# Orlando Furioso

## Part 38

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Prima, di guadagnarla t'apparecchia, che tu l'adopri contra a Rodomonte. Di comprar prima l'arme è usanza vecchia, ch'alla battaglia il cavallier s'affronte. — — Più dolce suon non mi viene all'orecchia (rispose alzando il Tartaro la fronte), che quando di battaglia alcun mi tenta; ma fa che Rodomonte lo consenta.

60

Fa che sia tua la prima, e che si tolga il re di Sarza la tenzon seconda: e non ti dubitar ch'io non mi volga, e ch'a te ed ad ogni altro io non risponda. — Ruggier gridò: — Non vo' che si disciolga il patto, o più la sorte si confonda: o Rodomonte in campo prima saglia, o sia la sua dopo la mia battaglia.

61

Se di Gradasso la ragion prevale, prima acquistar che porre in opra l'arme; né tu l'aquila mia da le bianche ale prima usar déi, che non me ne disarme: ma poi ch'è stato il mio voler già tale, di mia sentenza non voglio appellarme, che sia seconda la battaglia mia, quando del re d'Algier la prima sia.

62

Se turbarete voi l'ordine in parte, io totalmente turbarollo ancora. Io non intendo il mio scudo lasciarte, se contra me non lo combatti or ora. — — Se l'uno e l'altro di voi fosse Marte (rispose Mandricardo irato allora), non saria l'un né l'altro atto a vietarme la buona spada o quelle nobili arme. —

63

E tratto da la colera, aventosse col pugno chiuso al re di Sericana; e la man destra in modo gli percosse, ch'abandonar gli fece Durindana. Gradasso, non credendo ch'egli fosse di così folle audacia e così insana, colto improviso fu, che stava a bada, e tolta si trovò la buona spada.

64

Così scornato, di vergogna e d'ira nel viso avampa, e par che getti fuoco; e più l'affligge il caso e lo martira, poi che gli accade in sì palese loco. Bramoso di vendetta si ritira, a trar la scimitarra, a dietro un poco. Mandricardo in sé tanto si confida, che Ruggiero anco alla battaglia sfida.

65

— Venite pure inanzi amenduo insieme, e vengane pel terzo Rodomonte, Africa e Spagna e tutto l'uman seme; ch'io son per sempremai volger la fronte. — Così dicendo, quel che nulla teme, mena d'intorno la spada d'Almonte; lo scudo imbraccia, disdegnoso e fiero, contra Gradasso e contra il buon Ruggiero.

66

— Lascia la cura a me (dicea Gradasso), ch'io guarisca costui de la pazzia. — — Per Dio (dicea Ruggier), non te la lasso, ch'esser convien questa battaglia mia. — — Va indietro tu! — Vavvi pur tu! — né passo però tornando, gridan tuttavia; ed attaccossi la battaglia in terzo, ed era per uscirne un strano scherzo,

67

se molti non si fossero interposti a quel furor, non con troppo consiglio; ch'a spese lor quasi imparar che costi voler altri salvar con suo periglio. Né tutto 'l mondo mai gli avria composti, se non venia col re d'Ispagna il figlio del famoso Troiano, al cui cospetto tutti ebbon riverenza e gran rispetto.

68

Si fe' Agramante la cagione esporre di questa nuova lite così ardente: poi molto affaticossi per disporre che per quella giornata solamente a Mandricardo la spada d'Ettorre concedesse Gradasso umanamente, tanto ch'avesse fin l'aspra contesa ch'avea già incontra a Rodomonte presa.

69

Mentre studia placarli il re Agramante, ed or con questo ed or con quel ragiona; da l'altro padiglion tra Sacripante e Rodomonte un'altra lite suona. Il re circasso (come è detto inante) stava di Rodomonte alla persona, ed egli e Ferraù gli aveano indotte l'arme del suo progenitor Nembrotte.

70

Ed eran poi venuti ove il destriero facea, mordendo, il ricco fren spumoso; io dico il buon Frontin, per cui Ruggiero stava iracondo e più che mai sdegnoso. Sacripante ch'a por tal cavalliero in campo avea, mirava curioso se ben ferrato e ben guernito e in punto era il destrier, come doveasi a punto.

