Part 32
Lo strano corso che tenne il cavallo del Saracin pel bosco senza via, fece ch'Orlando andò duo giorni in fallo, né lo trovò, né poté averne spia. Giunse ad un rivo che parea cristallo, ne le cui sponde un bel pratel fioria, di nativo color vago e dipinto, e di molti e belli arbori distinto.
101
Il merigge facea grato l'orezzo al duro armento ed al pastore ignudo; sì che né Orlando sentia alcun ribrezzo, che la corazza avea, l'elmo e lo scudo. Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo; e v'ebbe travaglioso albergo e crudo, e più che dir si possa empio soggiorno, quell'infelice e sfortunato giorno.
102
Volgendosi ivi intorno, vide scritti molti arbuscelli in su l'ombrosa riva. Tosto che fermi v'ebbe gli occhi e fitti, fu certo esser di man de la sua diva. Questo era un di quei lochi già descritti, ove sovente con Medor veniva da casa del pastore indi vicina la bella donna del Catai regina.
103
Angelica e Medor con cento nodi legati insieme, e in cento lochi vede. Quante lettere son, tanti son chiodi coi quali Amore il cor gli punge e fiede. Va col pensier cercando in mille modi non creder quel ch'al suo dispetto crede: ch'altra Angelica sia, creder si sforza, ch'abbia scritto il suo nome in quella scorza.
104
Poi dice: — Conosco io pur queste note: di tal'io n'ho tante vedute e lette. Finger questo Medoro ella si puote: forse ch'a me questo cognome mette. — Con tali opinion dal ver remote usando fraude a sé medesmo, stette ne la speranza il malcontento Orlando, che si seppe a se stesso ir procacciando.
105
Ma sempre più raccende e più rinuova, quanto spenger più cerca, il rio sospetto: come l'incauto augel che si ritrova in ragna o in visco aver dato di petto, quanto più batte l'ale e più si prova di disbrigar, più vi si lega stretto. Orlando viene ove s'incurva il monte a guisa d'arco in su la chiara fonte.
106
Aveano in su l'entrata il luogo adorno coi piedi storti edere e viti erranti. Quivi soleano al più cocente giorno stare abbracciati i duo felici amanti. V'aveano i nomi lor dentro e d'intorno, più che in altro dei luoghi circostanti, scritti, qual con carbone e qual con gesso, e qual con punte di coltelli impresso.
107
Il mesto conte a piè quivi discese; e vide in su l'entrata de la grotta parole assai, che di sua man distese Medoro avea, che parean scritte allotta. Del gran piacer che ne la grotta prese, questa sentenza in versi avea ridotta. Che fosse culta in suo linguaggio io penso; ed era ne la nostra tale il senso:
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— Liete piante, verdi erbe, limpide acque, spelunca opaca e di fredde ombre grata, dove la bella Angelica che nacque di Galafron, da molti invano amata, spesso ne le mie braccia nuda giacque; de la commodità che qui m'è data, io povero Medor ricompensarvi d'altro non posso, che d'ognor lodarvi:
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e di pregare ogni signore amante, e cavallieri e damigelle, e ognuna persona, o paesana o viandante, che qui sua volontà meni o Fortuna; ch'all'erbe, all'ombre, all'antro, al rio, alle piante dica: benigno abbiate e sole e luna, e de le ninfe il coro, che proveggia che non conduca a voi pastor mai greggia. —
110
Era scritto in arabico, che 'l conte intendea così ben come latino: fra molte lingue e molte ch'avea pronte, prontissima avea quella il paladino; e gli schivò più volte e danni ed onte, che si trovò tra il popul saracino: ma non si vanti, se già n'ebbe frutto; ch'un danno or n'ha, che può scontargli il tutto.
111
Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto quello infelice, e pur cercando invano che non vi fosse quel che v'era scritto; e sempre lo vedea più chiaro e piano: ed ogni volta in mezzo il petto afflitto stringersi il cor sentia con fredda mano. Rimase al fin con gli occhi e con la mente fissi nel sasso, al sasso indifferente.
