Part 33
Zerbin fa ritener la mala vecchia, tanto che pensi quel che debba farne: tagliarle il naso e l'una e l'altra orecchia pensa, ed esempio a' malfattori darne; poi gli par assai meglio, s'apparecchia un pasto agli avoltoi di quella carne. Punizion diversa tra sé volve; e così finalmente si risolve.
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Si rivolta ai compagni, e dice: — Io sono di lasciar vivo il disleal contento; che s'in tutto non merita perdono, non merita anco sì crudel tormento. Che viva e che slegato sia gli dono, però ch'esser d'Amor la colpa sento; e facilmente ogni scusa s'ammette, quando in Amor la colpa si reflette.
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Amore ha volto sottosopra spesso senno più saldo che non ha costui, ed ha condotto a via maggiore eccesso di questo, ch'oltraggiato ha tutti nui. Ad Odorico debbe esser rimesso: punito esser debbo io, che cieco fui, cieco a dargline impresa, e non por mente che 'l fuoco arde la paglia facilmente. —
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Poi mirando Odorico: — Io vo' che sia (gli disse) del tuo error la penitenza, che la vecchia abbi un anno in compagnia, né di lasciarla mai ti sia licenza; ma notte e giorno, ove tu vada o stia, un'ora mai non te ne trovi senza; e fin a morte sia da te difesa contra ciascun che voglia farle offesa.
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Vo', se da lei ti sarà commandato, che pigli contra ognun contesa e guerra: vo' in questo tempo, che tu sia ubligato tutta Francia cercar di terra in terra. — Così dicea Zerbin; che pel peccato meritando Odorico andar sotterra, questo era porgli inanzi un'alta fossa, che fia gran sorte che schivar la possa.
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Tante donne, tanti uomini traditi avea la vecchia, e tanti offesi e tanti, che chi sarà con lei, non senza liti potrà passar de' cavallieri erranti. Così di par saranno ambi puniti: ella de' suoi commessi errori inanti, egli di torne la difesa a torto; né molto potrà andar che non sia morto.
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Di dover servar questo, Zerbin diede ad Odorico un giuramento forte, con patto che se mai rompe la fede, e ch'inanzi gli capiti per sorte, senza udir prieghi e averne più mercede, lo debba far morir di cruda morte. Ad Almonio e a Corebo poi rivolto, fece Zerbin che fu Odorico sciolto.
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Corebo, consentendo Almonio, sciolse il traditore al fin, ma non in fretta; ch'all'uno e all'altro esser turbato dolse da sì desiderata sua vendetta. Quindi partissi il disleale, e tolse in compagnia la vecchia maledetta. Non si legge in Turpin che n'avvenisse; ma vidi già un autor che più ne scrisse.
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Scrive l'autore, il cui nome mi taccio, che non furo lontani una giornata, che per torsi Odorico quello impaccio, contra ogni patto ed ogni fede data, al collo di Gabrina gittò un laccio, e che ad un olmo la lasciò impiccata; e ch'indi a un anno (ma non dice il loco) Almonio a lui fece il medesmo giuoco.
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Zerbin che dietro era venuto all'orma del paladin, né perder la vorrebbe, manda a dar di sé nuove alla sua torma, che star senza gran dubbio non ne debbe: Almonio manda, e di più cose informa, che lungo il tutto a ricontar sarebbe; Almonio manda, e a lui Corebo appresso; né tien, fuor ch'Issabella, altri con esso.
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Tant'era l'amor grande che Zerbino, e non minor del suo quel che Issabella portava al virtuoso paladino; tanto il desir d'intender la novella ch'egli avesse trovato il Saracino che del destrier lo trasse con la sella; che non farà all'esercito ritorno, se non finito che sia il terzo giorno;
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il termine ch'Orlando aspettar disse il cavallier ch'ancor non porta spada. Non è alcun luogo dove il conte gisse, che Zerbin pel medesimo non vada. Giunse al fin tra quegli arbori che scrisse l'ingrata donna, un poco fuor di strada; e con la fonte e col vicino sasso tutti li ritruovò messi in fracasso.