71

E venendo a guardargli più a minuto i segni, le fattezze isnelle ed atte, ebbe, fuor d'ogni dubbio, conosciuto che questo era il destrier suo Frontalatte, che tanto caro già s'avea tenuto, per cui già avea mille querele fatte; e poi che gli fu tolto, un tempo volse sempre ire a piedi: in modo gliene dolse.

72

Inanzi Albracca glie l'avea Brunello tolto di sotto quel medesmo giorno ch'ad Angelica ancor tolse l'annello, al conte Orlando Balisarda e 'l corno, e la spada a Marfisa: ed avea quello, dopo che fece in Africa ritorno, con Balisarda insieme a Ruggier dato, il qual l'avea Frontin poi nominato.

73

Quando conobbe non si apporre in fallo, disse il Circasso, al re d'Algier rivolto: — Sappi, signor, che questo è mio cavallo, ch'ad Albracca di furto mi fu tolto. Bene avrei testimoni da provallo; ma perché son da noi lontani molto, s'alcun lo niega, io gli vo' sostenere con l'arme in man le mie parole vere.

74

Ben son contento, per la compagnia in questi pochi dì stata fra noi, che prestato il cavallo oggi ti sia, ch'io veggo ben che senza far non puoi; però con patto, se per cosa mia e prestata da me conoscer vuoi: altrimente d'averlo non far stima, o se non lo combatti meco prima. —

75

Rodomonte, del quale un più orgoglioso non ebbe mai tutto il mestier de l'arme; al quale in esser forte e coraggioso alcuno antico d'uguagliar non parme; rispose: — Sacripante, ogn'altro ch'oso, fuor che tu, fosse in tal modo a parlarme, con suo mal si saria tosto avveduto che meglio era per lui di nascer muto.

76

Ma per la compagnia che, come hai detto, novellamente insieme abbiamo presa, ti son contento aver tanto rispetto, ch'io t'ammonisca a tardar questa impresa, fin che de la battaglia veggi effetto, che fra il Tartaro e me tosto fia accesa: dove porti uno esempio inanzi spero, ch'avrai di grazia a dirmi: Abbi il destriero. —

77

— Gli è teco cortesia l'esser villano (disse il Circasso pien d'ira e di isdegno); ma più chiaro ti dico ora e più piano, che tu non faccia in quel destrier disegno: che te lo defendo io, tanto ch'in mano questa vindice mia spada sostegno; e metteròvi insino l'ugna e il dente, se non potrò difenderlo altrimente. —

78

Venner da le parole alle contese, ai gridi, alle minacce, alla battaglia, che per molt'ira in più fretta s'accese, che s'accendesse mai per fuoco paglia. Rodomonte ha l'osbergo ed ogni arnese, Sacripante non ha piastra né maglia; ma par (sì ben con lo schermir s'adopra) che tutto con la spada si ricuopra.

79

Non era la possanza e la fierezza di Rodomonte, ancor ch'era infinita, più che la providenza e la destrezza con che sue forze Sacripante aita. Non voltò ruota mai con più prestezza il macigno sovran che 'l grano trita, che faccia Sacripante or mano or piede di qua di là, dove il bisogno vede.

80

Ma Ferraù, ma Serpentino arditi trasson le spade, e si cacciar tra loro, dal re Grandonio, da Isolier seguiti, da molt'altri signor del popul Moro. Questi erano i romori, i quali uditi ne l'altro padiglion fur da costoro, quivi per accordar venuti invano col Tartaro, Ruggiero e 'l Sericano.

81

Venne chi la novella al re Agramante riportò certa, come pel destriero avea con Rodomonte Sacripante incominciato un aspro assalto e fiero. Il re, confuso di discordie tante, disse a Marsilio: — Abbi tu qui pensiero che fra questi guerrier non segua peggio, mentre all'altro disordine io proveggio. —

82

Rodomonte, che 'l re, suo signor, mira, frena l'orgoglio, e torna indietro il passo; né con minor rispetto si ritira al venir d'Agramante il re circasso. Quel domanda la causa di tant'ira con real viso e parlar grave e basso: e cerca, poi che n'ha compreso il tutto, porli d'accordo; e non vi fa alcun frutto.

