Orlando Furioso

Part 23

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State, vi priego per mia verde etade, in cui solete aver sì larga speme: deh non vogliate andar per fil di spade, ch'in Africa non torni di noi seme. Per tutto ne saran chiuse le strade, se non andiam raccolti e stretti insieme: troppo alto muro e troppo larga fossa è il monte e il mar, pria che tornar si possa.

51

Molto è meglio morir qui, ch'ai supplici darsi e alla discrezion di questi cani. State saldi, per Dio, fedeli amici; che tutti son gli altri rimedi vani. Non han di noi più vita gli nimici; più d'un'alma non han, più di due mani. — Così dicendo, il giovinetto forte al conte d'Otonlei diede la morte.

52

Il rimembrare Almonte così accese l'esercito african che fuggia prima, che le braccia e le mani in sue difese meglio, che rivoltar le spalle, estima. Guglielmo da Burnich era uno Inglese maggior di tutti, e Dardinello il cima, e lo pareggia agli altri; e apresso taglia il capo ad Aramon di Cornovaglia.

53

Morto cadea questo Aramone a valle; e v'accorse il fratel per dargli aiuto: ma Dardinel l'aperse per le spalle fin giù dove lo stomaco è forcuto. Poi forò il ventre a Bogio da Vergalle, e lo mandò del debito assoluto: avea promesso alla moglier fra sei mesi, vivendo, di tornare a lei.

54

Vide non lungi Dardinel gagliardo venir Lurcanio, ch'avea in terra messo Dorchin, passato ne la gola, e Gardo per mezzo il capo e insin ai denti fesso; e ch'Alteo fuggir volse, ma fu tardo, Alteo ch'amò quanto il suo core istesso; che dietro alla collottola gli mise il fier Lurcanio un colpo che l'uccise.

55

Piglia una lancia, e va per far vendetta, dicendo al suo Macon (s'udir lo puote), che se morto Lurcanio in terra getta, ne la moschea ne porrà l'arme vote. Poi traversando la campagna in fretta, con tanta forza il fianco gli percuote, che tutto il passa sin all'altra banda; ed ai suoi, che lo spoglino, commanda.

56

Non è da domandarmi, se dolere se ne dovesse Ariodante il frate; se desiasse di sua man potere por Dardinel fra l'anime dannate: ma nol lascian le genti adito avere, non men de le 'nfedel le battezzate. Vorria pur vendicarsi, e con la spada di qua di là spianando va la strada.

57

Urta, apre, caccia, atterra, taglia e fende qualunque lo 'mpedisce o gli contrasta. E Dardinel che quel disire intende, a volerlo saziar già non sovrasta: ma la gran moltitudine contende con questa ancora, e i suoi disegni guasta. Se' Mori uccide l'un, l'altro non manco gli Scotti uccide e il campo inglese e 'l franco.

58

Fortuna sempremai la via lor tolse, che per tutto quel dì non s'accozzaro. A più famosa man serbar l'un volse; che l'uomo il suo destin fugge di raro. Ecco Rinaldo a questa strada volse, perch'alla vita d'un non sia riparo: ecco Rinaldo vien: Fortuna il guida per dargli onor che Dardinello uccida.

59

Ma sia per questa volta detto assai dei gloriosi fatti di Ponente. Tempo è ch'io torni ove Grifon lasciai, che tutto d'ira e di disdegno ardente facea, con più timor ch'avesse mai, tumultuar la sbigottita gente. Re Norandino a quel rumor corso era con più di mille armati in una schiera.

60

Re Norandin con la sua corte armata, vedendo tutto 'l populo fuggire, venne alla porta in battaglia ordinata, e quella fece alla sua giunta aprire. Grifone intanto avendo già cacciata da sé la turba sciocca e senza ardire, la sprezzata armatura in sua difesa (qual la si fosse) avea di nuovo presa;

61

e presso a un tempio ben murato e forte, che circondato era d'un'alta fossa, in capo un ponticel si fece forte, perché chiuderlo in mezzo alcun non possa. Ecco, gridando e minacciando forte, fuor de la porta esce una squadra grossa. L'animoso Grifon non muta loco, e fa sembiante che ne tema poco.

