Orlando Furioso

Part 29

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Con esso un colpo il capo fesse e il collo; ch'elmo non v'era, e non vi fu riparo. Pervenne Argeo, senza pur dare un crollo, de la misera vita al fine amaro: e tal l'uccise, che mai non pensollo, né mai l'avria creduto: oh caso raro! che cercando giovar, fece all'amico quel di che peggio non si fa al nimico.

50

Poscia ch'Argeo non conosciuto giacque, rende a Gabrina il mio fratel la spada. Gabrina è il nome di costei, che nacque sol per tradire ognun che in man le cada. Ella, che 'l ver fin a quell'ora tacque, vuol che Filandro a riveder ne vada col lume in mano il morto ond'egli è reo: e gli dimostra il suo compagno Argeo.

51

E gli minaccia poi, se non consente all'amoroso suo lungo desire, di palesare a tutta quella gente quel ch'egli ha fatto, e nol può contradire; e lo farà vituperosamente come assassino e traditor morire: e gli ricorda che sprezzar la fama non de', se ben la vita sì poco ama.

52

Pien di paura e di dolor rimase Filandro, poi che del suo error s'accorse. Quasi il primo furor gli persuase d'uccider questa, e stette un pezzo in forse: e se non che ne le nimiche case si ritrovò (che la ragion soccorse), non si trovando avere altr'arme in mano, coi denti la stracciava a brano a brano.

53

Come ne l'alto mar legno talora, che da duo venti sia percosso e vinto, ch'ora uno inanzi l'ha mandato, ed ora un altro al primo termine respinto, e l'han girato da poppa e da prora, dal più possente al fin resta sospinto; così Filandro, tra molte contese de' duo pensieri, al manco rio s'apprese.

54

Ragion gli dimostrò il pericol grande, oltre al morir, del fine infame e sozzo, se l'omicidio nel castel si spande; e del pensare il termine gli è mozzo. Voglia o non voglia, al fin convien che mande l'amarissimo calice nel gozzo. Pur finalmente ne l'afflitto core più de l'ostinazion poté il timore.

55

Il timor del supplicio infame e brutto prometter fece con mille scongiuri, che faria di Gabrina il voler tutto, se di quel luogo se partian sicuri. Così per forza colse l'empia il frutto del suo desire, e poi lasciar quei muri. Così Filandro a noi fece ritorno, di sé lasciando in Grecia infamia e scorno.

56

E portò nel cor fisso il suo compagno che così scioccamente ucciso avea, per far con sua gran noia empio guadagno d'una Progne crudel, d'una Medea. E se la fede e il giuramento, magno e duro freno, non lo ritenea, come al sicuro fu, morta l'avrebbe; ma, quanto più si puote, in odio l'ebbe.

57

Non fu da indi in qua rider mai visto: tutte le sue parole erano meste, sempre sospir gli uscian dal petto tristo, ed era divenuto un nuovo Oreste, poi che la madre uccise e il sacro Egisto, e che l'ultrice Furie ebbe moleste. E senza mai cessar, tanto l'afflisse questo dolor, ch'infermo al letto il fisse.

58

Or questa meretrice, che si pensa quanto a quest'altro suo poco sia grata, muta la fiamma già d'amore intensa in odio, in ira ardente ed arrabbiata; né meno è contra al mio fratello accensa, che fosse contra Argeo la scelerata: e dispone tra sé levar dal mondo, come il primo marito, anco il secondo.

59

Un medico trovò d'inganni pieno, sufficiente ed atto a simil uopo, che sapea meglio uccider di veneno, che risanar gl'infermi di silopo; e gli promesse, inanzi più che meno di quel che domandò, donargli, dopo ch'avesse con mortifero liquore levatole dagli occhi il suo signore.

60

Già in mia presenza e d'altre più persone venìa col tosco in mano il vecchio ingiusto, dicendo ch'era buona pozione da ritornare il mio fratel robusto. Ma Gabrina con nuova intenzione, pria che l'infermo ne turbasse il gusto, per torsi il consapevole d'appresso, o per non dargli quel ch'avea promesso,

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la man gli prese, quando a punto dava la tazza dove il tosco era celato, dicendo: — Ingiustamente è se 'l ti grava ch'io tema per costui c'ho tanto amato. Voglio esser certa che bevanda prava tu non gli dia, né succo avelenato; e per questo mi par che 'l beveraggio non gli abbi a dar, se non ne fai tu il saggio. —

62

Come pensi, signor, che rimanesse il miser vecchio conturbato allora? La brevità del tempo sì l'oppresse, che pensar non poté che meglio fôra; pur, per non dar maggior sospetto, elesse il calice gustar senza dimora: e l'infermo, seguendo una tal fede, tutto il resto pigliò, che si gli diede.