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Vede lontan non sa che luminoso, e trova la corazza esser del conte; e trova l'elmo poi, non quel famoso ch'armò già il capo all'africano Almonte. Il destrier ne la selva più nascoso sente anitrire, e leva al suon la fronte; e vede Brigliador pascer per l'erba, che dall'arcion pendente il freno serba.
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Durindana cercò per la foresta, e fuor la vide del fodero starse. Trovò, ma in pezzi, ancor la sopravesta ch'in cento lochi il miser conte sparse. Issabella e Zerbin con faccia mesta stanno mirando, e non san che pensarse: pensar potrian tutte le cose, eccetto che fosse Orlando fuor dell'intelletto.
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Se di sangue vedessino una goccia, creder potrian che fosse stato morto. Intanto lungo la corrente doccia vider venire un pastorello smorto. Costui pur dianzi avea di su la roccia l'alto furor de l'infelice scorto, come l'arme gittò, squarciossi i panni, pastori uccise, e fe' mill'altri danni.
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Costui, richiesto da Zerbin, gli diede vera informazion di tutto questo. Zerbin si maraviglia, e a pena il crede; e tuttavia n'ha indizio manifesto. Sia come vuole, egli discende a piede, pien di pietade, lacrimoso e mesto; e ricogliendo da diversa parte le reliquie ne va ch'erano sparte.
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Del palafren discende anco Issabella, e va quell'arme riducendo insieme. Ecco lor sopraviene una donzella dolente in vista, e di cor spesso geme. Se mi domanda alcun chi sia, perch'ella così s'affligge, e che dolor la preme, io gli risponderò che è Fiordiligi che de l'amante suo cerca i vestigi.
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Da Brandimarte senza farle motto lasciata fu ne la città di Carlo, dov'ella l'aspettò sei mesi od otto; e quando al fin non vide ritornarlo, da un mare all'altro si mise, fin sotto Pirene e l'Alpe, e per tutto a cercarlo: l'andò cercando in ogni parte, fuore ch'al palazzo d'Atlante incantatore.
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Se fosse stata a quell'ostel d'Atlante, veduto con Gradasso andare errando l'avrebbe, con Ruggier, con Bradamante, e con Ferraù prima e con Orlando; ma poi che cacciò Astolfo il negromante col suono del corno orribile e mirando, Brandimarte tornò verso Parigi: ma non sapea già questo Fiordiligi.
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Come io vi dico, sopraggiunta a caso a quei duo amanti Fiordiligi bella, conobbe l'arme, e Brigliador rimaso senza il patrone e col freno alla sella. Vide con gli occhi il miserabil caso, e n'ebbe per udita anco novella; che similmente il pastorel narrolle aver veduto Orlando correr folle.
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Quivi Zerbin tutte raguna l'arme, e ne fa come un bel trofeo su 'n pino; e volendo vietar che non se n'arme cavallier paesan né peregrino, scrive nel verde ceppo in breve carme: — Armatura d'Orlando paladino; — come volesse dir: nessun la muova, che star non possa con Orlando a prova.
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Finito ch'ebbe la lodevol opra, tornava a rimontar sul suo destriero; ed ecco Mandricardo arrivar sopra, che visto il pin di quelle spoglie altiero, lo priega che la cosa gli discuopra: e quel gli narra, come ha inteso, il vero. Allora il re pagan lieto non bada, che viene al pino, e ne leva la spada,
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dicendo: — Alcun non me ne può riprendere; non è pur oggi ch'io l'ho fatta mia, ed il possesso giustamente prendere ne posso in ogni parte, ovunque sia. Orlando che temea quella difendere, s'ha finto pazzo, e l'ha gittata via; ma quando sua viltà pur così scusi, non debbe far ch'io mia ragion non usi. —
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Zerbino a lui gridava: — Non la torre, o pensa non l'aver senza questione. Se togliesti così l'arme d'Ettorre, tu l'hai di furto, più che di ragione. — Senz'altro dir l'un sopra l'altro corre, d'animo e di virtù gran paragone. Di cento colpi già rimbomba il suono, né bene ancor ne la battaglia sono.
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Di prestezza Zerbin pare una fiamma a torsi ovunque Durindana cada: di qua di là saltar come una damma fa 'l suo destrier dove è miglior la strada. E ben convien che non ne perda dramma; ch'andrà, s'un tratto il coglie quella spada, a ritrovar gl'innamorati spirti ch'empion la selva degli ombrosi mirti.
