vide piena di gente da diletto, che solazzando all'aura matutina, gìa per la tranquillissima marina.

11

Cominciò il pazzo a gridar forte: — Aspetta! — che gli venne disio d'andare in barca. Ma bene invano e i gridi e gli urli getta; che volentier tal merce non si carca. Per l'acqua il legno va con quella fretta che va per l'aria irondine che varca. Orlando urta il cavallo e batte e stringe, e con un mazzafrusto all'acqua spinge.

12

Forza è ch'al fin nell'acqua il cavallo entre, ch'invan contrasta, e spende invano ogni opra: bagna i genocchi, e poi la groppa e 'l ventre, indi la testa, e a pena appar di sopra. Tornare a dietro non si speri, mentre la verga tra l'orecchie se gli adopra. Misero! o si convien tra via affogare, o nel lito african passare il mare.

13

Non vede Orlando più poppe né sponde che tratto in mar l'avean dal lito asciutto; che son troppo lontane, e le nasconde agli occhi bassi l'alto e mobil flutto: e tuttavia il destrier caccia tra l'onde, ch'andar di là dal mar dispone in tutto. Il destrier, d'acqua pieno e d'alma voto, finalmente finì la vita e il nuoto.

14

Andò nel fondo, e vi traea la salma, se non si tenea Orlando in su le braccia. Mena le gambe e l'una e l'altra palma, e soffia, e l'onda spinge da la faccia. Era l'aria soave e il mare in calma: e ben vi bisognò più che bonaccia; ch'ogni poco che 'l mar fosse più sorto, restava il paladin ne l'acqua morto.

15

Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura, del mar lo trasse nel lito di Setta, in una spiaggia, lungi da le mura quanto sarian duo tratti di saetta. Lungo il mar molti giorni alla ventura verso levante andò correndo in fretta; fin che trovò, dove tendea sul lito di nera gente esercito infinito.

16

Lasciamo il paladin ch'errando vada: ben di parlar di lui tornerà tempo. Quanto, Signore, ad Angelica accada dopo ch'uscì di man del pazzo a tempo; e come a ritornare in sua contrada trovasse e buon navilio e miglior tempo, e de l'India a Medor desse lo scettro, forse altri canterà con miglior plettro.

17

Io sono a dir tante altre cose intento, che di seguir più questa non mi cale. Volger conviemmi il bel ragionamento al Tartaro, che spinto il suo rivale, quella bellezza si godea contento, a cui non resta in tutta Europa uguale, poscia che se n'è Angelica partita, e la casta Issabella al ciel salita.

18

De la sentenza Mandricardo altiero, ch'in suo favor la bella donna diede, non può fruir tutto il diletto intero; che contra lui son altre liti in piede. L'una gli muove il giovene Ruggiero, perché l'aquila bianca non gli cede; l'altra il famoso re di Sericana, che da lui vuol la spada Durindana.

19

S'affatica Agramante, né disciorre, né Marsilio con lui, sa questo intrico: né solamente non li può disporre che voglia l'un de l'altro essere amico; ma che Ruggiero a Mandricardo torre lasci lo scudo del Troiano antico, o Gradasso la spada non gli vieti, tanto che questa o quella lite accheti.

20

Ruggier non vuol ch'in altra pugna vada con lo suo scudo; né Gradasso vuole che, fuor che contra sé porti la spada che 'l glorioso Orlando portar suole. — Al fin veggiamo in cui la sorte cada (disse Agramante), e non sian più parole; veggiàn quel che Fortuna ne disponga, e sia preposto quel ch'ella preponga.

21

E se compiacer meglio mi volete, onde d'aver ve n'abbia obligo ognora, chi de' di voi combatter, sortirete; ma con patto, ch'al primo ch'esca fuora, amendue le querele in man porrete: sì che, per sé vincendo, vinca ancora pel compagno; e perdendo l'un di vui, così perduto abbia per ambidui.

22

Tra Gradasso e Ruggier credo che sia di valor nulla o poca differenza; e di lor qual si vuol venga fuor pria, so ch'in arme farà per eccellenza. Poi la vittoria da quel canto stia, che vorrà la divina providenza. Il cavallier non avrà colpa alcuna, ma il tutto imputerassi alla Fortuna. —

23

Steron taciti al detto d'Agramante e Ruggiero e Gradasso; ed accordarsi che qualunque di loro uscirà inante, e l'una briga e l'altra abbia a pigliarsi. Così in duo brevi, ch'avean simigliante ed ugual forma, i nomi lor notarsi; e dentro un'urna quelli hanno rinchiusi, versati molto, e sozzopra confusi.

