Orlando Furioso

Part 19

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Al fin di mille colpi un gli ne colse sopra le spalle ai termini del mento: la testa e l'elmo dal capo gli tolse, né fu d'Orrilo a dismontar più lento. La sanguinosa chioma in man s'avolse, e risalse a cavallo in un momento; e la portò correndo incontra 'l Nilo, che riaver non la potesse Orrilo.

84

Quel sciocco, che del fatto non s'accorse, per la polve cercando iva la testa: ma come intese il corridor via torse, portare il capo suo per la foresta; immantinente al suo destrier ricorse, sopra vi sale, e di seguir non resta. Volea gridare: — Aspetta, volta, volta! — ma gli avea il duca già la bocca tolta.

85

Pur, che non gli ha tolto anco le calcagna si riconforta, e segue a tutta briglia. Dietro il lascia gran spazio di campagna quel Rabican che corre a maraviglia. Astolfo intanto per la cuticagna va da la nuca fin sopra le ciglia cercando in fretta, se 'l crine fatale conoscer può, ch'Orril tiene immortale.

86

Fra tanti e innumerabili capelli, un più de l'altro non si stende o torce: qual dunque Astolfo sceglierà di quelli, che per dar morte al rio ladron raccorce? — Meglio è (disse) che tutti io tagli o svelli: — né si trovando aver rasoi né force, ricorse immantinente alla sua spada, che taglia sì, che si può dir che rada.

87

E tenendo quel capo per lo naso, dietro e dinanzi lo dischioma tutto. Trovò fra gli altri quel fatale a caso: si fece il viso allor pallido e brutto, travolse gli occhi, e dimostrò all'occaso, per manifesti segni, esser condutto; e 'l busto che seguia troncato al collo, di sella cadde, e diè l'ultimo crollo.

88

Astolfo, ove le donne e i cavallieri lasciato avea, tornò col capo in mano, che tutti avea di morte i segni veri, e mostrò il tronco ove giacea lontano. Non so ben se lo vider volentieri, ancor che gli mostrasser viso umano; che la intercetta lor vittoria forse d'invidia ai duo germani il petto morse.

89

Né che tal fin quella battuglia avesse, credo più fosse alle due donne grato. Queste, perché più in lungo si traesse de' duo fratelli il doloroso fato ch'in Francia par ch'in breve esser dovesse, con loro Orrilo avean quivi azzuffato, con speme di tenerli tanto a bada, che la trista influenza se ne vada.

90

Tosto che 'l castellan di Damiata certificossi ch'era morto Orrilo, la columba lasciò, ch'avea legata sotto l'ala la lettera col filo. Quella andò al Cairo; ed indi fu lasciata un'altra altrove, come quivi è stilo: sì che in pochissime ore andò l'aviso per tutto Egitto, ch'era Orrilo ucciso.

91

Il duca, come al fin trasse l'impresa, confortò molto i nobili garzoni, ben che da sé v'avean la voglia intesa, né bisognavan stimuli né sproni, che per difender de la santa Chiesa e del romano Imperio le ragioni, lasciasser le battaglie d'Oriente, e cercassino onor ne la lor gente.

92

Così Grifone ed Aquilante tolse ciascuno da la sua donna licenza; le quali, ancor che lor ne 'ncrebbe e dolse, non vi seppon però far resistenza. Con essi Astolfo a man destra si volse; che si deliberar far riverenza ai santi luoghi ove Dio in carne visse, prima che verso Francia si venisse.

93

Potuto avrian pigliar la via mancina, ch'era più dilettevole e più piana, e mai non si scostar da la marina; ma per la destra andaro orrida e strana, perché l'alta città di Palestina per questa sei giornate è men lontana. Acqua si truova ed erba in questa via: di tutti gli altri ben v'è carestia.

94

Sì che prima ch'entrassero in viaggio, ciò che lor bisognò, fecion raccorre, e carcar sul gigante il carriaggio, ch'avria portato in collo anco una torre. Al finir del camino aspro e selvaggio, da l'alto monte alla lor vista occorre la santa terra, ove il superno Amore lavò col proprio sangue il nostro errore.

