Part 20
Spinse a un tempo ciascuno il suo cavallo, poi che fur presso; e sparì immantinente quel breve spazio, quel poco intervallo che si vedea fra l'una e l'altra gente. Non fu sentito mai più strano ballo; che ferian gli Scozzesi solamente: solamente i pagani eran distrutti, come sol per morir fosser condutti.
53
Parve più freddo ogni pagan che ghiaccio; parve ogni Scotto più che fiamma caldo. I Mori si credean ch'avere il braccio dovesse ogni cristian, ch'ebbe Rinaldo. Mosse Sobrino i suoi schierati avaccio, senza aspettar che lo 'nvitasse araldo: de l'altra squadra questa era migliore di capitano, d'arme e di valore.
54
D'Africa v'era la men trista gente; ben che né questa ancor gran prezzo vaglia. Dardinel la sua mosse incontinente, e male armata, e peggio usa in battaglia; ben ch'egli in capo avea l'elmo lucente, e tutto era coperto a piastra e a maglia. Io credo che la quarta miglior sia, con la qual Isolier dietro venìa.
55
Trasone intanto, il buon duca di Marra, che ritrovarsi all'alta impresa gode, ai cavallieri suoi leva la sbarra, e seco invita alle famose lode, poi ch'Isolier con quelli di Navarra entrar ne la battaglia vede ed ode. Poi mosse Ariodante la sua schiera, che nuovo duca d'Albania fatt'era.
56
L'alto rumor de le sonore trombe, de' timpani e de' barbari stromenti, giunti al continuo suon d'archi, di frombe, di machine, di ruote e di tormenti; e quel di che più par che 'l ciel ribombe, gridi, tumulti, gemiti e lamenti; rendeno un alto suon ch'a quel s'accorda, con che i vicin, cadendo, il Nilo assorda.
57
Grande ombra d'ogn'intorno il cielo involve, nata dal saettar de li duo campi; l'alito, il fumo del sudor, la polve par che ne l'aria oscura nebbia stampi. Or qua l'un campo, or l'altro là si volve: vedresti or come un segua, or come scampi; ed ivi alcuno, o non troppo diviso, rimaner morto ove ha il nimico ucciso.
58
Dove una squadra per stanchezza è mossa, un'altra si fa tosto andare inanti. Di qua di là la gente d'arme ingrossa: là cavallieri, e qua si metton fanti. La terra che sostien l'assalto, è rossa: mutato ha il verde ne' sanguigni manti; e dov'erano i fiori azzurri e gialli, giaceno uccisi or gli uomini e i cavalli.
59
Zerbin facea le più mirabil pruove che mai facesse di sua età garzone: l'esercito pagan che 'ntorno piove, taglia ed uccide e mena a destruzione. Ariodante alle sue genti nuove mostra di sua virtù gran paragone; e dà di sé timore e meraviglia a quelli di Navarra e di Castiglia.
60
Chelindo e Mosco, i duo figli bastardi del morto Calabrun re d'Aragona, ed un che reputato fra' gagliardi era, Calamidor da Barcelona, s'avean lasciato a dietro gli stendardi; e credendo acquistar gloria e corona per uccider Zerbin, gli furo adosso; e ne' fianchi il destrier gli hanno percosso.
61
Passato da tre lance il destrier morto cade; ma il buon Zerbin subito è in piede; ch'a quei ch'al suo cavallo han fatto torto, per vendicarlo va dove gli vede: e prima a Mosco, al giovene inaccorto, che gli sta sopra, e di pigliar sel crede, mena di punta, e lo passa nel fianco, e fuor di sella il caccia freddo e bianco.
62
Poi che si vide tor, come di furto, Chelindo il fratel suo, di furor pieno venne a Zerbino, e pensò dargli d'urto; ma gli prese egli il corridor pel freno: trasselo in terra, onde non è mai surto, e non mangiò mai più biada né fieno; che Zerbin sì gran forza a un colpo mise, che lui col suo signor d'un taglio uccise.
63
Come Calamidor quel colpo mira, volta la briglia per levarsi in fretta; ma Zerbin dietro un gran fendente tira, dicendo: — Traditore, aspetta, aspetta! — Non va la botta ove n'andò la mira, non che però lontana vi si metta; lui non poté arrivar, ma il destrier prese sopra la groppa, e in terra lo distese.
