Orlando Furioso

Part 40

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— Anch'io (suggiunse il re) senza alcun fallo lasciato avria il mio can correre un tratto, se m'avessi prestato un po' il cavallo, tanto che 'l mio bisogno avessi fatto. — Iocondo replicò: — Son tuo vasallo, e puoi far meco e rompere ogni patto: sì che non convenia tal cenni usare; ben mi potevi dir: lasciala stare. —

68

Tanto replica l'un, tanto soggiunge l'altro, che sono a grave lite insieme. Vengon da' motti ad un parlar che punge, ch'ad amenduo l'esser beffato preme. Chiaman Fiammetta (che non era lunge, e de la fraude esser scoperta teme) per fare in viso l'uno all'altro dire quel che negando ambi parean mentire.

69

— Dimmi (le disse il re con fiero sguardo), e non temer di me né di costui; chi tutta notte fu quel sì gagliardo, che ti godé senza far parte altrui? — Credendo l'un provar l'altro bugiardo, la risposta aspettavano ambedui. Fiammetta a' piedi lor si gittò, incerta di viver più, vedendosi scoperta.

70

Domandò lor perdono, che d'amore ch'a un giovinetto avea portato, spinta, e da pietà d'un tormentato core che molto avea per lei patito, vinta, caduta era la notte in quello errore; e seguitò, senza dir cosa finta, come tra lor con speme si condusse, ch'ambi credesson che 'l compagno fusse.

71

Il re e Iocondo si guardaro in viso, di maraviglia e di stupor confusi; né d'aver anco udito lor fu aviso, ch'altri duo fusson mai così delusi. Poi scoppiaro ugualmente in tanto riso, che con la bocca aperta e gli occhi chiusi, potendo a pena il fiato aver del petto, a dietro si lasciar cader sul letto.

72

Poi ch'ebbon tanto riso, che dolere se ne sentiano il petto, e pianger gli occhi, disson tra lor: — Come potremo avere guardia, che la moglier non ne l'accocchi, se non giova tra duo questa tenere, e stretta sì, che l'uno e l'altro tocchi? Se più che crini avesse occhi il marito, non potria far che non fosse tradito.

73

Provate mille abbiamo, e tutte belle; né di tante una è ancor che ne contraste. Se provian l'altre, fian simili anch'elle; ma per ultima prova costei baste. Dunque possiamo creder che più felle non sien le nostre, o men de l'altre caste: e se son come tutte l'altre sono, che torniamo a godercile fia buono. —

74

Conchiuso ch'ebbon questo, chiamar fero per Fiammetta medesima il suo amante; e in presenza di molti gli la diero per moglie, e dote gli fu bastante. Poi montaro a cavallo, e il lor sentiero ch'era a ponente, volsero a levante; ed alle mogli lor se ne tornaro, di ch'affanno mai più non si pigliaro. —

75

L'ostier qui fine alla sua istoria pose, che fu con molta attenzione udita. Udilla il Saracin, né gli rispose parola mai, fin che non fu finita. Poi disse: — Io credo ben che de l'ascose feminil frode sia copia infinita; né si potria de la millesma parte tener memoria con tutte le carte. —

76

Quivi era un uom d'età, ch'avea più retta opinion degli altri, e ingegno e ardire; e non potendo ormai, che sì negletta ogni femina fosse, più patire, si volse a quel ch'avea l'istoria detta, e gli disse: — Assai cose udimo dire, che veritade in sé non hanno alcuna: e ben di queste è la tua favola una.

77

A chi te la narrò non do credenza, s'evangelista ben fosse nel resto; ch'opinione, più ch'esperienza ch'abbia di donne, lo facea dir questo. L'avere ad una o due malivolenza, fa ch'odia e biasma l'altre oltre all'onesto; ma se gli passa l'ira, io vo' tu l'oda, più ch'ora biasmo, anco dar lor gran loda.

78

E se vorrà lodarne, avrà maggiore il campo assai, ch'a dirne mal non ebbe: di cento potrà dir degne d'onore verso una trista che biasmar si debbe. Non biasmar tutte, ma serbarne fuore la bontà d'infinite si dovrebbe; e se 'l Valerio tuo disse altrimente, disse per ira, e non per quel che sente.