62

E poi ch'avicinar questo drappello si vide, andò a trovarlo in su la strada; e molta strage fattane e macello (che menava a due man sempre la spada), ricorso avea allo stretto ponticello, e quindi li tenea non troppo a bada: di nuovo usciva e di nuovo tornava; e sempre orribil segno vi lasciava.

63

Quando di dritto e quando di riverso getta or pedoni or cavallieri in terra. Il popul contra lui tutto converso più e più sempre inaspera la guerra. Teme Grifone al fin restar sommerso: sì cresce il mar che d'ogn'intorno il serra; e ne la spalla e ne la coscia manca è già ferito, e pur la lena manca.

64

Ma la virtù, ch'ai suoi spesso soccorre, gli fa appo Norandin trovar perdono. Il re, mentre al tumulto in dubbio corre, vede che morti già tanti ne sono: vede le piaghe che di man d'Ettorre pareano uscite: un testimonio buono, che dianzi esso avea fatto indegnamente vergogna a un cavallier molto eccellente.

65

Poi, come gli è più presso, e vede in fronte quel che la gente a morte gli ha condutta, e fattosene avanti orribil monte, e di quel sangue il fosso e l'acqua brutta; gli è aviso di veder proprio sul ponte Orazio sol contra Toscana tutta: e per suo onore, e perché gli ne 'ncrebbe, ritrasse i suoi, né gran fatica v'ebbe.

66

Ed alzando la man nuda e senz'arme, antico segno di tregua o di pace, disse a Grifon: — Non so, se non chiamarme d'avere il torto, e dir che mi dispiace: ma il mio poco giudicio, e lo istigarme altrui, cadere in tanto error mi face. Quel che di fare io mi credea al più vile guerrier del mondo, ho fatto al più gentile.

67

E se bene alla ingiuria ed a quell'onta ch'oggi fatta ti fu per ignoranza, l'onor che ti fai qui s'adegua e sconta, o (per più vero dir) supera e avanza; la satisfazion ci serà pronta a tutto mio sapere e mia possanza, quando io conosca di poter far quella per oro o per cittadi o per castella.

68

Chiedimi la metà di questo regno, ch'io son per fartene oggi possessore; che l'alta tua virtù non ti fa degno di questo sol, ma ch'io ti doni il core: e la tua mano in questo mezzo, pegno di fé mi dona e di perpetuo amore. — Così dicendo, da cavallo scese, e vêr Grifon la destra mano stese.

69

Grifon, vedendo il re fatto benigno venirgli per gittar le braccia al collo, lasciò la spada e l'animo maligno, e sotto l'anche ed umile abbracciollo. Lo vide il re di due piaghe sanguigno, e tosto fe' venir chi medicollo; indi portar ne la cittade adagio, e riposar nel suo real palagio.

70

Dove, ferito, alquanti giorni, inante che si potesse armar, fece soggiorno. Ma lascio lui, ch'al suo frate Aquilante ed ad Astolfo in Palestina torno, che di Grifon, poi che lasciò le sante mura, cercare han fatto più d'un giorno in tutti i lochi in Solima devoti, e in molti ancor da la città remoti.

71

Or né l'uno né l'altro è sì indovino, che di Grifon possa saper che sia: ma venne lor quel Greco peregrino, nel ragionare, a caso a darne spia, dicendo ch'Orrigille avea il camino verso Antiochia preso di Soria, d'un nuovo drudo, ch'era di quel loco, di subito arsa e d'improviso fuoco.

72

Dimandògli Aquilante, se di questo così notizia avea data a Grifone: e come l'affermò, s'avisò il resto, perché fosse partito, e la cagione. Ch'Orrigille ha seguito è manifesto in Antiochia con intenzione di levarla di man del suo rivale con gran vendetta e memorabil male.

73

Non tolerò Aquilante che 'l fratello solo e senz'esso a quell'impresa andasse; e prese l'arme, e venne dietro a quello: ma prima pregò il duca che tardasse l'andata in Francia ed al paterno ostello, fin ch'esso d'Antiochia ritornasse. Scende al Zaffo e s'imbarca, che gli pare e più breve e miglior la via del mare.

74

Ebbe un ostro—silocco allor possente tanto nel mare, e sì per lui disposto, che la terra del Surro il dì seguente vide e Saffetto, un dopo l'altro tosto. Passa Barutti e il Zibeletto, e sente che da man manca gli è Cipro discosto. A Tortosa da Tripoli, e alla Lizza e al golfo di Laiazzo il camin drizza.

