Part 24
125
Alcun ch'intende quivi esser Marfisa, che tiene al mondo il vanto in esser forte, volta il cavallo, e Norandino avisa che s'oggi non vuol perder la sua corte, proveggia, prima che sia tutta uccisa, di man trarla a Tesifone e alla Morte; perché Marfisa veramente è stata, che l'armatura in piazza gli ha levata.
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Come re Norandino ode quel nome così temuto per tutto Levante, che facea a molti anco arricciar le chiome, ben che spesso da lor fosse distante, è certo che ne debbia venir come dice quel suo, se non provede inante; però gli suoi, che già mutata l'ira hanno in timore, a sé richiama e tira.
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Da l'altra parte i figli d'Oliviero con Sansonetto e col figliuol d'Otone, supplicando a Marfisa, tanto fero, che si diè fine alla crudel tenzone. Marfisa, giunta al re, con viso altiero disse: — Io non so, signor, con che ragione vogli quest'arme dar, che tue non sono, al vincitor de le tue giostre in dono.
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Mie sono l'arme, e 'n mezzo de la via che vien d'Armenia, un giorno le lasciai, perché seguire a piè mi convenia un rubator che m'avea offesa assai: e la mia insegna testimon ne fia, che qui si vede, se notizia n'hai. — E la mostrò ne la corazza impressa, ch'era in tre parti una corona fessa.
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— Gli è ver (rispose il re) che mi fur date, son pochi dì, da un mercatante armeno; e se voi me l'avesse domandate, l'avreste avute, o vostre o no che sièno; ch'avenga ch'a Grifon già l'ho donate, ho tanta fede in lui, che nondimeno, acciò a voi darle avessi anche potuto, volentieri il mio don m'avria renduto.
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Non bisogna allegar, per farmi fede che vostre sien, che tengan vostra insegna: basti il dirmelo voi; che vi si crede più ch'a qual altro testimonio vegna. Che vostre sian vostr'arme si concede alla virtù di maggior premio degna. Or ve l'abbiate, e più non si contenda; e Grifon maggior premio da me prenda. —
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Grifon che poco a cor avea quell'arme, ma gran disio che 'l re si satisfaccia, gli disse: — Assai potete compensarme, se mi fate saper ch'io vi compiaccia. — Tra sé disse Marfisa: — Esser qui parme l'onor mio in tutto: — e con benigna faccia volle a Grifon de l'arme esser cortese; e finalmente in don da lui le prese.
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Ne la città con pace e con amore tornaro, ove le feste raddoppiarsi. Poi la giostra si fe', di che l'onore e 'l pregio Sansonetto fece darsi; ch'Astolfo e i duo fratelli e la migliore di lor, Marfisa, non volson provarsi, cercando, com'amici e buon compagni, che Sansonetto il pregio ne guadagni.
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Stati che sono in gran piacere e in festa con Norandino otto giornate o diece, perché l'amor di Francia gli molesta, che lasciar senza lor tanto non lece, tolgon licenza; e Marfisa, che questa via disiava, compagnia lor fece. Marfisa avuto avea lungo disire al paragon dei paladin venire;
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e far esperienza se l'effetto si pareggiava a tanta nominanza. Lascia un altro in suo loco Sansonetto, che di Ierusalem regga la stanza. Or questi cinque in un drappello eletto, che pochi pari al mondo han di possanza, licenziati dal re Norandino, vanno a Tripoli e al mar che v'è vicino.
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E quivi una caracca ritrovaro, che per Ponente mercanzie raguna. Per loro e pei cavalli s'accordaro con un vecchio patron ch'era da Luna. Mostrava d'ogn'intorno il tempo chiaro, ch'avrian per molti dì buona fortuna. Sciolser dal lito, avendo aria serena, e di buon vento ogni lor vela piena.
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L'isola sacra all'amorosa dea diede lor sotto un'aria il primo porto, che non ch'a offender gli uomini sia rea, ma stempra il ferro, e quivi è 'l viver corto. Cagion n'è un stagno: e certo non dovea Natura a Famagosta far quel torto d'appressarvi Costanza acre e maligna, quando al resto di Cipro è sì benigna.