79

Ditemi un poco: è di voi forse alcuno ch'abbia servato alla sua moglie fede? che nieghi andar, quando gli sia oportuno, all'altrui donna, e darle ancor mercede? credete in tutto 'l mondo trovarne uno? chi 'l dice, mente; e folle è ben chi 'l crede. Trovatene vo' alcuna che vi chiami? (non parlo de le publiche ed infami).

80

Conoscete alcun voi, che non lasciasse la moglie sola, ancor che fosse bella, per seguire altra donna, se sperasse in breve e facilmente ottener quella? Che farebbe egli, quando lo pregasse o desse premio a lui donna o donzella? Credo, per compiacere or queste or quelle, che tutti lasciaremmovi la pelle.

81

Quelle che i lor mariti hanno lasciati, le più volte cagione avuta n'hanno. Del suo di casa, li veggon svogliati, e che fuor, de l'altrui bramosi, vanno. Dovriano amar, volendo essere amati, e tor con la misura ch'a lor danno. Io farei (se a me stesse il darla e torre) tal legge, ch'uom non vi potrebbe opporre.

82

Saria la legge, ch'ogni donna colta in adulterio, fosse messa a morte, se provar non potesse ch'una volta avesse adulterato il suo consorte: se provar lo potesse, andrebbe asciolta, né temeria il marito né la corte. Cristo ha lasciato nei precetti suoi: non far altrui quel che patir non vuoi.

83

La incontinenza è quanto mal si puote imputar lor, non già a tutto lo stuolo. Ma in questo chi ha di noi più brutte note? che continente non si trova un solo. E molto più n'ha ad arrossir le gote, quando bestemmia, ladroneccio, dolo, usura ed omicidio, e se v'è peggio, raro, se non dagli uomini, far veggio. —

84

Appresso alle ragioni avea il sincero e giusto vecchio in pronto alcuno esempio di donne, che né in fatto né in pensiero mai di lor castità patiron scempio. Ma il Saracin, che fuggia udire il vero, lo minacciò con viso crudo ed empio, sì che lo fece per timor tacere; ma già non lo mutò di suo parere.

85

Posto ch'ebbe alle liti e alle contese termine il re pagan, lasciò la mensa; indi nel letto per dormir si stese fin al partir de l'aria scura e densa: ma de la notte, a sospirar l'offese più de la donna ch'a dormir, dispensa. Quindi parte all'uscir del nuovo raggio, e far disegna in nave il suo viaggio.

86

Però ch'avendo tutto quel rispetto ch'a buon cavallo dee buon cavalliero, a quel suo bello e buono, ch'a dispetto tenea di Sacripante e di Ruggiero; vedendo per duo giorni averlo stretto più che non si dovria sì buon destriero, lo pon, per riposarlo, e lo rassetta in una barca, e per andar più in fretta.

87

Senza indugio al nocchier varar la barca, e dar fa i remi all'acqua da la sponda. Quella, non molto grande e poco carca, se ne va per la Sonna giù a seconda. Non fugge il suo pensier né se ne scarca Rodomonte per terra né per onda: lo trova in su la proda e in su la poppa; e se cavalca, il porta dietro in groppa.

88

Anzi nel capo, o sia nel cor gli siede, e di fuor caccia ogni conforto e serra. Di ripararsi il misero non vede, da poi che gli nimici ha ne la terra. Non sa da chi sperar possa mercede, se gli fanno i domestici suoi guerra: la notte e 'l giorno e sempre è combattuto da quel crudel che dovria dargli aiuto.

89

Naviga il giorno e la notte seguente Rodomonte col cor d'affanni grave; e non si può l'ingiuria tor di mente, che da la donna e dal suo re avuto have; e la pena e il dolor medesmo sente, che sentiva a cavallo, ancora in nave: né spegner può, per star ne l'acqua, il fuoco, né può stato mutar, per mutar loco.

90

Come l'infermo, che dirotto e stanco di febbre ardente, va cangiando lato; o sia su l'uno o sia su l'altro fianco spera aver, se si volge, miglior stato; né sul destro riposa né sul manco, e per tutto ugualmente è travagliato: così il pagano al male ond'era infermo mal trova in terra e male in acqua schermo.