95

Trovano in su l'entrar de la cittade un giovene gentil, lor conoscente, Sansonetto da Meca, oltre l'etade, ch'era nel primo fior, molto prudente; d'alta cavalleria, d'alta bontade famoso, e riverito fra la gente. Orlando lo converse a nostra fede, e di sua man battesmo anco gli diede.

96

Quivi lo trovan che disegna a fronte del calife d'Egitto una fortezza; e circondar vuole il Calvario monte di muro di duo miglia di lunghezza. Da lui raccolti fur con quella fronte che può d'interno amor dar più chiarezza, e dentro accompagnati, e con grande agio fatti alloggiar nel suo real palagio.

97

Avea in governo egli la terra, e in vece di Carlo vi reggea l'imperio giusto. Il duca Astolfo a costui dono fece di quel sì grande e smisurato busto, ch'a portar pesi gli varrà per diece bestie da soma, tanto era robusto. Diegli Astolfo il gigante, e diegli appresso la rete ch'in sua forza l'avea messo.

98

Sansonetto all'incontro al duca diede per la spada una cinta ricca e bella; e diede spron per l'uno e l'altro piede, che d'oro avean la fibbia e la girella; ch'esser del cavallier stati si crede, che liberò dal drago la donzella: al Zaffo avuti con molt'altro arnese Sansonetto gli avea, quando lo prese.

99

Purgati de lor colpe a un monasterio che dava di sé odor di buoni esempi, de la passion di Cristo ogni misterio contemplando n'andar per tutti i tempi ch'or con eterno obbrobrio e vituperio agli cristiani usurpano i Mori empi. L'Europa è in arme, e di far guerra agogna in ogni parte, fuor ch'ove bisogna.

100

Mentre avean quivi l'animo divoto, a perdonanze e a cerimonie intenti, un peregrin di Grecia, a Grifon noto, novelle gli arrecò gravi e pungenti, dal suo primo disegno e lungo voto troppo diverse e troppo differenti; e quelle il petto gl'infiammaron tanto, che gli scacciar l'orazion da canto.

101

Amava il cavallier, per sua sciagura, una donna ch'avea nome Orrigille: di più bel volto e di miglior statura non se ne sceglierebbe una fra mille; ma disleale e di sì rea natura, che potresti cercar cittadi e ville, la terra ferma e l'isole del mare, né credo ch'una le trovassi pare.

102

Ne la città di Costantin lasciata grave l'avea di febbre acuta e fiera. Or quando rivederla alla tornata più che mai bella, e di goderla spera, ode il meschin, ch'in Antiochia andata dietro un suo nuovo amante ella se n'era, non le parendo ormai di più patire ch'abbia in sì fresca età sola a dormire.

103

Da indi in qua ch'ebbe la trista nuova, sospirava Grifon notte e dì sempre. Ogni piacer ch'agli altri aggrada e giova, par ch'a costui più l'animo distempre: pensilo ognun, ne li cui danni pruova Amor, se li suoi strali han buone tempre. Ed era grave sopra ogni martire, che 'l mal ch'avea si vergognava a dire.

104

Questo, perché mille fiate inante già ripreso l'avea di quello amore, di lui più saggio, il fratello Aquilante, e cercato colei trargli del core, colei ch'al suo giudicio era di quante femine rie si trovin la peggiore. Grifon l'escusa, se 'l fratel la danna; e le più volte il parer proprio inganna.

105

Però fece pensier, senza parlarne con Aquilante, girsene soletto sin dentro d'Antiochia, e quindi trarne colei che tratto il cor gli avea del petto; trovar colui che gli l'ha tolta, e farne vendetta tal, che ne sia sempre detto. Dirò, come ad effetto il pensier messe, nell'altro canto, e ciò che ne successe.

CANTO SEDICESIMO

1

Gravi pene in amor si provan molte, di che patito io n'ho la maggior parte, e quelle in danno mio sì ben raccolte, ch'io ne posso parlar come per arte. Però s'io dico e s'ho detto altre volte, e quando in voce e quando in vive carte, ch'un mal sia lieve, un altro acerbo e fiero, date credenza al mio giudicio vero.

2

Io dico e dissi, e dirò fin ch'io viva, che chi si truova in degno laccio preso, se ben di sé vede sua donna schiva, se in tutto aversa al suo desire acceso; se bene Amor d'ogni mercede il priva, poscia che 'l tempo e la fatica ha speso; pur ch'altamente abbia locato il core, pianger non de', se ben languisce e muore.