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Come il veloce can che 'l porco assalta che fuor del gregge errar vegga nei campi, lo va aggirando, e quinci e quindi salta; ma quello attende ch'una volta inciampi: così, se vien la spada o bassa od alta, sta mirando Zerbin come ne scampi; come la vita e l'onor salvi a un tempo, tien sempre l'occhio, e fiere e fugge a tempo.
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Da l'altra parte, ovunque il Saracino la fiera spada vibra o piena o vota, sembra fra due montagne un vento alpino ch'una frondosa selva il marzo scuota; ch'ora la caccia a terra a capo chino, or gli spezzati rami in aria ruota. Ben che Zerbin più colpi e fùggia e schivi, non può schivare al fin, ch'un non gli arrivi.
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Non può schivare al fine un gran fendente che tra 'l brando e lo scudo entra sul petto. Grosso l'usbergo, e grossa parimente era la piastra, e 'l panziron perfetto: pur non gli steron contra, ed ugualmente alla spada crudel dieron ricetto. Quella calò tagliando ciò che prese, la corazza e l'arcion fin su l'arnese.
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E se non che fu scarso il colpo alquanto, permezzo lo fendea come una canna; ma penetra nel vivo a pena tanto, che poco più che la pelle gli danna: la non profunda piaga è lunga quanto non si misureria con una spanna. Le lucid'arme il caldo sangue irriga per sino al piè di rubiconda riga.
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Così talora un bel purpureo nastro ho veduto partir tela d'argento da quella bianca man più ch'alabastro, da cui partire il cor spesso mi sento. Quivi poco a Zerbin vale esser mastro di guerra, ed aver forza e più ardimento; che di finezza d'arme e di possanza il re di Tartaria troppo l'avanza.
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Fu questo colpo del pagan maggiore in apparenza, che fosse in effetto; tal ch'Issabella se ne sente il core fendere in mezzo all'agghiacciato petto. Zerbin pien d'ardimento e di valore tutto s'infiamma d'ira e di dispetto; e quanto più ferire a due man puote, in mezzo l'elmo il Tartaro percuote.
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Quasi sul collo del destrier piegosse per l'aspra botta il Saracin superbo; e quando l'elmo senza incanto fosse, partito il capo gli avria il colpo acerbo. Con poco differir ben vendicosse, né disse: A un'altra volta io te la serbo: e la spada gli alzò verso l'elmetto, sperandosi tagliarlo infin al petto.
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Zerbin che tenea l'occhio ove la mente, presto il cavallo alla man destra volse; non sì presto però, che la tagliente spada fuggisse, che lo scudo colse. Da sommo ad imo ella il partì ugualmente, e di sotto il braccial roppe e disciolse e lui ferì nel braccio, e poi l'arnese spezzògli, e ne la coscia anco gli scese.
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Zerbin di qua di là cerca ogni via, né mai di quel che vuol, cosa gli avviene; che l'armatura sopra cui feria, un piccol segno pur non ne ritiene. Da l'altra parte il re di Tartaria sopra Zerbino a tal vantaggio viene, che l'ha ferito in sette parti o in otto, tolto lo scudo, e mezzo l'elmo rotto.
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Quel tuttavia più va perdendo il sangue; manca la forza, e ancor par che nol senta: il vigoroso cor che nulla langue, val sì, che 'l debol corpo ne sostenta. La donna sua, per timor fatta esangue, intanto a Doralice s'appresenta, e la priega e la supplica per Dio, che partir voglia il fiero assalto e rio.
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Cortese come bella, Doralice, né ben sicura come il fatto segua, fa volentier quel ch'Issabella dice, e dispone il suo amante a pace e a triegua. Così a' prieghi de l'altra l'ira ultrice di cor fugge a Zerbino e si dilegua: ed egli, ove a lei par, piglia la strada, senza finir l'impresa de la spada.
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Fiordiligi, che mal vede difesa la buona spada del misero conte, tacita duolsi, e tanto le ne pesa, che d'ira piange e battesi la fronte. Vorria aver Brandimarte a quella impresa; e se mai lo ritrova e gli lo conte, non crede poi che Mandricardo vada lunga stagione altier di quella spada.
