Orlando Furioso

Part 31

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Ruggier, quel dì che troppo audace ascese su l'ippogrifo, e verso il ciel levosse, lasciò Frontino, e Bradamante il prese (Frontino, che 'l destrier così nomosse); mandollo a Montalbano, e a buone spese tener lo fece, e mai non cavalcosse, se non per breve spazio e a picciol passo; sì ch'era più che mai lucido e grasso.

28

Ogni sua donna tosto, ogni donzella pon seco in opra, e con suttil lavoro fa sopra seta candida e morella tesser ricamo di finissimo oro; e di quel cuopre ed orna briglia e sella del buon destrier: poi sceglie una di loro figlia di Callitrefia sua nutrice, d'ogni secreto suo fida uditrice.

29

Quanto Ruggier l'era nel core impresso, mille volte narrato avea a costei; la beltà, la virtude, i modi d'esso esaltato l'avea fin sopra i dei. A sé chiamolla, e disse: — Miglior messo a tal bisogno elegger non potrei; che di te né più fido né più saggio imbasciator, Ippalca mia, non aggio. —

30

Ippalca la donzella era nomata. — Va, — le dice, e l'insegna ove de' gire; e pienamente poi l'ebbe informata di quanto avesse al suo signore a dire; e far la scusa se non era andata al monaster: che non fu per mentire; ma che Fortuna, che di noi potea più che noi stessi, da imputar s'avea.

31

Montar la fece s'un ronzino, e in mano la ricca briglia di Frontin le messe: e se sì pazzo alcuno o sì villano trovasse, che levar le lo volesse; per fargli a una parola il cervel sano, di chi fosse il destrier sol gli dicesse; che non sapea sì ardito cavalliero, che non tremasse al nome di Ruggiero.

32

Di molte cose l'ammonisce e molte, che trattar con Ruggier abbia in sua vece; le qual poi ch'ebbe Ippalca ben raccolte, si pose in via, né più dimora fece. Per strade e campi e selve oscure e folte cavalcò de le miglia più di diece; che non fu a darle noia chi venisse, né a domandarla pur dove ne gisse.

33

A mezzo il giorno, nel calar d'un monte, in una stretta e malagevol via si venne ad incontrar con Rodomonte, ch'armato un piccol nano e a piè seguia. Il Moro alzò vêr lei l'altiera fronte, e bestemmiò l'eterna Ierarchia, poi che sì bel destrier, sì bene ornato, non avea in man d'un cavallier trovato.

34

Avea giurato che 'l primo cavallo torria per forza, che tra via incontrasse. Or questo è stato il primo; e trovato hallo più bello e più per lui, che mai trovasse: ma torlo a una donzella gli par fallo; e pur agogna averlo, e in dubbio stasse. Lo mira, lo contempla, e dice spesso: — Deh perché il suo signor non è con esso! —

35

— Deh ci fosse egli! (gli rispose Ippalca) che ti faria cangiar forse pensiero. Assai più di te val chi lo cavalca, né lo pareggia al mondo altro guerriero. — — Chi è (le disse il Moro) che sì calca l'onore altrui? — Rispose ella: — Ruggiero. — E quel suggiunse: — Adunque il destrier voglio, poi ch'a Ruggier, sì gran campion, lo toglio.

36

Il qual, se sarà ver, come tu parli, che sia sì forte, e più d'ogn'altro vaglia, non che il destrier, ma la vettura darli converrammi, e in suo albitrio fia la taglia. Che Rodomonte io sono, hai da narrarli, e che, se pur vorrà meco battaglia, mi troverà; ch'ovunque io vada o stia, mi fa sempre apparir la luce mia.

37

Dovunque io vo, sì gran vestigio resta, che non lo lascia il fulmine maggiore. — Così dicendo, avea tornate in testa le redine dorate al corridore: sopra gli salta; e lacrimosa e mesta rimane Ippalca, e spinta dal dolore minaccia Rodomonte e gli dice onta: non l'ascolta egli, e su pel poggio monta.

38

Per quella via dove lo guida il nano per trovar Mandricardo e Doralice, gli viene Ippalca dietro di lontano, e lo bestemmia sempre e maledice. Ciò che di questo avvenne, altrove è piano. Turpin, che tutta questa istoria dice, fa qui digresso, e torna in quel paese dove fu dianzi morto il Maganzese.

