Part 22
Con gli scudieri e con la donna, dove era il popolo ancora, in piazza venne; e giunse a tempo che finian le pruove di girar spade e d'arrestare antenne. Commanda il re che 'l cavallier si truove, che per cimier avea le bianche penne, bianche le vesti e bianco il corridore; che 'l nome non sapea del vincitore.
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Colui ch'indosso il non suo cuoio aveva, come l'asino già quel del leone, chiamato, se n'andò, come attendeva, a Norandino, in loco di Grifone. Quel re cortese incontro se gli leva, l'abbraccia e bacia, e allato se lo pone: né gli basta onorarlo e dargli loda, che vuol che 'l suo valor per tutto s'oda.
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E fa gridarlo al suon degli oricalchi vincitor de la giostra di quel giorno. L'alta voce ne va per tutti i palchi, che 'l nome indegno udir fa d'ogn'intorno. Seco il re vuol ch'a par a par cavalchi, quando al palazzo suo poi fa ritorno; e di sua grazia tanto gli comparte, che basteria, se fosse Ercole o Marte.
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Bello ed ornato alloggiamento dielli in corte, ed onorar fece con lui Orrigille anco; e nobili donzelli mandò con essa, e cavallieri sui. Ma tempo è ch'anco di Grifon favelli, il qual né dal compagno né d'altrui temendo inganno, addormentato s'era, né mai si risvegliò fin alla sera.
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Poi che fu desto, e che de l'ora tarda s'accorse, uscì di camera con fretta, dove il falso cognato e la bugiarda Orrigille lasciò con l'altra setta; e quando non gli truova, e che riguarda non v'esser l'arme né i panni, sospetta; ma il veder poi più sospettoso il fece l'insegne del compagno in quella vece.
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Sopravien l'oste, e di colui l'informa che già gran pezzo, di bianch'arme adorno, con la donna e col resto de la torma avea ne la città fatto ritorno. Truova Grifone a poco a poco l'orma ch'ascosa gli avea Amor fin a quel giorno; e con suo gran dolor vede esser quello adulter d'Orrigille, e non fratello.
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Di sua sciocchezza indarno ora si duole, ch'avendo il ver dal peregrino udito, lasciato mutar s'abbia alle parole di chi l'avea più volte già tradito. Vendicar si potea, né seppe; or vuole l'inimico punir, che gli è fuggito; ed è costretto con troppo gran fallo a tor di quel vil uom l'arme e 'l cavallo.
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Eragli meglio andar senz'arme e nudo, che porsi indosso la corazza indegna, o ch'imbracciar l'abominato scudo, o por su l'elmo la beffata insegna; ma per seguir la meretrice e 'l drudo, ragione in lui pari al disio non regna. A tempo venne alla città, ch'ancora il giorno avea quasi di vivo un'ora.
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Presso alla porta ove Grifon venìa, siede a sinistra un splendido castello, che, più che forte e ch'a guerre atto sia, di ricche stanze è accommodato e bello. I re, i signori, i primi di Soria con alte donne in un gentil drappello celebravano quivi in loggia amena la real sontuosa e lieta cena.
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La bella loggia sopra 'l muro usciva con l'alta rocca fuor de la cittade; e lungo tratto di lontan scopriva i larghi campi e le diverse strade. Or che Grifon verso la porta arriva con quell'arme d'obbrobrio e di viltade, fu con non troppa aventurosa sorte dal re veduto e da tutta la corte:
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e riputato quel di ch'avea insegna, mosse le donne e i cavallieri a riso. Il vil Martano, come quel che regna in gran favor, dopo 'l re è 'l primo assiso, e presso a lui la donna di sé degna; dai quali Norandin con lieto viso volse saper chi fosse quel codardo che così avea al suo onor poco riguardo;
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che dopo una sì trista e brutta pruova, con tanta fronte or gli tornava inante. Dicea: — Questa mi par cosa assai nuova, ch'essendo voi guerrier degno e prestante, costui compagno abbiate, che non truova, di viltà, pari in terra di Levante. Il fate forse per mostrar maggiore, per tal contrario, il vostro alto valore.
