Part 17
Ed egli tra baroni e paladini, principi ed oratori, al maggior tempio con molta religione a quei divini atti intervenne, e ne diè agli altri esempio. Con le man giunte e gli occhi al ciel supini, disse: — Signor, ben ch'io sia iniquo ed empio, non voglia tua bontà, pel mio fallire, che 'l tuo popul fedele abbia a patire.
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E se gli è tuo voler ch'egli patisca, e ch'abbia il nostro error degni supplici, almeno la punizion si differisca sì, che per man non sia de' tuoi nemici; che quando lor d'uccider noi sortisca, che nome avemo pur d'esser tuo' amici, i pagani diran che nulla puoi, che perir lasci i partigiani tuoi.
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E per un che ti sia fatto ribelle, cento ti si faran per tutto il mondo; tal che la legge falsa di Babelle caccerà la tua fede e porrà al fondo. Difendi queste genti, che son quelle che 'l tuo sepulcro hanno purgato e mondo da' brutti cani, e la tua santa Chiesa con li vicari suoi spesso difesa.
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So che i meriti nostri atti non sono a satisfare al debito d'un'oncia; né devemo sperar da te perdono, se riguardiamo a nostra vita sconcia: ma se vi aggiugni di tua grazia il dono, nostra ragion fia ragguagliata e concia; né del tuo aiuto disperar possiamo, qualor di tua pietà ci ricordiamo. —
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Così dicea l'imperator devoto, con umiltade e contrizion di core. Giunse altri prieghi e convenevol voto al gran bisogno e all'alto suo splendore. Non fu il caldo pregar d'effetto voto; però che 'l genio suo, l'angel migliore, i prieghi tolse e spiegò al ciel le penne, ed a narrare al Salvator li venne.
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E furo altri infiniti in quello instante da tali messagger portati a Dio; che come gli ascoltar l'anime sante, dipinte di pietade il viso pio, tutte miraro il sempiterno Amante, e gli mostraro il commun lor disio, che la giusta orazion fosse esaudita del populo cristian che chiede aita.
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E la Bontà ineffabile, ch'invano non fu pregata mai da cor fedele, leva gli occhi pietosi, e fa con mano cenno che venga a sé l'angel Michele. — Va (gli disse) all'esercito cristiano che dianzi in Picardia calò le vele, e al muro di Parigi l'appresenta sì, che 'l campo nimico non lo senta.
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Truova prima il Silenzio, e da mia parte gli di' che teco a questa impresa venga; ch'egli ben proveder con ottima arte saprà di quanto proveder convenga. Fornito questo, subito va in parte dove il suo seggio la Discordia tenga: dille che l'esca e il fucil seco prenda, e nel campo de' Mori il fuoco accenda;
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e tra quei che vi son detti più forti sparga tante zizzanie e tante liti, che combattano insieme; ed altri morti, altri ne sieno presi, altri feriti, e fuor del campo altri lo sdegno porti sì che il lor re poco di lor s'aiti. — Non replica a tal detto altra parola il benedetto augel, ma dal ciel vola.
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Dovunque drizza Michel angel l'ale, fuggon le nubi, e torna il ciel sereno. Gli gira intorno un aureo cerchio, quale veggiàn di notte lampeggiar baleno. Seco pensa tra via, dove si cale il celeste corrier per fallir meno a trovar quel nimico di parole, a cui la prima commission far vuole.
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Vien scorrendo ov'egli abiti, ov'egli usi; e se accordaro infin tutti i pensieri, che de frati e de monachi rinchiusi lo può trovare in chiese e in monasteri, dove sono i parlari in modo esclusi, che 'l Silenzio, ove cantano i salteri, ove dormeno, ove hanno la piatanza, e finalmente è scritto in ogni stanza.
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Credendo quivi ritrovarlo, mosse con maggior fretta le dorate penne; e di veder ch'ancor Pace vi fosse, Quiete e Carità, sicuro tenne. Ma da la opinion sua ritrovosse tosto ingannato, che nel chiostro venne: non è Silenzio quivi; e gli fu ditto che non v'abita più, fuor che in iscritto.