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Il grave odor che la palude esala non lascia al legno far troppo soggiorno. Quindi a un greco—levante spiegò ogni ala, volando da man destra a Cipro intorno, e surse a Pafo, e pose in terra scala; e i naviganti uscir nel lito adorno, chi per merce levar, chi per vedere la terra d'amor piena e di piacere.
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Dal mar sei miglia o sette, a poco a poco si va salendo inverso il colle ameno. Mirti e cedri e naranci e lauri il loco, e mille altri soavi arbori han pieno. Serpillo e persa e rose e gigli e croco spargon da l'odorifero terreno tanta suavità, ch'in mar sentire la fa ogni vento che da terra spire.
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Da limpida fontana tutta quella piaggia rigando va un ruscel fecondo. Ben si può dir che sia di Vener bella il luogo dilettevole e giocondo; che v'è ogni donna affatto, ogni donzella piacevol più ch'altrove sia nel mondo: e fa la dea che tutte ardon d'amore, giovani e vecchie, infino all'ultime ore.
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Quivi odono il medesimo ch'udito di Lucina e de l'Orco hanno in Soria, e come di tornare ella a marito facea nuovo apparecchio in Nicosia. Quindi il padrone (essendosi espedito, e spirando buon vento alla sua via) l'ancore sarpa, e fa girar la proda verso ponente, ed ogni vela snoda.
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Al vento di maestro alzò la nave le vele all'orza, ed allargossi in alto. Un ponente—libecchio, che soave parve a principio e fin che 'l sol stette alto, e poi si fe' verso la sera grave, le leva incontra il mar con fiero assalto, con tanti tuoni e tanto ardor di lampi, che par che 'l ciel si spezzi e tutto avampi.
142
Stendon le nubi un tenebroso velo che né sole apparir lascia né stella. Di sotto il mar, di sopra mugge il cielo, il vento d'ogn'intorno, e la procella che di pioggia oscurissima e di gelo i naviganti miseri flagella: e la notte più sempre si diffonde sopra l'irate e formidabil onde.
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I naviganti a dimostrare effetto vanno de l'arte in che lodati sono: chi discorre fischiando col fraschetto, e quanto han gli altri a far, mostra col suono; chi l'ancore apparechia da rispetto, e chi al mainare e chi alla scotta è buono; chi 'l timone, chi l'arbore assicura, chi la coperta di sgombrare ha cura.
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Crebbe il tempo crudel tutta la notte, caliginosa e più scura ch'inferno. Tien per l'alto il padrone, ove men rotte crede l'onde trovar, dritto il governo; e volta ad or ad or contra le botte del mar la proda, e de l'orribil verno, non senza speme mai che, come aggiorni, cessi fortuna, o più placabil torni.
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Non cessa e non si placa, e più furore mostra nel giorno, se pur giorno è questo, che si conosce al numerar de l'ore, non che per lume già sia manifesto. Or con minor speranza e più timore si dà in poter del vento il padron mesto: volta la poppa all'onde, e il mar crudele scorrendo se ne va con umil vele.
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Mentre Fortuna in mar questi travaglia, non lascia anco posar quegli altri in terra, che sono in Francia, ove s'uccide e taglia coi Saracini il popul d'Inghilterra. Quivi Rinaldo assale, apre e sbaraglia le schiere avverse, e le bandiere atterra. Dissi di lui, che 'l suo destrier Baiardo mosso avea contra a Dardinel gagliardo.
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Vide Rinaldo il segno del quartiero, di che superbo era il figliuol d'Almonte; e lo stimò gagliardo e buon guerriero, che concorrer d'insegna ardia col conte. Venne più appresso, e gli parea più vero; ch'avea d'intorno uomini uccisi a monte. — Meglio è (gridò) che prima io svella e spenga questo mal germe, che maggior divenga. —
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Dovunque il viso drizza il paladino, levasi ognuno, e gli dà larga strada; né men sgombra il fedel, che 'l Saracino, sì reverita è la famosa spada. Rinaldo, fuor che Dardinel meschino, non vede alcuno, e lui seguir non bada. Grida: — Fanciullo, gran briga ti diede chi ti lasciò di questo scudo erede.
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Vengo a te per provar, se tu m'attendi, come ben guardi il quartier rosso e bianco; che s'ora contra me non lo difendi, difender contra Orlando il potrai manco. — Rispose Dardinello: — Or chiaro apprendi che s'io lo porto, il so difender anco; e guadagnar più onor, che briga, posso del paterno quartier candido e rosso.