63

Come sparvier che nel piede grifagno tenga la starna e sia per trarne pasto, dal can che si tenea fido compagno, ingordamente è sopragiunto e guasto; così il medico intento al rio guadagno, donde sperava aiuto ebbe contrasto. Odi di summa audacia esempio raro! e così avvenga a ciascun altro avaro.

64

Fornito questo, il vecchio s'era messo, per ritornare alla sua stanza, in via, ed usar qualche medicina appresso, che lo salvasse da la peste ria; ma da Gabrina non gli fu concesso, dicendo non voler ch'andasse pria che 'l succo ne lo stomaco digesto il suo valor facesse manifesto.

65

Pregar non val, né far di premio offerta, che lo voglia lasciar quindi partire. Il disperato, poi che vede certa la morte sua, né la poter fuggire, ai circostanti fa la cosa aperta; né la seppe costei troppo coprire. E così quel che fece agli altri spesso, quel buon medico al fin fece a se stesso:

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e sequitò con l'alma quella ch'era già de mio frate caminata inanzi. Noi circostanti, che la cosa vera del vecchio udimmo, che fe' pochi avanzi, pigliammo questa abominevol fera, più crudel di qualunque in selva stanzi; e la serrammo in tenebroso loco, per condannarla al meritato foco. —

67

Questo Ermonide disse, e più voleva seguir, com'ella di prigion levossi; ma il dolor de la piaga sì l'aggreva, che pallido ne l'erba riversossi. Intanto duo scudier, che seco aveva, fatto una bara avean di rami grossi: Ermonide si fece in quella porre; ch'indi altrimente non si potea torre.

68

Zerbin col cavallier fece sua scusa, che gl'increscea d'averli fatto offesa; ma, come pur tra cavallieri s'usa, colei che venìa seco avea difesa: ch'altrimente sua fé saria confusa; perché, quando in sua guardia l'avea presa, promesse a sua possanza di salvarla contra ognun che venisse a disturbarla.

69

E s'in altro potea gratificargli, prontissimo offeriase alla sua voglia. Rispose il cavallier, che ricordargli sol vuol, che da Gabrina si discioglia prima ch'ella abbia cosa a machinargli, di ch'esso indarno poi si penta e doglia. Gabrina tenne sempre gli occhi bassi, perché non ben risposta al vero dassi.

70

Con la vecchia Zerbin quindi partisse al già promesso debito viaggio; e tra sé tutto il dì la maledisse, che far gli fece a quel barone oltraggio. Ed or che pel gran mal che gli ne disse chi lo sapea, di lei fu istrutto e saggio, se prima l'avea a noia e a dispiacere, or l'odia sì che non la può vedere.

71

Ella che di Zerbin sa l'odio a pieno, né in mala voluntà vuole esser vinta, un'oncia a lui non ne riporta meno: la tien di quarta, e la rifà di quinta. Nel cor era gonfiata di veneno, e nel viso altrimente era dipinta. Dunque ne la concordia ch'io vi dico, tenean lor via per mezzo il bosco antico.

72

Ecco, volgendo il sol verso la sera, udiron gridi e strepiti e percosse, che facean segno di battaglia fiera che, quanto era il rumor, vicina fosse. Zerbino, per veder la cosa ch'era, verso il rumore in gran fretta si mosse: non fu Gabrina lenta a seguitarlo. Di quel ch'avvenne, all'altro canto io parlo.

CANTO VENTIDUESIMO

1

Cortesi donne e grate al vostro amante, voi che d'un solo amor sète contente, come che certo sia, fra tante e tante, che rarissime siate in questa mente; non vi dispiaccia quel ch'io dissi inante, quando contra Gabrina fui sì ardente, e s'ancor son per spendervi alcun verso, di lei biasmando l'animo perverso.