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Né Pietà, né Quiete, né Umiltade, né quivi Amor, né quivi Pace mira. Ben vi fur già, ma ne l'antiqua etade; che le cacciar Gola, Avarizia ed Ira, Superbia, Invidia, Inerzia e Crudeltade. Di tanta novità l'angel si ammira: andò guardando quella brutta schiera, e vide ch'anco la Discordia v'era.
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Quella che gli avea detto il Padre eterno, dopo il Silenzio, che trovar dovesse. Pensato avea di far la via d'Averno, che si credea che tra' dannati stesse; e ritrovolla in questo nuovo inferno (ch'il crederia?) tra santi uffici e messe. Par di strano a Michel ch'ella vi sia, che per trovar credea di far gran via.
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La conobbe al vestir di color cento, fatto a liste inequali ed infinite, ch'or la cuoprono or no; che i passi e 'l vento le giano aprendo, ch'erano sdrucite. I crini avea qual d'oro e qual d'argento, e neri e bigi, e aver pareano lite; altri in treccia, altri in nastro eran raccolti, molti alle spalle, alcuni al petto sciolti.
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Di citatorie piene e di libelli, d'esamine e di carte di procure avea le mani e il seno, e gran fastelli di chiose, di consigli e di letture; per cui le facultà de' poverelli non sono mai ne le città sicure. Aveva dietro e dinanzi e d'ambi i lati, notai, procuratori ed avocati.
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La chiama a sé Michele, e le commanda che tra i più forti Saracini scenda, e cagion truovi, che con memoranda ruina insieme a guerreggiar gli accenda. Poi del Silenzio nuova le domanda: facilmente esser può ch'essa n'intenda, sì come quella ch'accendendo fochi di qua e di là, va per diversi lochi.
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Rispose la Discordia: — Io non ho a mente in alcun loco averlo mai veduto: udito l'ho ben nominar sovente, e molto commendarlo per astuto. Ma la Fraude, una qui di nostra gente, che compagnia talvolta gli ha tenuto, penso che dir te ne saprà novella; — e verso una alzò il dito, e disse: — È quella. —
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Avea piacevol viso, abito onesto, un umil volger d'occhi, un andar grave, un parlar sì benigno e sì modesto, che parea Gabriel che dicesse: Ave. Era brutta e deforme in tutto il resto: ma nascondea queste fattezze prave con lungo abito e largo; e sotto quello, attosicato avea sempre il coltello.
88
Domanda a costei l'angelo, che via debba tener, sì che 'l Silenzio truove. Disse la Fraude: — Già costui solia fra virtudi abitare, e non altrove, con Benedetto e con quelli d'Elia ne le badie, quando erano ancor nuove: fe' ne le scuole assai de la sua vita al tempo di Pitagora e d'Archita.
89
Mancati quei filosofi e quei santi che lo solean tener pel camin ritto, dagli onesti costumi ch'avea inanti, fece alle sceleraggini tragitto. Cominciò andar la notte con gli amanti, indi coi ladri, e fare ogni delitto. Molto col Tradimento egli dimora: veduto l'ho con l'Omicidio ancora.
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Con quei che falsan le monete ha usanza di ripararsi in qualche buca scura. Così spesso compagni muta e stanza, che 'l ritrovarlo ti saria ventura; ma pur ho d'insegnartelo speranza: se d'arrivare a mezza notte hai cura alla casa del Sonno, senza fallo potrai (che quivi dorme) ritrovallo. —
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Ben che soglia la Fraude esser bugiarda, pur è tanto il suo dir simile al vero, che l'angelo le crede; indi non tarda a volarsene fuor del monastero. Tempra il batter de l'ale, e studia e guarda giungere in tempo al fin del suo sentiero, ch'alla casa del Sonno, che ben dove era sapea, questo Silenzio truove.
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Giace in Arabia una valletta amena, lontana da cittadi e da villaggi, ch'all'ombra di duo monti è tutta piena d'antiqui abeti e di robusti faggi. Il sole indarno il chiaro dì vi mena; che non vi può mai penetrar coi raggi, sì gli è la via da folti rami tronca: e quivi entra sotterra una spelonca.
93
Sotto la negra selva una capace e spaziosa grotta entra nel sasso, di cui la fronte l'edera seguace tutta aggirando va con storto passo. In questo albergo il grave Sonno giace; l'Ozio da un canto corpulento e grasso, da l'altro la Pigrizia in terra siede, che non può andare, e mal reggersi in piede.