75

Quindi a levante fe' il nocchier la fronte del navilio voltar snello e veloce; ed a sorger n'andò sopra l'Oronte, e colse il tempo, e ne pigliò la foce. Gittar fece Aquilante in terra il ponte, e n'uscì armato sul destrier feroce; e contra il fiume il camin dritto tenne, tanto ch'in Antiochia se ne venne.

76

Di quel Martano ivi ebbe ad informarse; ed udì ch'a Damasco se n'era ito con Orrigille, ove una giostra farse dovea solenne per reale invito. Tanto d'andargli dietro il desir l'arse, certo che 'l suo german l'abbia seguito, che d'Antiochia anco quel dì si tolle; ma già per mar più ritornar non volle.

77

Verso Lidia e Larissa il camin piega: resta più sopra Aleppe ricca e piena. Dio, per mostrar ch'ancor di qua non niega mercede al bene, ed al contrario pena, Martano appresso a Mamuga una lega ad incontrarsi in Aquilante mena. Martano si facea con bella mostra portare inanzi il pregio de la giostra.

78

Pensò Aquilante al primo comparire, che 'l vil Martano il suo fratello fosse; che l'ingannaron l'arme, e quel vestire candido più che nievi ancor non mosse: e con quell'oh! che d'allegrezza dire si suole, incominciò; ma poi cangiosse tosto di faccia e di parlar, ch'appresso s'avide meglio, che non era desso.

79

Dubitò che per fraude di colei ch'era con lui, Grifon gli avesse ucciso; e: — Dimmi (gli gridò) tu ch'esser déi un ladro e un traditor, come n'hai viso, onde hai quest'arme avute? onde ti sei sul buon destrier del mio fratello assiso? Dimmi se 'l mio fratello è morto o vivo; come de l'arme e del destrier l'hai privo. —

80

Quando Orrigille udì l'irata voce, a dietro il palafren per fuggir volse; ma di lei fu Aquilante più veloce, e fecela fermar, volse o non volse. Martano al minacciar tanto feroce del cavallier, che sì improviso il colse, pallido triema, come al vento fronda, né sa quel che si faccia o che risponda.

81

Grida Aquilante, e fulminar non resta, e la spada gli pon dritto alla strozza; e giurando minaccia che la testa ad Orrigille e a lui rimarrà mozza, se tutto il fatto non gli manifesta. Il mal giunto Martano alquanto ingozza, e tra sé volve se può sminuire sua grave colpa, e poi comincia a dire:

82

— Sappi, signor, che mia sorella è questa, nata di buona e virtuosa gente, ben che tenuta in vita disonesta l'abbia Grifone obbrobriosamente: e tale infamia essendomi molesta, né per forza sentendomi possente di torla a sì grande uom, feci disegno d'averla per astuzia e per ingegno.

83

Tenni modo con lei, ch'avea desire di ritornare a più lodata vita, ch'essendosi Grifon messo a dormire, chetamente da lui fêsse partita. Così fece ella; e perché egli a seguire non n'abbia, ed a turbar la tela ordita, noi lo lasciammo disarmato e a piedi; e qua venuti siàn, come tu vedi. —

84

Poteasi dar di somma astuzia vanto, che colui facilmente gli credea; e, fuor che 'n torgli arme e destrier e quanto tenesse di Grifon, non gli nocea; se non volea pulir sua scusa tanto, che la facesse di menzogna rea: buona era ogn'altra parte, se non quella che la femina a lui fosse sorella.

85

Avea Aquilante in Antiochia inteso essergli concubina, da più genti; onde gridando, di furore acceso: — Falsissimo ladron, tu te ne menti! — un pugno gli tirò di tanto peso, che ne la gola gli cacciò duo denti: e senza più contesa, ambe le braccia gli volge dietro, e d'una fune allaccia;

86

e parimente fece ad Orrigille, ben che in sua scusa ella dicesse assai. Quindi li trasse per casali e ville, né li lasciò fin a Damasco mai; e de le miglia mille volte mille tratti gli avrebbe con pene e con guai, fin ch'avesse trovato il suo fratello, per farne poi come piacesse a quello.