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Ma ben vi giuro per gli eterni dei, che se non fosse ch'io riguardo a vui, la publica ignominia gli farei, ch'io soglio fare agli altri pari a lui. Perpetua ricordanza gli darei, come ognor di viltà nimico fui. Ma sappia, s'impunito se ne parte, grado a voi che 'l menaste in questa parte. —
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Colui che fu de tutti i vizi il vaso, rispose: — Alto signor, dir non sapria chi sia costui; ch'io l'ho trovato a caso, venendo d'Antiochia, in su la via. Il suo sembiante m'avea persuaso che fosse degno di mia compagnia; ch'intesa non n'avea pruova né vista, se non quella che fece oggi assai trista.
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La qual mi spiacque sì, che restò poco, che per punir l'estrema sua viltade, non gli facessi allora allora un gioco, che non toccasse più lance né spade: ma ebbi, più ch'a lui, rispetto al loco, e riverenza a vostra maestade. Né per me voglio che gli sia guadagno l'essermi stato un giorno o dua compagno:
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di che contaminato anco esser parme; e sopra il cor mi sarà eterno peso, se, con vergogna del mestier de l'arme, io lo vedrò da noi partire illeso: e meglio che lasciarlo, satisfarme potrete, se sarà d'un merlo impeso; e fia lodevol opra e signorile, perch'el sia esempio e specchio ad ogni vile. —
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Al detto suo Martano Orrigille have, senza accennar, confermatrice presta. — Non son (rispose il re) l'opre sì prave, ch'al mio parer v'abbia d'andar la testa. Voglio per pena del peccato grave, che sol rinuovi al populo la festa. — E tosto a un suo baron, che fe' venire, impose quanto avesse ad esequire.
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Quel baron molti armati seco tolse, ed alla porta de la terra scese; e quivi con silenzio li raccolse, e la venuta di Grifone attese: e ne l'entrar sì d'improviso il colse, che fra i duo ponti a salvamento il prese; e lo ritenne con beffe e con scorno in una oscura stanza insin al giorno.
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Il Sole a pena avea il dorato crine tolto di grembio alla nutrice antica, e cominciava da le piagge alpine a cacciar l'ombre e far la cima aprica; quando temendo il vil Martan ch'al fine Grifone ardito la sua causa dica, e ritorni la colpa ond'era uscita, tolse licenza, e fece indi partita,
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trovando idonia scusa al priego regio, che non stia allo spettacolo ordinato. Altri doni gli avea fatto, col pregio de la non sua vittoria, il signor grato; e sopra tutto un amplo privilegio, dov'era d'altri onori al sommo ornato. Lasciànlo andar; ch'io vi prometto certo, che la mercede avrà secondo il merto.
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Fu Grifon tratto a gran vergogna in piazza, quando più si trovò piena di gente. Gli avean levato l'elmo e la corazza, e lasciato in farsetto assai vilmente; e come il conducessero alla mazza, posto l'avean sopra un carro eminente, che lento lento tiravan due vacche da lunga fame attenuate e fiacche.
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Venian d'intorno alla ignobil quadriga vecchie sfacciate e disoneste putte, di che n'era una ed or un'altra auriga, e con gran biasmo lo mordeano tutte. Lo poneano i fanciulli in maggior briga, che, oltre le parole infami e brutte, l'avrian coi sassi insino a morte offeso, se dai più saggi non era difeso.
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L'arme che del suo male erano state cagion, che di lui fer non vero indicio, da la coda del carro strascinate patian nel fango debito supplicio. Le ruote inanzi a un tribunal fermate gli fero udir de l'altrui maleficio la sua ignominia, che 'n sugli occhi detta gli fu, gridando un publico trombetta.
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Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto dinanzi a templi, ad officine e a case, dove alcun nome scelerato e brutto, che non gli fosse detto, non rimase. Fuor de la terra all'ultimo cundutto fu da la turba, che si persuase bandirlo e cacciare indi a suon di busse, non conoscendo ben ch'egli si fusse.
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Sì tosto a pena gli sferraro i piedi e liberargli l'una e l'altra mano, che tor lo scudo ed impugnar gli vedi la spada, che rigò gran pezzo il piano. Non ebbe contra sé lance né spiedi; che senz'arme venìa il populo insano. Ne l'altro canto diferisco il resto; che tempo è omai, Signor, di finir questo.
