# Orlando Furioso

## Part 26

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Dato che fu de la battaglia il segno, nove guerrier l'aste chinaro a un tratto: ma quel dal nero ebbe il vantaggio a sdegno; si ritirò, né di giostrar fece atto. Vuol ch'alle leggi inanzi di quel regno, ch'alla sua cortesia, sia contrafatto. Si tra' da parte e sta a veder le pruove ch'una sola asta farà contra a nove.

81

Il destrier, ch'avea andar trito e soave, portò all'incontro la donzella in fretta, che nel corso arrestò lancia sì grave, che quattro uomini avriano a pena retta. L'avea pur dianzi al dismontar di nave per la più salda in molte antenne eletta. Il fier sembiante con ch'ella si mosse, mille facce imbiancò, mille cor scosse.

82

Aperse al primo che trovò sì il petto, che fôra assai che fosse stato nudo: gli passò la corazza e il soprapetto, ma prima un ben ferrato e grosso scudo. Dietro le spalle un braccio il ferro netto si vide uscir: tanto fu il colpo crudo. Quel fitto ne la lancia a dietro lassa, e sopra gli altri a tutta briglia passa.

83

E diede d'urto a chi venìa secondo, ed a chi terzo sì terribil botta, che rotto ne la schiena uscir del mondo fe' l'uno e l'altro, e de la sella a un'otta; sì duro fu l'incontro e di tal pondo, sì stretta insieme ne venìa la frotta. Ho veduto bombarde a quella guisa le squadre aprir, che fe' lo stuol Marfisa.

84

Sopra di lei più lance rotte furo; ma tanto a quelli colpi ella si mosse, quanto nel giuoco de le cacce un muro si muova a' colpi de le palle grosse. L'usbergo suo di tempra era sì duro, che non gli potean contra le percosse; e per incanto al fuoco de l'Inferno cotto, e temprato all'acque fu d'Averno.

85

Al fin del campo il destrier tenne e volse, e fermò alquanto: e in fretta poi lo spinse incontra gli altri, e sbarragliolli e sciolse, e di lor sangue insin all'elsa tinse. All'uno il capo, all'altro il braccio tolse; e un altro in guisa con la spada cinse, che 'l petto in terra andò col capo ed ambe le braccia, e in sella il ventre era e le gambe.

86

Lo partì, dico, per dritta misura, de le coste e de l'anche alle confine, e lo fe' rimaner mezza figura, qual dinanzi all'imagini divine, poste d'argento, e più di cera pura son da genti lontane e da vicine, ch'a ringraziarle e sciorre il voto vanno de le domande pie ch'ottenute hanno.

87

Ad uno che fuggia, dietro si mise, né fu a mezzo la piazza, che lo giunse; e 'l capo e 'l collo in modo gli divise, che medico mai più non lo raggiunse. In somma tutti un dopo l'altro uccise, o ferì sì ch'ogni vigor n'emunse; e fu sicura che levar di terra mai più non si potrian per farle guerra.

88

Stato era il cavallier sempre in un canto, che la decina in piazza avea condutta; però che contra un solo andar con tanto vantaggio opra gli parve iniqua e brutta. Or che per una man torsi da canto vide sì tosto la compagna tutta, per dimostrar che la tardanza fosse cortesia stata e non timor, si mosse.

89

Con man fe' cenno di volere, inanti che facesse altro, alcuna cosa dire; e non pensando in sì viril sembianti che s'avesse una vergine a coprire, le disse; — Cavalliero, omai di tanti esser déi stanco, c'hai fatto morire; e s'io volessi, più di quel che sei, stancarti ancor, discortesia farei.

90

Che ti risposi in sino al giorno nuovo, e doman torni in campo, ti concedo. Non mi fia onor se teco oggi mi pruovo, che travagliato e lasso esser ti credo. — — Il travagliare in arme non m'è nuovo, né per sì poco alla fatica cedo (disse Marfisa); e spero ch'a tuo costo io ti farò di questo aveder tosto.