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Lo smemorato Oblio sta su la porta: non lascia entrar, né riconosce alcuno; non ascolta imbasciata, né riporta; e parimente tien cacciato ognuno. Il Silenzio va intorno, e fa la scorta: ha le scarpe di feltro, e 'l mantel bruno; ed a quanti n'incontra, di lontano, che non debban venir, cenna con mano.
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Se gli accosta all'orecchio e pianamente l'angel gli dice: — Dio vuol che tu guidi a Parigi Rinaldo con la gente che per dar, mena, al suo signor sussidi: ma che lo facci tanto chetamente, ch'alcun de' Saracin non oda i gridi; sì che più tosto che ritruovi il calle la Fama d'avisar, gli abbia alle spalle. —
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Altrimente il Silenzio non rispose, che col capo accennando che faria; e dietro ubidiente se gli pose; e furo al primo volo in Picardia. Michel mosse le squadre coraggiose, e fe' lor breve un gran tratto di via; sì che in un dì a Parigi le condusse, né alcun s'avide che miracol fusse.
97
Discorreva il Silenzio, e tuttavolta, e dinanzi alle squadre e d'ogn'intorno facea girare un'alta nebbia in volta, ed avea chiaro ogn'altra parte il giorno; e non lasciava questa nebbia folta, che s'udisse di fuor tromba né corno: poi n'andò tra' pagani, e menò seco un non so che, ch'ognun fe' sordo e cieco.
98
Mentre Rinaldo in tal fretta venìa, che ben parea da l'angelo condotto, e con silenzio tal, che non s'udia nel campo saracin farsene motto; il re Agramante avea la fanteria messo ne' borghi di Parigi, e sotto le minacciate mura in su la fossa, per far quel dì l'estremo di sua possa.
99
Chi può contar l'esercito che mosso questo dì contro Carlo ha 'l re Agramante, conterà ancora in su l'ombroso dosso del silvoso Apennin tutte le piante; dirà quante onde, quando è il mar più grosso, bagnano i piedi al mauritano Atlante; e per quanti occhi il ciel le furtive opre degli amatori a mezza notte scuopre.
100
Le campane si sentono a martello di spessi colpi e spaventosi tocche; si vede molto, in questo tempio e in quello, alzar di mano e dimenar di bocche. Se 'l tesoro paresse a Dio sì bello, come alle nostre openioni sciocche, questo era il dì che 'l santo consistoro fatto avria in terra ogni sua statua d'oro.
101
S'odon ramaricare i vecchi giusti, che s'erano serbati in quelli affanni, e nominar felici i sacri busti composti in terra già molti e molt'anni. Ma gli animosi gioveni robusti che miran poco i lor propinqui danni, sprezzando le ragion de' più maturi, di qua di là vanno correndo a' muri.
102
Quivi erano baroni e paladini, re, duci, cavallier, marchesi e conti, soldati forestieri e cittadini, per Cristo e pel suo onore a morir pronti; che per uscire adosso ai Saracini, pregan l'imperator ch'abbassi i ponti. Gode egli di veder l'animo audace, ma di lasciarli uscir non li compiace.
103
E li dispone in oportuni lochi, per impedire ai barbari la via: là si contenta che ne vadan pochi, qua non basta una grossa compagnia; alcuni han cura maneggiare i fuochi, le machine altri, ove bisogno sia. Carlo di qua di là non sta mai fermo: va soccorrendo, e fa per tutto schermo.
104
Siede Parigi in una gran pianura, ne l'ombilico a Francia, anzi nel core; gli passa la riviera entro le mura, e corre, ed esce in altra parte fuore. Ma fa un'isola prima, e v'assicura de la città una parte, e la migliore; l'altre due (ch'in tre parti è la gran terra) di fuor la fossa, e dentro il fiume serra.
105
Alla città, che molte miglia gira, da molte parti si può dar battaglia: ma perché sol da un canto assalir mira, né volentier l'esercito sbarraglia, oltre il fiume Agramante si ritira verso ponente, acciò che quindi assaglia; però che né cittade né campagna ha dietro, se non sua, fin alla Spagna.
