Orlando Furioso

Part 28

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Avea la donna (se la crespa buccia può darne indicio) più de la Sibilla, e parea, così ornata, una bertuccia, quando per muover riso alcun vestilla; ed or più brutta par, che si coruccia, e che dagli occhi l'ira le sfavilla: ch'a donna non si fa maggior dispetto, che quando o vecchia o brutta le vien detto.

121

Mostrò turbarse l'inclita donzella, per prenderne piacer, come si prese; e rispose a Zerbin: — Mia donna è bella, per Dio, via più che tu non sei cortese; come ch'io creda che la tua favella da quel che sente l'animo non scese: tu fingi non conoscer sua beltade, per escusar la tua somma viltade.

122

E chi saria quel cavallier, che questa sì giovane e sì bella ritrovasse senza più compagnia ne la foresta, e che di farla sua non si provasse? — — Sì ben (disse Zerbin) teco s'assesta, che saria mal ch'alcun te la levasse; ed io per me non son così indiscreto, che te ne privi mai; stanne pur lieto.

123

S'in altro conto aver vuoi a far meco, di quel ch'io vaglio son per farti mostra; ma per costei non mi tener sì cieco, che solamente far voglia una giostra. O brutta o bella sia, restisi teco: non vo' partir tanta amicizia vostra. Ben vi sète accoppiati: io giurerei, com'ella è bella, tu gagliardo sei. —

124

Suggiunse a lui Marfisa: — Al tuo dispetto di levarmi costei provar convienti. Non vo' patir ch'un sì leggiadro aspetto abbi veduto, e guadagnar nol tenti. — Rispose a lei Zerbin — Non so a ch'effetto l'uom si metta a periglio e si tormenti, per riportarne una vittoria, poi, che giovi al vinto, e al vincitore annoi. —

125

— Se non ti par questo partito buono, te ne do un altro, e ricusar nol dei (disse a Zerbin Marfisa): che s'io sono vinto da te, m'abbia a restar costei; ma s'io te vinco, a forza te la dono. Dunque provian chi de' star senza lei: se perdi, converrà che tu le faccia compagnia sempre, ovunque andar le piaccia. —

126

— E così sia, — Zerbin rispose; e volse a pigliar campo subito il cavallo. Si levò su le staffe e si raccolse fermo in arcione, e per non dare in fallo, lo scudo in mezzo alla donzella colse; ma parve urtasse un monte di metallo: ed ella in guisa a lui toccò l'elmetto, che stordito il mandò di sella netto.

127

Troppo spiacque a Zerbin l'esser caduto, ch'in altro scontro mai più non gli avvenne, e n'avea mille e mille egli abbattuto; ed a perpetuo scorno se lo tenne. Stette per lungo spazio in terra muto; e più gli dolse poi che gli sovenne ch'avea promesso e che gli convenia aver la brutta vecchia in compagnia.

128

Tornando a lui la vincitrice in sella, disse ridendo: — Questa t'appresento; e quanto più la veggio e grata e bella, tanto, ch'ella sia tua, più mi contento. Or tu in mio loco sei campion di quella; ma la tua fé non se ne porti il vento, che per sua guida e scorta tu non vada (come hai promesso) ovunque andar l'aggrada. —

129

Senza aspettar risposta urta il destriero per la foresta, e subito s'imbosca. Zerbin, che la stimava un cavalliero, dice alla vecchia: — Fa ch'io lo conosca. — Ed ella non gli tiene ascoso il vero, onde sa che lo 'ncende e che l'attosca: — Il colpo fu di man d'una donzella, che t'ha fatto votar (disse) la sella.

130

Per suo valor costei debitamente usurpa a' cavallieri e scudo e lancia; e venuta è pur dianzi d'Oriente per assaggiare i paladin di Francia. — Zerbin di questo tal vergogna sente, che non pur tinge di rossor la guancia, ma restò poco di non farsi rosso seco ogni pezzo d'arme ch'avea indosso.

131

Monta a cavallo, e se stesso rampogna che non seppe tener strette le cosce. Tra sé la vecchia ne sorride, e agogna di stimularlo e di più dargli angosce. Gli ricorda ch'andar seco bisogna: e Zerbin, ch'ubligato si conosce, l'orecchie abbassa, come vinto e stanco destrier c'ha in bocca il fren, gli sproni al fianco.