91

De la cortese offerta ti ringrazio, ma riposare ancor non mi bisogna; e ci avanza del giorno tanto spazio, ch'a porlo tutto in ozio è pur vergogna. — Rispose il cavallier: — Fuss'io sì sazio d'ogn'altra cosa che 'l mio core agogna, come t'ho in questo da saziar; ma vedi che non ti manchi il dì più che non credi. —

92

Così disse egli, e fe' portare in fretta due grosse lance, anzi due gravi antenne; ed a Marfisa dar ne fe' l'eletta: tolse l'altra per sé, ch'indietro venne. Già sono in punto, ed altro non s'aspetta ch'un alto suon che lor la giostra accenne. Ecco la terra e l'aria e il mar rimbomba nel mover loro al primo suon di tromba.

93

Trar fiato, bocca aprir, o battere occhi non si vedea de' riguardanti alcuno: tanto a mirare a chi la palma tocchi dei duo campioni, intento era ciascuno. Marfisa, acciò che de l'arcion trabocchi, sì che mai non si levi, il guerrier bruno, drizza la lancia; e il guerrier bruno forte studia non men di por Marfisa a morte.

94

Le lance ambe di secco e suttil salce, non di cerro sembrar grosso ed acerbo, così n'andaro in tronchi fin al calce; e l'incontro ai destrier fu sì superbo, che parimente parve da una falce de le gambe esser lor tronco ogni nerbo. Cadero ambi ugualmente; ma i campioni fur presti a disbrigarsi dagli arcioni.

95

A mille cavallieri alla sua vita al primo incontro avea la sella tolta Marfisa, ed ella mai non n'era uscita; e n'uscì, come udite, a questa volta. Del caso strano non pur sbigottita, ma quasi fu per rimanerne stolta. Parve anco strano al cavallier dal nero, che non solea cader già di leggiero.

96

Tocca avean nel cader la terra a pena, che furo in piedi e rinovar l'assalto. Tagli e punte a furor quivi si mena, quivi ripara or scudo, or lama, or salto. Vada la botta vota o vada piena, l'aria ne stride e ne risuona in alto. Quelli elmi, quelli usberghi, quelli scudi mostrar ch'erano saldi più ch'incudi.

97

Se de l'aspra donzella il braccio è grave, né quel del cavallier nimico è lieve. Ben la misura ugual l'un da l'altro have: quanto a punto l'un dà, tanto riceve. Chi vol due fiere audaci anime brave, cercar più là di queste due non deve, né cercar più destrezza né più possa; che n'han tra lor quanto più aver si possa.

98

Le donne, che gran pezzo mirato hanno continuar tante percosse orrende, e che nei cavallier segno d'affanno e di stanchezza ancor non si comprende; dei duo miglior guerrier lode lor danno, che sien tra quanto il mar sua braccia estende. Par lor che, se non fosser più che forti, esser dovrian sol del travaglio morti.

99

Ragionando tra sé, dicea Marfisa: — Buon fu per me, che costui non si mosse; ch'andava a risco di restarne uccisa, se dianzi stato coi compagni fosse, quando io mi truovo a pena a questa guisa di potergli star contra alle percosse. — Così dice Marfisa; e tuttavolta non resta di menar la spada in volta.

100

— Buon fu per me (dicea quell'altro ancora), che riposar costui non ho lasciato. Difender me ne posso a fatica ora che de la prima pugna è travagliato. Se fin al nuovo dì facea dimora a ripigliar vigor, che saria stato? Ventura ebbi io, quanto più possa aversi, che non volesse tor quel ch'io gli offersi. —

101

La battaglia durò fin alla sera, né chi avesse anco il meglio era palese; né l'un né l'altro più senza lumiera saputo avria come schivar l'offese. Giunta la notte, all'inclita guerriera fu primo a dir il cavallier cortese: — Che faren, poi che con ugual fortuna n'ha sopragiunti la notte importuna?

102

Meglio mi par che 'l viver tuo prolunghi almeno insino a tanto che s'aggiorni. Io non posso concederti che aggiunghi fuor ch'una notte picciola ai tua giorni. E di ciò che non gli abbi aver più lunghi, la colpa sopra me non vuo' che torni: torni pur sopra alla spietata legge del sesso feminil che 'l loco regge.

103

Se di te duolmi e di quest'altri tuoi, lo sa colui che nulla cosa ha oscura. Con tuoi compagni star meco tu puoi: con altri non avrai stanza sicura; perché la turba, a cu' i mariti suoi oggi uccisi hai, già contra te congiura. Ciascun di questi a cui dato hai la morte, era di diece femine consorte.