106
Dovunque intorno il gran muro circonda, gran munizioni avea già Carlo fatte, fortificando d'argine ogni sponda con scannafossi dentro e case matte; onde entra ne la terra, onde esce l'onda, grossissime catene aveva tratte; ma fece, più ch'altrove, provedere là dove avea più causa di temere.
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Con occhi d'Argo il figlio di Pipino previde ove assalir dovea Agramante; e non fece disegno il Saracino, a cui non fosse riparato inante. Con Ferraù, Isoliero, Serpentino, Grandonio, Falsirone e Balugante, e con ciò che di Spagna avea menato, restò Marsilio alla campagna armato.
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Sobrin gli era a man manca in ripa a Senna, con Pulian, con Dardinel d'Almonte, col re d'Oran, ch'esser gigante accenna, lungo sei braccia dai piedi alla fronte. Deh perché a muover men son io la penna, che quelle genti a muover l'arme pronte? che 'l re di Sarza, pien d'ira e di sdegno, grida e bestemmia e non può star più a segno.
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Come assalire o vasi pastorali, o le dolci reliquie de' convivi soglion con rauco suon di stridule ali le impronte mosche a' caldi giorni estivi; come li storni a rosseggianti pali vanno de mature uve: così quivi, empiendo il ciel di grida e di rumori, veniano a dare il fiero assalto i Mori.
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L'esercito cristian sopra le mura con lance, spade e scure e pietre e fuoco difende la città senza paura, e il barbarico orgoglio estima poco; e dove Morte uno ed un altro fura, non è chi per viltà ricusi il loco. Tornano i Saracin giù ne le fosse a furia di ferite e di percosse.
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Non ferro solamente vi s'adopra, ma grossi massi, e merli integri e saldi, e muri dispiccati con molt'opra, tetti di torri, e gran pezzi di spaldi. L'acque bollenti che vengon di sopra, portano a' Mori insupportabil caldi; e male a questa pioggia si resiste, ch'entra per gli elmi, e fa acciecar le viste.
112
E questa più nocea che 'l ferro quasi: or che de' far la nebbia di calcine? or che doveano far li ardenti vasi con olio e zolfo e peci e trementine? I cerchi in munizion non son rimasi, che d'ogn'intorno hanno di fiamma il crine: questi, scagliati per diverse bande, mettono a' Saracini aspre ghirlande.
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Intanto il re di Sarza avea cacciato sotto le mura la schiera seconda, da Buraldo, da Ormida accompagnato, quel Garamante, e questo di Marmonda. Clarindo e Soridan gli sono allato, né par che 'l re di Setta si nasconda; segue il re di Marocco e quel di Cosca, ciascun perché il valor suo si conosca.
114
Ne la bandiera, ch'è tutta vermiglia, Rodomonte di Sarza il leon spiega, che la feroce bocca ad una briglia che gli pon la sua donna, aprir non niega. Al leon sé medesimo assimiglia; e per la donna che lo frena e lega, la bella Doralice ha figurata, figlia di Stordilan re di Granata:
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quella che tolto avea, come io narrava, re Mandricardo, e dissi dove e a cui. Era costei che Rodomonte amava più che 'l suo regno e più che gli occhi sui; e cortesia e valor per lei mostrava, non già sapendo ch'era in forza altrui: se saputo l'avesse, allora allora fatto avria quel che fe' quel giorno ancora.
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Sono appoggiate a un tempo mille scale, che non han men di dua per ogni grado. Spinge il secondo quel ch'inanzi sale; che 'l terzo lui montar fa suo mal grado. Chi per virtù, chi per paura vale: convien ch'ognun per forza entri nel guado; che qualunche s'adagia, il re d'Algiere, Rodomonte crudele, uccide o fere.
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Ognun dunque si sforza di salire tra il fuoco e le ruine in su le mura. Ma tutti gli altri guardano, se aprire veggiano passo ove sia poca cura: sol Rodomonte sprezza di venire, se non dove la via meno è sicura. Dove nel caso disperato e rio gli altri fan voti, egli bestemmia Dio.
118
Armato era d'un forte duro usbergo, che fu di drago una scagliosa pelle. Di questo già si cinse il petto e 'l tergo quello avol suo ch'edificò Babelle, e si pensò cacciar de l'aureo albergo, e torre a Dio il governo de le stelle: l'elmo e lo scudo fece far perfetto, e il brando insieme; e solo a questo effetto.