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Fiordiligi cercando pure invano va Brandimarte suo matina e sera; e fa camin da lui molto lontano, da lui che già tornato a Parigi era. Tanto ella se n'andò per monte e piano, che giunse ove, al passar d'una riviera, vide e conobbe il miser paladino; ma diciàn quel ch'avvenne di Zerbino:
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che 'l lasciar Durindana sì gran fallo gli par, che più d'ogn'altro mal gl'incresce; quantunque a pena star possa a cavallo pel molto sangue che gli è uscito ed esce. Or poi che dopo non troppo intervallo cessa con l'ira il caldo, il dolor cresce: cresce il dolor sì impetuosamente, che mancarsi la vita se ne sente.
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Per debolezza più non potea gire; sì che fermossi appresso una fontana. Non sa che far né che si debba dire per aiutarlo la donzella umana. Sol di disagio lo vede morire; che quindi è troppo ogni città lontana, dove in quel punto al medico ricorra, che per pietade o premio gli soccorra.
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Ella non sa se non invan dolersi, chiamar fortuna e il cielo empio e crudele. — Perché, ahi lassa! (dicea) non mi sommersi quando levai ne l'Oceàn le vele? — Zerbin che i languidi occhi ha in lei conversi, sente più doglia ch'ella si querele, che de la passion tenace e forte che l'ha condutto omai vicino a morte.
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— Così, cor mio, vogliate (le diceva), dopo ch'io sarò morto, amarmi ancora, come solo il lasciarvi è che m'aggreva qui senza guida, e non già perch'io mora: che se in sicura parte m'accadeva finir de la mia vita l'ultima ora, lieto e contento e fortunato a pieno morto sarei, poi ch'io vi moro in seno.
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Ma poi che 'l mio destino iniquo e duro vol ch'io vi lasci, e non so in man di cui; per questa bocca e per questi occhi giuro, per queste chiome onde allacciato fui, che disperato nel profondo oscuro vo de lo 'nferno, ove il pensar di vui ch'abbia così lasciata, assai più ria sarà d'ogn'altra pena che vi sia. —
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A questo la mestissima Issabella, declinando la faccia lacrimosa e congiungendo la sua bocca a quella di Zerbin, languidetta come rosa, rosa non colta in sua stagion, sì ch'ella impallidisca in su la siepe ombrosa, disse: — Non vi pensate già, mia vita, far senza me quest'ultima partita.
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Di ciò, cor mio, nessun timor vi tocchi; ch'io vo' seguirvi o in cielo o ne lo 'nferno. Convien che l'uno e l'altro spirto scocchi, insieme vada, insieme stia in eterno. Non sì tosto vedrò chiudervi gli occhi, o che m'ucciderà il dolore interno, o se quel non può tanto, io vi prometto con questa spada oggi passarmi il petto.
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De' corpi nostri ho ancor non poca speme, che me' morti che vivi abbian ventura. Qui forse alcun capiterà, ch'insieme, mosso a pietà, darà lor sepoltura. — Così dicendo, le reliquie estreme de lo spirto vital che morte fura, va ricogliendo con le labra meste, fin ch'una minima aura ve ne reste.
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Zerbin la debol voce riforzando, disse: — Io vi priego e supplico, mia diva, per quello amor che mi mostraste, quando per me lasciaste la paterna riva; e se commandar posso, io vel commando, che fin che piaccia a Dio, restiate viva; né mai per caso pogniate in oblio che quanto amar si può, v'abbia amato io.
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Dio vi provederà d'aiuto forse, per liberarvi d'ogni atto villano, come fe' quando alla spelonca torse, per indi trarvi, il senator romano. Così (la sua mercé) già vi soccorse nel mare e contra il Biscaglin profano: e se pure avverrà che poi si deggia morire, allora il minor mal s'elleggia. —
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Non credo che quest'ultime parole potesse esprimer sì, che fosse inteso; e finì come il debol lume suole, cui cera manchi od altro in che sia acceso. Chi potrà dire a pien come si duole, poi che si vede pallido e disteso, la giovanetta, e freddo come ghiaccio il suo caro Zerbin restare in braccio?