CANTO DICIOTTESIMO
1
Magnanimo Signore, ogni vostro atto ho sempre con ragion laudato e laudo: ben che col rozzo stil duro e mal atto gran parte de la gloria vi defraudo. Ma più de l'altre una virtù m'ha tratto, a cui col core e con la lingua applaudo; che s'ognun truova in voi ben grata udienza, non vi truova però facil credenza.
2
Spesso in difesa del biasmato assente indur vi sento una ed un'altra scusa, o riserbargli almen, fin che presente sua causa dica, l'altra orecchia chiusa; e sempre, prima che dannar la gente, vederla in faccia, e udir la ragion ch'usa; differir anco e giorni e mesi ed anni, prima che giudicar negli altrui danni.
3
Se Norandino il simil fatto avesse, fatto a Grifon non avria quel che fece. A voi utile e onor sempre successe: denigrò sua fama egli più che pece. Per lui sue genti a morte furon messe; che fe' Grifone in dieci tagli, e in diece punte che trasse pien d'ira e bizzarro, che trenta ne cascaro appresso al carro.
4
Van gli altri in rotta ove il timor li caccia, chi qua chi là, pei campi e per le strade; e chi d'entrar ne la città procaccia, e l'un su l'altro ne la porta cade. Grifon non fa parole e non minaccia; ma lasciando lontana ogni pietade, mena tra il vulgo inerte il ferro intorno, e gran vendetta fa d'ogni suo scorno.
5
Di quei che primi giunsero alla porta, che le piante a levarsi ebbeno pronte, parte, al bisogno suo molto più accorta che degli amici, alzò subito il ponte; piangendo parte, o con la faccia smorta fuggendo andò senza mai volger fronte, e ne la terra per tutte le bande levò grido e tumulto e rumor grande.
6
Grifon gagliardo duo ne piglia in quella che 'l ponte si levò per lor sciagura. Sparge de l'uno al campo le cervella; che lo percuote ad una cote dura: prende l'altro nel petto, e l'arrandella in mezzo alla città sopra le mura. Scorse per l'ossa ai terrazzani il gelo, quando vider colui venir dal cielo.
7
Fur molti che temer che 'l fier Grifone sopra le mura avesse preso un salto. Non vi sarebbe più confusione, s'a Damasco il soldan desse l'assalto. Un muover d'arme, un correr di persone, e di talacimanni un gridar d'alto, e di tamburi un suon misto e di trombe il mondo assorda, e 'l ciel par ne rimbombe.
8
Ma voglio a un'altra volta differire a ricontar ciò che di questo avenne. Del buon re Carlo mi convien seguire, che contra Rodomonte in fretta venne, il qual le genti gli facea morire. Io vi dissi ch'al re compagnia tenne il gran Danese e Namo ed Oliviero e Avino e Avolio e Otone e Berlingiero.
9
Otto scontri di lance, che da forza di tali otto guerrier cacciati foro, sostenne a un tempo la scagliosa scorza di ch'avea armato il petto il crudo Moro. Come legno si drizza, poi che l'orza lenta il nochier che crescer sente il Coro, così presto rizzossi Rodomonte dai colpi che gittar doveano un monte.
10
Guido, Ranier, Ricardo, Salamone, Ganelon traditor, Turpin fedele, Angioliero, Angiolino, Ughetto, Ivone, Marco e Matteo dal pian di san Michele, e gli otto di che dianzi fei menzione, son tutti intorno al Saracin crudele, Arimanno e Odoardo d'Inghilterra, ch'entrati eran pur dianzi ne la terra.
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Non così freme in su lo scoglio alpino di ben fondata rocca alta parete, quando il furor di borea o di garbino svelle dai monti il frassino e l'abete; come freme d'orgoglio il Saracino, di sdegno acceso e di sanguigna sete: e com'a un tempo è il tuono e la saetta, così l'ira de l'empio e la vendetta.
12
Mena alla testa a quel che gli è più presso, che gli è il misero Ughetto di Dordona: lo pone in terra insino ai denti fesso, come che l'elmo era di tempra buona. Percosso fu tutto in un tempo anch'esso da molti colpi in tutta la persona; ma non gli fan più ch'all'incude l'ago: sì duro intorno ha lo scaglioso drago.
