Part 13
E voglio la maggior gomona meco, e l'ancora maggior ch'abbi sul legno: io ti farò veder perché l'arreco, se con quel mostro ad affrontar mi vegno. — Gittar fe' in mare il palischermo seco, con tutto quel ch'era atto al suo disegno. Tutte l'arme lasciò, fuor che la spada; e vêr lo scoglio, sol, prese la strada.
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Si tira i remi al petto, e tien le spalle volte alla parte ove discender vuole; a guisa che del mare o de la valle uscendo al lito, il salso granchio suole. Era ne l'ora che le chiome gialle la bella Aurora avea spiegate al Sole, mezzo scoperto ancora e mezzo ascoso, non senza sdegno di Titon geloso.
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Fattosi appresso al nudo scoglio, quanto potria gagliarda man gittare un sasso, gli pare udire e non udire un pianto; sì all'orecchie gli vien debole e lasso. Tutto si volta sul sinistro canto; e posto gli occhi appresso all'onde al basso, vede una donna, nuda come nacque, legata a un tronco; e i piè le bagnan l'acque.
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Perché gli è ancor lontana, e perché china la faccia tien, non ben chi sia discerne. Tira in fretta ambi i remi, e s'avicina con gran disio di più notizia averne. Ma muggiar sente in questo la marina, e rimbombar le selve e le caverne: gonfiansi l'onde; ed ecco il mostro appare, che sotto il petto ha quasi ascoso il mare.
35
Come d'oscura valle umida ascende nube di pioggia e di tempesta pregna, che più che cieca notte si distende per tutto 'l mondo, e par che 'l giorno spegna; così nuota la fera, e del mar prende tanto, che si può dir che tutto il tegna: fremono l'onde. Orlando in sé raccolto, la mira altier, né cangia cor né volto.
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E come quel ch'avea il pensier ben fermo di quanto volea far, si mosse ratto; e perché alla donzella essere schermo, e la fera assalir potesse a un tratto, entrò fra l'orca e lei col palischermo, nel fodero lasciando il brando piatto: l'ancora con la gomona in man prese; poi con gran cor l'orribil mostro attese.
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Tosto che l'orca s'accostò, e scoperse nel schifo Orlando con poco intervallo, per ingiottirlo tanta bocca aperse, ch'entrato un uomo vi saria a cavallo. Si spinse Orlando inanzi, e se gl'immerse con quella ancora in gola, e s'io non fallo, col battello anco; e l'ancora attaccolle e nel palato e ne la lingua molle:
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sì che né più si puon calar di sopra, né alzar di sotto le mascelle orrende. Così chi ne le mine il ferro adopra, la terra, ovunque si fa via, suspende, che subita ruina non lo cuopra, mentre malcauto al suo lavoro intende. Da un amo all'altro l'ancora è tanto alta, che non v'arriva Orlando, se non salta.
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Messo il puntello, e fattosi sicuro che 'l mostro più serrar non può la bocca, stringe la spada, e per quel antro oscuro di qua e di là con tagli e punte tocca. Come si può, poi che son dentro al muro giunti i nimici, ben difender rocca; così difender l'orca si potea dal paladin che ne la gola avea.
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Dal dolor vinta, or sopra il mar si lancia, e mostra i fianchi e le scagliose schene; or dentro vi s'attuffa, e con la pancia muove dal fondo e fa salir l'arene. Sentendo l'acqua il cavallier di Francia, che troppo abonda, a nuoto fuor ne viene: lascia l'ancora fitta, e in mano prende la fune che da l'ancora depende.
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E con quella ne vien nuotando in fretta verso lo scoglio; ove fermato il piede, tira l'ancora a sé, ch'in bocca stretta con le due punte il brutto mostro fiede. L'orca a seguire il canape è costretta da quella forza ch'ogni forza eccede, da quella forza che più in una scossa tira, ch'in dieci un argano far possa.