39

Dato avea a pena a quel loco le spalle la figliuola d'Amon, ch'in fretta gìa, che v'arrivò Zerbin per altro calle con la fallace vecchia in compagnia: e giacer vide il corpo ne la valle del cavallier, che non sa già chi sia; ma, come quel ch'era cortese e pio, ebbe pietà del caso acerbo e rio.

40

Giaceva Pinabello in terra spento, versando il sangue per tante ferite, ch'esser doveano assai, se più di cento spade in sua morte si fossero unite. Il cavallier di Scozia non fu lento per l'orme che di fresco eran scolpite a porsi in avventura, se potea saper chi l'omicidio fatto avea.

41

Ed a Gabrina dice che l'aspette; che senza indugio a lei farà ritorno. Ella presso al cadavero si mette, e fissamente vi pon gli occhi intorno; perché, se cosa v'ha che le dilette, non vuol ch'un morto invan più ne sia adorno, come colei che fu, tra l'altre note, quanto avara esser più femina puote.

42

Se di portarne il furto ascosamente avesse avuto modo o alcuna speme, la sopravesta fatta riccamente gli avrebbe tolta, e le bell'arme insieme. Ma quel che può celarsi agevolmente, si piglia, e 'l resto fin al cor le preme. Fra l'altre spoglie un bel cinto levonne, e se ne legò i fianchi infra due gonne.

43

Poco dopo arrivò Zerbin, ch'avea seguito invan di Bradamante i passi, perché trovò il sentier che si torcea in molti rami ch'ivano alti e bassi: e poco ormai del giorno rimanea, né volea al buio star fra quelli sassi; e per trovare albergo diè le spalle con l'empia vecchia alla funesta valle.

44

Quindi presso a dua miglia ritrovaro un gran castel che fu detto Altariva, dove per star la notte si fermaro, che già a gran volo inverso il ciel saliva. Non vi ster molto, ch'un lamento amaro l'orecchie d'ogni parte lor feriva; e veggon lacrimar da tutti gli occhi, come la cosa a tutto il popul tocchi.

45

Zerbino dimandonne, e gli fu detto che venut'era al cont'Anselmo aviso, che fra duo monti in un sentiero istretto giacea il suo figlio Pinabello ucciso. Zerbin, per non ne dar di sé sospetto, di ciò si finge nuovo, e abbassa il viso; ma pensa ben, che senza dubbio sia quel ch'egli trovò morto in su la via.

46

Dopo non molto la bara funèbre giunse, a splendor di torchi e di facelle, là dove fece le strida più crebre con un batter di man gire alle stelle, e con più vena fuor de le palpèbre le lacrime inundar per le mascelle: ma più de l'altre nubilose ed atre era la faccia del misero patre.

47

Mentre apparecchio si facea solenne di grandi esequie e di funèbri pompe, secondo il modo ed ordine che tenne l'usanza antiqua e ch'ogni età corrompe; da parte del signore un bando venne, che tosto il popular strepito rompe, e promette gran premio a chi dia aviso chi stato sia che gli abbia il figlio ucciso.

48

Di voce in voce e d'una in altra orecchia il grido e 'l bando per la terra scorse, fin che l'udì la scelerata vecchia che di rabbia avanzò le tigri e l'orse; e quindi alla ruina s'apparecchia di Zerbino, o per l'odio che gli ha forse, o per vantarsi pur, che sola priva d'umanitade in uman corpo viva;

49

o fosse pur per guadagnarsi il premio: a ritrovar n'andò quel signor mesto; e dopo un verisimil suo proemio, gli disse che Zerbin fatto avea questo: e quel bel cinto si levò di gremio, che 'l miser padre a riconoscer presto, appresso il testimonio e tristo uffizio de l'empia vecchia, ebbe per chiaro indizio.

50

E lacrimando al ciel leva le mani, che 'l figliuol non sarà senza vendetta. Fa circundar l'albergo ai terrazzani; che tutto 'l popul s'è levato in fretta. Zerbin che gli nimici aver lontani si crede, e questa ingiuria non aspetta, dal conte Anselmo, che si chiama offeso tanto da lui, nel primo sonno è preso;

51

e quella notte in tenebrosa parte incatenato, e in gravi ceppi messo. Il sole ancor non ha le luci sparte, che l'ingiusto supplicio è già commesso; che nel loco medesimo si squarte, dove fu il mal c'hanno imputato ad esso. Altra esamina in ciò non si facea: bastava che 'l signor così credea.