3

Pianger de' quel che già sia fatto servo di duo vaghi occhi e d'una bella treccia, sotto cui si nasconda un cor protervo, che poco puro abbia con molta feccia. Vorria il miser fuggire; e come cervo ferito, ovunque va, porta la freccia: ha di se stesso e del suo amor vergogna, né l'osa dire, e invan sanarsi agogna.

4

In questo caso è il giovene Grifone, che non si può emendare, e il suo error vede, vede quanto vilmente il suo cor pone in Orrigille iniqua e senza fede; pur dal mal uso è vinta la ragione, e pur l'arbitrio all'appetito cede: perfida sia quantunque, ingrata e ria, sforzato è di cercar dove ella sia.

5

Dico, la bella istoria ripigliando, ch'uscì de la città secretamente, né parlarne s'ardì col fratel, quando ripreso invan da lui ne fu sovente. Verso Rama, a sinistra declinando, prese la via più piana e più corrente. Fu in sei giorni a Damasco di Soria; indi verso Antiochia se ne gìa.

6

Scontrò presso a Damasco il cavalliero a cui donato aveva Orrigille il core: e convenian di rei costumi in vero, come ben si convien l'erba col fiore; che l'uno e l'altro era di cor leggiero, perfido l'uno e l'altro e traditore; e copria l'uno e l'altro il suo difetto, con danno altrui, sotto cortese aspetto.

7

Come io vi dico, il cavallier venìa s'un gran destrier con molta pompa armato: la perfida Orrigille in compagnia, in un vestire azzur d'oro fregiato, e duo valletti, donde si servia a portar elmo e scudo, aveva allato; come quel che volea con bella mostra comparire in Damasco ad una giostra.

8

Una splendida festa che bandire fece il re di Damasco in quelli giorni, era cagion di far quivi venire i cavallier quanto potean più adorni. Tosto che la puttana comparire vede Grifon, ne teme oltraggi e scorni: sa che l'amante suo non è sì forte, che contra lui l'abbia a campar da morte.

9

Ma sì come audacissima e scaltrita, ancor che tutta di paura trema, s'acconcia il viso, e sì la voce aita, che non appar in lei segno di tema. Col drudo avendo già l'astuzia ordita, corre, e fingendo una letizia estrema, verso Grifon l'aperte braccia tende, lo stringe al collo, e gran pezzo ne pende.

10

Dopo, accordando affettuosi gesti alla suavità de le parole, dicea piangendo: — Signor mio, son questi debiti premi a chi t'adora e cole? che sola senza te già un anno resti, e va per l'altro, e ancor non te ne duole? E s'io stava aspettare il suo ritorno, non so se mai veduto avrei quel giorno!

11

Quando aspettava che di Nicosia, dove tu te n'andasti alla gran corte, tornassi a me che con la febbre ria lasciata avevi in dubbio de la morte, intesi che passato eri in Soria: il che a patir mi fu sì duro e forte, che non sapendo come io ti seguissi, quasi il cor di man propria mi traffissi.

12

Ma Fortuna di me con doppio dono mostra d'aver, quel che non hai tu, cura: mandommi il fratel mio, col quale io sono sin qui venuta del mio onor sicura; ed or mi manda questo incontro buono di te, ch'io stimo sopra ogni aventura: e bene a tempo il fa; che più tardando, morta sarei, te, signor mio, bramando. —

13

E seguitò la donna fraudolente, di cui l'opere fur più che di volpe, la sua querela così astutamente, che riversò in Grifon tutte le colpe. Gli fa stimar colui, non che parente, ma che d'un padre seco abbia ossa e polpe: e con tal modo sa tesser gl'inganni, che men verace par Luca e Giovanni.

14

Non pur di sua perfidia non riprende Grifon la donna iniqua più che bella; non pur vendetta di colui non prende, che fatto s'era adultero di quella: ma gli par far assai, se si difende che tutto il biasmo in lui non riversi ella; e come fosse suo cognato vero, d'accarezzar non cessa il cavalliero.