83

Il re circasso il suo destrier non vuole ch'al re d'Algier più lungamente resti, se non s'umilia tanto di parole, che lo venga a pregar che glie lo presti. Rodomonte, superbo come suole, gli risponde: — Né 'l ciel, né tu faresti che cosa che per forza aver potessi, da altri, che da me, mai conoscessi. —

84

Il re chiede al Circasso, che ragione ha nel cavallo, e come gli fu tolto: e quel di parte in parte il tutto espone, ed esponendo s'arrossisce in volto, quando gli narra che 'l sottil ladrone, ch'in un alto pensier l'aveva colto, la sella su quattro aste gli suffolse, e di sotto il destrier nudo gli tolse.

85

Marfisa che tra gli altri al grido venne, tosto che 'l furto del cavallo udì, in viso si turbò, che le sovenne che perdé la sua spada ella quel dì: e quel destrier che parve aver le penne da lei fuggendo, riconobbe qui: riconobbe anco il buon re Sacripante, che non avea riconosciuto inante.

86

Gli altri ch'erano intorno, e che vantarsi Brunel di questo aveano udito spesso, verso lui cominciaro a rivoltarsi, e far palesi cenni ch'era desso; Marfisa sospettando, ad informarsi da questo e da quell'altro ch'avea appresso, tanto che venne a ritrovar che quello che le tolse la spada era Brunello:

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e seppe che pel furto onde era degno che gli annodasse il collo un capestro unto, dal re Agramante al tingitano regno fu, con esempio inusitato, assunto. Marfisa, rinfrescando il vecchio sdegno, disegnò vendicarsene a quel punto, e punir scherni e scorni che per strada fatti l'avea sopra la tolta spada.

88

Dal suo scudier l'elmo allacciar si fece; che del resto de l'arme era guernita. Senza osbergo io non trovo che mai diece volte fosse veduta alla sua vita, dal giorno ch'a portarlo assuefece la sua persona, oltre ogni fede ardita. Con l'elmo in capo andò dove fra i primi Brunel sedea negli argini sublimi.

89

Gli diede a prima giunta ella di piglio in mezzo il petto, e da terra levollo, come levar suol col falcato artiglio talvolta la rapace aquila il pollo; e là dove la lite inanzi al figlio era del re Troian, così portollo. Brunel, che giunto in male man si vede, pianger non cessa e domandar mercede.

90

Sopra tutti i rumor, strepiti e gridi, di che 'l campo era pien quasi ugualmente, Brunel, ch'ora pietade ora sussidi domandando venìa, così si sente, ch'al suono de' ramarichi e de' stridi si fa d'intorno accor tutta la gente. Giunta inanzi al re d'Africa, Marfisa con viso altier gli dice in questa guisa:

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— Io voglio questo ladro tuo vasallo con le mie mani impender per la gola, perché il giorno medesmo che 'l cavallo a costui tolle, a me la spada invola. Ma se gli è alcun che voglia dir ch'io fallo, facciasi inanzi e dica una parola; ch'in tua presenza gli vo' sostenere che se ne mente, e ch'io fo il mio dovere.

92

Ma perché si potria forse imputarme c'ho atteso a farlo in mezzo a tante liti, mentre che questi più famosi in arme d'altre querele son tutti impediti; tre giorni ad impiccarlo io vo' indugiarme: intanto o vieni, o manda chi l'aiti; che dopo, se non fia chi me lo vieti, farò di lui mille uccellacci lieti.

93

Di qui presso a tre leghe a quella torre che siede inanzi ad un piccol boschetto, senza più compagnia mi vado a porre, che d'una mia donzella e d'un valletto. S'alcuno ardisce di venirmi a torre questo ladron, là venga, ch'io l'aspetto. — Così disse ella; e dove disse, prese tosto la via, né più risposta attese.

94

Sul collo inanzi del destrier si pone Brunel, che tuttavia tien per le chiome. Piange il misero e grida, e le persone, in che sperar solìa, chiama per nome. Resta Agramante in tal confusione di questi intrichi, che non vede come poterli sciorre; e gli par via più greve che Marfisa Brunel così gli leve.

