Part 35
La cosa stava tacita fra noi, sì che durò il piacer per alcun mese: pur si trovò chi se n'accorse poi, tanto che con mio danno il re lo 'ntese. Voi che mi liberaste da quei suoi che ne la piazza avean le fiamme accese, comprendere oggimai potete il resto; ma Dio sa ben con che dolor ne resto. —
71
Così a Ruggier narrava Ricciardetto, e la notturna via facea men grave, salendo tuttavia verso un poggetto cinto di ripe e di pendici cave. Un erto calle e pien di sassi e stretto apria il camin con faticosa chiave. Sedea al sommo un castel detto Agrismonte, ch'ave' in guardia Aldigier di Chiaramonte.
72
Di Buovo era costui figliuol bastardo, fratel di Malagigi e di Viviano; chi legitimo dice di Gherardo, è testimonio temerario e vano. Fosse come si voglia, era gagliardo, prudente, liberal, cortese, umano; e facea quivi le fraterne mura la notte e il dì guardar con buona cura.
73
Raccolse il cavallier cortesemente, come dovea, il cugin suo Ricciardetto, ch'amò come fratello; e parimente fu ben visto Ruggier per suo rispetto. Ma non gli uscì già incontra allegramente, come era usato, anzi con tristo aspetto, perch'uno aviso il giorno avuto avea, che nel viso e nel cor mesto il facea.
74
A Ricciardetto in cambio di saluto disse: — Fratello, abbiàn nuova non buona. Per certissimo messo oggi ho saputo che Bertolagi iniquo di Baiona con Lanfusa crudel s'è convenuto, che preziose spoglie esso a lei dona, ed essa a lui pon nostri frati in mano, il tuo bon Malagigi e il tuo Viviano.
75
Ella dal dì che Ferraù li prese, gli ha ognor tenuti in loco oscuro e fello, fin che 'l brutto contratto e discortese n'ha fatto con costui di ch'io favello. Gli de' mandar domane al Maganzese nei confin tra Baiona e un suo castello. Verrà in persona egli a pagar la mancia che compra il miglior sangue che sia in Francia.
76
Rinaldo nostro n'ho avisato or ora, ed ho cacciato il messo di galoppo; ma non mi par ch'arrivar possa ad ora che non sia tarda, che 'l camino è troppo. Io non ho meco gente da uscir fuora: l'animo è pronto, ma il potere è zoppo. Se gli ha quel traditor, li fa morire: sì che non so che far, non so che dire. —
77
La dura nuova a Ricciardetto spiace, e perché spiace a lui, spiace a Ruggiero; che poi che questo e quel vede che tace, né tra' profitto alcun del suo pensiero, disse con grande ardir: — Datevi pace: sopra me quest'impresa tutta chero; e questa mia varrà per mille spade a riporvi i fratelli in libertade.
78
Io non voglio altra gente, altri sussidi, ch'io credo bastar solo a questo fatto; io vi domando solo un che mi guidi al luogo ove si dee fare il baratto. Io vi farò sin qui sentire i gridi di chi sarà presente al rio contratto. — Così dicea; né dicea cosa nuova all'un de' dui, che n'avea visto pruova.
79
L'altro non l'ascoltava, se non quanto s'ascolti un ch'assai parli e sappia poco: ma Ricciardetto gli narrò da canto come fu per costui tratto del fuoco; e ch'era certo che maggior del vanto faria veder l'effetto a tempo e a loco. Gli diede allor udienza più che prima, e riverillo, e fe' di lui gran stima.
80
Ed alla mensa, ove la Copia fuse il corno, l'onorò come suo donno. Quivi senz'altro aiuto si concluse che liberare i duo fratelli ponno. Intanto sopravenne e gli occhi chiuse ai signori e ai sergenti il pigro Sonno, fuor ch'a Ruggier; che, per tenerlo desto, gli punge il cor sempre un pensier molesto.
81
L'assedio d'Agramante ch'avea il giorno udito dal corrier, gli sta nel core. Ben vede ch'ogni minimo soggiorno che faccia d'aiutarlo, è suo disnore. Quanta gli sarà infamia, quanto scorno, se coi nemici va del suo signore! Oh come a gran viltade, a gran delitto, battezzandosi alor, gli sarà ascritto!