64
Colui lascia il cavallo, e via carpone va per campar, ma poco gli successe; che venne caso che 'l duca Trasone gli passò sopra, e col peso l'oppresse. Ariodante e Lurcanio si pone dove Zerbino è fra le genti spesse; e seco hanno altri e cavallieri e conti, che fanno ogn'opra che Zerbin rimonti.
65
Menava Ariodante il brando in giro, e ben lo seppe Artalico e Margano; ma molto più Etearco e Casimiro la possanza sentir di quella mano: i primi duo feriti se ne giro, rimaser gli altri duo morti sul piano. Lurcanio fa veder quanto sia forte; che fere, urta, riversa e mette a morte.
66
Non crediate, Signor, che fra campagna pugna minor che presso al fiume sia, né ch'a dietro l'esercito rimagna, che di Lincastro il buon duca seguia. Le bandiere assalì questo di Spagna, e molto ben di par la cosa gìa; che fanti, cavallieri e capitani di qua e di là sapean menar le mani.
67
Dinanzi vien Oldrado e Fieramonte, un duca di Glocestra, un d'Eborace; con lor Ricardo, di Varvecia conte, e di Chiarenza il duca, Enrigo audace. Han Matalista e Follicone a fronte, e Baricondo ed ogni lor seguace. Tiene il primo Almeria, tiene il secondo Granata, tien Maiorca Baricondo.
68
La fiera pugna un pezzo andò di pare, che vi si discernea poco vantaggio. Vedeasi or l'uno or l'altro ire e tornare, come le biade al ventolin di maggio, o come sopra 'l lito un mobil mare or viene or va, né mai tiene un viaggio. Poi che fortuna ebbe scherzato un pezzo, dannosa ai Mori ritornò da sezzo.
69
Tutto in un tempo il duca di Glocestra a Matalista fa votar l'arcione; ferito a un tempo ne la spalla destra Fieramonte riversa Follicone: e l'un pagano e l'altro si sequestra, e tra gl'Inglesi se ne va prigione. E Baricondo a un tempo riman senza vita per man del duca di Chiarenza.
70
Indi i pagani tanto a spaventarsi, indi i fedeli a pigliar tanto ardire, che quei non facean altro che ritrarsi e partirsi da l'ordine e fuggire, e questi andar inanzi ed avanzarsi sempre terreno, e spingere e seguire: e se non vi giungea chi lor dié aiuto, il campo da quel lato era perduto.
71
Ma Ferraù, che sin qui mai non s'era dal re Marsilio suo troppo disgiunto, quando vide fuggir quella bandiera, e l'esercito suo mezzo consunto, spronò il cavallo, e dove ardea più fiera la battaglia, lo spinse; e arrivò a punto che vide dal destrier cadere in terra col capo fesso Olimpio da la Serra;
72
un giovinetto che col dolce canto, concorde al suon de la cornuta cetra, d'intenerire un cor si dava vanto, ancor che fosse più duro che pietra. Felice lui, se contentar di tanto onor sapeasi, e scudo, arco e faretra aver in odio, e scimitarra e lancia, che lo fecer morir giovine in Francia!
73
Quando lo vide Ferraù cadere, che solea amarlo e avere in molta estima, si sente di lui sol via più dolere, che di mill'altri che periron prima: e sopra chi l'uccise in modo fere, che gli divide l'elmo da la cima per la fronte, per gli occhi e per la faccia, per mezzo il petto, e morto a terra il caccia.
74
Né qui s'indugia; e il brando intorno ruota, ch'ogni elmo rompe, ogni lorica smaglia; a chi segna la fronte, a chi la gota, ad altri il capo, ad altri il braccio taglia; or questo or quel di sangue e d'alma vota: e ferma da quel canto la battaglia, onde la spaventata ignobil frotta senza ordine fuggia spezzata e rotta.
75
Entrò ne la battaglia il re Agramante, d'uccider gente e di far pruove vago; e seco ha Baliverzo, Farurante, Prusion, Soridano e Bambirago. Poi son le genti senza nome tante, che del lor sangue oggi faranno un lago, che meglio conterei ciascuna foglia, quando l'autunno gli arbori ne spoglia.
76
Agramante dal muro una gran banda di fanti avendo e di cavalli tolta, col re di Feza subito li manda, che dietro ai padiglion piglin la volta, e vadano ad opporsi a quei d'Irlanda, le cui squadre vedea con fretta molta, dopo gran giri e larghi avolgimenti, venir per occupar gli alloggiamenti.