2

Ella era tale; e come imposto fummi da chi può in me, non preterisco il vero. Per questo io non oscuro gli onor summi d'una e d'un'altra ch'abbia il cor sincero. Quel che 'l Maestro suo per trenta nummi diede a' Iudei, non nocque a Ianni o a Piero; né d'Ipermestra è la fama men bella, se ben di tante inique era sorella.

3

Per una che biasmar cantando ardisco (che l'ordinata istoria così vuole), lodarne cento incontra m'offerisco, e far lor virtù chiara più che 'l sole. Ma tornando al lavor che vario ordisco, ch'a molti, lor mercé, grato esser suole, del cavallier di Scozia io vi dicea, ch'un alto grido appresso udito avea.

4

Fra due montagne entrò in un stretto calle onde uscia il grido, e non fu molto inante, che giunse dove in una chiusa valle si vide un cavallier morto davante. Chi sia dirò; ma prima dar le spalle a Francia voglio, e girmene in Levante, tanto ch'io trovi Astolfo paladino, che per Ponente avea preso il camino.

5

Io lo lasciai ne la città crudele, onde col suon del formidabil corno avea cacciato il populo infedele, e gran periglio toltosi d'intorno, ed a' compagni fatto alzar le vele, e dal lito fuggir con grave scorno. Or seguendo di lui, dico che prese la via d'Armenia, e uscì di quel paese.

6

E dopo alquanti giorni in Natalia trovossi, e inverso Bursia il camin tenne; onde, continuando la sua via di qua dal mare, in Tracia se ne venne. Lungo il Danubio andò per l'Ungaria; e come avesse il suo destrier le penne, i Moravi e i Boemi passò in meno di venti giorni e la Franconia e il Reno.

7

Per la selva d'Ardenna in Aquisgrana giunse e in Barbante, e in Fiandra al fin s'imbarca. L'aura che soffia verso tramontana, la vela in guisa in su la prora carca, ch'a mezzo giorno Astolfo non lontana vede Inghilterra, ove nel lito varca. Salta a cavallo, e in tal modo lo punge, ch'a Londra quella sera ancora giunge.

8

Quivi sentendo poi che 'l vecchio Otone già molti mesi inanzi era in Parigi, e che di nuovo quasi ogni barone avea imitato i suoi degni vestigi; d'andar subito in Francia si dispone: e così torna al porto di Tamigi, onde con le vele alte uscendo fuora, verso Calessio fe' drizzar la prora.

9

Un ventolin che leggiermente all'orza ferendo, avea adescato il legno all'onda, a poco a poco cresce e si rinforza; poi vien sì, ch'al nocchier ne soprabonda. Che li volti la poppa al fine è forza; se non, gli caccerà sotto la sponda. Per la schena del mar tien dritto il legno, e fa camin diverso al suo disegno.

10

Or corre a destra, or a sinistra mano, di qua di là, dove fortuna spinge, e piglia terra al fin presso a Roano; e come prima il dolce lito attinge, fa rimetter la sella a Rabicano, e tutto s'arma e la spada si cinge. Prende il camino, ed ha seco quel corno che gli val più che mille uomini intorno.

11

E giunse, traversando una foresta, a piè d'un colle ad una chiara fonte, ne l'ora che 'l monton di pascer resta, chiuso in capanna, o sotto un cavo monte. E dal gran caldo e da la sete infesta vinto, si trasse l'elmo da la fronte; legò il destrier tra le più spesse fronde, e poi venne per bere alle fresche onde.

12

Non avea messo ancor le labra in molle, ch'un villanel che v'era ascoso appresso, sbuca fuor d'una macchia, e il destrier tolle, sopra vi sale, e se ne va con esso. Astolfo il rumor sente, e'l capo estolle; e poi che 'l danno suo vede sì espresso, lascia la fonte, e sazio senza bere, gli va dietro correndo a più potere.

13

Quel ladro non si stende a tutto corso, che dileguato si saria di botto; ma or lentando or raccogliendo il morso, se ne va di galoppo e di buon trotto. Escon del bosco dopo un gran discorso; e l'uno e l'altro al fin si fu ridotto là dove tanti nobili baroni eran senza prigion più che prigioni.