104

Del danno c'han da te ricevut'oggi, disian novanta femine vendetta: sì che se meco ad albergar non poggi, questa notte assalito esser t'aspetta. — Disse Marfisa: — Accetto che m'alloggi, con sicurtà che non sia men perfetta in te la fede e la bontà del core, che sia l'ardire e il corporal valore.

105

Ma che t'incresca che m'abbi ad uccidere, ben ti può increscere anco del contrario. Fin qui non credo che l'abbi da ridere, perch'io sia men di te duro avversario. O la pugna seguir vogli o dividere, o farla all'uno o all'altro luminario, ad ogni cenno pronta tu m'avrai, e come ed ogni volta che vorrai. —

106

Così fu differita la tenzone fin che di Gange uscisse il nuovo albore, e si restò senza conclusione chi d'essi duo guerrier fosse il migliore. Ad Aquilante venne ed a Grifone e così agli altri il liberal signore, e li pregò che fin al nuovo giorno piacesse lor di far seco soggiorno.

107

Tenner lo 'nvito senza alcun sospetto: indi, a splendor de bianchi torchi ardenti, tutti saliro ov'era un real tetto, distinto in molti adorni alloggiamenti. Stupefatti al levarsi de l'elmetto, mirandosi, restaro i combattenti; che 'l cavallier, per quanto apparea fuora, non eccedeva i diciotto anni ancora.

108

Si maraviglia la donzella, come in arme tanto un giovinetto vaglia; si maraviglia l'altro, ch'alle chiome s'avede con chi avea fatto battaglia: e si domandan l'un con l'altro il nome, e tal debito tosto si ragguaglia. Ma come si nomasse il giovinetto, ne l'altro canto ad ascoltar v'aspetto.

CANTO VENTESIMO

1

Le donne antique hanno mirabil cose fatto ne l'arme e ne le sacre muse; e di lor opre belle e gloriose gran lume in tutto il mondo si diffuse. Arpalice e Camilla son famose, perché in battaglia erano esperte ed use; Safo e Corinna, perché furon dotte, splendono illustri, e mai non veggon notte.

2

Le donne son venute in eccellenza Di ciascun'arte ove hanno posto cura; e qualunque all'istorie abbia avvertenza, ne sente ancor la fama non oscura. Se 'l mondo n'è gran tempo stato senza, non però sempre il mal influsso dura; e forse ascosi han lor debiti onori l'invidia o il non saper degli scrittori.

3

Ben mi par di veder ch'al secol nostro tanta virtù fra belle donne emerga, che può dare opra a carte ed ad inchiostro, perché nei futuri anni si disperga, e perché, odiose lingue, il mal dir vostro con vostra eterna infamia si sommerga: e le lor lode appariranno in guisa, che di gran lunga avanzeran Marfisa.

4

Or pur tornando a lei, questa donzella al cavallier che l'usò cortesia, de l'esser suo non niega dar novella, quando esso a lei voglia contar chi sia. Sbrigossi tosto del suo debito ella: tanto il nome di lui saper disia. — Io son (disse) Marfisa: — e fu assai questo; che si sapea per tutto 'l mondo il resto.

5

L'altro comincia, poi che tocca a lui, con più proemio a darle di sé conto, dicendo: — Io credo che ciascun di vui abbia de la mia stirpe il nome in pronto; che non pur Francia e Spagna e i vicin sui, ma l'India, l'Etiopia e il freddo Ponto han chiara cognizion di Chiaramonte, onde uscì il cavallier ch'uccise Almonte,

6

quel ch'a Chiariello e al re Mambrino diede la morte, e il regno lor disfece. Di questo sangue, dove ne l'Eusino l'Istro ne vien con otto corna o diece, al duca Amone, il qual già peregrino vi capitò, la madre mia mi fece: e l'anno è ormai ch'io la lasciai dolente, per gire in Francia a ritrovar mia gente.

7

Ma non potei finire il mio viaggio, che qua mi spinse un tempestoso Noto. Son dieci mesi o più che stanza v'aggio, che tutti i giorni e tutte l'ore noto. Nominato son io Guidon Selvaggio, di poca pruova ancora e poco noto. Uccisi qui Argilon da Melibea con dieci cavallier che seco avea.