95

Non che l'apprezzi o che gli porti amore, anzi più giorni son che l'odia molto; e spesso ha d'impiccarlo avuto in core, dopo che gli era stato l'annel tolto. Ma questo atto gli par contra il suo onore, sì che n'avampa di vergogna in volto. Vuole in persona egli seguirla in fretta, e a tutto suo poter farne vendetta.

96

Ma il re Sobrino, il quale era presente, da questa impresa molto il dissuade, dicendogli che mal conveniente era all'altezza di sua maestade, se ben avesse d'esserne vincente ferma speranza e certa sicurtade: più ch'onor, gli fia biasmo, che si dica ch'abbia vinta una femina a fatica.

97

Poco l'onore, e molto era il periglio d'ogni battaglia che con lei pigliasse; e che gli dava per miglior consiglio, che Brunello alle forche aver lasciasse; e se credesse ch'uno alzar di ciglio a torlo dal capestro gli bastasse, non dovea alzarlo, per non contradire che s'abbia la giustizia ad esequire.

98

— Potrai mandare un che Marfisa prieghi (dicea) ch'in questo giudice ti faccia, con promission ch'al ladroncel si leghi il laccio al collo, e a lei si sodisfaccia; e quando anco ostinata te lo nieghi, se l'abbia, e il suo desir tutto compiaccia: pur che da tua amicizia non si spicchi, Brunello e gli altri ladri tutti impicchi. —

99

Il re Agramante volentier s'attenne al parer di Sobrin discreto e saggio; e Marfisa lasciò, che non le venne, né patì ch'altri andasse a farle oltraggio, né di farla pregare anco sostenne: e tolerò, Dio sa con che coraggio, per poter acchetar liti maggiori, e del suo campo tor tanti romori.

100

Di ciò si ride la Discordia pazza, che pace o triegua ormai più teme poco. Scorre di qua e di là tutta la piazza, né può trovar per allegrezza loco. La Superbia con lei salta e gavazza, e legne ed esca va aggiungendo al fuoco: e grida sì, che fin ne l'alto regno manda a Michel de la vittoria segno.

101

Tremò Parigi e turbidossi Senna all'alta voce, a quello orribil grido; rimbombò il suon fin alla selva Ardenna sì che lasciar tutte le fiere il nido. Udiron l'Alpi e il monte di Gebenna, di Blaia e d'Arli e di Roano il lido; Rodano e Sonna udì, Garonna e il Reno: si strinsero le madri i figli al seno.

102

Son cinque cavallier c'han fisso il chiodo d'essere i primi a terminar sua lite, l'una ne l'altra aviluppata in modo, che non l'avrebbe Apolline espedite. Commincia il re Agramante a sciorre il nodo de le prime tenzon ch'aveva udite, che per la figlia del re Stordilano eran tra il re di Scizia e il suo Africano.

103

Il re Agramante andò per porre accordo di qua e di là più volte a questo e a quello, e a questo e a quel più volte diè ricordo da signor giusto e da fedel fratello: e quando parimente trova sordo l'un come l'altro, indomito e rubello di volere esser quel che resti senza la donna da cui vien lor differenza;

104

s'appiglia al fin, come a miglior partito, di che amendui si contentar gli amanti, che de la bella donna sia marito l'uno de' duo, quel che vuole essa inanti; e da quanto per lei sia stabilito, più non si possa andar dietro né avanti. All'uno e all'altro piace il compromesso, sperando ch'esser debbia a favor d'esso.

105

Il re di Sarza, che gran tempo prima di Mandricardo amava Doralice, ed ella l'avea posto in su la cima d'ogni favor ch'a donna casta lice; che debba in util suo venire estima la gran sentenza che 'l può far felice: né egli avea questa credenza solo, ma con lui tutto il barbaresco stuolo.

106

Ognun sapea ciò ch'egli avea già fatto per essa in giostre, in torniamenti, in guerra; e che stia Mandricardo a questo patto, dicono tutti che vaneggia ed erra. Ma quel che più fiate e più di piatto con lei fu mentre il sol stava sotterra, e sapea quanto avea di certo in mano, ridea del popular giudicio vano.

107

Poi lor convenzion ratificaro in man del re quei duo prochi famosi, ed indi alla donzella se n'andaro. Ed ella abbassò gli occhi vergognosi, e disse che più il Tartaro avea caro: di che tutti restar maravigliosi; Rodomonte sì attonito e smarrito, che di levar non era il viso ardito.