132

E sospirando: — Ohimè, Fortuna fella (dicea), che cambio è questo che tu fai? Colei che fu sopra le belle bella, ch'esser meco dovea, levata m'hai. Ti par ch'in luogo ed in ristor di quella si debba por costei ch'ora mi dai? Stare in danno del tutto era men male, che fare un cambio tanto diseguale.

133

Colei che di bellezze e di virtuti unqua non ebbe e non avrà mai pare, sommersa e rotta tra gli scogli acuti hai data ai pesci ed agli augei del mare; e costei che dovria già aver pasciuti sotterra i vermi, hai tolta a perservare dieci o venti anni più che non devevi, per dar più peso agli mie' affanni grevi. —

134

Zerbin così parlava; né men tristo in parole e in sembianti esser parea di questo nuovo suo sì odioso acquisto, che de la donna che perduta avea. La vecchia, ancor che non avesse visto mai più Zerbin, per quel ch'ora dicea, s'avvide esser colui di che notizia le diede già Issabella di Galizia.

135

Se 'l vi ricorda quel ch'avete udito, costei da la spelonca ne veniva, dove Issabella, che d'amor ferito Zerbino avea, fu molti dì captiva. Più volte ella le avea già riferito come lasciasse la paterna riva, e come rotta in mar da la procella, si salvasse alla spiaggia di Rocella.

136

E sì spesso dipinto di Zerbino le avea il bel viso e le fattezze conte, ch'ora udendol parlare, e più vicino gli occhi alzandogli meglio ne la fronte, vide esser quel per cui sempre meschino fu d'Issabella il cor nel cavo monte; che di non veder lui più si lagnava, che d'esser fatta ai malandrini schiava.

137

La vecchia, dando alle parole udienza, che con sdegno e con duol Zerbino versa, s'avede ben ch'egli ha falsa credenza che sia Issabella in mar rotta e sommersa: e ben ch'ella del certo abbia scienza, per non lo rallegrar, pur la perversa quel che far lieto lo potria, gli tace, e sol gli dice quel che gli dispiace.

138

— Odi tu (gli disse ella), tu che sei cotanto altier, che sì mi scherni e sprezzi, se sapessi che nuova ho di costei che morta piangi, mi faresti vezzi: ma più tosto che dirtelo, torrei che mi strozzassi o fêssi in mille pezzi; dove, s'eri vêr me più mansueto, forse aperto t'avrei questo secreto. —

139

Come il mastin che con furor s'aventa adosso al ladro, ad achetarsi è presto, che quello o pane o cacio gli appresenta, o che fa incanto appropriato a questo; così tosto Zerbino umil diventa, e vien bramoso di sapere il resto, che la vecchia gli accenna che di quella, che morta piange, gli sa dir novella.

140

E volto a lei con più piacevol faccia, la supplica, la prega, la scongiura per gli uomini, per Dio, che non gli taccia quanto ne sappia, o buona o ria ventura. — Cosa non udirai che pro ti faccia (disse la vecchia pertinace e dura): non è Issabella, come credi, morta; ma viva sì, ch'a' morti invidia porta.

141

È capitata in questi pochi giorni che non n'udisti, in man di più di venti; sì che, qualora anco in man tua ritorni, ve' se sperar di corre il fior convienti. — Ah vecchia maladetta, come adorni la tua menzogna! e tu sai pur se menti. Se ben in man de venti ell'era stata, non l'avea alcun però mai violata.

142

Dove l'avea veduta domandolle Zerbino, e quando, ma nulla n'invola; che la vecchia ostinata più non volle a quel c'ha detto aggiungere parola. Prima Zerbin le fece un parlar molle, poi minacciolle di tagliar la gola: ma tutto è invan ciò che minaccia e prega; che non può far parlar la brutta strega.

143

Lasciò la lingua all'ultimo in riposo Zerbin, poi che 'l parlar gli giovò poco; per quel ch'udito avea, tanto geloso, che non trovava il cor nel petto loco; d'Issabella trovar sì disioso, che saria per vederla ito nel fuoco: ma non poteva andar più che volesse colei, poi ch'a Marfisa lo promesse.