77
Fu 'l re di Feza ad esequir ben presto; ch'ogni tardar troppo nociuto avria. Raguna intanto il re Agramante il resto; parte le squadre, e alla battaglia invia. Egli va al fiume; che gli par ch'in questo luogo del suo venir bisogno sia: e da quel canto un messo era venuto del re Sobrino a domandare aiuto.
78
Menava in una squadra più di mezzo il campo dietro; e sol del gran rumore tremar gli Scotti, e tanto fu il ribrezzo, ch'abbandonavan l'ordine e l'onore. Zerbin, Lurcanio e Ariodante in mezzo vi restar soli incontra a quel furore; e Zerbin, ch'era a pié, vi peria forse, ma 'l buon Rinaldo a tempo se n'accorse.
79
Altrove intanto il paladin s'avea fatto inanzi fuggir cento bandiere. Or che l'orecchie la novella rea del gran periglio di Zerbin gli fere, ch'a piedi fra la gente cirenea lasciato solo aveano le sue schiere, volta il cavallo, e dove il campo scotto vede fuggir, prende la via di botto.
80
Dove gli Scotti ritornar fuggendo vede, s'appara, e grida: — Or dove andate? perché tanta viltade in voi comprendo, che a sì vil gente il campo abbandonate? Ecco le spoglie, de le quali intendo ch'esser dovean le vostre chiese ornate. Oh che laude, oh che gloria, che 'l figliuolo del vostro re si lasci a piedi e solo! —
81
D'un suo scudier una grossa asta afferra, e vede Prusion poco lontano, re d'Alvaracchie, e adosso se gli serra, e de l'arcion lo porta morto al piano. Morto Agricalte e Bambirago atterra: dopo fere aspramante Soridano; e come gli altri l'avria messo a morte, se nel ferir la lancia era più forte.
82
Stringe Fusberta, poi che l'asta è rotta, e tocca Serpentin, quel da la Stella. Fatate l'arme avea, ma quella botta pur tramortito il manda fuor di sella. E così al duca de la gente scotta fa piazza intorno spaziosa e bella; sì che senza contesa un destrier puote salir di quei che vanno a selle vote.
83
E ben si ritrovò salito a tempo, che forse nol facea, se più tardava: perché Agramante e Dardinello a un tempo, Sobrin col re Balastro v'arrivava. Ma egli, che montato era per tempo, di qua e di là col brando s'aggirava, mandando or questo or quel giù ne l'inferno a dar notizia del viver moderno.
84
Il buon Rinaldo, il quale a porre in terra i più dannosi avea sempre riguardo, la spada contra il re Agramante afferra, che troppo gli parea fiero e gagliardo (facea egli sol più che mille altri guerra); e se gli spinse adosso con Baiardo: lo fere a un tempo ed urta di traverso, sì che lui col destrier manda riverso.
85
Mentre di fuor con sì crudel battaglia, odio, rabbia, furor l'un l'altro offende, Rodomonte in Parigi il popul taglia, le belle case e i sacri templi accende. Carlo, ch'in altra parte si travaglia, questo non vede, e nulla ancor ne 'ntende: Odoardo raccoglie ed Arimanno ne la città, col lor popul britanno.
86
A lui venne un scudier pallido in volto, che potea a pena trar del petto il fiato. — Ahimè! signor, ahimè — replica molto, prima ch'abbia a dir altro incominciato: — Oggi il romano Imperio, oggi è sepolto; oggi ha il suo popul Cristo abandonato: il demonio dal cielo è piovuto oggi, perché in questa città più non s'alloggi.
87
Satanasso (perch'altri esser non puote) strugge e ruina la città infelice. Volgiti e mira le fumose ruote de la rovente fiamma predatrice; ascolta il pianto che nel ciel percuote; e faccian fede a quel che 'l servo dice. Un solo è quel ch'a ferro e a fuoco strugge la bella terra, e inanzi ognun gli fugge. —
88
Quale è colui che prima oda il tumulto, e de le sacre squille il batter spesso, che vegga il fuoco a nessun altro occulto, ch'a sé, che più gli tocca, e gli è più presso; tal è il re Carlo, udendo il nuovo insulto, e conoscendol poi con l'occhio istesso: onde lo sforzo di sua miglior gente al grido drizza e al gran rumor che sente.