52

Poi che l'altro matin la bella Aurora l'aer seren fe' bianco e rosso e giallo, tutto 'l popul gridando: — Mora, mora, — vien per punir Zerbin del non suo fallo. Lo sciocco vulgo l'accompagna fuora, senz'ordine, chi a piede e chi a cavallo, e 'l cavallier di Scozia a capo chino ne vien legato in s'un piccol ronzino.

53

Ma Dio, che spesso gl'innocenti aiuta, né lascia mai ch'in sua bontà si fida, tal difesa gli avea già proveduta, che non v'è dubbio più ch'oggi s'uccida. Quivi Orlando arrivò, la cui venuta alla via del suo scampo gli fu guida. Orlando giù nel pian vide la gente che trae a morte il cavallier dolente.

54

Era con lui quella fanciulla, quella che ritrovò ne la selvaggia grotta, del re galego la figlia Issabella, in poter già de' malandrin condotta, poi che lasciato avea ne la procella del truculento mar la nave rotta: quella che più vicino al core avea questo Zerbin, che l'alma onde vivea.

55

Orlando se l'avea fatta compagna, poi che de la caverna la riscosse. Quando costei li vide alla campagna, domandò Orlando, chi la turba fosse. — Non so, — diss'egli; e poi su la montagna lasciolla, e verso il pian ratto si mosse. Guardò Zerbino, ed alla vista prima lo giudicò baron di molta stima.

56

E fattosegli appresso, domandollo per che cagione e dove il menin preso. Levò il dolente cavalliero il collo, e meglio avendo il paladino inteso, rispose il vero; e così ben narrollo, che meritò dal conte esser difeso. Bene avea il conte alle parole scorto ch'era innocente, e che moriva a torto.

57

E poi che 'ntese che commesso questo era dal conte Anselmo d'Altariva, fu certo ch'era torto manifesto; ch'altro da quel fellon mai non deriva. Ed oltre a ciò, l'uno era all'altro infesto per l'antiquissimo odio che bolliva tra il sangue di Maganza e di Chiarmonte; e tra lor eran morti e danni ed onte.

58

— Slegate il cavallier (gridò), canaglia, (il conte a' masnadieri), o ch'io v'uccido. — — Chi è costui che sì gran colpi taglia? (rispose un che parer volle il più fido). Se di cera noi fussimo o di paglia, e di fuoco egli, assai fôra quel grido. — E venne contra il paladin di Francia: Orlando contra lui chinò la lancia.

59

La lucente armatura il Maganzese, che levata la notte avea a Zerbino, e postasela indosso, non difese contro l'aspro incontrar del paladino. Sopra la destra guancia il ferro prese: l'elmo non passò già, perch'era fino; ma tanto fu de la percossa il crollo, che la vita gli tolse e roppe il collo.

60

Tutto in un corso, senza tor di resta la lancia, passò un altro in mezzo 'l petto: quivi lasciolla, e la mano ebbe presta a Durindana; e nel drappel più stretto a chi fece due parti de la testa, a chi levò dal busto il capo netto; forò la gola a molti; e in un momento n'uccise e messe in rotta più di cento.

61

Più del terzo n'ha morto, e 'l resto caccia e taglia e fende e fiere e fora e tronca. Chi lo scudo, e chi l'elmo che lo 'mpaccia, e chi lascia lo spiedo e chi la ronca; chi al lungo, chi al traverso il camin spaccia; altri s'appiatta in bosco, altri in spelonca. Orlando, di pietà questo dì privo, a suo poter non vuol lasciarne un vivo.

62

Di cento venti (che Turpin sottrasse il conto), ottanta ne periro almeno. Orlando finalmente si ritrasse dove a Zerbin tremava il cor nel seno. S'al ritornar d'Orlando s'allegrasse, non si potria contare in versi a pieno. Se gli saria per onorar prostrato; ma si trovò sopra il ronzin legato.