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Furo tutti i ripar, fu la cittade d'intorno intorno abandonata tutta; che la gente alla piazza, dove accade maggior bisogno, Carlo avea ridutta. Corre alla piazza da tutte le strade la turba, a chi il fuggir sì poco frutta. La persona del re sì i cori accende, ch'ognun prend'arme, ognuno animo prende.
14
Come se dentro a ben rinchiusa gabbia d'antiqua leonessa usata in guerra, perch'averne piacere il popul abbia, talvolta il tauro indomito si serra; i leoncin che veggion per la sabbia come altiero e mugliando animoso erra, e veder sì gran corna non son usi, stanno da parte timidi e confusi:
15
ma se la fiera madre a quel si lancia, e ne l'orecchio attacca il crudel dente, vogliono anch'essi insanguinar la guancia, e vengono in soccorso arditamente; chi morde al tauro il dosso e chi la pancia: così contra il pagan fa quella gente. Da tetti e da finestre e più d'appresso sopra gli piove un nembo d'arme e spesso.
16
Dei cavallieri e de la fanteria tanta è la calca, ch'a pena vi cape. La turba che vi vien per ogni via, v'abbonda ad or ad or spessa come ape; che quando, disarmata e nuda, sia più facile a tagliar che torsi o rape, non la potria, legata a monte a monte, in venti giorni spenger Rodomonte.
17
Al pagan, che non sa come ne possa venir a capo, omai quel gioco incresce. Poco, per far di mille, o di più, rossa la terra intorno, il populo discresce. Il fiato tuttavia più se gl'ingrossa, sì che comprende al fin che, se non esce or c'ha vigore e in tutto il corpo è sano, vorrà da tempo uscir, che sarà invano.
18
Rivolge gli occhi orribili, e pon mente che d'ogn'intorno sta chiusa l'uscita; ma con ruina d'infinita gente l'aprirà tosto, e la farà espedita. Ecco, vibrando la spada tagliente, che vien quel empio, ove il furor lo 'nvita, ad assalire il nuovo stuol britanno, che vi trasse Odoardo ed Arimanno.
19
Chi ha visto in piazza rompere steccato, a cui la folta turba ondeggi intorno, immansueto tauro accaneggiato, stimulato e percosso tutto 'l giorno; che 'l popul se ne fugge ispaventato, ed egli or questo or quel leva sul corno: pensi che tale o più terribil fosse il crudele African quando si mosse.
20
Quindici o venti ne tagliò a traverso, altritanti lasciò del capo tronchi, ciascun d'un colpo sol dritto o riverso; che viti o salci par che poti e tronchi. Tutto di sangue il fier pagano asperso, lasciando capi fessi e bracci monchi, e spalle e gambe ed altre membra sparte, ovunque il passo volga, al fin si parte.
21
De la piazza si vede in guisa torre, che non si può notar ch'abbia paura; ma tuttavolta col pensier discorre, dove sia per uscir via più sicura. Capita al fin dove la Senna corre sotto all'isola, e va fuor de le mura. La gente d'arme e il popul fatto audace lo stringe e incalza, e gir nol lascia in pace.
22
Qual per le selve nomade o massile cacciata va la generosa belva, ch'ancor fuggendo mostra il cor gentile, e minacciosa e lenta si rinselva; tal Rodomonte, in nessun atto vile, da strana circondato e fiera selva d'aste e di spade e di volanti dardi, si tira al fiume a passi lunghi e tardi.
23
E sì tre volte e più l'ira il sospinse, ch'essendone già fuor, vi tornò in mezzo, ove di sangue la spada ritinse, e più di cento ne levò di mezzo. Ma la ragione al fin la rabbia vinse di non far sì, ch'a Dio n'andasse il lezzo; e da la ripa, per miglior consiglio, si gittò all'acqua, e uscì di gran periglio.
24
Con tutte l'arme andò per mezzo l'acque, come s'intorno avesse tante galle. Africa, in te pare a costui non nacque, ben che d'Anteo ti vanti e d'Anniballe. Poi che fu giunto a proda, gli dispiacque, che si vide restar dopo le spalle quella città ch'avea trascorsa tutta, e non l'avea tutta arsa né distrutta.
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E sì lo rode la superbia e l'ira, che, per tornarvi un'altra volta, guarda, e di profondo cor geme e sospira, né vuolne uscir, che non la spiani ed arda. Ma lungo il fiume, in questa furia, mira venir chi l'odio estingue e l'ira tarda. Chi fosse io vi farò ben tosto udire; ma prima un'altra cosa v'ho da dire.