112
Fu allora per uscir del sentimento sì tutto in preda del dolor si lassa. Credete a chi n'ha fatto esperimento, che questo è 'l duol che tutti gli altri passa. Caduto gli era sopra il petto il mento, la fronte priva di baldanza e bassa; né poté aver (che 'l duol l'occupò tanto) alle querele voce, o umore al pianto.
113
L'impetuosa doglia entro rimase, che volea tutta uscir con troppa fretta. Così veggiàn restar l'acqua nel vase, che largo il ventre e la bocca abbia stretta; che nel voltar che si fa in su la base, l'umor che vorria uscir, tanto s'affretta, e ne l'angusta via tanto s'intrica, ch'a goccia a goccia fuore esce a fatica.
114
Poi ritorna in sé alquanto, e pensa come possa esser che non sia la cosa vera: che voglia alcun così infamare il nome de la sua donna e crede e brama e spera, o gravar lui d'insopportabil some tanto di gelosia, che se ne pera; ed abbia quel, sia chi si voglia stato, molto la man di lei bene imitato.
115
In così poca, in così debol speme sveglia gli spiriti e gli rifranca un poco; indi al suo Brigliadoro il dosso preme, dando già il sole alla sorella loco. Non molto va, che da le vie supreme dei tetti uscir vede il vapor del fuoco, sente cani abbaiar, muggiare armento: viene alla villa, e piglia alloggiamento.
116
Languido smonta, e lascia Brigliadoro a un discreto garzon che n'abbia cura; altri il disarma, altri gli sproni d'oro gli leva, altri a forbir va l'armatura. Era questa la casa ove Medoro giacque ferito, e v'ebbe alta avventura. Corcarsi Orlando e non cenar domanda, di dolor sazio e non d'altra vivanda.
117
Quanto più cerca ritrovar quiete, tanto ritrova più travaglio e pena; che de l'odiato scritto ogni parete, ogni uscio, ogni finestra vede piena. Chieder ne vuol: poi tien le labra chete; che teme non si far troppo serena, troppo chiara la cosa che di nebbia cerca offuscar, perché men nuocer debbia.
118
Poco gli giova usar fraude a se stesso; che senza domandarne, è chi ne parla. Il pastor che lo vede così oppresso da sua tristizia, e che voria levarla, l'istoria nota a sé, che dicea spesso di quei duo amanti a chi volea ascoltarla, ch'a molti dilettevole fu a udire, gl'incominciò senza rispetto a dire:
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come esso a prieghi d'Angelica bella portato avea Medoro alla sua villa, ch'era ferito gravemente; e ch'ella curò la piaga, e in pochi dì guarilla: ma che nel cor d'una maggior di quella lei ferì Amor; e di poca scintilla l'accese tanto e sì cocente fuoco, che n'ardea tutta, e non trovava loco:
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e sanza aver rispetto ch'ella fusse figlia del maggior re ch'abbia il Levante, da troppo amor costretta si condusse a farsi moglie d'un povero fante. All'ultimo l'istoria si ridusse, che 'l pastor fe' portar la gemma inante, ch'alla sua dipartenza, per mercede del buono albergo, Angelica gli diede.
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Questa conclusion fu la secure che 'l capo a un colpo gli levò dal collo, poi che d'innumerabil battiture si vide il manigoldo Amor satollo. Celar si studia Orlando il duolo; e pure quel gli fa forza, e male asconder pòllo: per lacrime e suspir da bocca e d'occhi convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.
122
Poi ch'allargare il freno al dolor puote (che resta solo e senza altrui rispetto), giù dagli occhi rigando per le gote sparge un fiume di lacrime sul petto: sospira e geme, e va con spesse ruote di qua di là tutto cercando il letto; e più duro ch'un sasso, e più pungente che se fosse d'urtica, se lo sente.
123
In tanto aspro travaglio gli soccorre che nel medesmo letto in che giaceva, l'ingrata donna venutasi a porre col suo drudo più volte esser doveva. Non altrimenti or quella piuma abborre, né con minor prestezza se ne leva, che de l'erba il villan che s'era messo per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.
124
Quel letto, quella casa, quel pastore immantinente in tant'odio gli casca, che senza aspettar luna, o che l'albore che va dinanzi al nuovo giorno nasca, piglia l'arme e il destriero, ed esce fuore per mezzo il bosco alla più oscura frasca; e quando poi gli è aviso d'esser solo, con gridi ed urli apre le porte al duolo.