63

Mentre ch'Orlando, poi che lo disciolse, l'aiutava a ripor l'arme sue intorno, ch'al capitan de la sbirraglia tolse, che per suo mal se n'era fatto adorno; Zerbino gli occhi ad Issabella volse, che sopra il colle avea fatto soggiorno, e poi che de la pugna vide il fine, portò le sue bellezze più vicine.

64

Quando apparir Zerbin si vide appresso la donna che da lui fu amata tanto, la bella donna che per falso messo credea sommersa, e n'ha più volte pianto; com'un ghiaccio nel petto gli sia messo, sente dentro aggelarsi, e triema alquanto: ma tosto il freddo manca, ed in quel loco tutto s'avampa d'amoroso fuoco.

65

Di non tosto abbracciarla lo ritiene la riverenza del signor d'Anglante; perché si pensa, e senza dubbio tiene ch'Orlando sia de la donzella amante. Così cadendo va di pene in pene, e poco dura il gaudio ch'ebbe inante: il vederla d'altrui peggio sopporta, che non fe' quando udì ch'ella era morta.

66

E molto più gli duol che sia in podesta del cavalliero a cui cotanto debbe; perché volerla a lui levar né onesta né forse impresa facile sarebbe. Nessuno altro da sé lassar con questa preda partir senza romor vorrebbe: ma verso il conte il suo debito chiede che se lo lasci por sul collo il piede.

67

Giunsero taciturni ad una fonte, dove smontaro e fer qualche dimora. Trassesi l'elmo il travagliato conte, ed a Zerbin lo fece trarre ancora. Vede la donna il suo amatore in fronte, e di subito gaudio si scolora; poi torna come fiore umido suole dopo gran pioggia all'apparir del sole.

68

E senza indugio e senza altro rispetto corre al suo caro amante, e il collo abbraccia; e non può trar parola fuor del petto, ma di lacrime il sen bagna e la faccia. Orlando attento all'amoroso affetto, senza che più chiarezza se gli faccia, vide a tutti gl'indizi manifesto ch'altri esser, che Zerbin, non potea questo.

69

Come la voce aver poté Issabella, non bene asciutta ancor l'umida guancia, sol de la molta cortesia favella, che l'avea usata il paladin di Francia. Zerbino, che tenea questa donzella con la sua vita pare a una bilancia, si getta a' piè del conte, e quello adora come a chi gli ha due vite date a un'ora.

70

Molti ringraziamenti e molte offerte erano per seguir tra i cavallieri, se non udian sonar le vie coperte dagli arbori di frondi oscuri e neri. Presti alle teste lor, ch'eran scoperte, posero gli elmi, e presero i destrieri: ed ecco un cavalliero e una donzella lor sopravien, ch'a pena erano in sella.

71

Era questo guerrier quel Mandricardo che dietro Orlando in fretta si condusse per vendicar Alzirdo e Manilardo, che 'l paladin con gran valor percusse: quantunque poi lo seguitò più tardo; che Doralice in suo poter ridusse, la quale avea con un troncon di cerro tolta a cento guerrier carchi di ferro.

72

Non sapea il Saracin però, che questo, ch'egli seguia, fosse il signor d'Anglante: ben n'avea indizio e segno manifesto ch'esser dovea gran cavalliero errante. A lui mirò più ch'a Zerbino, e presto gli andò con gli occhi dal capo alle piante; e i dati contrasegni ritrovando, disse: — Tu se' colui ch'io vo cercando.

73

Sono omai dieci giorni (gli soggiunse) che di cercar non lascio i tuo' vestigi: tanto la fama stimolommi e punse, che di te venne al campo di Parigi, quando a fatica un vivo sol vi giunse di mille che mandasti ai regni stigi; e la strage contò, che da te venne sopra i Norizi e quei di Tremisenne.

74

Non fui, come lo seppi, a seguir lento, e per vederti e per provarti appresso: e perché m'informai del guernimento c'hai sopra l'arme, io so che tu sei desso; e se non l'avessi anco, e che fra cento per celarti da me ti fossi messo, il tuo fiero sembiante mi faria chiaramente veder che tu quel sia. —

75

— Non si può (gli rispose Orlando) dire che cavallier non sii d'alto valore; però che sì magnanimo desire non mi credo albergasse in umil core. Se 'l volermi veder ti fa venire, vo' che mi veggi dentro, come fuore: mi leverò questo elmo da le tempie, acciò ch'a punto il tuo desire adempie.