14

Dentro il palagio il villanel si caccia con quel destrier che i venti al corso adegua. Forza è ch'Astolfo, il qual lo scudo impaccia, l'elmo e l'altr'arme, di lontan lo segua. Pur giunge anch'egli, e tutta quella traccia che fin qui avea seguita, si dilegua; che più né Rabican né 'l ladro vede, e gira gli occhi, e indarno affretta il piede;

15

affretta il piede e va cercando invano e le logge e le camere e le sale; ma per trovare il perfido villano, di sua fatica nulla si prevale. Non sa dove abbia ascoso Rabicano, quel suo veloce sopra ogni animale; e senza frutto alcun tutto quel giorno cercò di su di giù, dentro e d'intorno.

16

Confuso e lasso d'aggirarsi tanto, s'avvide che quel loco era incantato; e del libretto ch'avea sempre a canto, che Logistilla in India gli avea dato, acciò che, ricadendo in nuovo incanto, potessi aitarsi, si fu ricordato: all'indice ricorse, e vide tosto a quante carte era il rimedio posto.

17

Del palazzo incantato era difuso scritto nel libro; e v'eran scritti i modi di fare il mago rimaner confuso, e a tutti quei prigion di sciorre i nodi. Sotto la soglia era uno spirto chiuso, che facea questi inganni e queste frodi: e levata la pietra ov'è sepolto, per lui sarà il palazzo in fumo sciolto.

18

Desideroso di condurre a fine il paladin sì gloriosa impresa, non tarda più che 'l braccio non inchine a provar quanto il grave marmo pesa. Come Atlante le man vede vicine per far che l'arte sua sia vilipesa, sospettoso di quel che può avvenire, lo va con nuovi incanti ad assalire.

19

Lo fa con diaboliche sue larve parer da quel diverso, che solea: gigante ad altri, ad altri un villan parve, ad altri un cavallier di faccia rea. Ognuno in quella forma in che gli apparve nel bosco il mago, il paladin vedea; sì che per riaver quel che gli tolse il mago, ognuno al paladin si volse.

20

Ruggier, Gradasso, Iroldo, Bradamante, Brandimarte, Prasildo, altri guerrieri in questo nuovo error si fero inante, per distruggere il duca accesi e fieri. Ma ricordossi il corno in quello istante, che fe' loro abbassar gli animi altieri. Se non si soccorrea col grave suono, morto era il paladin senza perdono.

21

Ma tosto che si pon quel corno a bocca e fa sentire intorno il suono orrendo, a guisa dei colombi, quando scocca lo scoppio, vanno i cavallier fuggendo. Non meno al negromante fuggir tocca, non men fuor de la tana esce temendo pallido e sbigottito, e se ne slunga tanto, che 'l suono orribil non lo giunga.

22

Fuggì il guardian coi suo' prigioni; e dopo de le stalle fuggir molti cavalli, ch'altro che fune a ritenerli era uopo, e seguiro i patron per vari calli. In casa non restò gatta né topo al suon che par che dica: Dàlli, dàlli. Sarebbe ito con gli altri Rabicano, se non ch'all'uscir venne al duca in mano.

23

Astolfo, poi ch'ebbe cacciato il mago, levò di su la soglia il grave sasso, e vi ritrovò sotto alcuna imago, ed altre cose che di scriver lasso: e di distrugger quello incanto vago, di ciò che vi trovò, fece fraccasso, come gli mostra il libro che far debbia; e si sciolse il palazzo in fumo e in nebbia.

24

Quivi trovò che di catena d'oro di Ruggiero il cavallo era legato, parlo di quel che 'l negromante moro per mandarlo ad Alcina gli avea dato; a cui poi Logistilla fe' il lavoro del freno, ond'era in Francia ritornato, e girato da l'India all'Inghilterra tutto avea il lato destro de la terra.

25

Non so se vi ricorda che la briglia lasciò attaccata all'arbore quel giorno che nuda da Ruggier sparì la figlia di Galafrone, e gli fe' l'alto scorno. Fe' il volante destrier, con maraviglia di chi lo vide, al mastro suo ritorno; e con lui stette infin al giorno sempre, che de l'incanto fur rotte le tempre.