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Sopra il sanguigno corpo s'abbandona, e di copiose lacrime lo bagna, e stride sì, ch'intorno ne risuona a molte miglia il bosco e la campagna. Né alle guance né al petto si perdona, che l'uno e l'altro non percuota e fragna; e straccia a torto l'auree crespe chiome, chiamando sempre invan l'amato nome.
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In tanta rabbia, in tal furor sommersa l'avea la doglia sua, che facilmente avria la spada in se stessa conversa, poco al suo amante in questo ubidiente; s'uno eremita ch'alla fresca e tersa fonte avea usanza di tornar sovente da la sua quindi non lontana cella, non s'opponea, venendo, al voler d'ella.
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Il venerabile uom, ch'alta bontade avea congiunta a natural prudenza, ed era tutto pien di caritade, di buoni esempi ornato e d'eloquenza, alla giovan dolente persuade con ragioni efficaci pazienza; e inanzi le puon, come uno specchio, donne del Testamento e nuovo e vecchio.
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Poi le fece veder, come non fusse alcun, se non in Dio, vero contento, e ch'eran l'altre transitorie e flusse speranze umane, e di poco momento; e tanto seppe dir, che la ridusse da quel crudele ed ostinato intento, che la vita sequente ebbe disio tutta al servigio dedicar di Dio.
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Non che lasciar del suo signor voglia unque né 'l grand'amor, né le reliquie morte: convien che l'abbia ovunque stia ed ovunque vada, e che seco e notte e dì le porte. Quindi aiutando l'eremita dunque, ch'era de la sua età valido e forte, sul mesto suo destrier Zerbin posaro, e molti dì per quelle selve andaro.
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Non volse il cauto vecchio ridur seco, sola con solo, la giovane bella là dove ascosa in un selvaggio speco non lungi avea la solitaria cella; fra sé dicendo: — Con periglio arreco in una man la paglia e la facella. — Né si fida in sua età né in sua prudenza, che di sé faccia tanta esperienza.
92
Di condurla in Provenza ebbe pensiero non lontano a Marsilia in un castello, dove di sante donne un monastero ricchissimo era, e di edificio bello: e per portarne il morto cavalliero, composto in una cassa aveano quello, che 'n un castel ch'era tra via, si fece lunga e capace, e ben chiusa di pece.
93
Più e più giorni gran spazio di terra cercaro, e sempre per lochi più inculti; che pieno essendo ogni cosa di guerra, voleano gir più che poteano occulti. Al fine un cavallier la via lor serra, che lor fe' oltraggi e disonesti insulti; di cui dirò quando il suo loco fia; ma ritorno ora al re di Tartaria.
94
Avuto ch'ebbe la battaglia il fine che già v'ho detto, il giovin si raccolse alle fresche ombre e all'onde cristalline; ed al destrier la sella e 'l freno tolse, e lo lasciò per l'erbe tenerine del prato andar pascendo ove egli volse: ma non ste' molto, che vide lontano calar dal monte un cavalliero al piano.
95
Conobbel, come prima alzò la fronte, Doralice, e mostrollo a Mandricardo, dicendo: — Ecco il superbo Rodomonte, se non m'inganna di lontan lo sguardo. Per far teco battaglia cala il monte: or ti potrà giovar l'esser gagliardo. Perduta avermi a grande ingiuria tiene, ch'era sua sposa, e a vendicar si viene. —
96
Qual buono astor che l'anitra o l'acceggia, starna o colombo o simil altro augello venirsi incontra di lontano veggia, leva la testa e si fa lieto e bello; tal Mandricardo, come certo deggia di Rodomonte far strage e macello, con letizia e baldanza il destrier piglia, le staffe ai piedi, e dà alla man la briglia.
97
Quando vicini fur sì, ch'udir chiare tra lor poteansi le parole altiere, con le mani e col capo a minacciare incominciò gridando il re d'Algiere, ch'a penitenza gli faria tornare che per un temerario suo piacere non avesse rispetto a provocarsi lui ch'altamente era per vendicarsi.