15

E con lui se ne vien verso le porte di Damasco, e da lui sente tra via, che là dentro dovea splendida corte tenere il ricco re de la Soria; e ch'ognun quivi, di qualunque sorte, o sia cristiano, o d'altra legge sia, dentro e di fuori ha la città sicura per tutto il tempo che la festa dura.

16

Non però son di seguitar sì intento l'istoria de la perfida Orrigille, ch'a' giorni suoi non pur un tradimento fatto agli amanti avea, ma mille e mille; ch'io non ritorni a riveder dugento mila persone, o più de le scintille del fuoco stuzzicato, ove alle mura di Parigi facean danno e paura.

17

Io vi lasciai, come assaltato avea Agramante una porta de la terra, che trovar senza guardia si credea: né più riparo altrove il passo serra; perché in persona Carlo la tenea, ed avea seco i mastri de la guerra, duo Guidi, duo Angelini; uno Angeliero, Avino, Avolio, Otone e Berlingiero.

18

Inanzi a Carlo, inanzi al re Agramante l'un stuolo e l'altro si vuol far vedere, ove gran loda, ove mercé abondante si può acquistar, facendo il suo dovere. I Mori non però fer pruove tante, che par ristoro al danno abbiano avere; perché ve ne restar morti parecchi, ch'agli altri fur di folle audacia specchi.

19

Grandine sembran le spesse saette dal muro sopra gli nimici sparte. Il grido insin al ciel paura mette, che fa la nostra e la contraria parte. Ma Carlo un poco ed Agramante aspette; ch'io vo' cantar de l'africano Marte, Rodomonte terribile ed orrendo, che va per mezzo la città correndo.

20

Non so, Signor, se più vi ricordiate, di questo Saracin tanto sicuro, che morte le sue genti avea lasciate tra il secondo riparo e 'l primo muro, da la rapace fiamma devorate, che non fu mai spettacolo più oscuro. Dissi ch'entrò d'un salto ne la terra sopra la fossa che la cinge e serra.

21

Quando fu noto il Saracino atroce all'arme istrane, alla scagliosa pelle, là dove i vecchi e 'l popul men feroce tendean l'orecchie a tutte le novelle, levossi un pianto, un grido, un'alta voce, con un batter di man ch'andò alle stelle; e chi poté fuggir non vi rimase, per serrarsi ne' templi e ne le case.

22

Ma questo a pochi il brando rio conciede, ch'intorno ruota il Saracin robusto. Qui fa restar con mezza gamba un piede, là fa un capo sbalzar lungi dal busto; l'un tagliare a traverso se gli vede, dal capo all'anche un altro fender giusto: e di tanti ch'uccide, fere e caccia, non se gli vede alcun segnare in faccia.

23

Quel che la tigre de l'armento imbelle ne' campi ircani o là vicino al Gange, o 'l lupo de le capre e de l'agnelle nel monte che Tifeo sotto si frange; quivi il crudel pagan facea di quelle non dirò squadre, non dirò falange, ma vulgo e populazzo voglio dire, degno, prima che nasca, di morire.

24

Non ne trova un che veder possa in fronte, fra tanti che ne taglia, fora e svena. Per quella strada che vien dritto al ponte di san Michel, sì popolata e piena, corre il fiero e terribil Rodomonte, e la sanguigna spada a cerco mena: non riguarda né al servo né al signore, né al giusto ha più pietà ch'al peccatore.

25

Religion non giova al sacerdote, né la innocenza al pargoletto giova: per sereni occhi o per vermiglie gote mercé né donna né donzella truova: la vecchiezza si caccia e si percuote; né quivi il Saracin fa maggior pruova di gran valor, che di gran crudeltade; che non discerne sesso, ordine, etade.

26

Non pur nel sangue uman l'ira si stende de l'empio re, capo e signor degli empi, ma contra i tetti ancor, sì che n'incende le belle case e i profanati tempi. Le case eran, per quel che se n'intende, quasi tutte di legno in quelli tempi: e ben creder si può; ch'in Parigi ora de le diece le sei son così ancora.

27

Non par, quantunque il fuoco ogni cosa arda, che sì grande odio ancor saziar si possa. Dove s'aggrappi con le mani, guarda, sì che ruini un tetto ad ogni scossa. Signor, avete a creder che bombarda mai non vedeste a Padova sì grossa, che tanto muro possa far cadere, quanto fa in una scossa il re d'Algiere.