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Come toro selvatico ch'al corno gittar si senta un improvviso laccio, salta di qua di là, s'aggira intorno, si colca e lieva, e non può uscir d'impaccio; così fuor del suo antico almo soggiorno l'orca tratta per forza di quel braccio, con mille guizzi e mille strane ruote segue la fune, e scior non se ne puote.
43
Di bocca il sangue in tanta copia fonde, che questo oggi il mar Rosso si può dire, dove in tal guisa ella percuote l'onde, ch'insino al fondo le vedreste aprire; ed or ne bagna il cielo, e il lume asconde del chiaro sol: tanto le fa salire. Rimbombano al rumor ch'intorno s'ode, le selve, i monti e le lontane prode.
44
Fuor de la grotta il vecchio Proteo, quando ode tanto rumor, sopra il mare esce; e visto entrare e uscir de l'orca Orlando, e al lito trar sì smisurato pesce, fugge per l'alto oceano, obliando lo sparso gregge: e sì il tumulto cresce, che fatto al carro i suoi delfini porre, quel dì Nettuno in Etiopia corre.
45
Con Melicerta in collo Ino piangendo, e le Nereide coi capelli sparsi, Glauci e Tritoni, e gli altri, non sappiendo dove, chi qua chi là van per salvarsi. Orlando al lito trasse il pesce orrendo, col qual non bisognò più affaticarsi; che pel travaglio e per l'avuta pena, prima morì, che fosse in su l'arena.
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De l'isola non pochi erano corsi a riguardar quella battaglia strana; i quai da vana religion rimorsi, così sant'opra riputar profana: e dicean che sarebbe un nuovo torsi Proteo nimico, e attizzar l'ira insana, da farli porre il marin gregge in terra, e tutta rinovar l'antica guerra;
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e che meglio sarà di chieder pace prima all'offeso dio, che peggio accada; e questo si farà, quando l'audace gittato in mare a placar Proteo vada. Come dà fuoco l'una a l'altra face, e tosto alluma tutta una contrada, così d'un cor ne l'altro si difonde l'ira ch'Orlando vuol gittar ne l'onde.
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Chi d'una fromba e chi d'un arco armato, chi d'asta, chi di spada, al lito scende; e dinanzi e di dietro e d'ogni lato, lontano e appresso, a più poter l'offende. Di sì bestiale insulto e troppo ingrato gran meraviglia il paladin si prende: pel mostro ucciso ingiuria far si vede, dove aver ne sperò gloria e mercede.
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Ma come l'orso suol, che per le fiere menato sia da Rusci o da Lituani, passando per la via, poco temere l'importuno abbaiar di picciol cani, che pur non se li degna di vedere; così poco temea di quei villani il paladin, che con un soffio solo ne potrà fracassar tutto lo stuolo.
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E ben si fece far subito piazza che lor si volse, e Durindana prese. S'avea creduto quella gente pazza che le dovesse far poche contese, quando né indosso gli vedea corazza, né scudo in braccio, né alcun altro arnese; ma non sapea che dal capo alle piante dura la pelle avea più che diamante.
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Quel che d'Orlando agli altri far non lece, di far degli altri a lui già non è tolto. Trenta n'uccise, e furo in tutto diece botte, o se più, non le passò di molto. Tosto intorno sgombrar l'arena fece; e per slegar la donna era già volto, quando nuovo tumulto e nuovo grido fe' risuonar da un'altra parte il lido.
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Mentre avea il paladin da questa banda così tenuto i barbari impediti, eran senza contrasto quei d'Irlanda da più parte ne l'isola saliti; e spenta ogni pietà, strage nefanda di quel popul facean per tutti i liti: fosse iustizia, o fosse crudeltade, né sesso riguardavano né etade.
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Nessun ripar fan gl'isolani, o poco; parte, ch'accolti son troppo improviso, parte, che poca gente ha il picciol loco, e quella poca è di nessun aviso. L'aver fu messo a sacco; messo fuoco fu ne le case: il populo fu ucciso: le mura fur tutte adeguate al suolo: non fu lasciato vivo un capo solo.