87

Fece Aquilante lor scudieri e some seco tornare, ed in Damasco venne, e trovò di Grifon celebre il nome per tutta la città batter le penne: piccoli e grandi, ognun sapea già come egli era, che sì ben corse l'antenne, ed a cui tolto fu con falsa mostra dal compagno la gloria de la giostra.

88

Il popul tutto al vil Martano infesto, l'uno all'altro additandolo, lo scuopre. — Non è (dicean), non è il ribaldo questo, che si fa laude con l'altrui buone opre? e la virtù di chi non è ben desto, con la sua infamia e col suo obbrobrio copre? Non è l'ingrata femina costei, la qual tradisce i buoni e aiuta i rei? —

89

Altri dicean: — Come stan bene insieme segnati ambi d'un marchio e d'una razza! — Chi li bestemmia, chi lor dietro freme, chi grida: — Impicca, abrucia, squarta, amazza! — La turba per veder s'urta, si preme, e corre inanzi alle strade, alla piazza. Venne la nuova al re, che mostrò segno d'averla cara più ch'un altro regno.

90

Senza molti scudier dietro o davante, come si ritrovò, si mosse in fretta, e venne ad incontrarsi in Aquilante, ch'avea del suo Grifon fatto vendetta; e quello onora con gentil sembiante, seco lo 'nvita, e seco lo ricetta; di suo consenso avendo fatto porre i duo prigioni in fondo d'una torre.

91

Andaro insieme ove del letto mosso Grifon non s'era, poi che fu ferito, che vedendo il fratel, divenne rosso; che ben stimò ch'avea il suo caso udito. E poi che motteggiando un poco adosso gli andò Aquilante, messero a partito di dare a quelli duo iusto martoro, venuti in man degli avversari loro.

92

Vuole Aquilante, vuole il re che mille strazi ne sieno fatti; ma Grifone (perché non osa dir sol d'Orrigille) all'uno e all'altro vuol che si perdone. Disse assai cose, e molto ben ordille; fugli risposto; or per conclusione Martano è disegnato in mano al boia, ch'abbia a scoparlo, e non però che moia.

93

Legar lo fanno, e non tra' fiori e l'erba, e per tutto scopar l'altra matina. Orrigille captiva si riserba fin che ritorni la bella Lucina, al cui saggio parere, o lieve o acerba, rimetton quei signor la disciplina. Quivi stette Aquilante a ricrearsi fin che 'l fratel fu sano e poté armarsi.

94

Re Norandin, che temperato e saggio divenuto era dopo un tanto errore, non potea non aver sempre il coraggio di penitenza pieno e di dolore, d'aver fatto a colui danno ed oltraggio, che degno di mercede era e d'onore: sì che dì e notte avea il pensiero intento par farlo rimaner di sé contento.

95

E statuì nel publico cospetto de la città, di tanta ingiuria rea, con quella maggior gloria ch'a perfetto cavallier per un re dar si potea, di rendergli quel premio ch'intercetto con tanto inganno il traditor gli avea: e perciò fe' bandir per quel paese, che faria un'altra giostra indi ad un mese.

96

Di ch'apparecchio fa tanto solenne, quanto a pompa real possibil sia: onde la Fama con veloci penne portò la nuova per tutta Soria; ed in Fenicia e in Palestina venne, e tanto, ch'ad Astolfo ne diè spia, il qual col viceré deliberosse che quella giostra senza lor non fosse.

97

Per guerrier valoroso e di gran nome la vera istoria Sansonetto vanta. Gli diè battesmo Orlando, e Carlo (come v'ho detto) a governar la Terra Santa. Astolfo con costui levò le some, per ritrovarsi ove la Fama canta, sì che d'intorno n'ha piena ogni orecchia, ch'in Damasco la giostra s'apparecchia.

98

Or cavalcando per quelle contrade con non lunghi viaggi, agiati e lenti, per ritrovarsi freschi alla cittade poi di Damasco il dì de' torniamenti, scontraro in una croce di due strade persona ch'al vestire e a' movimenti avea sembianza d'uomo, e femin' era, ne le battaglie a maraviglia fiera.

99

La vergine Marfisa si nomava, di tal valor, che con la spada in mano fece più volte al gran signor di Brava sudar la fronte e a quel di Montalbano; e 'l dì e la notte armata sempre andava di qua di là cercando in monte e in piano con cavallieri erranti riscontrarsi, ed immortale e gloriosa farsi.