82
Potria in ogn'altro tempo esser creduto che vera religion l'avesse mosso; ma ora che bisogna col suo aiuto Agramante d'assedio esser riscosso, più tosto da ciascun sarà tenuto che timore e viltà l'abbia percosso, ch'alcuna opinion di miglior fede: questo il cor di Ruggier stimula e fiede.
83
Che s'abbia da partire anco lo punge senza licenza de la sua regina. Quando questo pensier, quando quel giunge, che 'l dubio cor diversamente inchina. Gli era l'aviso riuscito lunge di trovarla al castel di Fiordispina, dove insieme dovean, come ho già detto, in soccorso venir di Ricciardetto.
84
Poi gli sovien ch'egli le avea promesso di seco a Vallombrosa ritrovarsi. Pensa ch'andar v'abbi ella, e quivi d'esso che non vi trovi poi, maravigliarsi. Potesse almen mandar lettera o messo, sì ch'ella non avesse a lamentarsi che, oltre ch'egli mal le avea ubbidito, senza far motto ancor fosse partito.
85
Poi che più cose imaginate s'ebbe, pensa scriverle al fin quanto gli accada; e ben ch'egli non sappia come debbe la lettera inviar, sì che ben vada, non però vuol restar; che ben potrebbe alcun messo fedel trovar per strada. Più non s'indugia, e salta de le piume; si fa dar carta, inchiostro, penna e lume.
86
I camarier discreti ed aveduti arrecano a Ruggier ciò che commanda. Egli comincia a scrivere, e i saluti (come si suol) nei primi versi manda: poi narra degli avisi che venuti son dal suo re, ch'aiuto gli domanda; e se l'andata sua non è ben presta, o morto o in man degli nimici resta.
87
Poi seguita, ch'essendo a tal partito, e ch'a lui per aiuto si volgea, vedesse ella che 'l biasmo era infinito s'a quel punto negar gli lo volea; e ch'esso, a lei dovendo esser marito, guardarsi da ogni macchia si dovea; che non si convenia con lei, che tutta era sincera, alcuna cosa brutta.
88
E se mai per adietro un nome chiaro, ben oprando, cercò di guadagnarsi, e guadagnato poi, se avuto caro, se cercato l'avea di conservarsi; or lo cercava, e n'era fatto avaro, poi che dovea con lei participarsi, la qual sua moglie, e totalmente in dui corpi esser dovea un'anima con lui.
89
E sì come già a bocca le avea detto, le ridicea per questa carta ancora: finito il tempo in che per fede astretto era al suo re, quando non prima muora, che si farà cristian così d'effetto, come di buon voler stato era ogni ora; e ch'al padre e a Rinaldo e agli altri suoi per moglie domandar la farà poi.
90
— Voglio (le soggiungea), quando vi piaccia, l'assedio al mio signor levar d'intorno, acciò che l'ignorante vulgo taccia, il qual direbbe, a mia vergogna e scorno: Ruggier, mentre Agramante ebbe bonaccia, mai non l'abandonò notte né giorno; or che Fortuna per Carlo si piega, egli col vincitor l'insegna spiega.
91
Voglio quindici dì termine o venti, tanto che comparir possa una volta, sì che degli africani alloggiamenti la grave ossedion per me sia tolta. Intanto cercherò convenienti cagioni, e che sian giuste, di dar volta. Io vi domando per mio onor sol questo: tutto poi vostro è di mia vita il resto. —
92
In simili parole si diffuse Ruggier, che tutte non so dirvi a pieno; e seguì con molt'altre, e non concluse fin che non vide tutto il foglio pieno; e poi piegò la lettera e la chiuse, e suggellata se la pose in seno, con speme che gli occorra il dì seguente chi alla donna la dia secretamente.
93
Chiusa ch'ebbe la lettera, chiuse anco gli occhi sul letto, e ritrovò quiete; che 'l Sonno venne, e sparse il corpo stanco col ramo intinto nel liquor di Lete: e posò fin ch'un nembo rosso e bianco di fiori sparse le contrade liete del lucido oriente d'ogn'intorno, ed indi uscì de l'aureo albergo il giorno.