54
Orlando, come gli appertenga nulla l'alto rumor, le strida e la ruina, viene a colei che su la pietra brulla avea da divorar l'orca marina. Guarda, e gli par conoscer la fanciulla; e più gli pare, e più che s'avicina: gli pare Olimpia: ed era Olimpia certo, che di sua fede ebbe sì iniquo merto.
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Misera Olimpia! a cui dopo lo scorno che gli fe' Amore, anco Fortuna cruda mandò i corsari (e fu il medesmo giorno), che la portaro all'isola d'Ebuda. Riconosce ella Orlando nel ritorno che fa allo scoglio: ma perch'ella è nuda, tien basso il capo; e non che non gli parli, ma gli occhi non ardisce al viso alzarli.
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Orlando domandò ch'iniqua sorte l'avesse fatta all'isola venire di là dove lasciata col consorte lieta l'avea, quanto si può più dire. — Non so (disse ella) s'io v'ho, che la morte voi mi schivaste, grazie a riferire, o da dolermi che per voi non sia oggi finita la miseria mia.
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Io v'ho da ringraziar ch'una maniera di morir mi schivaste troppo enorme; che troppo saria enorme, se la fera nel brutto ventre avesse avuto a porme. Ma già non vi ringrazio ch'io non pera; che morte sol può di miseria torme: ben vi ringrazierò, se da voi darmi quella vedrò, che d'ogni duol può trarmi. —
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Poi con gran pianto seguitò, dicendo come lo sposo suo l'avea tradita; che la lasciò su l'isola dormendo, donde ella poi fu dai corsar rapita. E mentre ella parlava, rivolgendo s'andava in quella guisa che scolpita o dipinta è Diana ne la fonte, che getta l'acqua ad Ateone in fronte;
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che, quanto può, nasconde il petto e 'l ventre, più liberal dei fianchi e de le rene. Brama Orlando ch'in porto il suo legno entre; che lei, che sciolta avea da le catene, vorria coprir d'alcuna veste. Or mentre ch'a questo è intento, Oberto sopraviene, Oberto il re d'Ibernia, ch'avea inteso che 'l marin mostro era sul lito steso;
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e che nuotando un cavallier era ito a porgli in gola un'ancora assai grave; e che l'avea così tirato al lito, come si suol tirar contr'acqua nave. Oberto, per veder se riferito colui da chi l'ha inteso, il vero gli have, se ne vien quivi; e la sua gente intanto arde e distrugge Ebuda in ogni canto.
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Il re d'Ibernia, ancor che fosse Orlando, di sangue tinto, e d'acqua molle e brutto, brutto del sangue che si trasse quando uscì de l'orca in ch'era entrato tutto, pel conte l'andò pur raffigurando; tanto più che ne l'animo avea indutto, tosto che del valor sentì la nuova, ch'altri ch'Orlando non faria tal pruova.
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Lo conoscea, perch'era stato infante d'onore in Francia, e se n'era partito per pigliar la corona, l'anno inante, del padre suo ch'era di vita uscito. Tante volte veduto, e tante e tante gli avea parlato, ch'era in infinito. Lo corse ad abbracciare e a fargli festa, trattasi la celata ch'avea in testa.
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Non meno Orlando di veder contento si mostrò il re, che 'l re di veder lui. Poi che furo a iterar l'abbracciamento una o due volte tornati amendui, narrò ad Oberto Orlando il tradimento che fu fatto alla giovane, e da cui fatto le fu; dal perfido Bireno, che via d'ogn'altro lo dovea far meno.
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Le prove gli narrò, che tante volte ella d'amarlo dimostrato avea: come i parenti e le sustanze tolte le furo, e al fin per lui morir volea; e ch'esso testimonio era di molte, e renderne buon conto ne potea. Mentre parlava, i begli occhi sereni de la donna di lagrime eran pieni.
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Era il bel viso suo, quale esser suole da primavera alcuna volta il cielo, quando la pioggia cade, e a un tempo il sole si sgombra intorno il nubiloso velo. E come il rosignuol dolci carole mena nei rami alor del verde stelo, così alle belle lagrime le piume si bagna Amore, e gode al chiaro lume.