108

Ma poi che l'usata ira cacciò quella vergogna che gli avea la faccia tinta, ingiusta e falsa la sentenza appella; e la spada impugnando, ch'egli ha cinta, dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch'ella gli dia perduta questa causa o vinta, e non l'arbitrio di femina lieve che sempre inchina a quel che men far deve.

109

Di nuovo Mandricardo era risorto, dicendo: — Vada pur come ti pare: — sì che prima che 'l legno entrasse in porto, v'era a solcare un gran spazio di mare: se non che 'l re Agramante diede torto a Rodomonte, che non può chiamare più Mandricardo per quella querela; e fe' cadere a quel furor la vela.

110

Or Rodomonte che notar si vede dinanzi a quei signor di doppio scorno, dal suo re, a cui per riverenza cede, e da la donna sua, tutto in un giorno, quivi non volse più fermare il piede; e de la molta turba ch'avea intorno seco non tolse più che duo sergenti, ed uscì dei moreschi alloggiamenti.

111

Come, partendo, afflitto tauro suole, che la giuvenca al vincitor cesso abbia, cercar le selve e le rive più sole lungi dai paschi, o qualche arrida sabbia; dove muggir non cessa all'ombra e al sole, né però scema l'amorosa rabbia: così sen va di gran dolor confuso il re d'Algier da la sua donna escluso.

112

Per riavere il buon destrier si mosse Ruggier, che già per questo s'era armato; ma poi di Mandricardo ricordasse, a cui de la battaglia era ubligato: non seguì Rodomonte, e ritornosse per entrar col re tartaro in steccato prima che 'ntrasse il re di Sericana, che l'altra lite avea di Durindana.

113

Veder torsi Frontin troppo gli pesa dinanzi agli occhi, e non poter vietarlo; ma dato ch'abbia fine a questa impresa, ha ferma intenzion di ricovrarlo. Ma Sacripante, che non ha contesa, come Ruggier, che possa distornarlo, e che non ha da far altro che questo, per l'orme vien di Rodomonte presto.

114

E tosto l'avria giunto, se non era un caso strano che trovò tra via, che lo fe' dimorar fin alla sera, e perder le vestigie che seguia. Trovò una donna che ne la riviera di Senna era caduta, e vi peria, s'a darle tosto aiuto non veniva: saltò ne l'acqua e la ritrasse a riva.

115

Poi quando in sella volse risalire, aspettato non fu dal suo destriero, che fin a sera si fece seguire, e non si lasciò prender di leggiero: preselo al fin, ma non seppe venire più, donde s'era tolto dal sentiero: ducento miglia errò tra piano e monte, prima che ritrovasse Rodomonte.

116

Dove trovollo, e come fu conteso con disvantaggio assai di Sacripante, come perdé il cavallo e restò preso, or non dirò; c'ho da narrarvi inante di quanto sdegno e di quanta ira acceso contra la donna e contra il re Agramante del campo Rodomonte si partisse, e ciò che contra all'uno e all'altro disse.

117

Di cocenti sospir l'aria accendea dovunque andava il Saracin dolente: Ecco per la pietà che gli n'avea, da' cavi sassi rispondea sovente. — Oh feminile ingegno (egli dicea), come ti volgi e muti facilmente, contrario oggetto proprio de la fede! Oh infelice, oh miser chi ti crede!

118

Né lunga servitù, né grand'amore che ti fu a mille prove manifesto, ebbono forza di tenerti il core, che non fossi a cangiarsi almen sì presto. Non perch'a Mandricardo inferiore io ti paressi, di te privo resto; né so trovar cagione ai casi miei, se non quest'una, che femina sei.

119

Credo che t'abbia la Natura e Dio produtto, o scelerato sesso, al mondo per una soma, per un grave fio de l'uom, che senza te saria giocondo: come ha produtto anco il serpente rio e il lupo e l'orso, e fa l'aer fecondo e di mosche e di vespe e di tafani, e loglio e avena fa nascer tra i grani.