94
E poi ch'a salutar la nuova luce pei verdi rami incominciar gli augelli, Aldigier che voleva essere il duce di Ruggiero e de l'altro, e guidar quelli ove faccin che dati in mano al truce Bertolagi non siano i duo fratelli, fu 'l primo in piede; e quando sentir lui, del letto usciro anco quegli altri dui.
95
Poi che vestiti furo e bene armati, coi duo cugin Ruggier si mette in via, già molto indarno avendoli pregati che questa impresa a lui tutta si dia; ma essi, pel desir c'han de' lor frati, e perché lor parea discortesia, steron negando più duri che sassi, né consentiron mai che solo andassi.
96
Giunsero al loco il dì che si dovea Malagigi mutar nei carriaggi. Era un'ampla campagna che giacea tutta scoperta agli apollinei raggi. Quivi né allor né mirto si vedea, né cipressi né frassini né faggi, ma nuda ghiara, e qualche umil virgulto non mai da marra o mai da vomer culto.
97
I tre guerrieri arditi si fermaro dove un sentier fendea quella pianura; e giunger quivi un cavallier miraro, ch'avea d'oro fregiata l'armatura, e per insegna in campo verde il raro e bello augel che più d'un secol dura. Signor, non più, che giunto al fin mi veggio di questo canto, e riposarmi chieggio.
CANTO VENTISEIESIMO
1
Cortesi donne ebbe l'antiqua etade, che le virtù, non le ricchezze, amaro: al tempo nostro si ritrovan rade a cui, più del guadagno, altro sia caro. Ma quelle che per lor vera bontade non seguon de le più lo stile avaro, vivendo, degne son d'esser contente; gloriose e immortal poi che fian spente.
2
Degna d'eterna laude è Bradamante, che non amò tesor, non amò impero, ma la virtù, ma l'animo prestante, ma l'alta gentilezza di Ruggiero; e meritò che ben le fosse amante un così valoroso cavalliero, e per piacere a lei facesse cose nei secoli avenir miracolose.
3
Ruggier, come di sopra vi fu detto, coi duo di Chiaramonte era venuto, dico con Aldigier, con Ricciardetto, per dare ai duo fratei prigioni aiuto. Vi dissi ancor che di superbo aspetto venire un cavalliero avean veduto, che portava l'augel che si rinuova, e sempre unico al mondo si ritrova.
4
Come di questi il cavallier s'accorse, che stavan per ferir quivi su l'ale, in prova disegnò di voler porse, s'alla sembianza avean virtude uguale. — È di voi (disse loro) alcuno forse che provar voglia chi di noi più vale a' colpi o de la lancia o de la spada, fin che l'un resti in sella e l'altro cada? —
5
— Farei (disse Aldigier) teco, o volessi menar la spada a cerco, o correr l'asta; ma un'altra impresa che, se qui tu stessi, veder potresti, questa in modo guasta, ch'a parlar teco, non che ci traessi a correr giostra, a pena tempo basta: seicento uomini al varco, o più, attendiamo, coi qua' d'oggi provarci obligo abbiamo.
6
Per tor lor duo de' nostri che prigioni quinci trarran, pietade e amor n'ha mosso. — E seguitò narrando le cagioni che li fece venir con l'arme indosso. — Sì giusta è questa escusa che m'opponi (disse il guerrier), che contradir non posso; e fo certo giudicio che voi siate tre cavallier che pochi pari abbiate.
7
Io chiedea un colpo o dui con voi scontrarme, per veder quanto fosse il valor vostro; ma quando all'altrui spese dimostrarme lo vogliate, mi basta, e più non giostro. Vi priego ben, che por con le vostr'arme quest'elmo io possa e questo scudo nostro; e spero dimostrar, se con voi vegno, che di tal compagnia non sono indegno. —
8
Parmi veder ch'alcun saper desia il nome di costui, che quivi giunto a Ruggiero e a' compagni si offeria compagno d'arme al periglioso punto. Costei (non più costui detto vi sia) era Marfisa che diede l'assunto al misero Zerbin de la ribalda vecchia Gabrina ad ogni mal sì calda.
9
I duo di Chiaramonte e il buon Ruggiero l'accettar volentier ne la lor schiera, ch'esser credeano certo un cavalliero, e non donzella, e non quella ch'ella era. Non molto dopo scoperse Aldigiero e veder fe' ai compagni una bandiera che facea l'aura tremolare in volta, e molta gente intorno avea raccolta.