89
Dei paladini e dei guerrier più degni Carlo si chiama dietro una gran parte, e vêr la piazza fa drizzare i segni; che 'l pagan s'era tratto in quella parte. Ode il rumor, vede gli orribil segni di crudeltà, l'umane membra sparte. Ora non più: ritorni un'altra volta chi voluntier la bella istoria ascolta.
CANTO DICIASSETTESIMO
1
Il giusto Dio, quando i peccati nostri hanno di remission passato il segno, acciò che la giustizia sua dimostri uguale alla pietà, spesso dà regno a tiranni atrocissimi ed a mostri, e dà lor forza e di mal fare ingegno. Per questo Mario e Silla pose al mondo, e duo Neroni e Caio furibondo,
2
Domiziano e l'ultimo Antonino; e tolse da la immonda e bassa plebe, ed esaltò all'imperio Massimino; e nascer prima fe' Creonte a Tebe; e dié Mezenzio al populo Agilino, che fe' di sangue uman grasse le glebe; e diede Italia a tempi men remoti in preda agli Unni, ai Longobardi, ai Goti.
3
Che d'Atila dirò? che de l'iniquo Ezzellin da Roman? che d'altri cento? che dopo un lungo andar sempre in obliquo, ne manda Dio per pena e per tormento. Di questo abbiàn non pur al tempo antiquo, ma ancora al nostro, chiaro esperimento, quando a noi, greggi inutili e malnati, ha dato per guardian lupi arrabbiati:
4
a cui non par ch'abbi a bastar lor fame, ch'abbi il lor ventre a capir tanta carne; e chiaman lupi di più ingorde brame da boschi oltramontani a divorarne. Di Trasimeno l'insepulto ossame e di Canne e di Trebia poco parne verso quel che le ripe e i campi ingrassa, dov'Ada e Mella e Ronco e Tarro passa.
5
Or Dio consente che noi siàn puniti da populi di noi forse peggiori, per li multiplicati ed infiniti nostri nefandi, obbrobriosi errori. Tempo verrà ch'a depredar lor liti andremo noi, se mai saren migliori, e che i peccati lor giungano al segno, che l'eterna Bontà muovano a sdegno.
6
Doveano allora aver gli eccessi loro di Dio turbata la serena fronte, che scórse ogni lor luogo il Turco e 'l Moro con stupri, uccision, rapine ed onte: ma più di tutti gli altri danni, foro gravati dal furor di Rodomonte. Dissi ch'ebbe di lui la nuova Carlo, e che 'n piazza venia per ritrovarlo.
7
Vede tra via la gente sua troncata, arsi i palazzi, e ruinati i templi, gran parte de la terra desolata; mai non si vider sì crudeli esempli. — Dove fuggite, turba spaventata? Non è tra voi chi 'l danno suo contempli? Che città, che refugio più vi resta, quando si perda sì vilmente questa?
8
Dunque un uom solo in vostra terra preso, cinto di mura onde non può fuggire, si partirà che non l'avrete offeso, quando tutti v'avrà fatto morire? — Così Carlo dicea, che d'ira acceso tanta vergogna non potea patire. E giunse dove inanti alla gran corte vide il pagan por la sua gente a morte.
9
Quivi gran parte era del populazzo, sperandovi trovare aiuto, ascesa; perché forte di mura era il palazzo, con munizion da far lunga difesa. Rodomonte, d'orgoglio e d'ira pazzo, solo s'avea tutta la piazza presa: e l'una man, che prezza il mondo poco, ruota la spada, e l'altra getta il fuoco.
10
E de la regal casa, alta e sublime, percuote e risuonar fa le gran porte. Gettan le turbe da le eccelse cime e merli e torri, e si metton per morte. Guastare i tetti non è alcun che stime; e legne e pietre vanno ad una sorte, lastre e colonne, e le dorate travi che furo in prezzo agli lor padri e agli avi.
11
Sta su la porta il re d'Algier, lucente di chiaro acciar che 'l capo gli arma e 'l busto, come uscito di tenebre serpente, poi c'ha lasciato ogni squalor vetusto, del nuovo scoglio altiero, e che si sente ringiovenito e più che mai robusto: tre lingue vibra, ed ha negli occhi foco; dovunque passa, ogn'animal dà loco.