150
Perché fanciullo io sia, non creder farme però fuggire, o che 'l quartier ti dia: la vita mi torrai, se mi toi l'arme; ma spero in Dio ch'anzi il contrario fia. Sia quel che vuol, non potrà alcun biasmarme che mai traligni alla progenie mia. — Così dicendo, con la spada in mano assalse il cavallier da Montalbano.
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Un timor freddo tutto 'l sangue oppresse, che gli Africani aveano intorno al core, come vider Rinaldo che si messe con tanta rabbia incontra a quel signore, con quanta andria un leon ch'al prato avesse visto un torel ch'ancor non senta amore. Il primo che ferì, fu 'l Saracino; ma picchiò invan su l'elmo di Mambrino.
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Rise Rinaldo, e disse: — Io vo' tu senta, s'io so meglio di te trovar la vena. — Sprona, e a un tempo al destrier la briglia allenta, e d'una punta con tal forza mena, d'una punta ch'al petto gli appresenta, che gli la fa apparir dietro alla schena. Quella trasse, al tornar, l'alma col sangue: di sella il corpo uscì freddo ed esangue.
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Come purpureo fior languendo muore, che 'l vomere al passar tagliato lassa; o come carco di superchio umore il papaver ne l'orto il capo abbassa: così, giù de la faccia ogni colore cadendo, Dardinel di vita passa; passa di vita, e fa passar con lui l'ardire e la virtù de tutti i sui.
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Qual soglion l'acque per umano ingegno stare ingorgate alcuna volta e chiuse, che quando lor vien poi rotto il sostegno, cascano, e van con gran rumor difuse; tal gli African, ch'avean qualche ritegno mentre virtù lor Dardinello infuse, ne vanno or sparti in questa parte e in quella, che l'han veduto uscir morto di sella.
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Chi vuol fuggir, Rinaldo fuggir lassa, ed attende a cacciar chi vuol star saldo. Si cade ovunque Ariodante passa, che molto va quel dì presso a Rinaldo. Altri Lionetto, altri Zerbin fracassa, a gara ognuno a far gran prove caldo. Carlo fa il suo dover, lo fa Oliviero, Turpino e Guido e Salamone e Ugiero.
156
I Mori fur quel giorno in gran periglio che 'n Pagania non ne tornasse testa; ma 'l saggio re di Spagna dà di piglio, e se ne va con quel che in man gli resta. Restar in danno tien miglior consiglio, che tutti i denar perdere e la vesta: meglio è ritrarsi e salvar qualche schiera, che, stando, esser cagion che 'l tutto pèra.
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Verso gli alloggiamenti i segni invia, ch'eron serrati d'argine e di fossa, con Stordilan, col re d'Andologia, col Portughese in una squadra grossa. Manda a pregar il re di Barbaria, che si cerchi ritrar meglio che possa; e se quel giorno la persona e 'l loco potrà salvar, non avrà fatto poco.
158
Quel re che si tenea spacciato al tutto, né mai credea più riveder Biserta, che con viso sì orribile e sì brutto unquanco non avea Fortuna esperta, s'allegrò che Marsilio avea ridutto parte del campo in sicurezza certa: ed a ritrarsi cominciò, e a dar volta alle bandiere, e fe' sonar raccolta.
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Ma la più parte de la gente rotta né tromba né tambur né segno ascolta: tanta fu la viltà, tanta la dotta, ch'in Senna se ne vide affogar molta. Il re Agramante vuol ridur la frotta: seco ha Sobrino, e van scorrendo in volta; e con lor s'affatica ogni buon duca, che nei ripari il campo si riduca.
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Ma né il re, né Sobrin, né duca alcuno con prieghi, con minacce, con affanno ritrar può il terzo, non ch'io dica ognuno, dove l'insegne mal seguite vanno. Morti o fuggiti ne son dua, per uno che ne rimane, e quel non senza danno: ferito è chi di dietro e chi davanti; ma travagliati e lassi tutti quanti.