26

Non potrebbe esser stato più giocondo d'altra aventura Astolfo, che di questa; che per cercar la terra e il mar, secondo ch'avea desir, quel ch'a cercar gli resta, e girar tutto in pochi giorni il mondo, troppo venìa questo ippogrifo a sesta. Sapea egli ben quanto a portarlo era atto, che l'avea altrove assai provato in fatto.

27

Quel giorno in India lo provò, che tolto da la savia Melissa fu di mano a quella scelerata che travolto gli avea in mirto silvestre il viso umano: e ben vide e notò come raccolto gli fu sotto la briglia il capo vano da Logistilla, e vide come istrutto fosse Ruggier di farlo andar per tutto.

28

Fatto disegno l'ippogrifo torsi, la sella sua, ch'appresso avea, gli messe; e gli fece, levando da più morsi una cosa ed un'altra, un che lo resse; che dei destrier ch'in fuga erano corsi, quivi attaccate eran le briglie spesse. Ora un pensier di Rabicano solo lo fa tardar che non si leva a volo.

29

D'amar quel Rabicano avea ragione; che non v'era un miglior per correr lancia, e l'avea da l'estrema regione de l'India cavalcato insin in Francia. Pensa egli molto; e in somma si dispone darne più tosto ad un suo amico mancia, che, lasciandolo quivi in su la strada, se l'abbia il primo ch'a passarvi accada.

30

Stava mirando se vedea venire pel bosco o cacciatore o alcun villano, da cui far si potesse indi seguire a qualche terra, e trarvi Rabicano. Tutto quel giorno e sin all'apparire de l'altro stette riguardando invano. L'altro matin, ch'era ancor l'aer fosco, veder gli parve un cavallier pel bosco.

31

Ma mi bisogna, s'io vo' dirvi il resto, ch'io trovi Ruggier prima e Bradamante. Poi che si tacque il corno, e che da questo loco la bella coppia fu distante, guardò Ruggiero, e fu a conoscer presto quel che fin qui gli avea nascoso Atlante: fatto avea Atlante che fin a quell'ora tra lor non s'eran conosciuti ancora.

32

Ruggier riguarda Bradamante, ed ella riguarda lui con alta maraviglia, che tanti dì l'abbia offuscato quella illusion sì l'animo e le ciglia. Ruggiero abbraccia la sua donna bella, che più che rosa ne divien vermiglia; e poi di su la bocca i primi fiori cogliendo vien dei suoi beati amori.

33

Tornaro ad iterar gli abbracciamenti mille fiate, ed a tenersi stretti i duo felici amanti, e sì contenti, ch'a pena i gaudi lor capiano i petti. Molto lor duol che per incantamenti, mentre che fur negli errabondi tetti, tra lor non s'eran mai riconosciuti, e tanti lieti giorni eran perduti.

34

Bradamante, disposta di far tutti i piaceri che far vergine saggia debbia ad un suo amator, sì che di lutti, senza il suo onore offendere, il sottraggia; dice a Ruggier, se a dar gli ultimi frutti lei non vuol sempre aver dura e selvaggia, la faccia domandar per buoni mezzi al padre Amon: ma prima si battezzi.

35

Ruggier, che tolto avria non solamente viver cristiano per amor di questa, com'era stato il padre, e antiquamente l'avolo e tutta la sua stirpe onesta; ma, per farle piacere, immantinente data le avria la vita che gli resta: — Non che ne l'acqua (disse), ma nel fuoco per tuo amor porre il capo mi fia poco. —

36

Per battezzarsi dunque, indi per sposa la donna aver, Ruggier si messe in via, guidando Bradamante a Vallombrosa (così fu nominata una badia ricca e bella, né men religiosa, e cortese a chiunque vi venìa); e trovaro all'uscir de la foresta donna che molto era nel viso mesta.

37

Ruggier, che sempre uman, sempre cortese era a ciascun, ma più alle donne molto, come le belle lacrime comprese cader rigando il delicato volto, n'ebbe pietade, e di disir s'accese di saper il suo affanno; ed a lei volto, dopo onesto saluto, domandolle perch'avea sì di pianto il viso molle.

38

Ed ella, alzando i begli umidi rai, umanissimamente gli rispose, e la cagion de' suoi penosi guai, poi che le domandò, tutta gli espose. — Gentil signor (disse ella), intenderai che queste guance son sì lacrimose per la pietà ch'a un giovinetto porto, ch'in un castel qui presso oggi fia morto.