28

Mentre quivi col ferro il maledetto e con le fiamme facea tanta guerra, se di fuor Agramante avesse astretto, perduta era quel dì tutta la terra: ma non v'ebbe agio; che gli fu interdetto dal paladin che venìa d'Inghilterra col populo alle spalle inglese e scotto, dal Silenzio e da l'angelo condotto.

29

Dio volse che all'entrar che Rodomonte fe' ne la terra, e tanto fuoco accese, che presso ai muri il fior di Chiaramonte, Rinaldo, giunse, e seco il campo inglese. Tre leghe sopra avea gittato il ponte, e torte vie da man sinistra prese; che disegnando i barbari assalire, il fiume non l'avesse ad impedire.

30

Mandato avea seimila fanti arcieri sotto l'altiera insegna d'Odoardo, e duomila cavalli, e più, leggieri dietro alla guida d'Ariman gagliardo; e mandati gli avea per li sentieri che vanno e vengon dritto al mar picardo, ch'a porta San Martino e San Dionigi entrassero a soccorso di Parigi.

31

I cariaggi e gli altri impedimenti con lor fece drizzar per questa strada. Egli con tutto il resto de le genti più sopra andò girando la contrada. Seco avean navi e ponti ed argumenti da passar Senna che non ben si guada. Passato ognuno, e dietro i ponti rotti, ne le lor schiere ordinò Inglesi e Scotti.

32

Ma prima quei baroni e capitani Rinaldo intorno avendosi ridutti, sopra la riva ch'alta era dai piani sì, che poteano udirlo e veder tutti, disse: — Signor, ben a levar le mani avete a Dio, che qui v'abbia condutti, acciò, dopo un brevissimo sudore, sopra ogni nazion vi doni onore.

33

Per voi saran dui principi salvati, se levate l'assedio a quelle porte: il vostro re, che voi sete ubligati da servitù difendere e da morte; ed uno imperator de' più lodati che mai tenuto al mondo abbiano corte; e con loro altri re, duci e marchesi, signori e cavallier di più paesi.

34

Sì che, salvando una città, non soli Parigini ubligati vi saranno, che molto più che per li propri duoli, timidi, afflitti e sbigottiti stanno per le lor mogli e per li lor figliuoli ch'a un medesmo pericolo seco hanno, e per le sante vergini richiuse, ch'oggi non sien dei voti lor deluse:

35

dico, salvando voi questa cittade, v'ubligate non solo i Parigini, ma d'ogn'intorno tutte le contrade. Non parlo sol dei populi vicini; ma non è terra per Cristianitade, che non abbia qua dentro cittadini: sì che, vincendo, avete da tenere che più che Francia v'abbia obligo avere.

36

Se donavan gli antiqui una corona a chi salvasse a un cittadin la vita, or che degna mercede a voi si dona, salvando multitudine infinita? Ma se da invidia o da viltà sì buona e sì santa opra rimarrà impedita, credetemi che prese quelle mura, né Italia né Lamagna anco è sicura;

37

né qualunque altra parte ove s'adori quel che volse per noi pender sul legno. Né voi crediate aver lontani i Mori, né che pel mar sia forte il vostro regno: che s'altre volte quelli, uscendo fuori di Zibeltaro e de l'Erculeo segno, riportar prede da l'isole vostre, che faranno or, s'avran le terre nostre?

38

Ma quando ancor nessuno onor, nessuno util v'inanimasse a questa impresa, commun debito è ben soccorrer l'uno l'altro, che militiàn sotto una Chiesa. Ch'io non vi dia rotti i nemici, alcuno non sia chi tema, e con poca contesa; che gente male esperta tutta parmi, senza possanza, senza cor, senz'armi. —

39

Poté con queste e con miglior ragioni, con parlare espedito e chiara voce eccitar quei magnanimi baroni Rinaldo, e quello esercito feroce: e fu, com'è in proverbio, aggiunger sproni al buon corsier che già ne va veloce. Finito il ragionar, fece le schiere muover pian pian sotto le lor bandiere.