8

Feci la pruova ancor de le donzelle: così n'ho diece a' miei piaceri allato; ed alla scelta mia son le più belle, e son le più gentil di questo stato. E queste reggo e tutte l'altre; ch'elle di sé m'hanno governo e scettro dato: così daranno a qualunque altro arrida Fortuna sì, che la decina ancida. —

9

I cavallier domandano a Guidone, com'ha sì pochi maschi il tenitoro; e s'alle moglie hanno suggezione, come esse l'han negli altri lochi a loro. Disse Guidon: — Più volte la cagione udita n'ho da poi che qui dimoro; e vi sarà, secondo ch'io l'ho udita, da me, poi che v'aggrada, riferita.

10

Al tempo che tornar dopo anni venti da Troia i Greci (che durò l'assedio dieci, e dieci altri da contrari venti furo agitati in mar con troppo tedio), trovar che le lor donne agli tormenti di tanta assenza avean preso rimedio: tutte s'avean gioveni amanti eletti, per non si raffreddar sole nei letti.

11

Le case lor trovaro i Greci piene de l'altrui figli; e per parer commune perdonano alle mogli, che san bene che tanto non potean viver digiune: ma ai figli degli adulteri conviene altrove procacciarsi altre fortune; che tolerar non vogliono i mariti che più alle spese lor sieno notriti.

12

Sono altri esposti, altri tenuti occulti da le lor madri e sostenuti in vita. In vane squadre quei ch'erano adulti feron, chi qua chi là, tutti partita. Per altri l'arme son, per altri culti gli studi e l'arti; altri la terra trita; serve altri in corte; altri è guardian di gregge, come piace a colei che qua giù regge.

13

Partì fra gli altri un giovinetto, figlio di Clitemnestra, la crudel regina, di diciotto anni, fresco come un giglio, o rosa colta allor di su la spina. Questi, armato un suo legno, a dar di piglio si pose e a depredar per la marina in compagnia di cento giovinetti del tempo suo, per tutta Grecia eletti.

14

I Cretesi, in quel tempo che cacciato il crudo Idomeneo del regno aveano, e per assicurarsi il nuovo stato, d'uomini e d'arme adunazion faceano; fero con bon stipendio lor soldato Falanto (così al giovine diceano), e lui con tutti quei che seco avea, poser per guardia alla città Dictea.

15

Fra cento alme città ch'erano in Creta, Dictea più ricca e più piacevol era, di belle donne ed amorose lieta, lieta di giochi da matino a sera: e com'era ogni tempo consueta d'accarezzar la gente forestiera, fe' a costor sì, che molto non rimase a fargli anco signor de le lor case.

16

Eran gioveni tutti e belli affatto (che 'l fior di Grecia avea Falanto eletto): sì ch'alle belle donne, al primo tratto che v'apparir, trassero i cor del petto. Poi che non men che belli, ancora in fatto si dimostrar buoni e gagliardi al letto, si fero ad esse in pochi dì sì grati, che sopra ogn'altro ben n'erano amati.

17

Finita che d'accordo è poi la guerra per cui stato Falanto era condutto, e lo stipendio militar si serra, sì che non v'hanno i gioveni più frutto, e per questo lasciar voglion la terra; fan le donne di Creta maggior lutto, e per ciò versan più dirotti pianti, che se i lor padri avesson morti avanti.

18

Da le lor donne i gioveni assai foro, ciascun per sé, di rimaner pregati: né volendo restare, esse con loro n'andar, lasciando e padri e figli e frati, di ricche gemme e di gran summa d'oro avendo i lor dimestici spogliati; che la pratica fu tanto secreta, che non sentì la fuga uomo di Creta.

19

Sì fu propizio il vento, sì fu l'ora commoda, che Falanto a fuggir colse, che molte miglia erano usciti fuora, quando del danno suo Creta si dolse. Poi questa spiaggia, inabitata allora, trascorsi per fortuna li raccolse. Qui si posaro, e qui sicuri tutti meglio del furto lor videro i frutti.

20

Questa lor fu per dieci giorni stanza di piaceri amorosi tutta piena. Ma come spesso avvien, che l'abondanza seco in cor giovenil fastidio mena, tutti d'accordo fur di restar sanza femine, e liberarsi di tal pena; che non è soma da portar sì grave, come aver donna, quando a noia s'have.