91

Non puote in nave aver più pazienza, e si fa porre in terra Rodomonte. Lion passa e Vienna, indi Valenza e vede in Avignone il ricco ponte; che queste terre ed altre ubidienza, che son tra il fiume e 'l celtibero monte, rendean al re Agramante e al re di Spagna dal dì che fur signor de la campagna.

92

Verso Acquamorta a man dritta si tenne con animo in Algier passare in fretta; e sopra un fiume ad una villa venne e da Bacco e da Cerere diletta, che per le spesse ingiurie, che sostenne dai soldati, a votarsi fu costretta. Quinci il gran mare, e quindi ne l'apriche valli vede ondeggiar le bionde spiche.

93

Quivi ritrova una piccola chiesa di nuovo sopra un monticel murata, che poi ch'intorno era la guerra accesa, i sacerdoti vota avean lasciata. Per stanza fu da Rodomonte presa; che pel sito, e perch'era sequestrata dai campi, onde avea in odio udir novella, gli piacque sì, che mutò Algieri in quella.

94

Mutò d'andare in Africa pensiero, sì commodo gli parve il luogo e bello. Famigli e carriaggi e il suo destriero seco alloggiar fe' nel medesmo ostello. Vicino a poche leghe a Mompoliero e ad alcun altro ricco e buon castello siede il villaggio allato alla riviera; sì che d'avervi ogn'agio il modo v'era.

95

Standovi un giorno il Saracin pensoso (come pur era il più del tempo usato), vide venir per mezzo un prato erboso, che d'un piccol sentiero era segnato, una donzella di viso amoroso in compagnia d'un monaco barbato; e si traeano dietro un gran destriero sotto una soma coperta di nero.

96

Chi la donzella, chi 'l monaco sia, chi portin seco, vi debbe esser chiaro. Conoscere Issabella si dovria, che 'l corpo avea del suo Zerbino caro. Lasciai che vêr Provenza ne venìa sotto la scorta del vecchio preclaro, che le avea persuaso tutto il resto dicare a Dio del suo vivere onesto.

97

Come ch'in viso pallida e smarrita sia la donzella ed abbia i crini inconti; e facciano i sospir continua uscita del petto acceso, e gli occhi sien duo fonti; ed altri testimoni d'una vita misera e grave in lei si veggan pronti; tanto però di bello anco le avanza, che con le Grazie Amor vi può aver stanza.

98

Tosto che 'l Saracin vide la bella donna apparir, messe il pensiero al fondo, ch'avea di biasmar sempre e d'odiar quella schiera gentil che pur adorna il mondo. E ben gli par dignissima Issabella, in cui locar debba il suo amor secondo, e spenger totalmente il primo, a modo che da l'asse si trae chiodo con chiodo.

99

Incontra se le fece, e col più molle parlar che seppe, e col miglior sembiante, di sua condizione domandolle; ed ella ogni pensier gli spiegò inante; come era per lasciare il mondo folle, e farsi amica a Dio con opre sante. Ride il pagano altier ch'in Dio non crede, d'ogni legge nimico e d'ogni fede.

100

E chiama intenzione erronea e lieve, e dice che per certo ella troppo erra; né men biasmar che l'avaro si deve, che 'l suo ricco tesor metta sotterra: alcuno util per sé non ne riceve, e da l'uso degli altri uomini il serra. Chiuder leon si denno, orsi e serpenti, e non le cose belle ed innocenti.

101

Il monaco, ch'a questo avea l'orecchia, e per soccorrer la giovane incauta, che ritratta non sia per la via vecchia, sedea al governo qual pratico nauta, quivi di spiritual cibo apparecchia tosto una mensa sontuosa e lauta. Ma il Saracin, che con mal gusto nacque, non pur la saporò, che gli dispiacque:

102

e poi ch'invano il monaco interroppe, e non poté mai far sì che tacesse, e che di pazienza il freno roppe, le mani adosso con furor gli messe. Ma le parole mie parervi troppe potriano omai, se più se ne dicesse: sì che finirò il canto; e mi fia specchio quel che per troppo dire accade al vecchio.

CANTO VENTINOVESIMO

1

O degli uomini inferma e instabil mente! come siàn presti a variar disegno! Tutti i pensier mutamo facilmente, più quei che nascon d'amoroso sdegno. Io vidi dianzi il Saracin sì ardente contra le donne, e passar tanto il segno, che non che spegner l'odio, ma pensai che non dovesse intiepidirlo mai.