40

Senza strepito alcun, senza rumore fa il tripartito esercito venire: lungo il fiume a Zerbin dona l'onore di dover prima i barbari assalire; e fa quelli d'Irlanda con maggiore volger di via più tra campagna gire; e i cavallieri e i fanti d'Inghilterra col duca di Lincastro in mezzo serra.

41

Drizzati che gli ha tutti al lor camino, cavalca il paladin lungo la riva, e passa inanzi al buon duca Zerbino e a tutto il campo che con lui veniva; tanto ch'al re d'Orano e al re Sobrino e agli altri lor compagni soprarriva, che mezzo miglio appresso a quei di Spagna guardavan da quel canto la campagna.

42

L'esercito cristian che con sì fida e sì sicura scorta era venuto, ch'ebbe il Silenzio e l'angelo per guida, non poté ormai patir più di star muto. Sentiti gli nimici, alzò le grida, e de le trombe udir fe' il suono arguto: e con l'alto rumor ch'arrivò al cielo, mandò ne l'ossa a' Saracini il gelo.

43

Rinaldo inanzi agli altri il destrier punge; e con la lancia per cacciarla in resta lascia gli Scotti un tratto d'arco lunge, ch'ogni indugio a ferir sì lo molesta. Come groppo di vento talor giunge, che si tra' dietro un'orrida tempesta, tal fuor di squadra il cavallier gagliardo venìa spronando il corridor Baiardo.

44

Al comparir del paladin di Francia, dan segno i Mori alle future angosce: tremare a tutti in man vedi la lancia, i piedi in staffa, e ne l'arcion le cosce. Re Puliano sol non muta guancia, che questo esser Rinaldo non conosce; né pensando trovar sì duro intoppo, gli muove il destrier contra di galoppo:

45

e su la lancia nel partir si stringe, e tutta in sé raccoglie la persona; poi con ambo gli sproni il destrier spinge, e le redine inanzi gli abandona. Da l'altra parte il suo valor non finge, e mostra in fatti quel ch'in nome suona, quanto abbia nel giostrare e grazia ed arte, il figliuolo d'Amone, anzi di Marte.

46

Furo al segnar degli aspri colpi, pari, che si posero i ferri ambi alla testa: ma furo in arme ed in virtù dispari, che l'un via passa, e l'altro morto resta. Bisognan di valor segni più chiari, che por con leggiadria la lancia in resta: ma fortuna anco più bisogna assai; che senza, val virtù raro o non mai.

47

La buona lancia il paladin racquista, e verso il re d'Oran ratto si spicca, che la persona avea povera e trista di cor, ma d'ossa e di gran polpe ricca. Questo por tra bei colpi si può in lista, ben ch'in fondo allo scudo gli l'appicca: e chi non vuol lodarlo, abbialo escuso, perché non si potea giunger più in suso.

48

Non lo ritien lo scudo, che non entre, ben che fuor sia d'acciar, dentro di palma; e che da quel gran corpo uscir pel ventre non faccia l'inequale e piccola alma. Il destrier che portar si credea, mentre durasse il lungo dì, sì grave salma, riferì in mente sua grazie a Rinaldo, ch'a quello incontro gli schivò un gran caldo.

49

Rotta l'asta, Rinaldo il destrier volta tanto legger, che fa sembrar ch'abbia ale; e dove la più stretta e maggior folta stiparsi vede, impetuoso assale. Mena Fusberta sanguinosa in volta che fa l'arme parer di vetro frale: tempra di ferro il suo tagliar non schiva, che non vada a trovar la carne viva.

50

Ritrovar poche tempre e pochi ferri può la tagliente spada, ove s'incappi, ma targhe, altre di cuoio, altre di cerri, giupe trapunte e attorcigliati drappi. Giusto è ben dunque che Rinaldo atterri qualunque assale, e fori e squarci e affrappi; che non più si difende da sua spada, ch'erba da falce, o da tempesta biada.

51

La prima schiera era già messa in rotta, quando Zerbin con l'antiguardia arriva. Il cavallier inanzi alla gran frotta con la lancia arrestata ne veniva. La gente sotto il suo pennon condotta, con non minor fierezza lo seguiva: tanti lupi parean, tanti leoni ch'andassero assalir capre o montoni.

52