21

Essi che di guadagno e di rapine eran bramosi, e di dispendio parchi, vider ch'a pascer tante concubine, d'altro che d'aste avean bisogno e d'archi: sì che sole lasciar qui le meschine, e se n'andar di lor ricchezze carchi là dove in Puglia in ripa al mar poi sento ch'edificar la terra di Tarento.

22

Le donne, che si videro tradite dai loro amanti in che più fede aveano, restar per alcun dì sì sbigottite, che statue immote in lito al mar pareano. Visto poi che da gridi e da infinite lacrime alcun profitto non traeano, a pensar cominciaro e ad aver cura come aiutarsi in tanta lor sciagura.

23

E proponendo in mezzo i lor pareri, altre diceano: in Creta è da tornarsi; e più tosto all'arbitrio de' severi padri e d'offesi lor mariti darsi, che nei deserti liti e boschi fieri, di disagio e di fame consumarsi. Altre dicean che lor saria più onesto affogarsi nel mar, che mai far questo;

24

e che manco mal era meretrici andar pel mondo, andar mendiche o schiave, che se stesse offerire agli supplici di ch'eran degne l'opere lor prave. Questi e simil partiti le infelici si proponean, ciascun più duro e grave. Tra loro al fine una Orontea levosse, ch'origine traea dal re Minosse;

25

la più gioven de l'artre e la più bella e la più accorta, e ch'avea meno errato: amato avea Falanto, e a lui pulzella datasi, e per lui il padre avea lasciato. Costei mostrando in viso ed in favella il magnanimo cor d'ira infiammato, redarguendo di tutte altre il detto, suo parer disse, e fe' seguirne effetto.

26

Di questa terra a lei non parve torsi, che conobbe feconda e d'aria sana, e di limpidi fiumi aver discorsi, di selve opaca, e la più parte piana; con porti e foci, ove dal mar ricorsi per ria fortuna avea la gente estrana, ch'or d'Africa portava, ora d'Egitto cose diverse e necessarie al vitto.

27

Qui parve a lei fermarsi, e far vendetta del viril sesso che le avea sì offese: vuol ch'ogni nave, che da venti astretta a pigliar venga porto in suo paese, a sacco, a sangue, a fuoco al fin si metta; né de la vita a un sol si sia cortese. Così fu detto e così fu concluso, e fu fatta la legge e messa in uso.

28

Come turbar l'aria sentiano, armate le femine correan su la marina, da l'implacabile Orontea guidate, che diè lor legge e si fe' lor regina: e de le navi ai liti lor cacciate faceano incendi orribili e rapina, uom non lasciando vivo, che novella dar ne potesse o in questa parte o in quella.

29

Così solinghe vissero qualch'anno aspre nimiche del sesso virile: ma conobbero poi, che 'l proprio danno procaccierian, se non mutavan stile; che se di lor propagine non fanno, sarà lor legge in breve irrita e vile, e mancherà con l'infecondo regno, dove di farla eterna era il disegno.

30

Sì che, temprando il suo rigore un poco scelsero, in spazio di quattro anni interi, di quanti capitaro in questo loco dieci belli e gagliardi cavallieri, che per durar ne l'amoroso gioco contr'esse cento fosser buon guerrieri. Esse in tutto eran cento; e statuito ad ogni lor decina fu un marito.

31

Prima ne fur decapitati molti che riusciro al paragon mal forti. Or questi dieci a buona pruova tolti, del letto e del governo ebbon consorti; facendo lor giurar che, se più colti altri uomini verriano in questi porti, essi sarian che, spenta ogni pietade, li porriano ugualmente a fil di spade.

32

Ad ingrossare, ed a figliar appresso le donne, indi a temere incominciaro che tanti nascerian del viril sesso, che contra lor non avrian poi riparo; e al fine in man degli uomini rimesso saria il governo ch'elle avean sì caro: sì ch'ordinar, mentre eran gli anni imbelli, far sì, che mai non fosson lor ribelli.

33

Acciò il sesso viril non le soggioghi, uno ogni madre vuol la legge orrenda, che tenga seco; gli altri, o li suffoghi, o fuor del regno li permuti o venda. Ne mandano per questo in vari luoghi: e a chi gli porta dicono che prenda femine, se a baratto aver ne puote; se non, non torni almen con le man vote.