12
Non sasso, merlo, trave, arco o balestra, né ciò che sopra il Saracin percuote, ponno allentar la sanguinosa destra che la gran porta taglia, spezza e scuote: e dentro fatto v'ha tanta finestra, che ben vedere e veduto esser puote dai visi impressi di color di morte, che tutta piena quivi hanno la corte.
13
Suonar per gli alti e spaziosi tetti s'odono gridi e feminil lamenti: l'afflitte donne, percotendo i petti, corron per casa pallide e dolenti; e abbraccian gli usci e i geniali letti che tosto hanno a lasciare a strane genti. Tratta la cosa era in periglio tanto, quando 'l re giunse, e suoi baroni accanto.
14
Carlo si volse a quelle man robuste ch'ebbe altre volte a gran bisogni pronte. — Non sète quelli voi, che meco fuste contra Agolante (disse) in Aspramonte? Sono le forze vostre ora sì fruste, che, s'uccideste lui, Troiano e Almonte con centomila, or ne temete un solo pur di quel sangue e pur di quello stuolo?
15
Perché debbo vedere in voi fortezza ora minor ch'io la vedessi allora? Mostrate a questo can vostra prodezza, a questo can che gli uomini devora. Un magnanimo cor morte non prezza, presta o tarda che sia, pur che ben muora. Ma dubitar non posso ove voi sète, che fatto sempre vincitor m'avete. —
16
Al fin de le parole urta il destriero, con l'asta bassa, al Saracino adosso. Mossesi a un tratto il paladino Ugiero, a un tempo Namo ed Ulivier si è mosso, Avino, Avolio, Otone e Berlingiero, ch'un senza l'altro mai veder non posso: e ferir tutti sopra a Rodomonte e nel petto e nei fianchi e ne la fronte.
17
Ma lasciamo, per Dio, Signore, ormai di parlar d'ira e di cantar di morte; e sia per questa volta detto assai del Saracin non men crudel che forte: che tempo è ritornar dov'io lasciai Grifon, giunto a Damasco in su le porte con Orrigille perfida, e con quello ch'adulter era, e non di lei fratello.
18
De le più ricche terre di Levante, de le più populose e meglio ornate si dice esser Damasco, che distante siede a Ierusalem sette giornate, in un piano fruttifero e abondante, non men giocondo il verno, che l'estate. A questa terra il primo raggio tolle de la nascente aurora un vicin colle.
19
Per la città duo fiumi cristallini vanno inaffiando per diversi rivi un numero infinito di giardini, non mai di fior, non mai di fronde privi. Dicesi ancor, che macinar molini potrian far l'acque lanfe che son quivi; e chi va per le vie vi sente, fuore di tutte quelle case, uscire odore.
20
Tutta coperta è la strada maestra di panni di diversi color lieti; e d'odorifera erba, e di silvestra fronda la terra e tutte le pareti. Adorna era ogni porta, ogni finestra di finissimi drappi e di tapeti, ma più di belle e ben ornate donne di ricche gemme e di superbe gonne.
21
Vedeasi celebrar dentr'alle porte, in molti lochi, solazzevol balli; il popul, per le vie, di miglior sorte maneggiar ben guarniti e bei cavalli: facea più bel veder la ricca corte de' signor, de' baroni e de' vasalli, con ciò che d'India e d'eritree maremme di perle aver si può, d'oro e di gemme.
22
Venia Grifone e la sua compagnia mirando e quinci e quindi il tutto ad agio, quando fermolli un cavalliero in via, e gli fece smontare a un suo palagio; e per l'usanza e per sua cortesia di nulla lasciò lor patir disagio. Li fe' nel bagno entrar, poi con serena fronte gli accolse a sontuosa cena.
23
E narrò lor come il re Norandino, re di Damasco e di tutta Soria, fatto avea il paesano e 'l peregrino ch'ordine avesse di cavalleria, alla giostra invitar, ch'al matutino del dì sequente in piazza si faria; e che s'avean valor pari al sembiante, potrian mostrarlo senza andar più inante.
24
Ancor che quivi non venne Grifone a questo effetto, pur lo 'nvito tenne; che qual volta se n'abbia occasione, mostrar virtude mai non disconvenne. Interrogollo poi de la cagione di quella festa, e s'ella era solenne usata ogn'anno, o pure impresa nuova del re ch'i suoi veder volesse in pruova.