98
Rispose Mandricardo: — Indarno tenta chi mi vuol impaurir per minacciarme: così fanciulli o femine spaventa, o altri che non sappia che sieno arme; me non, cui la battaglia più talenta d'ogni riposo; e son per adoprarme a piè, a cavallo, armato e disarmato, sia alla campagna, o sia ne lo steccato. —
99
Ecco sono agli oltraggi, al grido, all'ire, al trar de' brandi, al crudel suon de' ferri; come vento che prima a pena spire, poi cominci a crollar frassini e cerri, ed indi oscura polve in cielo aggire, indi gli arbori svella e case atterri, sommerga in mare, e porti ria tempesta che 'l gregge sparso uccida alla foresta.
100
De' duo pagani, senza pari in terra, gli audacissimi cor, le forze estreme parturiscono colpi, ed una guerra conveniente a sì feroce seme. Del grande e orribil suon triema la terra, quando le spade son percosse insieme: gettano l'arme insin al ciel scintille, anzi lampadi accese a mille a mille.
101
Senza mai riposarsi o pigliar fiato dura fra quei duo re l'aspra battaglia, tentando ora da questo, or da quel lato aprir le piastre e penetrar la maglia. Né perde l'un, né l'altro acquista il prato, ma come intorno sian fosse o muraglia, o troppo costi ogn'oncia di quel loco, non si parton d'un cerchio angusto e poco.
102
Fra mille colpi il Tartaro una volta colse a duo mani in fronte il re d'Algiere; che gli fece veder girare in volta quante mai furon fiacole e lumiere. Come ogni forza all'African sia tolta, le groppe del destrier col capo fere: perde la staffa, ed è, presente quella che cotant'ama, per uscir di sella.
103
Ma come ben composto e valido arco di fino acciaio in buona somma greve, quanto si china più, quanto è più carco, e più lo sforzan martinelli e lieve; con tanto più furor, quanto è poi scarco, ritorna, e fa più mal che non riceve: così quello African tosto risorge, e doppio il colpo all'inimico porge.
104
Rodomonte a quel segno ove fu colto, colse a punto il figliol del re Agricane. Per questo non poté nuocergli al volto, ch'in difesa trovò l'arme troiane; ma stordì in modo il Tartaro, che molto non sapea s'era vespero o dimane. L'irato Rodomonte non s'arresta, che mena l'altro, e pur segna alla testa.
105
Il cavallo del Tartaro, ch'aborre la spada che fischiando cala d'alto, al suo signor con suo gran mal soccorre, perché s'arretra, per fuggir, d'un salto: il brando in mezzo il capo gli trascorre, ch'al signor, non a lui, movea l'assalto. Il miser non avea l'elmo di Troia, come il patrone; onde convien che muoia.
106
Quel cade, e Mandricardo in piedi guizza, non più stordito, e Durindana aggira. Veder morto il cavallo entro gli adizza, e fuor divampa un grave incendio d'ira. L'African, per urtarlo, il destrier drizza; ma non più Mandricardo si ritira, che scoglio far soglia da l'onde: e avvenne che 'l destrier cadde, ed egli in piè si tenne.
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L'African che mancarsi il destrier sente, lascia le staffe e sugli arcion si ponta, e resta in piedi e sciolto agevolmente: così l'un l'altro poi di pari affronta. La pugna più che mai ribolle ardente, e l'odio e l'ira e la superbia monta: ed era per seguir; ma quivi giunse in fretta un messagger che gli disgiunse.
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Vi giunse un messagger del popul Moro, di molti che per Francia eran mandati a richiamare agli stendardi loro i capitani e i cavallier privati; perché l'imperator dai gigli d'oro gli avea gli alloggiamenti già assediati; e se non è il soccorso a venir presto, l'eccidio suo conosce manifesto.
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Riconobbe il messaggio i cavallieri, oltre all'insegne, oltre alle sopraveste, al girar de le spade, e ai colpi fieri ch'altre man non farebbeno che queste. Tra lor però non osa entrar, che speri che fra tant'ira sicurtà gli preste l'esser messo del re; né si conforta per dir ch'imbasciator pena non porta.
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Ma viene a Doralice, ed a lei narra ch'Agramante, Marsilio e Stordilano, con pochi dentro a mal sicura sbarra sono assediati dal popul cristiano. Narrato il caso, con prieghi ne inarra che faccia il tutto ai duo guerrieri piano, e che gli accordi insieme, e per lo scampo del popul saracin li meni in campo.
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