100

Com'ella vide Astolfo e Sansonetto, ch'appresso le venian con l'arme indosso, prodi guerrier le parvero all'aspetto; ch'erano ambeduo grandi e di buono osso: e perché di provarsi avria diletto, per isfidarli avea il destrier già mosso; quando, affissando l'occhio più vicino, conosciuto ebbe il duca paladino.

101

De la piacevolezza le sovenne del cavallier, quando al Catai seco era: e lo chiamò per nome, e non si tenne la man nel guanto, e alzossi la visiera; e con gran festa ad abbracciarlo venne, come che sopra ogn'altra fosse altiera. Non men da l'altra parte riverente fu il paladino alla donna eccellente.

102

Tra lor si domandaron di lor via: e poi ch'Astolfo, che prima rispose, narrò come a Damasco se ne gìa, dove le genti in arme valorose avea invitato il re de la Soria a dimostrar lor opre virtuose; Marfisa, sempre a far gran pruove accesa, — Voglio esser con voi (disse) a questa impresa. —

103

Sommamente ebbe Astolfo grata questa compagna d'arme, e così Sansonetto. Furo a Damasco il dì inanzi la festa, e di fuora nel borgo ebbon ricetto: e sin all'ora che dal sonno desta l'Aurora il vecchiarel già suo diletto, quivi si riposar con maggior agio, che se smontati fossero al palagio.

104

E poi che 'l nuovo sol lucido e chiaro per tutto sparsi ebbe i fulgenti raggi, la bella donna e i duo guerrier s'armaro, mandato avendo alla città messaggi; che, come tempo fu, lor rapportaro che per veder spezzar frassini e faggi re Norandino era venuto al loco ch'avea costituito al fiero gioco.

105

Senza più indugio alla città ne vanno, e per la via maestra alla gran piazza, dove aspettando il real segno stanno quinci e quindi i guerrier di buona razza. I premi che quel giorno si daranno a chi vince, è uno stocco ed una mazza guerniti riccamente, e un destrier, quale sia convenevol dono a un signor tale.

106

Avendo Norandin fermo nel core che, come il primo pregio, il secondo anco, e d'ambedue le giostre il sommo onore si debba guadagnar Grifone il bianco; per dargli tutto quel ch'uom di valore dovrebbe aver, né debbe far con manco, posto con l'arme in questo ultimo pregio ha stocco e mazza e destrier molto egregio.

107

L'arme che ne la giostra fatta dianzi si doveano a Grifon che 'l tutto vinse, e che usurpate avea con tristi avanzi Martano che Grifone esser si finse, quivi si fece il re pendere inanzi, e il ben guernito stocco a quelle cinse, e la mazza all'arcion del destrier messe, perché Grifon l'un pregio e l'altro avesse.

108

Ma che sua intenzione avesse effetto vietò quella magnanima guerriera, che con Astolfo e col buon Sansonetto in piazza nuovamente venuta era. Costei, vedendo l'arme ch'io v'ho detto, subito n'ebbe conoscenza vera: però che già sue furo, e l'ebbe care quanto si suol le cose ottime e rare;

109

ben che l'avea lasciate in su la strada a quella volta che le fur d'impaccio, quando per riaver sua buona spada correa dietro a Brunel degno di laccio. Questa istoria non credo che m'accada altrimenti narrar; però la taccio. Da me vi basti intendere a che guisa quivi trovasse l'arme sue Marfisa.

110

Intenderete ancor, che come l'ebbe riconosciute a manifeste note, per altro che sia al mondo, non le avrebbe lasciate un dì di sua persona vote. Se più tenere un modo o un altro debbe per racquistarle, ella pensar non puote: ma se gli accosta a un tratto, e la man stende, e senz'altro rispetto se le prende;

111

e per la fretta ch'ella n'ebbe, avenne ch'altre ne prese, altre mandonne in terra. Il re, che troppo offeso se ne tenne, con uno sguardo sol le mosse guerra; che 'l popul, che l'ingiuria non sostenne, per vendicarlo e lance e spade afferra, non rammentando ciò ch'i giorni inanti nocque il dar noia ai cavallieri erranti.

112

Né fra vermigli fiori, azzurri e gialli vago fanciullo alla stagion novella, né mai si ritrovò fra suoni e balli più volentieri ornata donna e bella; che fra strepito d'arme e di cavalli, e fra punte di lance e di quadrella, dove si sparga sangue e si dia morte, costei si truovi, oltre ogni creder forte.