120

Perché fatto non ha l'alma Natura, che senza te potesse nascer l'uomo, come s'inesta per umana cura l'un sopra l'altro il pero, il corbo e 'l pomo? Ma quella non può far sempre a misura: anzi, s'io vo' guardar come io la nomo, veggo che non può far cosa perfetta, poi che Natura femina vien detta.

121

Non siate però tumide e fastose, donne, per dir che l'uom sia vostro figlio; che de le spine ancor nascon le rose, e d'una fetida erba nasce il giglio: importune, superbe, dispettose, prive d'amor, di fede e di consiglio, temerarie, crudeli, inique, ingrate, per pestilenza eterna al mondo nate. —

122

Con queste ed altre ed infinite appresso querele il re di Sarza se ne giva, or ragionando in un parlar sommesso, quando in un suon che di lontan s'udiva, in onta e in biasmo del femineo sesso: e certo da ragion si dipartiva; che per una o per due che trovi ree, che cento buone sien creder si dee.

123

Se ben di quante io n'abbia fin qui amate, non n'abbia mai trovata una fedele, perfide tutte io non vo' dir né ingrate, ma darne colpa al mio destin crudele. Molte or ne sono, e più già ne son state, che non dan causa ad uom che si querele; ma mia fortuna vuol che s'una ria ne sia tra cento, io di lei preda sia.

124

Pur vo' tanto cercar prima ch'io mora, anzi prima che 'l crin più mi s'imbianchi, che forse dirò un dì, che per me ancora alcuna sia che di sua fé non manchi. Se questo avvien (che di speranza fuora io non ne son), non fia mai ch'io mi stanchi di farla, a mia possanza, gloriosa con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa.

125

Il Saracin non avea manco sdegno contra il suo re, che contra la donzella; e così di ragion passava il segno, biasmando lui, come biasmando quella. Ha disio di veder che sopra il regno gli cada tanto mal, tanta procella, ch'in Africa ogni casa si funesti, né pietra salda sopra pietra resti;

126

e che spinto del regno, in duolo e in lutto viva Agramante misero e mendico: e ch'esso sia che poi gli renda il tutto, e lo riponga nel suo seggio antico, e de la fede sua produca il frutto; e gli faccia veder ch'un vero amico a dritto e a torto esser dovea preposto, se tutto 'l mondo se gli fosse opposto.

127

E così quando al re, quando alla donna volgendo il cor turbato, il Saracino cavalca a gran giornate, e non assonna, e poco riposar lascia Frontino. Il dì seguente o l'altro in su la Sonna si ritrovò, ch'avea dritto il camino verso il mar di Provenza, con disegno di navigare in Africa al suo regno.

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Di barche e di sottil legni era tutto fra l'una ripa e l'altra il fiume pieno, ch'ad uso de l'esercito condutto da molti lochi vettovaglie avieno; perché in poter de' Mori era ridutto, venendo da Parigi al lito ameno d'Acquamorta, e voltando invêr la Spagna, ciò che v'è da man destra di campagna.

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Le vettovaglie in carra ed in iumenti, tolte fuor de le navi, erano carche, e tratte con la scorta de le genti, ove venir non si potea con barche. Avean piene le ripe i grassi armenti quivi condotti da diverse marche; e i conduttori intorno alla riviera per vari tetti albergo avean la sera.

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Il re d'Algier, perché gli sopravenne quivi la notte e l'aer nero e cieco, d'un ostier paesan lo 'nvito tenne, che lo pregò che rimanesse seco. Adagiato il destrier, la mensa venne di vari cibi e di vin corso e greco; che 'l Saracin nel resto alla moresca ma volse far nel bere alla francesca.

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L'oste con buona mensa e miglior viso studiò di fare a Rodomonte onore; che la presenza gli diè certo aviso ch'era uomo illustre e pien d'alto valore: ma quel che da se stesso era diviso, né quella sera avea ben seco il core (che mal suo grado s'era ricondotto alla donna già sua), non facea motto.

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Il buon ostier, che fu dei diligenti che mai si sien per Francia ricordati, quando tra le nimiche e strane genti l'albergo e' beni suoi s'avea salvati, per servir, quivi, alcuni suoi parenti, a tal servigio pronti, avea chiamati; de' quai non era alcun di parlar oso, vedendo il Saracin muto e pensoso.

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