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Rodomonte non già men di Nembrotte indomito, superbo e furibondo, che d'ire al ciel non tarderebbe a notte, quando la strada si trovasse al mondo, quivi non sta a mirar s'intere o rotte sieno le mura, o s'abbia l'acqua fondo: passa la fossa, anzi la corre e vola, ne l'acqua e nel pantan fin alla gola.
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Di fango brutto, e molle d'acqua vanne tra il foco e i sassi e gli archi e le balestre, come andar suol tra le palustri canne de la nostra Mallea porco silvestre, che col petto, col grifo e con le zanne fa, dovunque si volge, ample finestre. Con lo scudo alto il Saracin sicuro ne vien sprezzando il ciel, non che quel muro.
121
Non sì tosto all'asciutto è Rodomonte, che giunto si sentì su le bertresche, che dentro alla muraglia facean ponte capace e largo alle squadre francesche. Or si vede spezzar più d'una fronte, far chieriche maggior de le fratesche, braccia e capi volare; e ne la fossa cader da' muri una fiumana rossa.
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Getta il pagan lo scudo, e a duo man prende la crudel spada, e giunge il duca Arnolfo. Costui venìa di là dove discende l'acqua del Reno nel salato golfo. Quel miser contra lui non si difende meglio che faccia contra il fuoco il zolfo; e cade in terra, e dà l'ultimo crollo, dal capo fesso un palmo sotto il collo.
123
Uccide di rovescio in una volta Anselmo, Oldrado, Spineloccio e Prando: il luogo stretto e la gran turba folta fece girar sì pienamente il brando. Fu la prima metade a Fiandra tolta, l'altra scemata al populo normando. Divise appresso da la fronte al petto, ed indi al ventre, il maganzese Orghetto.
124
Getta da' merli Andropono e Moschino giù ne la fossa: il primo è sacerdote; non adora il secondo altro che 'l vino, e le bigonce a un sorso n'ha già vuote. Come veneno e sangue viperino l'acque fuggia quanto fuggir si puote: or quivi muore; e quel che più l'annoia, è 'l sentir che nell'acqua se ne muoia.
125
Tagliò in due parti il provenzal Luigi, e passò il petto al tolosano Arnaldo. Di Torse Oberto, Claudio, Ugo e Dionigi mandar lo spirto fuor col sangue caldo; e presso a questi, quattro da Parigi, Gualtiero, Satallone, Odo ed Ambaldo, ed altri molti: ed io non saprei come di tutti nominar la patria e il nome.
126
La turba dietro a Rodomonte presta le scale appoggia, e monta in più d'un loco. Quivi non fanno i Parigin più testa; che la prima difesa lor val poco. San ben ch'agli nemici assai più resta dentro da fare, e non l'avran da gioco; perché tra il muro e l'argine secondo discende il fosso orribile e profondo.
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Oltra che i nostri facciano difesa dal basso all'alto, e mostrino valore; nuova gente succede alla contesa sopra l'erta pendice interiore, che fa con lance e con saette offesa alla gran moltitudine di fuore, che credo ben, che saria stata meno, se non v'era il figliuol del re Ulieno.
128
Egli questi conforta, e quei riprende, e lor mal grado inanzi se gli caccia: ad altri il petto, ad altri il capo fende, che per fuggir veggia voltar la faccia. Molti ne spinge ed urta; alcuni prende pei capelli, pel collo e per le braccia: e sozzopra là giù tanti ne getta, che quella fossa a capir tutti è stretta.
129
Mentre lo stuol de' barbari si cala, anzi trabocca al periglioso fondo, ed indi cerca per diversa scala di salir sopra l'argine secondo; il re di Sarza (come avesse un'ala per ciascun de' suoi membri) levò il pondo di sì gran corpo e con tant'arme indosso, e netto si lanciò di là dal fosso.
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Poco era men di trenta piedi, o tanto, ed egli il passò destro come un veltro, e fece nel cader strepito, quanto avesse avuto sotto i piedi il feltro: ed a questo ed a quello affrappa il manto, come sien l'arme di tenero peltro, e non di ferro, anzi pur sien di scorza: tal la sua spada, e tanta è la sua forza!