39

Amando una gentil giovane e bella, che di Marsilio re di Spagna è figlia, sotto un vel bianco e in feminil gonella, finta la voce e il volger de le ciglia, egli ogni notte si giacea con quella, senza darne sospetto alla famiglia: ma sì secreto alcuno esser non puote, ch'al lungo andar non sia chi 'l vegga e note.

40

Se n'accorse uno, e ne parlò con dui; gli dui con altri, insin ch'al re fu detto. Venne un fedel del re l'altr'ieri a nui, che questi amanti fe' pigliar nel letto; e ne la rocca gli ha fatto ambedui divisamente chiudere in distretto: né credo per tutto oggi ch'abbia spazio il gioven, che non mora in pena e in strazio.

41

Fuggita me ne son per non vedere tal crudeltà; che vivo l'arderanno: né cosa mi potrebbe più dolere, che faccia di sì bel giovine il danno; né potrò aver giamai tanto piacere, che non si volga subito in affanno, che de la crudel fiamma mi rimembri, ch'abbia arsi i belli e delicati membri. —

42

Bradamante ode, e par ch'assai le prema questa novella, e molto il cor l'annoi; né par che men per quel dannato tema, che se fosse uno dei fratelli suoi. Né certo la paura in tutto scema era di causa, come io dirò poi. Si volse ella a Ruggiero, e disse: — Parme ch'in favor di costui sien le nostr'arme. —

43

E disse a quella mesta: — Io ti conforto che tu vegga di porci entro alle mura, che se 'l giovine ancor non avran morto, più non l'uccideran, stanne sicura. — Ruggiero, avendo il cor benigno scorto de la sua donna e la pietosa cura, sentì tutto infiammarsi di desire di non lasciare il giovine morire.

44

Ed alla donna, a cui dagli occhi cade un rio di pianto, dice: — Or che s'aspetta? Soccorrer qui, non lacrimare accade: fa ch'ove è questo tuo, pur tu ci metta. Di mille lance trar, di mille spade tel promettian, pur che ci meni in fretta: ma studia il passo più che puoi, che tarda non sia l'aita, e intanto il fuoco l'arda. —

45

L'alto parlare e la fiera sembianza di quella coppia a maraviglia ardita, ebbon di tornar forza la speranza colà dond'era già tutta fuggita; ma perch'ancor, più che la lontananza, temeva il ritrovar la via impedita, e che saria per questo indarno presa, stava la donna in sé tutta sospesa.

46

Poi disse lor: — Facendo noi la via che dritta e piana va fin a quel loco, credo ch'a tempo vi si giungeria, che non sarebbe ancora acceso il fuoco: ma gir convien per così torta e ria, che 'l termine d'un giorno saria poco a riuscirne; e quando vi saremo, che troviam morto il giovine mi temo. —

47

— E perché non andian (disse Ruggiero) per la più corta? — E la donna rispose: — Perché un castel de' conti da Pontiero tra via si trova, ove un costume pose, non son tre giorni ancora, iniquo e fiero a cavallieri e a donne aventurose, Pinabello, il peggior uomo che viva, figliuol del conte Anselmo d'Altariva.

48

Quindi né cavallier né donna passa, che se ne vada senza ingiuria e danni: l'uno e l'altro a piè resta; ma vi lassa il guerrier l'arme, e la donzella i panni. Miglior cavallier lancia non abbassa, e non abbassò in Francia già molt'anni, di quattro che giurato hanno al castello la legge mantener di Pinabello.

49

Come l'usanza (che non è più antiqua di tre dì) cominciò, vi vo' narrare; e sentirete se fu dritta o obliqua cagion che i cavallier fece giurare. Pinabello ha una donna così iniqua, così bestial, ch'al mondo è senza pare; che con lui, non so dove, andando un giorno, ritrovò un cavallier che le fe' scorno.

50

Il cavallier, perché da lei beffato fu d'una vecchia che portava in groppa, giostrò con Pinabel ch'era dotato di poca forza e di superbia troppa; ed abbattello, e lei smontar nel prato fece, e provò s'andava dritta o zoppa: lasciolla a piede, e fe' de la gonella di lei vestir l'antiqua damigella.

51