125
Di pianger mai, mai di gridar non resta; né la notte né 'l dì si dà mai pace. Fugge cittadi e borghi, e alla foresta sul terren duro al discoperto giace. Di sé si meraviglia ch'abbia in testa una fontana d'acqua sì vivace, e come sospirar possa mai tanto; e spesso dice a sé così nel pianto:
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— Queste non son più lacrime, che fuore stillo dagli occhi con sì larga vena. Non suppliron le lacrime al dolore: finir, ch'a mezzo era il dolore a pena. Dal fuoco spinto ora il vitale umore fugge per quella via ch'agli occhi mena; ed è quel che si versa, e trarrà insieme e 'l dolore e la vita all'ore estreme.
127
Questi ch'indizio fan del mio tormento, sospir non sono, né i sospir sono tali. Quelli han triegua talora; io mai non sento che 'l petto mio men la sua pena esali. Amor che m'arde il cor, fa questo vento, mentre dibatte intorno al fuoco l'ali. Amor, con che miracolo lo fai, che 'n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?
128
Non son, non sono io quel che paio in viso: quel ch'era Orlando è morto ed è sotterra; la sua donna ingratissima l'ha ucciso: sì, mancando di fé, gli ha fatto guerra. Io son lo spirto suo da lui diviso, ch'in questo inferno tormentandosi erra, acciò con l'ombra sia, che sola avanza, esempio a chi in Amor pone speranza. —
129
Pel bosco errò tutta la notte il conte; e allo spuntar de la diurna fiamma lo tornò il suo destin sopra la fonte dove Medoro isculse l'epigramma. Veder l'ingiuria sua scritta nel monte l'accese sì, ch'in lui non restò dramma che non fosse odio, rabbia, ira e furore; né più indugiò, che trasse il brando fuore.
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Tagliò lo scritto e 'l sasso, e sin al cielo a volo alzar fe' le minute schegge. Infelice quell'antro, ed ogni stelo in cui Medoro e Angelica si legge! Così restar quel dì, ch'ombra né gielo a pastor mai non daran più, né a gregge: e quella fonte, già si chiara e pura, da cotanta ira fu poco sicura;
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che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle non cessò di gittar ne le bell'onde, fin che da sommo ad imo sì turbolle che non furo mai più chiare né monde. E stanco al fin, e al fin di sudor molle, poi che la lena vinta non risponde allo sdegno, al grave odio, all'ardente ira, cade sul prato, e verso il ciel sospira.
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Afflitto e stanco al fin cade ne l'erba, e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto. Senza cibo e dormir così si serba, che 'l sole esce tre volte e torna sotto. Di crescer non cessò la pena acerba, che fuor del senno al fin l'ebbe condotto. Il quarto dì, da gran furor commosso, e maglie e piastre si stracciò di dosso.
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Qui riman l'elmo, e là riman lo scudo, lontan gli arnesi, e più lontan l'usbergo: l'arme sue tutte, in somma vi concludo, avean pel bosco differente albergo. E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo l'ispido ventre e tutto 'l petto e 'l tergo; e cominciò la gran follia, sì orrenda, che de la più non sarà mai ch'intenda.
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In tanta rabbia, in tanto furor venne, che rimase offuscato in ogni senso. Di tor la spada in man non gli sovenne; che fatte avria mirabil cose, penso. Ma né quella, né scure, né bipenne era bisogno al suo vigore immenso. Quivi fe' ben de le sue prove eccelse, ch'un alto pino al primo crollo svelse:
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e svelse dopo il primo altri parecchi, come fosser finocchi, ebuli o aneti; e fe' il simil di querce e d'olmi vecchi, di faggi e d'orni e d'illici e d'abeti. Quel ch'un ucellator che s'apparecchi il campo mondo, fa, per por le reti, dei giunchi e de le stoppie e de l'urtiche, facea de cerri e d'altre piante antiche.
136
I pastor che sentito hanno il fracasso, lasciando il gregge sparso alla foresta, chi di qua, chi di là, tutti a gran passo vi vengono a veder che cosa è questa. Ma son giunto a quel segno il qual s'io passo vi potria la mia istoria esser molesta; ed io la vo' più tosto diferire, che v'abbia per lunghezza a fastidire.