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E con gran tema fin dentro alle porte dei forti alloggiamenti ebbon la caccia: ed era lor quel luogo anco mal forte, con ogni proveder che vi si faccia (che ben pigliar nel crin la buona sorte Carlo sapea, quando volgea la faccia), se non venia la notte tenebrosa, che staccò il fatto, ed acquetò ogni cosa;
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dal Creator accelerata forse, che de la sua fattura ebbe pietade. Ondeggiò il sangue per campagna, e corse come un gran fiume, e dilagò le strade. Ottantamila corpi numerorse, che fur quel dì messi per fil di spade. Villani e lupi uscir poi de le grotte a dispogliargli e a devorar la notte.
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Carlo non torna più dentro alla terra, ma contra gli nimici fuor s'accampa, ed in assedio le lor tende serra, ed alti e spessi fuochi intorno avampa. Il pagan si provede, e cava terra, fossi e ripari e bastioni stampa; va rivedendo, e tien le guardie deste, né tutta notte mai l'arme si sveste.
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Tutta la notte per gli alloggiamenti dei malsicuri Saracini oppressi si versan pianti, gemiti e lamenti, ma quanto più si può, cheti e soppressi. Altri, perché gli amici hanno e i parenti lasciati morti, ed altri per se stessi, che son feriti, e con disagio stanno: ma più è la tema del futuro danno.
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Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro, d'oscura stirpe nati in Tolomitta; de' quai l'istoria, per esempio raro di vero amore, è degna esser descritta. Cloridano e Medor si nominaro, ch'alla fortuna prospera e alla afflitta aveano sempre amato Dardinello, ed or passato in Francia il mar con quello.
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Cloridan, cacciator tutta sua vita, di robusta persona era ed isnella: Medoro avea la guancia colorita e bianca e grata ne la età novella; e fra la gente a quella impresa uscita non era faccia più gioconda e bella: occhi avea neri, e chioma crespa d'oro: angel parea di quei del sommo coro.
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Erano questi duo sopra i ripari con molti altri a guardar gli alloggiamenti, quando la Notte fra distanze pari mirava il ciel con gli occhi sonnolenti. Medoro quivi in tutti i suoi parlari non può far che 'l signor suo non rammenti, Dardinello d'Almonte, e che non piagna che resti senza onor ne la campagna.
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Volto al compagno, disse: — O Cloridano, io non ti posso dir quanto m'incresca del mio signor, che sia rimaso al piano, per lupi e corbi, ohimé! troppo degna esca. Pensando come sempre mi fu umano, mi par che quando ancor questa anima esca in onor di sua fama, io non compensi né sciolga verso lui gli oblighi immensi.
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Io voglio andar, perché non stia insepulto in mezzo alla campagna, a ritrovarlo: e forse Dio vorrà ch'io vada occulto là dove tace il campo del re Carlo. Tu rimarrai; che quando in ciel sia sculto ch'io vi debba morir, potrai narrarlo: che se Fortuna vieta sì bell'opra, per fama almeno il mio buon cor si scuopra. —
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Stupisce Cloridan, che tanto core, tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo: e cerca assai, perché gli porta amore, di fargli quel pensiero irrito e nullo; ma non gli val, perch'un sì gran dolore non riceve conforto né trastullo. Medoro era disposto o di morire, o ne la tomba il suo signor coprire.
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Veduto che nol piega e che nol muove, Cloridan gli risponde: — E verrò anch'io, anch'io vuo' pormi a sì lodevol pruove, anch'io famosa morte amo e disio. Qual cosa sarà mai che più mi giove, s'io resto senza te, Medoro mio? Morir teco con l'arme è meglio molto, che poi di duol, s'avvien che mi sii tolto. —
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Così disposti, messero in quel loco le successive guardie, e se ne vanno. Lascian fosse e steccati, e dopo poco tra' nostri son, che senza cura stanno. Il campo dorme, e tutto è spento il fuoco, perché dei Saracin poca tema hanno. Tra l'arme e' carriaggi stan roversi, nel vin, nel sonno insino agli occhi immersi.