113

Spinge il cavallo, e ne la turba sciocca con l'asta bassa impetuosa fere; e chi nel collo e chi nel petto imbrocca, e fa con l'urto or questo or quel cadere: poi con la spada uno ed un altro tocca, e fa qual senza capo rimanere, e qual rotto, e qual passato al fianco, e qual del braccio privo o destro o manco.

114

L'ardito Astolfo e il forte Sansonetto, ch'avean con lei vestita e piastra e maglia, ben che non venner già per tal effetto, pur, vedendo attaccata la battaglia, abbassan la visiera de l'elmetto, e poi la lancia per quella canaglia; ed indi van con la tagliente spada di qua di là facendosi far strada.

115

I cavallieri di nazion diverse, ch'erano per giostrar quivi ridutti, vedendo l'arme in tal furor converse, e gli aspettati giuochi in gravi lutti (che la cagion ch'avesse di dolerse la plebe irata non sapeano tutti, né ch'al re tanta ingiuria fosse fatta), stavan con dubbia mente e stupefatta.

116

Di ch'altri a favorir la turba venne, che tardi poi non se ne fu a pentire; altri, a cui la città più non attenne che gli stranieri, accorse a dipartire; altri, più saggio, in man la briglia tenne, mirando dove questo avesse a uscire. Di quelli fu Grifone ed Aquilante, che per vendicar l'arme andaro inante.

117

Essi vedendo il re che di veneno avea le luci inebriate e rosse, ed essendo da molti istrutti a pieno de la cagion che la discordia mosse, e parendo a Grifon che sua, non meno che del re Norandin, l'ingiuria fosse; s'avean le lance fatte dar con fretta, e venian fulminando alla vendetta.

118

Astolfo d'altra parte Rabicano venìa spronando a tutti gli altri inante, con l'incantata lancia d'oro in mano, ch'al fiero scontro abbatte ogni giostrante. Ferì con essa e lasciò steso al piano prima Grifone, e poi trovò Aquilante; e de lo scudo toccò l'orlo a pena, che lo gittò riverso in su l'arena.

119

I cavallier di pregio e di gran pruova votan le selle inanzi a Sansonetto. L'uscita de la piazza il popul truova: il re n'arrabbia d'ira e di dispetto. Con la prima corazza e con la nuova Marfisa intanto, e l'uno e l'altro elmetto, poi che si vide a tutti dare il tergo, vincitrice venìa verso l'albergo.

120

Astolfo e Sansonetto non fur lenti a seguitarla, e seco a ritornarsi verso la porta (che tutte le genti gli davan loco), ed al rastrel fermarsi. Aquilante e Grifon, troppo dolenti di vedersi a uno incontro riversarsi, tenean per gran vergogna il capo chino, né ardian venire inanzi a Norandino.

121

Presi e montati c'hanno i lor cavalli, spronano dietro agli nimici in fretta. Li segue il re con molti suoi vasalli, tutti pronti o alla morte o alla vendetta. La sciocca turba grida: — Dàlli dàlli —; e sta lontana, e le novelle aspetta. Grifone arriva ove volgean la fronte i tre compagni, ed avean preso il ponte.

122

A prima giunta Astolfo raffigura, ch'avea quelle medesime divise, avea il cavallo, avea quella armatura ch'ebbe dal dì ch'Orril fatale uccise. Né miratol, né posto gli avea cura, quando in piazza a giostrar seco si mise: quivi il conobbe e salutollo; e poi gli domandò de li compagni suoi;

123

e perché tratto avean quell'arme a terra, portando al re sì poca riverenza. Di suoi compagni il duca d'Inghilterra diede a Grifon non falsa conoscenza: de l'arme ch'attaccate avean la guerra, disse che non n'avea troppa scienza; ma perché con Marfisa era venuto, dar le volea con Sansonetto aiuto.

124

Quivi con Grifon stando il paladino, viene Aquilante, e lo conosce tosto che parlar col fratel l'ode vicino, e il voler cangia, ch'era mal disposto. Giungean molti di quei di Norandino, ma troppo non ardian venire accosto; e tanto più, vedendo i parlamenti, stavano cheti, e per udire intenti.