CANTO VENTIQUATTRESIMO
1
Chi mette il piè su l'amorosa pania, cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ale; che non è in somma amor, se non insania, a giudizio de' savi universale: e se ben come Orlando ognun non smania, suo furor mostra a qualch'altro segnale. E quale è di pazzia segno più espresso che, per altri voler, perder se stesso?
2
Vari gli effetti son, ma la pazzia è tutt'una però, che li fa uscire. Gli è come una gran selva, ove la via conviene a forza, a chi vi va, fallire: chi su, chi giù, chi qua, chi là travia. Per concludere in somma, io vi vo' dire: a chi in amor s'invecchia, oltr'ogni pena, si convengono i ceppi e la catena.
3
Ben mi si potria dir: — Frate, tu vai l'altrui mostrando, e non vedi il tuo fallo. — Io vi rispondo che comprendo assai, or che di mente ho lucido intervallo; ed ho gran cura (e spero farlo ormai) di riposarmi e d'uscir fuor di ballo: ma tosto far, come vorrei, nol posso; che 'l male è penetrato infin all'osso.
4
Signor, ne l'altro canto io vi dicea che 'l forsennato e furioso Orlando trattesi l'arme e sparse al campo avea, squarciati i panni, via gittato il brando, svelte le piante, e risonar facea i cavi sassi e l'alte selve; quando alcun' pastori al suon trasse in quel lato lor stella, o qualche lor grave peccato.
5
Viste del pazzo l'incredibil prove poi più d'appresso e la possanza estrema, si voltan per fuggir, ma non sanno ove, sì come avviene in subitana tema. Il pazzo dietro lor ratto si muove: uno ne piglia, e del capo lo scema con la facilità che torria alcuno da l'arbor pome, o vago fior dal pruno.
6
Per una gamba il grave tronco prese, e quello usò per mazza adosso al resto: in terra un paio addormentato stese, ch'al novissimo dì forse fia desto. Gli altri sgombraro subito il paese, ch'ebbono il piede e il buono aviso presto. Non saria stato il pazzo al seguir lento, se non ch'era già volto al loro armento.
7
Gli agricultori, accorti agli altru'esempli, lascian nei campi aratri e marre e falci: chi monta su le case e chi sui templi (poi che non son sicuri olmi né salci), onde l'orrenda furia si contempli, ch'a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci, cavalli e buoi rompe, fraccassa e strugge; e ben è corridor chi da lui fugge.
8
Già potreste sentir come ribombe l'alto rumor ne le propinque ville d'urli e di corni, rusticane trombe, e più spesso che d'altro, il suon di squille; e con spuntoni ed archi e spiedi e frombe veder dai monti sdrucciolarne mille, ed altritanti andar da basso ad alto, per fare al pazzo un villanesco assalto.
9
Qual venir suol nel salso lito l'onda mossa da l'austro ch'a principio scherza, che maggior de la prima è la seconda, e con più forza poi segue la terza; ed ogni volta più l'umore abonda, e ne l'arena più stende la sferza: tal contra Orlando l'empia turba cresce, che giù da balze scende e di valli esce.
10
Fece morir diece persone e diece, che senza ordine alcun gli andaro in mano: e questo chiaro esperimento fece, ch'era assai più sicur starne lontano. Trar sangue da quel corpo a nessun lece, che lo fere e percuote il ferro invano. Al conte il re del ciel tal grazia diede, per porlo a guardia di sua santa fede.
11
Era a periglio di morire Orlando, se fosse di morir stato capace. Potea imparar ch'era a gittare il brando, e poi voler senz'arme essere audace. La turba già s'andava ritirando, vedendo ogni suo colpo uscir fallace. Orlando, poi che più nessun l'attende, verso un borgo di case il camin prende.
12
Dentro non vi trovò piccol né grande, che 'l borgo ognun per tema avea lasciato. V'erano in copia povere vivande, convenienti a un pastorale stato. Senza pane discerner da le giande, dal digiuno e da l'impeto cacciato, le mani e il dente lasciò andar di botto in quel che trovò prima, o crudo o cotto.