144

E quindi per solingo e strano calle, dove a lei piacque, fu Zerbin condotto; né per o poggiar monte o scender valle, mai si guardaro in faccia o si fer motto. Ma poi ch'al mezzodì volse le spalle il vago sol, fu il lor silenzio rotto da un cavallier che nel cammin scontraro. Quel che seguì, ne l'altro canto è chiaro.

CANTO VENTUNESIMO

1

Né fune intorto crederò che stringa soma così, né così legno chiodo, come la fé ch'una bella alma cinga del suo tenace indissolubil nodo. Né dagli antiqui par che si dipinga la santa Fé vestita in altro modo, che d'un vel bianco che la cuopra tutta: ch'un sol punto, un sol neo la può far brutta.

2

La fede unqua non debbe esser corrotta, o data a un solo, o data insieme a mille; e così in una selva, in una grotta, lontan da le cittadi e da le ville, come dinanzi a tribunali, in frotta di testimon, di scritti e di postille, senza giurare o segno altro più espresso, basti una volta che s'abbia promesso.

3

Quella servò, come servar si debbe in ogni impresa, il cavallier Zerbino: e quivi dimostrò che conto n'ebbe, quando si tolse dal proprio camino per andar con costei, la qual gl'increbbe, come s'avesse il morbo sì vicino, o pur la morte istessa; ma potea, più che 'l disio, quel che promesso avea.

4

Dissi di lui, che di vederla sotto la sua condotta tanto al cor gli preme, che n'arrabbia di duol, né le fa motto, e vanno muti e taciturni insieme: dissi che poi fu quel silenzio rotto, ch'al mondo il sol mostrò le ruote estreme, da un cavalliero aventuroso errante, ch'in mezzo del camin lor si fe' inante.

5

La vecchia che conobbe il cavalliero, ch'era nomato Ermonide d'Olanda, che per insegna ha ne lo scudo nero attraversata una vermiglia banda, posto l'orgoglio e quel sembiante altiero, umilmente a Zerbin si raccomanda, e gli ricorda quel ch'esso promise alla guerriera ch'in sua man la mise.

6

Perché di lei nimico e di sua gente era il guerrier che contra lor venìa: ucciso ad essa avea il padre innocente, e un fratello che solo al mondo avia; e tuttavolta far del rimanente, come degli altri, il traditor disia. — Fin ch'alla guardia tua, donna, mi senti (dicea Zerbin), non vo' che tu paventi. —

7

Come più presso il cavallier si specchia in quella faccia che sì in odio gli era: — O di combatter meco t'apparecchia (gridò con voce minacciosa e fiera), o lascia la difesa de la vecchia, che di mia man secondo il merto pera. Se combatti per lei, rimarrai morto; che così avviene a chi s'appiglia al torto. —

8

Zerbin cortesemente a lui risponde che gli è desir di bassa e mala sorte, ed a cavalleria non corrisponde che cerchi dare ad una donna morte: se pur combatter vuol, non si nasconde; ma che prima consideri ch'importe ch'un cavallier, com'era egli, gentile, voglia por man nel sangue feminile,

9

Queste gli disse e più parole invano; e fu bisogno al fin venire a' fatti. Poi che preso a bastanza ebbon del piano, tornarsi incontra a tutta briglia ratti. Non van sì presti i razzi fuor di mano, ch'al tempo son de le allegrezze tratti, come andaron veloci i duo destrieri ad incontrare insieme i cavallieri.

10

Ermonide d'Olanda segnò basso, che per passare il destro fianco attese: ma la sua debol lancia andò in fracasso, e poco il cavallier di Scozia offese. Non fu già l'altro colpo vano e casso: roppe lo scudo, e sì la spalla prese, che la forò da l'uno all'altro lato, e riversar fe' Ermonide sul prato.

11

Zerbin che si pensò d'averlo ucciso, di pietà vinto, scese in terra presto, e levò l'elmo da lo smorto viso; e quel guerrier, come dal sonno desto, senza parlar guardò Zerbino fiso; e poi gli disse: — Non m'è già molesto ch'io sia da te abbattuto, ch'ai sembianti mostri esser fior de' cavallier erranti;

12

ma ben mi duol che questo per cagione d'una femina perfida m'avviene, a cui non so come tu sia campione, che troppo al tuo valor si disconviene. E quando tu sapessi la cagione ch'a vendicarmi di costei mi mene, avresti, ognor che rimembrassi, affanno d'aver, per campar lei, fatto a me danno.