24

Un semplice fanciul nell'urna messe la mano, e prese un breve; e venne a caso ch'in questo il nome di Ruggier si lesse, essendo quel del Serican rimaso. Non si può dir quanta allegrezza avesse, quando Ruggier si sentì trar del vaso, e d'altra parte il Sericano doglia; ma quel che manda il ciel, forza è che toglia.

25

Ogni suo studio il Sericano, ogni opra a favorire, ad aiutar converte perché Ruggiero abbia a restar di sopra: e le cose in suo pro, ch'avea già esperte, come or di spada, or di scudo si cuopra, qual sien botte fallaci e qual sien certe, quando tentar, quando schivar fortuna si dee, gli torna a mente ad una ad una.

26

Il resto di quel dì, che da l'accordo e dal trar de le sorti sopravanza, è speso dagli amici in dar ricordo, chi a l'un guerrier chi all'altro, come è usanza. Il popul, di veder la pugna ingordo, s'affretta a gara d'occupar la stanza: né basta a molti inanzi giorno andarvi, che voglion tutta notte anco veggiarvi.

27

La sciocca turba disiosa attende ch'i duo buon cavallier vengano in prova; che non mira più lungi né comprende di quel ch'inanzi agli occhi si ritrova. Ma Sobrino e Marsilio, e chi più intende e vede ciò che nuoce e ciò che giova, biasma questa battaglia, ed Agramante, che voglia comportar che vada inante.

28

Né cessan raccordargli il grave danno che n'ha d'avere il popul saracino, muora Ruggiero o il tartaro tiranno, quel che prefisso è dal suo fier destino: d'un sol di lor via più bisogno avranno per contrastare al figlio di Pipino, che di dieci altri mila che ci sono, tra' quai fatica è ritrovare un buono.

29

Conosce il re Agramante che gli è vero, ma non può più negar ciò c'ha promesso. Ben prega Mandricardo e il buon Ruggiero, che gli ridonin quel c'ha lor concesso; e tanto più che 'l lor litigio è un zero, né degno in prova d'arme esser rimesso: e s'in ciò pur nol vogliono ubbidire, voglino almen la pugna differire.

30

Cinque o sei mesi il singular certame, o meno o più, si differisca, tanto che cacciato abbin Carlo del reame, tolto lo scettro, la corona e il manto. Ma l'un e l'altro, ancor che voglia e brame il re ubbidir, pur sta duro da canto; che tale accordo obbrobrioso stima a chi 'l consenso suo vi darà prima.

31

Ma più del re, ma più d'ognun ch'invano spenda a placare il Tartaro parole, la bella figlia del re Stordilano supplice il priega, e si lamenta e duole: lo prega che consenta al re africano e voglia quel che tutto il campo vuole; si lamenta e si duol che per lui sia timida sempre e piena d'angonia.

32

— Lassa! (dicea) che ritrovar poss'io rimedio mai ch'a riposar mi vaglia, s'or contra questo, or quel, nuovo disio vi trarrà sempre a vestir piastra e maglia? C'ha potuto giovare al petto mio il gaudio che sia spenta la battaglia per me da voi contra quell'altro presa, se un'altra non minor se n'è già accesa?

33

Ohimè! ch'invano i' me n'andava altiera ch'un re sì degno, un cavallier sì forte per me volesse in perigliosa e fiera battaglia porsi al risco de la morte; ch'or veggo per cagion tanto leggiera non meno esporvi alla medesma sorte. Fu natural ferocità di core ch'a quella v'istigò, più che 'l mio amore.

34

Ma se gli è ver che 'l vostro amor sia quello che vi sforzate di mostrarmi ognora, per lui vi prego, e per quel gran flagello che mi percuote l'alma e che m'accora, che non vi caglia se 'l candido augello ha ne lo scudo quel Ruggiero ancora. Utile o danno a voi non so ch'importi, che lasci quella insegna o che la porti.

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Poco guadagno, e perdita uscir molta de la battaglia può, che per far sète: quando abbiate a Ruggier l'aquila tolta, poca mercé d'un gran travaglio avrete; ma se Fortuna le spalle vi volta (che non però nel crin presa tenete), causate un danno, ch'a pensarvi solo mi sento il petto già sparrar di duolo.

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Quando la vita a voi per voi non sia cara, e più amate un'aquila dipinta, vi sia almen cara per la vita mia: non sarà l'una senza l'altra estinta. Non già morir con voi grave mi fia: son di seguirvi in vita e in morte accinta; ma non vorrei morir sì malcontenta come io morrò, se dopo voi son spenta. —

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Con tai parole e simili altre assai, che le lacrime accompagnano e sospiri, pregar non cessa tutta notte mai perch'alla pace il suo amator ritiri; e quel, suggendo dagli umidi rai quel dolce pianto, e quei dolci martiri da le vermiglie labra più che rose, lacrimando egli ancor, così rispose:

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