10
E poi che più lor fur fatti vicini, e che meglio notar l'abito moro, conobbero che gli eran Saracini, e videro i prigioni in mezzo a loro legati e tratti su piccol ronzini a' Maganzesi, per cambiarli in oro. Disse Marfisa agli altri: — Ora che resta, poi che son qui, di cominciar la festa? —
11
Ruggier rispose: — Gl'invitati ancora non ci son tutti, e manca una gran parte. Gran ballo s'apparecchia di fare ora; e perché sia solenne, usiamo ogn'arte: ma far non ponno omai lunga dimora. — Così dicendo, veggono in disparte venire i traditori di Maganza: sì ch'eran presso a cominciar la danza.
12
Giungean da l'una parte i Maganzesi, e conducean con loro i muli carchi d'oro e di vesti e d'altri ricchi arnesi; da l'altra in mezzo a lance, spade ed archi, venian dolenti i duo germani presi, che si vedeano essere attesi ai varchi: e Bertolagi, empio inimico loro, udian parlar col capitano Moro.
13
Né di Buovo il figliuol né quel d'Amone, veduto il Maganzese, indugiar puote: la lancia in resta l'uno e l'altro pone, e l'uno e l'altro il traditor percuote. L'un gli passa la pancia e 'l primo arcione, e l'altro il viso per mezzo le gote. Così n'andasser pur tutti i malvagi, come a quei colpi n'andò Bertolagi.
14
Marfisa con Ruggiero a questo segno si muove, e non aspetta altra trombetta; né prima rompe l'arrestato legno, che tre, l'un dopo l'altro, in terra getta. De l'asta di Ruggier fu il pagan degno, che guidò gli altri, e uscì di vita in fretta; e per quella medesima con lui uno ed un altro andò nei regni bui.
15
Di qui nacque un error tra gli assaliti, che lor causò lor ultima ruina. Da un lato i Maganzesi esser traditi credeansi da la squadra saracina; da l'altro i Mori in tal modo feriti, l'altra schiera chiamavano assassina: e tra lor cominciar con fiera clade a tirare archi e a menar lance e spade.
16
Salta ora in questa squadra ed ora in quella Ruggiero, e via ne toglie or dieci or venti: altritanti per man de la donzella di qua e di là ne son scemati e spenti. Tanti si veggon gir morti di sella, quanti ne toccan le spade taglienti, a cui dan gli elmi e le corazze loco, come nel bosco i secchi legni al fuoco.
17
Se mai d'aver veduto vi raccorda, o rapportato v'ha fama all'orecchie, come, allor che 'l collegio si discorda, e vansi in aria a far guerra le pecchie, entri fra lor la rondinella ingorda, e mangi e uccida e guastine parecchie; dovete imaginar che similmente Ruggier fosse e Marfisa in quella gente.
18
Non così Ricciardetto e il suo cugino tra le due genti variavan danza, perché, lasciando il campo saracino, sol tenean l'occhio all'altro di Maganza. Il fratel di Rinaldo paladino con molto animo avea molta possanza, e quivi raddoppiar glie la facea l'odio che contra ai Maganzesi avea.
19
Facea parer questa medesma causa un leon fiero il bastardo di Buovo, che con la spada senza indugio e pausa fende ogn'elmo, o lo schiaccia come un ovo. E qual persona non saria stata ausa, non saria comparita un Ettor nuovo, Marfisa avendo in compagnia e Ruggiero, ch'eran la scelta e 'l fior d'ogni guerriero?
20
Marfisa tuttavolta combattendo, spesso ai compagni gli occhi rivoltava; e di lor forza paragon vedendo, con maraviglia tutti li lodava: ma di Ruggier pur il valor stupendo e senza pari al mondo le sembrava; e talor si credea che fosse Marte sceso dal quinto cielo in quella parte.
21
Mirava quelle orribili percosse, miravale non mai calare in fallo: parea che contra Balisarda fosse il ferro carta e non duro metallo. Gli elmi tagliava e le corazze grosse, e gli uomini fendea fin sul cavallo, e li mandava in parte uguali al prato, tanto da l'un quanto da l'altro lato.