13

E se spirto a bastanza avrò nel petto ch'io il possa dir (ma del contrario temo), io ti farò veder ch'in ogni effetto scelerata è costei più ch'in estremo. Io ebbi già un fratel che giovinetto d'Olanda si partì, donde noi semo, e si fece d'Eraclio cavalliero, ch'allor tenea de' Greci il sommo impero.

14

Quivi divenne intrinseco e fratello d'un cortese baron di quella corte, che nei confin di Servia avea un castello di sito ameno e di muraglia forte. Nomossi Argeo colui di ch'io favello, di questa iniqua femina consorte, la quale egli amò sì, che passò il segno ch'a un uom si convenia, come lui, degno.

15

Ma costei, più volubile che foglia quando l'autunno è più priva d'umore, che l' freddo vento gli arbori ne spoglia e le soffia dinanzi al suo furore; verso il marito cangiò tosto voglia, che fisso qualche tempo ebbe nel core; e volse ogni pensiero, ogni disio d'acquistar per amante il fratel mio.

16

Ma né sì saldo all'impeto marino l'Acrocerauno d'infamato nome, né sta sì duro incontra borea il pino che rinovato ha più di cento chiome, che quanto appar fuor de lo scoglio alpino, tanto sotterra ha le radici; come il mio fratello a' prieghi di costei, nido de tutti i vizi infandi e rei.

17

Or, come avviene a un cavallier ardito, che cerca briga e la ritrova spesso, fu in una impresa il mio fratel ferito, molto al castel del suo compagno appresso, dove venir senza aspettare invito solea, fosse o non fosse Argeo con esso; e dentro a quel per riposar fermosse tanto che del suo mal libero fosse.

18

Mentre egli quivi si giacea, convenne ch'in certa sua bisogna andasse Argeo. Tosto questa sfacciata a tentar venne il mio fratello, ed a sua usanza feo; ma quel fedel non oltre più sostenne avere ai fianchi un stimulo sì reo: elesse, per servar sua fede a pieno, di molti mal quel che gli parve meno.

19

Tra molti mal gli parve elegger questo: lasciar d'Argeo l'intrinsichezza antiqua; lungi andar sì, che non sia manifesto mai più il suo nome alla femina iniqua. Ben che duro gli fosse, era più onesto che satisfare a quella voglia obliqua, o ch'accusar la moglie al suo signore, da cui fu amata a par del proprio core.

20

E de le sue ferite ancora infermo l'arme si veste, e del castel si parte; e con animo va costante e fermo di non mai più tornare in quella parte. Ma che gli val? ch'ogni difesa e schermo gli disipa Fortuna con nuova arte; ecco il marito che ritorna intanto, e trova la moglier che fa gran pianto,

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e scapigliata e con la faccia rossa; e le domanda di che sia turbata. Prima ch'ella a rispondere sia mossa, pregar si lascia più d'una fiata, pensando tuttavia come si possa vendicar di colui che l'ha lasciata: e ben convenne al suo mobile ingegno cangiar l'amore in subitano sdegno.

22

— Deh (disse al fine), a che l'error nascondo c'ho commesso, signor, ne la tua assenza? che quando ancora io 'l celi a tutto 'l mondo, celar nol posso alla mia coscienza. L'alma che sente il suo peccato immondo, pate dentro da sé tal penitenza, ch'avanza ogn'altro corporal martire che dar mi possa alcun del mio fallire;

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quando fallir sia quel che si fa a forza: ma sia quel che si vuol, tu sappil'anco; poi con la spada da la immonda scorza scioglie lo spirto imaculato e bianco, e le mie luci eternamente ammorza; che dopo tanto vituperio, almanco tenerle basse ognor non mi bisogni, e di ciascun ch'io vegga, io mi vergogni.

24

Il tuo compagno ha l'onor mio distrutto: questo corpo per forza ha violato; e perché teme ch'io ti narri il tutto, or si parte il villan senza commiato. — In odio con quel dir gli ebbe ridutto colui che più d'ogn'altro gli fu grato. Argeo lo crede, ed altro non aspetta; ma piglia l'arme e corre a far vendetta.