76

Ma poi che ben m'avrai veduto in faccia, all'altro desiderio ancora attendi: resta ch'alla cagion tu satisfaccia, che fa che dietro questa via mi prendi; che veggi se 'l valor mio si confaccia a quel sembiante fier che sì commendi. — — Orsù (disse il pagano), al rimanente; ch'al primo ho satisfatto interamente. —

77

Il conte tuttavia dal capo al piede va cercando il pagan tutto con gli occhi: mira ambi i fianchi, indi l'arcion; né vede pender né qua né là mazze né stocchi. Gli domanda di ch'arme si provede, s'avvien che con la lancia in fallo tocchi. Rispose quel: — Non ne pigliar tu cura: così a molt'altri ho ancor fatto paura.

78

Ho sacramento di non cinger spada, fin ch'io non tolgo Durindana al conte; e cercando lo vo per ogni strada, acciò più d'una posta meco sconte. Lo giurai (se d'intenderlo t'aggrada) quando mi posi quest'elmo alla fronte, il qual con tutte l'altr'arme ch'io porto, era d'Ettòr, che già mill'anni è morto.

79

La spada sola manca alle buone arme: come rubata fu, non ti so dire. Or che la porti il paladino, parme; e di qui vien ch'egli ha sì grande ardire. Ben penso, se con lui posso accozzarme, fargli il mal tolto ormai ristituire. Cercolo ancor, che vendicar disio il famoso Agrican genitor mio.

80

Orlando a tradimento gli diè morte: ben so che non potea farlo altrimente. — Il conte più non tacque, e gridò forte: — E tu e qualunque il dice, se ne mente. Ma quel che cerchi t'è venuto in sorte: io sono Orlando, e uccisil giustamente; e questa è quella spada che tu cerchi, che tua sarà, se con virtù la merchi.

81

Quantunque sia debitamente mia, tra noi per gentilezza si contenda: né voglio in questa pugna ch'ella sia più tua che mia; ma a un arbore s'appenda. Levala tu liberamente via, s'avvien che tu m'uccida o che mi prenda. — Così dicendo, Durindana prese, e 'n mezzo il campo a un arbuscel l'appese.

82

Già l'un da l'altro è dipartito lunge, quanto sarebbe un mezzo tratto d'arco: già l'uno contra l'altro il destrier punge, né de le lente redine gli è parco: già l'uno e l'altro di gran colpo aggiunge dove per l'elmo la veduta ha varco. Parveno l'aste, al rompersi, di gielo; e in mille schegge andar volando al cielo.

83

L'una e l'altra asta è forza che si spezzi; che non voglion piegarsi i cavallieri, i cavallier che tornano coi pezzi che son restati appresso i calci interi. Quelli, che sempre fur nel ferro avezzi, or, come duo villan per sdegno fieri nel partir acque o termini de prati, fan crudel zuffa di duo pali armati.

84

Non stanno l'aste a quattro colpi salde, e mancan nel furor di quella pugna. Di qua e di là si fan l'ire più calde; né da ferir lor resta altro che pugna. Schiodano piastre, e straccian maglie e falde, pur che la man, dove s'aggraffi, giugna. Non desideri alcun, perché più vaglia, martel più grave o più dura tanaglia.

85

Come può il Saracin ritrovar sesto di finir con suo onore il fiero invito? Pazzia sarebbe il perder tempo in questo, che nuoce al feritor più ch'al ferito. Andò alle strette l'uno e l'altro, e presto il re pagano Orlando ebbe ghermito: lo strigne al petto; e crede far le prove che sopra Anteo fe' già il figliol di Giove.

86

Lo piglia con molto impeto a traverso: quando lo spinge, e quando a sé lo tira; ed è ne la gran colera sì immerso, ch'ove resti la briglia poco mira. Sta in sé raccolto Orlando, e ne va verso il suo vantaggio, e alla vittoria aspira: gli pon la cauta man sopra le ciglia del cavallo, e cader ne fa la briglia.

87

Il Saracino ogni poter vi mette, che lo soffoghi, o de l'arcion lo svella: negli urti il conte ha le ginocchia strette; né in questa parte vuol piegar né in quella. Per quel tirar che fa il pagan, costrette le cingie son d'abandonar la sella. Orlando è in terra, e a pena sel conosce: ch'i piedi ha in staffa, e stringe ancor le cosce.