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Io v'ho da dir de la Discordia altiera, a cui l'angel Michele avea commesso ch'a battaglia accendesse e a lite fiera quei che più forti avea Agramante appresso. Uscì de' frati la medesma sera, avendo altrui l'ufficio suo commesso: lasciò la Fraude a guerreggiare il loco, fin che tornasse, e a mantenervi il fuoco.
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E le parve ch'andria con più possanza, se la Superbia ancor seco menasse; e perché stavan tutte in una stanza, non fu bisogno ch'a cercar l'andasse. La Superbia v'andò, ma non che sanza la sua vicaria il monaster lasciasse: per pochi dì che credea starne assente, lasciò l'Ipocrisia locotenente.
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L'implacabil Discordia in compagnia de la Superbia si messe in camino, e ritrovò che la medesma via facea, per gire al campo saracino, l'afflitta e sconsolata Gelosia; e venìa seco un nano piccolino, il qual mandava Doralice bella al re di Sarza a dar di sé novella.
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Quando ella venne a Mandricardo in mano (ch'io v'ho già raccontato e come e dove), tacitamente avea commesso al nano, che ne portasse a questo re le nuove. Ella sperò che nol saprebbe invano, ma che far si vedria mirabil pruove, per riaverla con crudel vendetta da quel ladron che gli l'avea intercetta.
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La Gelosia quel nano avea trovato; e la cagion del suo venir compresa, a caminar se gli era messa allato, parendo d'aver luogo a questa impresa. Alla Discordia ritrovar fu grato la Gelosia; ma più quando ebbe intesa la cagion del venir, che le potea molto valere in quel che far volea.
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D'inimicar con Rodomonte il figlio del re Agrican le pare aver suggetto: troverà a sdegnar gli altri altro consiglio; a sdegnar questi duo questo è perfetto. Col nano se ne vien dove l'artiglio del fier pagano avea Parigi astretto; e capitaro a punto in su la riva, quando il crudel del fiume a nuoto usciva.
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Tosto che riconobbe Rodomonte costui de la sua donna esser messaggio, estinse ogn'ira, e serenò la fronte, e si sentì brillar dentro il coraggio. Ogn'altra cosa aspetta che gli conte, prima ch'alcuno abbia a lei fatto oltraggio. Va contra il nano, e lieto gli domanda: — Ch'è de la donna nostra? ove ti manda? —
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Rispose il nano: — Né più tua né mia donna dirò quella ch'è serva altrui. Ieri scontrammo un cavallier per via, che ne la tolse, e la menò con lui. — A quello annunzio entrò la Gelosia, fredda come aspe, ed abbracciò costui. Seguita il nano, e narragli in che guisa un sol l'ha presa, e la sua gente uccisa.
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L'acciaio allora la Discordia prese, e la pietra focaia, e picchiò un poco, e l'esca sotto la Superbia stese, e fu attaccato in un momento il fuoco; e sì di questo l'anima s'accese del Saracin, che non trovava loco: sospira e freme con sì orribil faccia, che gli elementi e tutto il ciel minaccia.
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Come la tigre, poi ch'invan discende nel voto albergo, e per tutto s'aggira, e i cari figli all'ultimo comprende essergli tolti, avampa di tant'ira, a tanta rabbia, a tal furor s'estende, che né a monte né a rio né a notte mira; né lunga via, né grandine raffrena l'odio che dietro al predator la mena:
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così furendo il Saracin bizzarro si volge al nano, e dice: — Or là t'invia; — e non aspetta né destrier né carro, e non fa motto alla sua compagnia. Va con più fretta che non va il ramarro, quando il ciel arde, a traversar la via. Destrier non ha, ma il primo tor disegna, sia di chi vuol, ch'ad incontrar lo vegna.
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La Discordia ch'udì questo pensiero, guardò, ridendo, la Superbia, e disse che volea gire a trovare un destriero che gli apportasse altre contese e risse; e far volea sgombrar tutto il sentiero, ch'altro che quello in man non gli venisse: e già pensato avea dove trovarlo. Ma costei lascio, e torno a dir di Carlo.