13
E quindi errando per tutto il paese, dava la caccia e agli uomini e alle fere; e scorrendo pei boschi, talor prese i capri isnelli e le damme leggiere. Spesso con orsi e con cingiai contese, e con man nude li pose a giacere: e di lor carne con tutta la spoglia più volte il ventre empì con fiera voglia.
14
Di qua, di là, di su, di giù discorre per tutta Francia; e un giorno a un ponte arriva, sotto cui largo e pieno d'acqua corre un fiume d'alta e di scoscesa riva. Edificato accanto avea una torre che d'ogn'intorno e di lontan scopriva. Quel che fe' quivi, avete altrove a udire; che di Zerbin mi convien prima dire.
15
Zerbin, da poi ch'Orlando fu partito, dimorò alquanto, e poi prese il sentiero che 'l paladino inanzi gli avea trito, e mosse a passo lento il suo destriero. Non credo che duo miglia anco fosse ito, che trar vide legato un cavalliero sopra un picciol ronzino, e d'ogni lato la guardia aver d'un cavalliero armato.
16
Zerbin questo prigion conobbe tosto che gli fu appresso, e così fe' Issabella: era Odorico il Biscaglin, che posto fu come lupo a guardia de l'agnella. L'avea a tutti gli amici suoi preposto Zerbino in confidargli la donzella, sperando che la fede che nel resto sempre avea avuta, avesse ancora in questo.
17
Come era a punto quella cosa stata, venìa Issabella raccontando allotta: come nel palischermo fu salvata, prima ch'avesse il mar la nave rotta; la forza che l'avea Odorico usata; e come tratta poi fosse alla grotta. Né giunt'era anco al fin di quel sermone, che trarre il malfattor vider prigione.
18
I duo ch'in mezzo avean preso Odorico, d'Issabella notizia ebbeno vera; e s'avisaro esser di lei l'amico, e 'l signor lor, colui ch'appresso l'era; ma più, che ne lo scudo il segno antico vider dipinto di sua stirpe altiera: e trovar poi, che guardar meglio al viso, che s'era al vero apposto il loro aviso.
19
Saltaro a piedi, e con aperte braccia correndo se n'andar verso Zerbino, e l'abbracciaro ove il maggior s'abbraccia, col capo nudo e col ginocchio chino. Zerbin, guardando l'uno e l'altro in faccia, vide esser l'un Corebo il Biscaglino, Almonio l'altro, ch'egli avea mandati con Odorico in sul navilio armati.
20
Almonio disse: — Poi che piace a Dio (la sua mercé) che sia Issabella teco, io posso ben comprender, signor mio, che nulla cosa nuova ora t'arreco, s'io vo' dir la cagion che questo rio fa che così legato vedi meco; che da costei, che più sentì l'offesa, a punto avrai tutta l'istoria intesa.
21
Come dal traditore io fui schernito quando da sé levommi, saper déi; e come poi Corebo fu ferito, ch'a difender s'avea tolto costei. Ma quanto al mio ritorno sia seguito, né veduto né inteso fu da lei, che te l'abbia potuto riferire: di questa parte dunque io ti vo' dire.
22
Da la cittade al mar ratto io veniva con cavalli ch'in fretta avea trovati, sempre con gli occhi intenti s'io scopriva costor che molto a dietro eran restati. Io vengo inanzi, io vengo in su la riva del mare, al luogo ove io gli avea lasciati; io guardo, né di loro altro ritrovo, che ne l'arena alcun vestigio nuovo.
23
La pesta seguitai, che mi condusse nel bosco fier; né molto adentro fui, che, dove il suon l'orecchie mi percusse, giacere in terra ritrovai costui. Gli domandai che de la donna fusse, che d'Odorico, e chi aveva offeso lui. Io me n'andai, poi che la cosa seppi, il traditor cercando per quei greppi.
24
Molto aggirando vommi, e per quel giorno altro vestigio ritrovar non posso. Dove giacea Corebo al fin ritorno, che fatto appresso avea il terren sì rosso, che poco più che vi facea soggiorno, gli saria stato di bisogno il fosso e i preti e i frati più per sotterrarlo, ch'i medici e che 'l letto per sanarlo.