88

Con quel rumor ch'un sacco d'arme cade, risuona il conte, come il campo tocca. Il destrier c'ha la testa in libertade, quello a chi tolto il freno era di bocca, non più mirando i boschi che le strade, con ruinoso corso si trabocca, spinto di qua e di là dal timor cieco; e Mandricardo se ne porta seco.

89

Doralice che vede la sua guida uscir dal campo e torlesi d'appresso, e mal restarne senza si confida, dietro, correndo, il suo ronzin gli ha messo. Il pagan per orgoglio al destrier grida, e con mani e con piedi il batte spesso; e, come non sia bestia, lo minaccia perché si fermi, e tuttavia più il caccia.

90

La bestia, ch'era spaventosa e poltra, sanza guardarsi ai piè, corre a traverso. Già corso avea tre miglia, e seguiva oltra, s'un fosso a quel desir non era avverso; che, sanza aver nel fondo o letto o coltra, riceve l'uno e l'altro in sé riverso. Diè Mandricardo in terra aspra percossa; né però si fiaccò né si roppe ossa.

91

Quivi si ferma il corridore al fine, ma non si può guidar, che non ha freno. Il Tartaro lo tien preso nel crine, e tutto è di furore e d'ira pieno. Pensa, e non sa quel che di far destine. — Pongli la briglia del mio palafreno (la donna gli dicea); che non è molto il mio feroce, o sia col freno o sciolto. —

92

Al Saracin parea discortesia la proferta accettar di Doralice; ma fren gli farà aver per altra via Fortuna a' suoi disii molto fautrice. Quivi Gabrina scelerata invia, che, poi che di Zerbin fu traditrice, fuggia, come la lupa che lontani oda venire i cacciatori e i cani.

93

Ella avea ancora indosso la gonnella, e quei medesimi giovenili ornati che furo alla vezzosa damigella di Pinabel, per lei vestir, levati; ed avea il palafreno anco di quella, dei buon del mondo e degli avantaggiati. La vecchia sopra il Tartaro trovosse, ch'ancor non s'era accorta che vi fosse.

94

L'abito giovenil mosse la figlia di Stordilano, e Mandricardo a riso, vedendolo a colei che rassimiglia a un babuino, a un bertuccione in viso. Disegna il Saracin torle la briglia pel suo destriero, e riuscì l'aviso. Toltogli il morso, il palafren minaccia, gli grida, lo spaventa, e in fuga il caccia.

95

Quel fugge per la selva, e seco porta la quasi morta vecchia di paura per valli e monti e per via dritta e torta, per fossi e per pendici alla ventura. Ma il parlar di costei sì non m'importa, ch'io non debba d'Orlando aver più cura, ch'alla sua sella ciò ch'era di guasto, tutto ben racconciò sanza contrasto.

96

Rimontò sul destriero, e ste' gran pezzo a riguardar che 'l Saracin tornasse. Nol vedendo apparir, volse da sezzo egli esser quel ch'a ritrovarlo andasse; ma, come costumato e bene avezzo, non prima il paladin quindi si trasse, che con dolce parlar grato e cortese buona licenza dagli amanti prese.

97

Zerbin di quel partir molto si dolse; di tenerezza ne piangea Issabella: voleano ir seco, ma il conte non volse lor compagnia, ben ch'era e buona e bella; e con questa ragion se ne disciolse, ch'a guerrier non è infamia sopra quella che, quando cerchi un suo nimico, prenda compagno che l'aiuti e che 'l difenda.

98

Li pregò poi, che quando il Saracino, prima ch'in lui, si riscontrasse in loro, gli dicesser ch'Orlando avria vicino ancor tre giorni per quel tenitoro; ma dopo, che sarebbe il suo camino verso le 'nsegne dei bei gigli d'oro, per esser con l'esercito di Carlo, acciò, volendol, sappia onde chiamarlo.

99

Quelli promiser farlo volentieri, e questa e ogn'altra cosa al suo comando. Feron camin diverso i cavallieri, di qua Zerbino, e di là il conte Orlando. Prima che pigli il conte altri sentieri, all'arbor tolse, e a sé ripose il brando; e dove meglio col pagan pensosse di potersi incontrare, il destrier mosse.

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