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Poi ch'al partir del Saracin si estinse Carlo d'intorno il periglioso fuoco, tutte le genti all'ordine ristrinse. Lascionne parte in qualche debol loco: adosso il resto ai Saracini spinse, per dar lor scacco, e guadagnarsi il giuoco; e gli mandò per ogni porta fuore, da San Germano infin a San Vittore.
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E commandò ch'a porta San Marcello, dov'era gran spianata di campagna, aspettasse l'un l'altro, e in un drappello si ragunasse tutta la compagna. Quindi animando ognuno a far macello tal, che sempre ricordo ne rimagna, ai lor ordini andar fe' le bandiere, e di battaglia dar segno alle schiere.
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Il re Agramante in questo mezzo in sella, mal grado dei cristian, rimesso s'era; e con l'inamorato d'Isabella facea battaglia perigliosa e fiera: col re Sobrin Lurcanio si martella: Rinaldo incontra avea tutta una schiera; e con virtude e con fortuna molta l'urta, l'apre, ruina e mette in volta.
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Essendo la battaglia in questo stato, l'imperatore assalse il retroguardo dal canto ove Marsilio avea fermato il fior di Spagna intorno al suo stendardo. Con fanti in mezzo e cavallieri allato, re Carlo spinse il suo popul gagliardo con tal rumor di timpani e di trombe, che tutto 'l mondo par che ne rimbombe.
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Cominciavan le schiere a ritirarse de' Saracini, e si sarebbon volte tutte a fuggir, spezzate, rotte e sparse, per mai più non potere esser raccolte; ma 'l re Grandonio e Falsiron comparse, che stati in maggior briga eran più volte, e Balugante e Serpentin feroce, e Ferraù che lor dicea a gran voce:
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— Ah (dicea) valentuomini, ah compagni, ah fratelli, tenete il luogo vostro. I nimici faranno opra di ragni, se non manchiamo noi del dover nostro. Guardate l'alto onor, gli ampli guadagni che Fortuna, vincendo, oggi ci ha mostro: guardate la vergogna e il danno estremo, ch'essendo vinti, a patir sempre avremo. —
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Tolto in quel tempo una gran lancia avea, e contra Berlingier venne di botto, che sopra Largaliffa combattea, e l'elmo ne la fronte gli avea rotto: gittollo in terra, e con la spada rea appresso a lui ne fe' cader forse otto. Per ogni botta almanco, che disserra, cader fa sempre un cavalliero in terra.
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In altra parte ucciso avea Rinaldo tanti pagan, ch'io non potrei contarli. Dinanzi a lui non stava ordine saldo: vedreste piazza in tutto 'l campo darli. Non men Zerbin, non men Lurcanio è caldo: per modo fan, ch'ognun sempre ne parli: questo di punta avea Balastro ucciso, e quello a Finadur l'elmo diviso.
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L'esercito d'Alzerbe avea il primiero, che poco inanzi aver solea Tardocco; l'altro tenea sopra le squadre impero di Zamor e di Saffi e di Marocco. — Non è tra gli Africani un cavalliero che di lancia ferir sappia o di stocco? — mi si potrebbe dir: ma passo passo nessun di gloria degno a dietro lasso.
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Del re de la Zumara non si scorda il nobil Dardinel figlio d'Almonte, che con la lancia Uberto da Mirforda, Claudio dal Bosco, Elio e Dulfin dal Monte, e con la spada Anselmo da Stanforda, e da Londra Raimondo e Pinamonte getta per terra (ed erano pur forti), dui storditi, un piagato, e quattro morti.
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Ma con tutto 'l valor che di sé mostra, non può tener sì ferma la sua gente, sì ferma, ch'aspettar voglia la nostra di numero minor, ma più valente. Ha più ragion di spada e più di giostra e d'ogni cosa a guerra appertinente. Fugge la gente maura, di Zumara, di Setta, di Marocco e di Canara.
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Ma più degli altri fuggon quei d'Alzerbe, a cui s'oppose il nobil giovinetto; ed or con prieghi, or con parole acerbe ripor lor cerca l'animo nel petto. — S'Almonte meritò ch'in voi si serbe di lui memoria, or ne vedrò l'effetto: io vedrò (dicea lor) se me, suo figlio, lasciar vorrete in così gran periglio.
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