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Fermossi alquanto Cloridano, e disse: — Non son mai da lasciar l'occasioni. Di questo stuol che 'l mio signor trafisse, non debbo far, Medoro, occisioni? Tu, perché sopra alcun non ci venisse, gli occhi e l'orecchi in ogni parte poni; ch'io m'offerisco farti con la spada tra gli nimici spaziosa strada. —
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Così disse egli, e tosto il parlar tenne, ed entrò dove il dotto Alfeo dormia, che l'anno inanzi in corte a Carlo venne, medico e mago e pien d'astrologia: ma poco a questa volta gli sovenne; anzi gli disse in tutto la bugia. Predetto egli s'avea, che d'anni pieno dovea morire alla sua moglie in seno:
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ed or gli ha messo il cauto Saracino la punta de la spada ne la gola. Quattro altri uccide appresso all'indovino, che non han tempo a dire una parola: menzion dei nomi lor non fa Turpino, e 'l lungo andar le lor notizie invola: dopo essi Palidon da Moncalieri, che sicuro dormia fra duo destrieri.
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Poi se ne vien dove col capo giace appoggiato al barile il miser Grillo: avealo voto, e avea creduto in pace godersi un sonno placido e tranquillo. Troncògli il capo il Saracino audace: esce col sangue il vin per uno spillo, di che n'ha in corpo più d'una bigoncia; e di ber sogna, e Cloridan lo sconcia.
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E presso a Grillo, un Greco ed un Tedesco spenge in dui colpi, Andropono e Conrado, che de la notte avean goduto al fresco gran parte, or con la tazza, ora col dado: felici, se vegghiar sapeano a desco fin che de l'Indo il sol passassi il guado. Ma non potria negli uomini il destino, se del futuro ognun fosse indovino.
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Come impasto leone in stalla piena, che lunga fame abbia smacrato e asciutto, uccide, scanna, mangia, a strazio mena l'infermo gregge in sua balìa condutto; così il crudel pagan nel sonno svena la nostra gente, e fa macel per tutto. La spada di Medoro anco non ebe; ma si sdegna ferir l'ignobil plebe.
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Venuto era ove il duca di Labretto con una dama sua dormia abbracciato; e l'un con l'altro si tenea sì stretto, che non saria tra lor l'aere entrato. Medoro ad ambi taglia il capo netto. Oh felice morire! oh dolce fato! che come erano i corpi, ho così fede ch'andar l'alme abbracciate alla lor sede.
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Malindo uccise e Ardalico il fratello, che del conte di Fiandra erano figli; e l'uno e l'altro cavallier novello fatto avea Carlo, e aggiunto all'arme i gigli, perché il giorno amendui d'ostil macello con gli stocchi tornar vide vermigli: e terre in Frisa avea promesso loro, e date avria; ma lo vietò Medoro.
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Gl'insidiosi ferri eran vicini ai padiglioni che tiraro in volta al padiglion di Carlo i paladini, facendo ognun la guardia la sua volta; quando da l'empia strage i Saracini trasson le spade, e diero a tempo volta; ch'impossibil lor par, tra sì gran torma, che non s'abbia a trovar un che non dorma.
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E ben che possan gir di preda carchi, salvin pur sé, che fanno assai guadagno. Ove più creda aver sicuri i varchi va Cloridano, e dietro ha il suo compagno. Vengon nel campo, ove fra spade ed archi e scudi e lance in un vermiglio stagno giaccion poveri e ricchi, e re e vassalli, e sozzopra con gli uomini i cavalli.
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Quivi dei corpi l'orrida mistura, che piena avea la gran campagna intorno, potea far vaneggiar la fedel cura dei duo compagni insino al far del giorno, se non traea fuor d'una nube oscura, a' prieghi di Medor, la Luna il corno. Medoro in ciel divotamente fisse verso la Luna gli occhi, e così disse:
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— O santa dea, che dagli antiqui nostri debitamente sei detta triforme; ch'in cielo, in terra e ne l'inferno mostri l'alta bellezza tua sotto più forme, e ne le selve, di fere e di mostri vai cacciatrice seguitando l'orme; mostrami ove 'l mio re giaccia fra tanti, che vivendo imitò tuoi studi santi. —
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La luna a quel pregar la nube aperse (o fosse caso o pur la tanta fede), bella come fu allor ch'ella s'offerse, e nuda in braccio a Endimion si diede. Con Parigi a quel lume si scoperse l'un campo e l'altro; e 'l monte e 'l pian si vede: si videro i duo colli di lontano, Martire a destra, e Lerì all'altra mano,
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Rifulse lo splendor molto più chiaro ove d'Almonte giacea morto il figlio. Medoro andò, piangendo, al signor caro; che conobbe il quartier bianco e vermiglio: e tutto 'l viso gli bagnò d'amaro pianto, che n'avea un rio sotto ogni ciglio, in sì dolci atti, in sì dolci lamenti, che potea ad ascoltar fermare i venti.