22
Continuando la medesma botta, uccidea col signore il cavallo anche. I capi dalle spalle alzava in frotta, e spesso i busti dipartia da l'anche. Cinque e più a un colpo ne tagliò talotta: e se non che pur dubito che manche credenza al ver c'ha faccia di menzogna, di più direi; ma di men dir bisogna.
23
Il buon Turpin, che sa che dice il vero, e lascia creder poi quel ch'a l'uom piace, narra mirabil cose di Ruggiero, ch'udendolo, il direste voi mendace. Così parea di ghiaccio ogni guerriero contra Marfisa, ed ella ardente face; e non men di Ruggier gli occhi a sé trasse, ch'ella di lui l'alto valor mirasse.
24
E s'ella lui Marte stimato avea, stimato egli avria lei forse Bellona, se per donna così la conoscea, come parea il contrario alla persona. E forse emulazion tra lor nascea per quella gente misera, non buona, ne la cui carne e sangue e nervi ed ossa fan prova chi di loro abbia più possa.
25
Bastò di quattro l'animo e il valore a far ch'un campo e l'altro andasse rotto. Non restava arme, a chi fuggia, migliore che quella che si porta più di sotto. Beato chi il cavallo ha corridore, ch'in prezzo non è quivi ambio né trotto; e chi non ha destrier, quivi s'avede, quanto il mestier de l'arme è tristo a piede.
26
Riman la preda e 'l campo ai vincitori che non è fante o mulatier che resti. Là Maganzesi, e qua fuggono i Mori: quei lasciano i prigion, le some questi. Furon, con lieti visi e più coi cori, Malagigi e Viviano a scioglier presti; non fur men diligenti a sciorre i paggi, e por le some in terra e i carriaggi.
27
Oltre una buona quantità d'argento ch'in diverse vasella era formato, ed alcun muliebre vestimento di lavoro bellissimo fregiato, e per stanze reali un paramento d'oro e di seta in Fiandra lavorato, ed altre cose ricche in copia grande; fiaschi di vin trovar, pane e vivande.
28
Al trar degli elmi, tutti vider come avea lor dato aiuto una donzella: fu conosciuta all'auree crespe chiome ed alla faccia delicata e bella. L'onoran molto, e pregano che 'l nome di gloria degno non asconda; ed ella, che sempre tra gli amici era cortese, a dar di sé notizia non contese.
29
Non si ponno saziar di riguardarla; che tal vista l'avean ne la battaglia. Sol mira ella Ruggier, sol con lui parla: altri non prezza, altri non par che vaglia. Vengono i servi intanto ad invitarla coi compagni a goder la vettovaglia, ch'apparecchiata avean sopra una fonte che difendea dal raggio estivo un monte.
30
Era una de le fonti di Merlino, de le quattro di Francia da lui fatte, d'intorno cinta di bel marmo fino, lucido e terso, e bianco più che latte. Quivi d'intaglio con lavor divino avea Merlino imagini ritratte: direste che spiravano, e, se prive non fossero di voce, ch'eran vive.
31
Quivi una bestia uscir de la foresta parea, di crudel vista, odiosa e brutta, ch'avea l'orecchie d'asino, e la testa di lupo e i denti, e per gran fame asciutta; branche avea di leon; l'altro che resta, tutto era volpe: e parea scorrer tutta e Francia e Italia e Spagna ed Inghelterra, l'Europa e l'Asia, e al fin tutta la terra.
32
Per tutto avea genti ferite e morte, la bassa plebe e i più superbi capi: anzi nuocer parea molto più forte a re, a signori, a principi, a satrapi. Peggio facea ne la romana corte, che v'avea uccisi cardinali e papi: contaminato avea la bella sede di Pietro e messo scandol ne la fede.
33
Par che dinanzi a questa bestia orrenda cada ogni muro, ogni ripar che tocca. Non si vede città che si difenda: se l'apre incontra ogni castello e rocca. Par che agli onor divini anco s'estenda, e sia adorata da la gente sciocca, e che le chiavi s'arroghi d'avere del cielo e de l'abisso in suo potere.
34
Poi si vedea d'imperiale alloro cinto le chiome un cavallier venire con tre giovini a par, che i gigli d'oro tessuti avean nel lor real vestire; e, con insegna simile, con loro parea un leon contra quel mostro uscire: avean lor nomi chi sopra la testa, e chi nel lembo scritto de la vesta.