25
Rispose il cavallier: — La bella festa s'ha da far sempre ad ogni quarta luna: de l'altre che verran, la prima è questa: ancora non se n'è fatta più alcuna. Sarà in memoria che salvò la testa il re in tal giorno da una gran fortuna, dopo che quattro mesi in doglie e 'n pianti sempre era stato, e con la morte inanti.
26
Ma per dirvi la cosa pienamente, il nostro re, che Norandin s'appella, molti e molt'anni ha avuto il core ardente de la leggiadra e sopra ogn'altra bella figlia del re di Cipro: e finalmente avutala per moglie, iva con quella, con cavallieri e donne in compagnia; e dritto avea il camin verso Soria.
27
Ma poi che fummo tratti a piene vele lungi dal porto nel Carpazio iniquo, la tempesta saltò tanto crudele, che sbigottì sin al padrone antiquo. Tre dì e tre notti andammo errando ne le minacciose onde per camino obliquo. Uscimo al fin nel lito stanchi e molli, tra freschi rivi, ombrosi e verdi colli.
28
Piantare i padiglioni, e le cortine fra gli arbori tirar facemo lieti. S'apparechiano i fuochi e le cucine; le mense d'altra parte in su tapeti. Intanto il re cercando alle vicine valli era andato e a' boschi più secreti, se ritrovasse capre o daini o cervi; e l'arco gli portar dietro duo servi.
29
Mentre aspettamo, in gran piacer sedendo, che da cacciar ritorni il signor nostro, vedemo l'Orco a noi venir correndo lungo il lito del mar, terribil mostro. Dio vi guardi, signor, che 'l viso orrendo de l'Orco agli occhi mai vi sia dimostro: meglio è per fama aver notizia d'esso, ch'andargli, si che lo veggiate, appresso.
30
Non gli può comparir quanto sia lungo, sì smisuratamente è tutto grosso. In luogo d'occhi, di color di fungo sotto la fronte ha duo coccole d'osso. Verso noi vien (come vi dico) lungo il lito, e par ch'un monticel sia mosso. Mostra le zanne fuor, come fa il porco; ha lungo il naso, il sen bavoso e sporco.
31
Correndo viene, e 'l muso a guisa porta che 'l bracco suol, quando entra in su la traccia. Tutti che lo veggiam, con faccia smorta in fuga andamo ove il timor ne caccia. Poco il veder lui cieco ne conforta, quando, fiutando sol, par che più faccia, ch'altri non fa, ch'abbia odorato e lume: e bisogno al fuggire eran le piume.
32
Corron chi qua chi là; ma poco lece da lui fuggir, veloce più che 'l Noto. Di quaranta persone, a pena diece sopra il navilio si salvaro a nuoto. Sotto il braccio un fastel d'alcuni fece, né il grembio si lasciò né il seno voto; un suo capace zaino empissene anco, che gli pendea, come a pastor, dal fianco.
33
Portòci alla sua tana il mostro cieco, cavata in lito al mar dentr'uno scoglio. Di marmo così bianco è quello speco, come esser soglia ancor non scritto foglio. Quivi abitava una matrona seco, di dolor piena in vista e di cordoglio; ed avea in compagnia donne e donzelle d'ogni età, d'ogni sorte, e brutte e belle.
34
Era presso alla grotta in ch'egli stava, quasi alla cima del giogo superno, un'altra non minor di quella cava, dove del gregge suo facea governo. Tanto n'avea, che non si numerava; e n'era egli il pastor l'estate e 'l verno. Ai tempi suoi gli apriva e tenea chiuso, per spasso che n'avea, più che per uso.
35
L'umana carne meglio gli sapeva: e prima il fa veder ch'all'antro arrivi; che tre de' nostri giovini ch'aveva, tutti li mangia, anzi trangugia vivi. Viene alla stalla, e un gran sasso ne leva: ne caccia il gregge, e noi riserra quivi. Con quel sen va dove il suol far satollo, sonando una zampogna ch'avea in collo.
36
Il signor nostro intanto ritornato alla marina, il suo danno comprende; che truova gran silenzio in ogni lato, voti frascati, padiglioni e tende. Né sa pensar chi sì l'abbia rubato; e pien di gran timore al lito scende, onde i nocchieri suoi vede in disparte sarpar lor ferri e in opra por le sarte.
37