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Ma con sommessa voce e a pena udita; non che riguardi a non si far sentire, perch'abbia alcun pensier de la sua vita, più tosto l'odia, e ne vorrebbe uscire: ma per timor che non gli sia impedita l'opera pia che quivi il fe' venire. Fu il morto re sugli omeri sospeso di tramendui, tra lor partendo il peso.
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Vanno affrettando i passi quanto ponno, sotto l'amata soma che gl'ingombra. E già venìa chi de la luce è donno le stelle a tor del ciel, di terra l'ombra; quando Zerbino, a cui del petto il sonno l'alta virtude, ove è bisogno, sgombra, cacciato avendo tutta notte i Mori, al campo si traea nei primi albori.
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E seco alquanti cavallieri avea, che videro da lunge i dui compagni. Ciascuno a quella parte si traea, sperandovi trovar prede e guadagni. — Frate, bisogna (Cloridan dicea) gittar la soma, e dare opra ai calcagni; che sarebbe pensier non troppo accorto, perder duo vivi per salvar un morto. —
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E gittò il carco, perché si pensava che 'l suo Medoro il simil far dovesse: ma quel meschin, che 'l suo signor più amava, sopra le spalle sue tutto lo resse. L'altro con molta fretta se n'andava, come l'amico a paro o dietro avesse: se sapea di lasciarlo a quella sorte, mille aspettate avria, non ch'una morte.
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Quei cavallier, con animo disposto che questi a render s'abbino o a morire, chi qua chi là si spargono, ed han tosto preso ogni passo onde si possa uscire. Da loro il capitan poco discosto, più degli altri è sollicito a seguire; ch'in tal guisa vedendoli temere, certo è che sian de le nimiche schiere.
192
Era a quel tempo ivi una selva antica, d'ombrose piante spessa e di virgulti, che, come labirinto, entro s'intrica di stretti calli e sol da bestie culti. Speran d'averla i duo pagan sì amica, ch'abbi a tenerli entro a' suoi rami occulti. Ma chi del canto mio piglia diletto, un'altra volta ad ascoltarlo aspetto.
CANTO DICIANNOVESIMO
1
Alcun non può saper da chi sia amato, quando felice in su la ruota siede: però c'ha i veri e i finti amici a lato, che mostran tutti una medesma fede. Se poi si cangia in tristo il lieto stato, volta la turba adulatrice il piede; e quel che di cor ama riman forte, ed ama il suo signor dopo la morte.
2
Se, come il viso, si mostrasse il core, tal ne la corte è grande e gli altri preme, e tal è in poca grazia al suo signore, che la lor sorte muteriano insieme. Questo umil diverria tosto il maggiore: staria quel grande infra le turbe estreme. Ma torniamo a Medor fedele e grato, che 'n vita e in morte ha il suo signore amato.
3
Cercando già nel più intricato calle il giovine infelice di salvarsi; ma il grave peso ch'avea su le spalle, gli facea uscir tutti i partiti scarsi. Non conosce il paese, e la via falle, e torna fra le spine a invilupparsi. Lungi da lui tratto al sicuro s'era l'altro, ch'avea la spalla più leggiera.
4
Cloridan s'è ridutto ove non sente di chi segue lo strepito e il rumore: ma quando da Medor si vede assente, gli pare aver lasciato a dietro il core. — Deh, come fui (dicea) sì negligente, deh, come fui sì di me stesso fuore, che senza te, Medor, qui mi ritrassi, né sappia quando o dove io ti lasciassi! —
5
Così dicendo, ne la torta via de l'intricata selva si ricaccia; ed onde era venuto si ravvia, e torna di sua morte in su la traccia. Ode i cavalli e i gridi tuttavia, e la nimica voce che minaccia: all'ultimo ode il suo Medoro, e vede che tra molti a cavallo è solo a piede.
6