35
L'un ch'avea fin a l'elsa ne la pancia la spada immersa alla maligna fera, Francesco primo, avea scritto, di Francia; Massimigliano d'Austria a par seco era; e Carlo quinto imperator, di lancia avea passato il mostro alla gorgiera; e l'altro, che di stral gli fige il petto, l'ottavo Enrigo d'Inghilterra è detto.
36
Decimo ha quel Leon scritto sul dosso, ch'al brutto mostro i denti ha ne l'orecchi; e tanto l'ha già travagliato e scosso, che vi sono arrivati altri parecchi. Parea del mondo ogni timor rimosso; ed in emenda degli errori vecchi nobil gente accorrea, non però molta, onde alla belva era la vita tolta.
37
I cavallieri stavano e Marfisa con desiderio di conoscer questi per le cui mani era la bestia uccisa, che fatti avea tanti luoghi atri e mesti. Avenga che la pietra fosse incisa dei nomi lor, non eran manifesti. Si pregavan tra lor, che se sapesse l'istoria alcuno, agli altri la dicesse.
38
Voltò Viviano a Malagigi gli occhi, che stava a udire, e non facea lor motto: — A te (disse) narrar l'istoria tocchi, ch'esser ne déi, per quel ch'io vegga, dotto. Chi son costor che con saette e stocchi e lance a morte han l'animal condotto? — Rispose Malagigi: — Non è istoria di ch'abbia autor fin qui fatto memoria.
39
Sappiate che costor che qui scritto hanno nel marmo i nomi, al mondo mai non furo; ma fra settecento anni vi saranno, con grande onor del secolo futuro. Merlino, il savio incantator britanno, fe' far la fonte al tempo del re Arturo; e di cose ch'al mondo hanno a venire, la fe' da buoni artefici scolpire.
40
Questa bestia crudele uscì del fondo de lo 'nferno a quel tempo che fur fatti alle campagne i termini, e fu il pondo trovato e la misura, e scritti i patti. Ma non andò a principio in tutto 'l mondo: di sé lasciò molti paesi intatti. Al tempo nostro in molti lochi sturba; ma i populari offende e la vil turba.
41
Dal suo principio infin al secol nostro sempre è cresciuto, e sempre andrà crescendo: sempre crescendo, al lungo andar fia il mostro il maggior che mai fosse e lo più orrendo. Quel Fiton che per carte e per inchiostro s'ode che fu sì orribile e stupendo, alla metà di questo non fu tutto, né tanto abominevol né sì brutto.
42
Farà strage crudel, né sarà loco che non guasti, contamini ed infetti: e quanto mostra la scultura, è poco de' suoi nefandi e abominosi effetti. Al mondo, di gridar mercé già roco, questi, dei quali i nomi abbiamo letti, che chiari splenderan più che piropo, verranno a dare aiuto al maggior uopo.
43
Alla fera crudele il più molesto non sarà di Francesco il re de' Franchi: e ben convien che molti ecceda in questo, e nessun prima e pochi n'abbia a' fianchi; quando in splendor real, quando nel resto di virtù farà molti parer manchi, che già parver compiuti; come cede tosto ogn'altro splendor, che 'l sol si vede.
44
L'anno primier del fortunato regno, non ferma ancor ben la corona in fronte, passerà l'Alpe, e romperà il disegno di chi all'incontro avrà occupato il monte, da giusto spinto e generoso sdegno, che vendicate ancor non sieno l'onte che dal furor da paschi e mandre uscito l'esercito di Francia avrà patito.
45
E quindi scenderà nel ricco piano di Lombardia, col fior di Francia intorno, e sì l'Elvezio spezzerà, ch'invano farà mai più pensier d'alzare il corno. Con grande e de la Chiesa e de l'ispano campo e del fiorentin vergogna e scorno espugnerà il castel che prima stato sarà non espugnabile stimato.
46
Sopra ogn'altr'arme, ad espugnarlo, molto più gli varrà quella onorata spada con la qual prima avrà di vita tolto il mostro corruttor d'ogni contrada. Convien ch'inanzi a quella sia rivolto in fuga ogni stendardo, o a terra vada; né fossa, né ripar, né grosse mura possan da lei tener città sicura.
47