25

E come quel ch'avea il paese noto, lo giunse che non fu troppo lontano; che 'l mio fratello, debole ed egroto, senza sospetto se ne gìa pian piano: e brevemente, in un loco remoto pose, per vendicarsene, in lui mano. Non trova il fratel mio scusa che vaglia; ch'in somma Argeo con lui vuol la battaglia.

26

Era l'un sano e pien di nuovo sdegno, infermo l'altro, ed all'usanza amico: sì ch'ebbe il fratel mio poco ritegno contra il compagno fattogli nimico. Dunque Filandro di tal sorte indegno (de l'infelice giovene ti dico: così avea nome), non sofrendo il peso di sì fiera battaglia, restò preso.

27

— Non piaccia a Dio che mi conduca a tale il mio giusto furore e il tuo demerto (gli disse Argeo), che mai sia omicidiale di te ch'amava; e me tu amavi certo, ben che nel fin me l'hai mostrato male; pur voglio a tutto il mondo fare aperto che, come fui nel tempo de l'amore, così ne l'odio son di te migliore.

28

Per altro modo punirò il tuo fallo, che le mie man più nel tuo sangue porre. — Così dicendo, fece sul cavallo di verdi rami una bara comporre, e quasi morto in quella riportallo dentro al castello in una chiusa torre, dove in perpetuo per punizione candannò l'innocente a star prigione.

29

Non però ch'altra cosa avesse manco, che la libertà prima del partire; perché nel resto, come sciolto e franco vi comandava e si facea ubidire. Ma non essendo ancor l'animo stanco di questa ria del suo pensier fornire, quasi ogni giorno alla prigion veniva; ch'avea le chiavi, e a suo piacer l'apriva:

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e movea sempre al mio fratello assalti, e con maggiore audacia che di prima. — Questa tua fedeltà (dicea) che valti, poi che perfidia per tutto si stima? Oh che trionfi gloriosi ed alti! oh che superbe spoglie e preda opima! oh che merito al fin te ne risulta, se, come a traditore, ognun t'insulta!

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Quanto utilmente, quanto con tuo onore m'avresti dato quel che da te volli! Di questo sì ostinato tuo rigore la gran mercé che tu guadagni, or tolli: in prigion sei, né crederne uscir fuore, se la durezza tua prima non molli. Ma quando mi compiacci, io farò trama di racquistarti e libertade e fama. —

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— No, no (disse Filandro) aver mai spene che non sia, come suol, mia vera fede, se ben contra ogni debito mi avviene ch'io ne riporti sì dura mercede, e di me creda il mondo men che bene: basta che inanti a quel che 'l tutto vede e mi può ristorar di grazia eterna, chiara la mia innocenza si discerna.

33

Se non basta ch'Argeo mi tenga preso, tolgami ancor questa noiosa vita. Forse non mi fia il premio in ciel conteso de la buona opra, qui poco gradita. Forse egli, che da me si chiama offeso, quando sarà quest'anima partita, s'avedrà poi d'avermi fatto torto, e piangerà il fedel compagno morto. —

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Così più volte la sfacciata donna tenta Filandro, e torna senza frutto. Ma il cieco suo desir, che non assonna del scelerato amor traer costrutto, cercando va più dentro ch'alla gonna suoi vizi antiqui, e ne discorre il tutto. Mille pensier fa d'uno in altro modo, prima che fermi in alcun d'essi il chiodo.

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Stette sei mesi che non messe piede, come prima facea, ne la prigione; di che il miser Filandro e spera e crede che costei più non gli abbia affezione. Ecco Fortuna, al mal propizia, diede a questa scelerata occasione di metter fin con memorabil male al suo cieco appetito irrazionale.

36

Antiqua nimicizia avea il marito con un baron detto Morando il bello, che, non v'essendo Argeo, spesso era ardito di correr solo, e sin dentro al castello; ma s'Argeo v'era, non tenea lo 'nvito, né s'accostava a dieci miglia a quello. Or, per poterlo indur che ci venisse, d'ire in Ierusalem per voto disse.