2

Donne gentil, per quel ch'a biasmo vostro parlò contra il dover, sì offeso sono, che sin che col suo mal non gli dimostro quanto abbia fatto error, non gli perdono. Io farò sì con penna e con inchiostro, ch'ognun vedrà che gli era utile e buono aver taciuto, e mordersi anco poi prima la lingua, che dir mal di voi.

3

Ma che parlò come ignorante e sciocco, ve lo dimostra chiara esperienza. Incontra tutte trasse fuor lo stocco de l'ira, senza farvi differenza: poi d'Issabella un sguardo sì l'ha tocco, che subito gli fa mutar sentenza. Già in cambio di quell'altra la disia, l'ha vista a pena, e non sa ancor chi sia.

4

E come il nuovo amor lo punge e scalda, muove alcune ragion di poco frutto, per romper quella mente intera e salda ch'ella avea fissa al Creator del tutto. Ma l'eremita che l'è scudo e falda, perché il casto pensier non sia distrutto, con argumenti più validi e fermi, quanto più può, le fa ripari e schermi.

5

Poi che l'empio pagan molto ha sofferto con lunga noia quel monaco audace, e che gli ha detto invan ch'al suo deserto senza lei può tornar quando gli piace; e che nuocer si vede a viso aperto, e che seco non vuol triegua né pace: la mano al mento con furor gli stese, e tanto ne pelò, quanto ne prese.

6

E sì crebbe la furia, che nel collo con man lo stringe a guisa di tanaglia; e poi ch'una e due volte raggirollo, da sé per l'aria e verso il mar lo scaglia. Che n'avenisse, né dico né sollo: varia fama è di lui, né si raguaglia. Dice alcun che sì rotto a un sasso resta, che 'l piè non si discerne da la testa;

7

ed altri, ch'a cadere andò nel mare, ch'era più di tre miglia indi lontano, e che morì per non saper notare, fatti assai prieghi e orazioni invano; altri, ch'un santo lo venne aiutare, lo trasse al lito con visibil mano. Di queste, qual si vuol, la vera sia: di lui non parla più l'istoria mia.

8

Rodomonte crudel, poi che levato s'ebbe da canto il garrulo eremita, si ritornò con viso men turbato verso la donna mesta e sbigottita; e col parlar ch'è fra gli amanti usato, dicea ch'era il suo core e la sua vita e 'l suo conforto e la sua cara speme, ed altri nomi tai che vanno insieme.

9

E si mostrò sì costumato allora, che non le fece alcun segno di forza. Il sembiante gentil che l'innamora, l'usato orgoglio in lui spegne ed ammorza: e ben che 'l frutto trar ne possa fuora, passar non però vuole oltre a la scorza; che non gli par che potesse esser buono, quando da lei non lo accettasse in dono.

10

E così di disporre a poco a poco a' suoi piaceri Issabella credea. Ella, che in sì solingo e strano loco, qual topo in piede al gatto si vedea, vorria trovarsi inanzi in mezzo il fuoco; e seco tuttavolta rivolgea s'alcun partito, alcuna via fosse atta a trarla quindi immaculata e intatta.

11

Fa ne l'animo suo proponimento di darsi con sua man prima la morte, che 'l barbaro crudel n'abbia il suo intento, e che le sia cagion d'errar sì forte contra quel cavallier ch'in braccio spento l'avea crudele e dispietata sorte; a cui fatto have col pensier devoto de la sua castità perpetuo voto.

12

Crescer più sempre l'appetito cieco vede del re pagan, né sa che farsi. Ben sa che vuol venire all'atto bieco, ove i contrasti suoi tutti fien scarsi. Pur discorrendo molte cose seco, il modo trovò al fin di ripararsi, e di salvar la castità sua, come io vi dirò, con lungo e chiaro nome.

13

Al brutto Saracin, che le venìa già contra con parole e con effetti privi di tutta quella cortesia che mostrata le avea ne' primi detti: — Se fate che con voi sicura io sia del mio onor (disse) e ch'io non ne sospetti, cosa all'incontro vi darò, che molto più vi varrà, ch'avermi l'onor tolto.