25
Dal bosco alla città feci portallo, e posi in casa d'uno ostier mio amico, che fatto sano in poco termine hallo per cura ed arte d'un chirurgo antico. Poi d'arme proveduti e di cavallo Corebo ed io cercammo d'Odorico, ch'in corte del re Alfonso di Biscaglia trovammo; e quivi fui seco a battaglia.
26
La giustizia del re, che il loco franco de la pugna mi diede, e la ragione, ed oltre alla ragion la Fortuna anco, che spesso la vittoria, ove vuol, pone, mi giovar sì, che di me poté manco il traditore; onde fu mio prigione. Il re, udito il gran fallo, mi concesse di poter farne quanto mi piacesse.
27
Non l'ho voluto uccider né lasciarlo, ma, come vedi, trarloti in catena; perché vo' ch'a te stia di giudicarlo, se morire o tener si deve in pena. L'avere inteso ch'eri appresso a Carlo, e 'l desir di trovarti qui mi mena. Ringrazio Dio che mi fa in questa parte, dove lo sperai meno, ora trovarte.
28
Ringraziolo anco, che la tua Issabella io veggo (e non so come) che teco hai; di cui, per opera del fellon, novella pensai che non avessi ad udir mai. — Zerbino ascolta Almonio e non favella, fermando gli occhi in Odorico assai; non sì per odio, come che gl'incresce ch'a sì mal fin tanta amicizia gli esce.
29
Finito ch'ebbe Almonio il suo sermone, Zerbin riman gran pezzo sbigottito, che chi d'ogn'altro men n'avea cagione, sì espressamente il possa aver tradito. Ma poi che d'una lunga ammirazione fu, sospirando, finalmente uscito, al prigion domandò se fosse vero quel ch'avea di lui detto il cavalliero.
30
Il disleal con le ginocchia in terra lasciò cadersi, e disse: — Signor mio, ognun che vive al mondo pecca ed erra: né differisce in altro il buon dal rio, se non che l'uno è vinto ad ogni guerra che gli vien mossa da un piccol disio; l'altro ricorre all'arme e si difende, ma se 'l nimico è forte, anco ei si rende.
31
Se tu m'avessi posto alla difesa d'una tua rocca, e ch'al primiero assalto alzate avessi, senza far contesa, degl'inimici le bandiere in alto; di viltà, o tradimento, che più pesa, sugli occhi por mi si potria uno smalto: ma s'io cedessi a forza, son ben certo che biasmo non avrei, ma gloria e merto.
32
Sempre che l'inimico è più possente, più chi perde accettabile ha la scusa. Mia fé guardar dovea non altrimente ch'una fortezza d'ogn'intorno chiusa: così, con quanto senno e quanta mente da la somma Prudenza m'era infusa, io mi sforzai guardarla; ma al fin vinto da intolerando assalto, ne fui spinto. —
33
Così disse Odorico, e poi soggiunse (che saria lungo a ricontarvi il tutto) mostrando che gran stimolo lo punse, e non per lieve sferza s'era indutto. Se mai per prieghi ira di cor si emunse, s'umiltà di parlar fece mai frutto, quivi far lo dovea; che ciò che muova di cor durezza, ora Odorico trova.
34
Pigliar di tanta ingiuria alta vendetta, tra il sì Zerbino e il no resta confuso: il vedere il demerito lo alletta a far che sia il fellon di vita escluso; il ricordarsi l'amicizia stretta ch'era stata tra lor per sì lungo uso, con l'acqua di pietà l'accesa rabbia nel cor gli spegne, e vuol che mercé n'abbia.
35
Mentre stava così Zerbino in forse di liberare, o di menar captivo, o pur il disleal dagli occhi torse per morte, o pur tenerlo in pena vivo; quivi rignando il palafreno corse, che Mandricardo avea di briglia privo; e vi portò la vecchia che vicino a morte dianzi avea tratto Zerbino.
36
Il palafren, ch'udito di lontano avea quest'altri, era tra lor venuto, e la vecchia portatavi, ch'invano venìa piangendo e domandando aiuto. Come Zerbin lei vide, alzò la mano al ciel che sì benigno gli era suto, che datogli in arbitrio avea que' dui che soli odiati esser dovean da lui.
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