34

Né uno ancora alleverian, se senza potesson fare, e mantenere il gregge. Questa è quanta pietà, quanta clemenza più ai suoi ch'agli altri usa l'iniqua legge: gli altri condannan con ugual sentenza; e solamente in questo si corregge, che non vuol che, secondo il primiero uso, le femine gli uccidano in confuso.

35

Se dieci o venti o più persone a un tratto vi fosser giunte, in carcere eran messe: e d'una al giorno, e non di più, era tratto il capo a sorte, che perir dovesse nel tempio orrendo ch'Orontea avea fatto, dove un altare alla Vendetta eresse; e dato all'un de' dieci il crudo ufficio per sorte era di farne sacrificio.

36

Dopo molt'anni alle ripe omicide a dar venne di capo un giovinetto, la cui stirpe scendea dal buono Alcide, di gran valor ne l'arme, Elbanio detto. Qui preso fu, ch'a pena se n'avide, come quel che venìa senza sospetto; e con gran guardia in stretta parte chiuso, con gli altri era serbato al crudel uso.

37

Di viso era costui bello e giocondo, e di maniere e di costumi ornato, e di parlar sì dolce e sì facondo, ch'un aspe volentier l'avria ascoltato: sì che, come di cosa rara al mondo, de l'esser suo fu tosto rapportato ad Alessandra figlia d'Orontea, che di molt'anni grave anco vivea.

38

Orontea vivea ancora; e già mancate tutt'eran l'altre ch'abitar qui prima: e diece tante e più n'erano nate, e in forza eran cresciute e in maggior stima; né tra diece fucine che serrate stavan pur spesso, avean più d'una lima; e dieci cavallieri anco avean cura di dare a chi venìa fiera aventura.

39

Alessandra, bramosa di vedere il giovinetto ch'avea tante lode, da la sua matre in singular piacere impetra sì, ch'Elbanio vede ed ode; e quando vuol partirne, rimanere si sente il core ove è chi 'l punge e rode: legar si sente e non sa far contesa, e al fin dal suo prigion si trova presa.

40

Elbanio disse a lei: — Se di pietade s'avesse, donna, qui notizia ancora, come se n'ha per tutt'altre contrade, dovunque il vago sol luce e colora; io vi osarei, per vostr'alma beltade ch'ogn'animo gentil di sé inamora, chiedervi in don la vita mia, che poi saria ognor presto a spenderla per voi.

41

Or quando fuor d'ogni ragion qui sono privi d'umanitade i cori umani, non vi domanderò la vita in dono, che i prieghi miei so ben che sarian vani; ma che da cavalliero, o tristo o buono ch'io sia, possi morir con l'arme in mani, e non come dannato per giudicio, o come animal bruto in sacrificio. —

42

Alessandra gentil, ch'umidi avea, per la pietà del giovinetto, i rai, rispose: — Ancor che più crudele e rea sia questa terra, ch'altra fosse mai; non concedo però che qui Medea ogni femina sia, come tu fai: e quando ogn'altra così fosse ancora, me sola di tant'altre io vo' trar fuora.

43

E se ben per adietro io fossi stata empia e crudel, come qui sono tante, dir posso che suggetto ove mostrata per me fosse pietà, non ebbi avante. Ma ben sarei di tigre più arrabbiata, e più duro avre' il cor che di diamante, se non m'avesse tolto ogni durezza tua beltà, tuo valor, tua gentilezza.

44

Così non fosse la legge più forte, che contra i peregrini è statuita, come io non schiverei con la mia morte di ricomprar la tua più degna vita. Ma non è grado qui di sì gran sorte, che ti potesse dar libera aita; e quel che chiedi ancor, ben che sia poco, difficile ottener fia in questo loco.

45

Pur io vedrò di far che tu l'ottenga, ch'abbi inanzi al morir questo contento; ma mi dubito ben che te n'avenga, tenendo il morir lungo, più tormento. — Suggiunse Elbanio: — Quando incontra io venga a dieci armato, di tal cor mi sento, che la vita ho speranza di salvarme, e uccider lor, se tutti fosser arme. —

46