14

Per un piacer di sì poco momento, di che n'ha sì abondanza tutto 'l mondo, non disprezzate un perpetuo contento, un vero gaudio a nullo altro secondo. Potrete tuttavia ritrovar cento e mille donne di viso giocondo; ma chi vi possa dar questo mio dono, nessuno al mondo, o pochi altri ci sono.

15

Ho notizia d'un'erba, e l'ho veduta venendo, e so dove trovarne appresso, che bollita con elera e con ruta ad un fuoco di legna di cipresso, e fra mano innocenti indi premuta, manda un liquor, che, chi si bagna d'esso tre volte il corpo, in tal modo l'indura, che dal ferro e dal fuoco l'assicura.

16

Io dico, se tre volte se n'immolla, un mese invulnerabile si trova. Oprar conviensi ogni mese l'ampolla; che sua virtù più termine non giova. Io so far l'acqua, ed oggi ancor farolla, ed oggi ancor voi ne vedrete prova: e vi può, s'io non fallo, esser più grata, che d'aver tutta Europa oggi acquistata.

17

Da voi domando in guiderdon di questo, che su la fede vostra mi giuriate che né in detto né in opera molesto mai più sarete alla mia castitate. — Così dicendo, Rodomonte onesto fe' ritornar; ch'in tanta voluntate venne ch'inviolabil si facesse, che più ch'ella non disse, le promesse:

18

e servaralle fin che vegga fatto de la mirabil acqua esperienza; e sforzerasse intanto a non fare atto, a non far segno alcun di violenza. Ma pensa poi di non tenere il patto, perché non ha timor né riverenza di Dio o di santi; e nel mancar di fede tutta a lui la bugiarda Africa cede.

19

Ad Issabella il re d'Algier scongiuri di non la molestar fe' più di mille, pur ch'essa lavorar l'acqua procuri, che far lo può qual fu già Cigno e Achille. Ella per balze e per valloni oscuri da le città lontana e da le ville ricoglie di molte erbe; e il Saracino non l'abandona, e l'è sempre vicino.

20

Poi ch'in più parti quant'era a bastanza colson de l'erbe e con radici e senza, tardi si ritornaro alla lor stanza; dove quel paragon di continenza tutta la notte spende, che l'avanza, a bollir erbe con molta avertenza: e a tutta l'opra e a tutti quei misteri si trova ognor presente il re d'Algieri.

21

Che producendo quella notte in giuoco con quelli pochi servi ch'eran seco, sentia, per lo calor del vicin fuoco ch'era rinchiuso in quello angusto speco, tal sete, che bevendo or molto or poco, duo baril votar pieni di greco, ch'aveano tolto uno o duo giorni inanti i suoi scudieri a certi viandanti.

22

Non era Rodomonte usato al vino, perché la legge sua lo vieta e danna: e poi che lo gustò, liquor divino gli par, miglior che 'l nettare o la manna; e riprendendo il rito saracino, gran tazze e pieni fiaschi ne tracanna. Fece il buon vino, ch'andò spesso intorno, girare il capo a tutti come un torno.

23

La donna in questo mezzo la caldaia dal fuoco tolse, ove quell'erbe cosse; e disse a Rodomonte: — Acciò che paia che mie parole al vento non ho mosse, quella che 'l ver da la bugia dispaia, e che può dotte far le genti grosse, te ne farò l'esperienza ancora, non ne l'altrui, ma nel mio corpo or ora.

24

Io voglio a far il saggio esser la prima del felice liquor di virtù pieno, acciò tu forse non facessi stima che ci fosse mortifero veneno. Di questo bagnerommi da la cima del capo giù pel collo e per lo seno: tu poi tua forza in me prova e tua spada, se questo abbia vigor, se quella rada. —

25

Bagnossi, come disse, e lieta porse all'incauto pagano il collo ignudo, incauto, e vinto anco dal vino forse, incontra a cui non vale elmo né scudo. Quel uom bestial le prestò fede, e scorse sì con la mano e sì col ferro crudo, che del bel capo, già d'Amore albergo, fe' tronco rimanere il petto e il tergo.