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Disse d'andare; e partesi ch'ognuno lo vede, e fa di ciò sparger le grida: né il suo pensier, fuor che la moglie, alcuno puote saper; che sol di lei si fida. Torna poi nel castello all'aer bruno, né mai, se non la notte, ivi s'annida; e con mutate insegne al nuovo albore, senza vederlo alcun, sempre esce fuore.

38

Se ne va in questa e in quella parte errando, e volteggiando al suo castello intorno, pur per veder se credulo Morando volesse far, come solea, ritorno. Stava il dì tutto alla foresta; e quando ne la marina vedea ascoso il giorno, venìa al castello, e per nascose porte lo togliea dentro l'infedel consorte.

39

Crede ciascun, fuor che l'iniqua moglie, che molte miglia Argeo lontan si trove. Dunque il tempo oportuno ella si toglie: al fratel mio va con malizie nuove. Ha di lagrime a tutte le sue voglie un nembo che dagli occhi al sen le piove. — Dove potrò (dicea) trovare aiuto, che in tutto l'onor mio non sia perduto?

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E col mio quel del mio marito insieme, il qual se fosse qui, non temerei. Tu conosci Morando, e sai se teme, quando Argeo non ci sente, omini e dei. Questi or pregando, or minacciando, estreme prove fa tuttavia, né alcun de' miei lascia che non contamini, per trarmi a' suoi desii, né so s'io potrò aitarmi.

41

Or c'ha inteso il partir del mio consorte, e ch'al ritorno non sarà sì presto, ha avuto ardir d'entrar ne la mia corte senza altra scusa e senz'altro pretesto; che se ci fosse il mio signor per sorte, non sol non avria audacia di far questo, ma non si terria ancor, per Dio, sicuro d'appressarsi a tre miglia a questo muro.

42

E quel che già per messi ha ricercato, oggi me l'ha richiesto a fronte a fronte, e con tai modi, che gran dubbio è stato de lo avvenirmi disonore ed onte, e se non che parlar dolce gli ho usato, e finto le mie voglie alle sue pronte, saria a forza, di quel suto rapace, che spera aver per mie parole in pace.

43

Promesso gli ho, non già per osservargli (che fatto per timor, nullo è il contratto); ma la mia intenzion fu per vietargli quel che per forza avrebbe allora fatto. Il caso è qui: tu sol pòi rimediargli; del mio onor altrimenti sarà tratto, e di quel del mio Argeo, che già m'hai detto aver o tanto, o più che 'l proprio, a petto.

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E se questo mi nieghi, io dirò dunque ch'in te non sia la fé di che ti vanti; ma che fu sol per crudeltà, qualunque volta hai sprezzati i miei supplici pianti; non per rispetto alcun d'Argeo, quantunque m'hai questo scudo ognora opposto inanti. Saria stato tra noi la cosa occulta; ma di qui aperta infamia mi risulta. —

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— Non si convien (disse Filandro) tale prologo a me, per Argeo mio disposto. Narrami pur quel che tu vuoi, che quale sempre fui, di sempre essere ho proposto; e ben ch'a torto io ne riporti male, a lui non ho questo peccato imposto. Per lui son pronto andare anco alla morte, e siami contra il mondo e la mia sorte. —

46

Rispose l'empia: — Io voglio che tu spenga colui che 'l nostro disonor procura. Non temer ch'alcun mal di ciò t'avenga; ch'io te ne mostrerò la via sicura. Debbe egli a me tornar come rivenga su l'ora terza la notte più scura; e fatto un segno de ch'io l'ho avvertito, io l'ho a tor dentro, che non sia sentito.

47

A te non graverà prima aspettarme ne la camera mia dove non luca, tanto che dispogliar gli faccia l'arme, e quasi nudo in man te lo conduca. — Così la moglie conducesse parme il suo marito alla tremenda buca; se per dritto costei moglie s'appella, più che furia infernal crudele e fella.

48

Poi che la notte scelerata venne, fuor trasse il mio fratel con l'arme in mano; e ne l'oscura camera lo tenne, fin che tornasse il miser castellano. Come ordine era dato, il tutto avvenne; che 'l consiglio del mal va raro invano. Così Filandro il buon Argeo percosse, che si pensò che quel Morando fosse.

49