131
In questo tempo i nostri, da chi tese l'insidie son ne la cava profonda, che v'han scope e fascine in copia stese, intorno a quai di molta pece abonda (né però alcuna si vede palese, ben che n'è piena l'una e l'altra sponda dal fondo cupo insino all'orlo quasi), e senza fin v'hanno appiattati vasi,
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qual con salnitro, qual con oglio, quale con zolfo, qual con altra simil esca; i nostri in questo tempo, perché male ai Saracini il folle ardir riesca, ch'eran nel fosso, e per diverse scale credean montar su l'ultima bertresca; udito il segno da oportuni lochi, di qua e di là fenno avampare i fochi.
133
Tornò la fiamma sparsa tutta in una, che tra una ripa e l'altra ha 'l tutto pieno; e tanto ascende in alto, ch'alla luna può d'appresso asciugar l'umido seno. Sopra si volve oscura nebbia e bruna, che 'l sole adombra, e spegne ogni sereno. Sentesi un scoppio in un perpetuo suono, simile a un grande e spaventoso tuono.
134
Aspro concento, orribile armonia d'alte querele, d'ululi e di strida de la misera gente che peria nel fondo per cagion de la sua guida, istranamente concordar s'udia col fiero suon de la fiamma omicida. Non più, Signor, non più di questo canto; ch'io son già rauco e vo' posarmi alquanto.
CANTO QUINDICESIMO
1
Fu il vincer sempremai laudabil cosa, vincasi o per fortuna o per ingegno: gli è ver che la vittoria sanguinosa spesso far suole il capitan men degno; e quella eternamente è gloriosa, e dei divini onori arriva al segno, quando servando i suoi senza alcun danno, si fa che gl'inimici in rotta vanno.
2
La vostra, Signor mio, fu degna loda, quando al Leone, in mar tanto feroce, ch'avea occupata l'una e l'altra proda del Po, da Francolin sin alla foce, faceste sì, ch'ancor che ruggir l'oda, s'io vedrò voi, non tremerò alla voce. Come vincer si de', ne dimostraste; ch'uccideste i nemici, e noi salvaste.
3
Questo il pagan, troppo in suo danno audace, non seppe far; che i suoi nel fosso spinse, dove la fiamma subita e vorace non perdonò ad alcun, ma tutti estinse. A tanti non saria stato capace tutto il gran fosso, ma il fuoco restrinse, restrinse i corpi e in polve li ridusse, acciò ch'abile a tutti il luogo fusse.
4
Undicimila ed otto sopra venti si ritrovar ne l'affocata buca, che v'erano discesi malcontenti; ma così volle il poco saggio duca. Quivi fra tanto lume or sono spenti, e la vorace fiamma li manuca: e Rodomonte, causa del mal loro, se ne va esente da tanto martoro:
5
che tra' nemici alla ripa più interna era passato d'un mirabil salto. Se con gli altri scendea ne la caverna, questo era ben il fin d'ogni suo assalto. Rivolge gli occhi a quella valle inferna; e quando vede il fuoco andar tant'alto, e di sua gente il pianto ode e lo strido, bestemmia il ciel con spaventoso grido.
6
Intanto il re Agramante mosso avea impetuoso assalto ad una porta; che, mentre la crudel battaglia ardea quivi ove è tanta gente afflitta e morta, quella sprovista forse esser credea di guardia, che bastasse alla sua scorta. Seco era il re d'Arzilla Bambirago, e Baliverzo, d'ogni vizio vago;
7
e Corineo di Mulga, e Prusione, il ricco re dell'Isole beate; Malabuferso che la regione tien di Fizan, sotto continua estate; altri signori, ed altre assai persone esperte ne la guerra e bene armate; e molti ancor senza valore e nudi, che 'l cor non s'armerian con mille scudi.
8
Trovò tutto il contrario al suo pensiero in questa parte il re de' Saracini: perché in persona il capo de l'Impero v'era, re Carlo, e de' suoi paladini, re Salamone ed il danese Ugiero, ed ambo i Guidi ed ambo gli Angelini, e 'l duca di Bavera e Ganelone, e Berlengier e Avolio e Avino e Otone;
9