26

Quel fe' tre balzi; e funne udita chiara voce, ch'uscendo nominò Zerbino, per cui seguire ella trovò sì rara via di fuggir di man del Saracino. Alma, ch'avesti più la fede cara, e 'l nome quasi ignoto e peregrino al tempo nostro, de la castitade, che la tua vita e la tua verde etade,

27

vattene in pace, alma beata e bella! Così i miei versi avesson forza, come ben m'affaticherei con tutta quella arte che tanto il parlar orna e come, perché mille e mill'anni e più, novella sentisse il mondo del tuo chiaro nome. Vattene in pace alla superna sede, e lascia all'altre esempio di tua fede.

28

All'atto incomparabile e stupendo, dal cielo il Creator giù gli occhi volse, e disse: — Più di quella ti commendo, la cui morte a Tarquinio il regno tolse; e per questo una legge fare intendo tra quelle mie, che mai tempo non sciolse, la qual per le inviolabil'acque giuro che non muterà seculo futuro.

29

Per l'avvenir vo' che ciascuna ch'aggia il nome tuo, sia di sublime ingegno, e sia bella, gentil, cortese e saggia, e di vera onestade arrivi al segno: onde materia agli scrittori caggia di celebrare il nome inclito e degno; tal che Parnasso, Pindo ed Elicone sempre Issabella, Issabella risuone. —

30

Dio così disse, e fe' serena intorno l'aria, e tranquillo il mar più che mai fusse. Fe' l'alma casta al terzo ciel ritorno, e in braccio al suo Zerbin si ricondusse. Rimase in terra con vergogna e scorno quel fier senza pietà nuovo Breusse; che poi che 'l troppo vino ebbe digesto, biasmò il suo errore, e ne restò funesto.

31

Placare o in parte satisfar pensosse a l'anima beata d'Issabella, se, poi ch'a morte il corpo le percosse, desse almen vita alla memoria d'ella. Trovò per mezzo, acciò che così fosse, di convertirle quella chiesa, quella dove abitava e dove ella fu uccisa, in un sepolcro; e vi dirò in che guisa.

32

Di tutti i lochi intorno fa venire mastri, chi per amore e chi per tema; e fatto ben seimila uomini unire, de' gravi sassi i vicin monti scema, e ne fa una gran massa stabilire, che da la cima era alla parte estrema novanta braccia; e vi rinchiude dentro la chiesa, che i duo amanti have nel centro.

33

Imita quasi la superba mole che fe' Adriano all'onda tiberina. Presso al sepolcro una torre alta vuole; ch'abitarvi alcun tempo si destina. Un ponte stretto e di due braccia sole fece su l'acqua che correa vicina. Lungo il ponte, ma largo era sì poco, che dava a pena a duo cavalli loco;

34

a duo cavalli che venuti a paro, o ch'insieme si fossero scontrati: e non avea né sponda né riparo, e si potea cader da tutti i lati. Il passar quindi vuol che costi caro a guerrieri o pagani o battezzati; che de le spoglie lor mille trofei promette al cimiterio di costei.

35

In dieci giorni e in manco fu perfetta l'opra del ponticel che passa il fiume; ma non fu già il sepolcro così in fretta, né la torre condutta al suo cacume: pur fu levata sì, ch'alla veletta starvi in cima una guardia avea costume, che d'ogni cavallier che venìa al ponte, col corno facea segno a Rodomonte.

36

E quel s'armava, e se gli venìa a opporre ora su l'una, ora su l'altra riva; che se 'l guerrier venìa di vêr la torre, su l'altra proda il re d'Algier veniva. Il ponticello è il campo ove si corre; e se 'l destrier poco del segno usciva, cadea nel fiume, ch'alto era e profondo: ugual periglio a quel non avea il mondo.

37

Aveasi imaginato il Saracino, che, per gir spesso a rischio di cadere dal ponticel nel fiume a capo chino, dove gli converria molt'acqua bere, del fallo a che l'indusse il troppo vino, dovesse netto e mondo rimanere; come l'acqua, non men che 'l vino, estingua l'error che fa pel vino o mano o lingua.

38

Molti fra pochi dì vi capitaro: alcuni la via dritta vi condusse, ch'a quei che verso Italia o Spagna andaro altra non era che più trita fusse; altri l'ardire, e, più che vita caro, l'onore, a farvi di sé prova indusse. E tutti, ove acquistar credean la palma, lasciavan l'arme, e molti insieme l'alma.

39