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E ne la face de' begli occhi accende l'aurato strale, e nel ruscello amorza, che tra vermigli e bianchi fiori scende: e temprato che l'ha, tira di forza contra il garzon, che né scudo difende, né maglia doppia, né ferrigna scorza; che mentre sta a mirar gli occhi e le chiome, si sente il cor ferito, e non sa come.
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Le bellezze d'Olimpia eran di quelle che son più rare: e non la fronte sola, gli occhi e le guance e le chiome avea belle, la bocca, il naso, gli omeri e la gola; ma discendendo giù da le mammelle, le parti che solea coprir la stola, fur di tanta eccellenza, ch'anteporse a quante n'avea il mondo potean forse.
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Vinceano di candor le nievi intatte, ed eran più ch'avorio a toccar molli: le poppe ritondette parean latte che fuor dei giunchi allora allora tolli. Spazio fra lor tal discendea, qual fatte esser veggiàn fra picciolini colli l'ombrose valli, in sua stagione amene, che 'l verno abbia di nieve allora piene.
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I rilevati fianchi e le belle anche, e netto più che specchio il ventre piano, pareano fatti, e quelle coscie bianche, da Fidia a torno, o da più dotta mano. Di quelle parti debbovi dir anche, che pur celare ella bramava invano? Dirò insomma, ch'in lei dal capo al piede, quant'esser può beltà, tutta si vede.
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Se fosse stata ne le valli Idee vista dal Pastor frigio, io non so quanto Vener, sebben vincea quell'altre dee, portato avesse di bellezza il vanto: né forse ito saria ne le Amiclee contrade esso a violar l'ospizio santo; ma detto avria: — Con Menelao ti resta, Elena pur; ch'altra io non vo' che questa. —
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E se fosse costei stata a Crotone, quando Zeusi l'imagine far volse, che por dovea nel tempio di Iunone, e tante belle nude insieme accolse; e che, per una farne in perfezione, da chi una parte e da chi un'altra tolse: non avea da torre altra che costei; che tutte le bellezze erano in lei.
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Io non credo che mai Bireno, nudo vedesse quel bel corpo; ch'io son certo che stato non saria mai così crudo, che l'avesse lasciata in quel deserto. Ch'Oberto se n'accende, io vi concludo, tanto che 'l fuoco non può star coperto. Si studia consolarla, e darle speme ch'uscirà in bene il mal ch'ora la preme:
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e le promette andar seco in Olanda; né fin che ne lo stato la rimetta, e ch'abbia fatto iusta e memoranda di quel periuro e traditor vendetta, non cesserà con ciò che possa Irlanda, e lo farà quanto potrà più in fretta. Cercare intanto in quelle case e in queste facea di gonne e di feminee veste.
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Bisogno non sarà, per trovar gonne, ch'a cercar fuor de l'isola si mande; ch'ogni dì se n'avea da quelle donne che de l'avido mostro eran vivande. Non fe' molto cercar, che ritrovonne di varie fogge Oberto copia grande; e fe' vestir Olimpia, e ben gl'increbbe non la poter vestir come vorrebbe.
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Ma né sì bella seta o sì fin'oro mai Fiorentini industri tesser fenno; né chi ricama fece mai lavoro, postovi tempo, diligenza e senno, che potesse a costui parer decoro, se lo fêsse Minerva o il dio di Lenno, e degno di coprir sì belle membre, che forza è ad or ad or se ne rimembre.
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Per più rispetti il paladino molto si dimostrò di questo amor contento: ch'oltre che 'l re non lascerebbe asciolto Bireno andar di tanto tradimento, sarebbe anch'esso per tal mezzo tolto di grave e di noioso impedimento, quivi non per Olimpia, ma venuto per dar, se v'era, alla sua donna aiuto.
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Ch'ella non v'era si chiarì di corto, ma già non si chiarì se v'era stata; perché ogn'uomo ne l'isola era morto, né un sol rimaso di sì gran brigata. Il dì seguente si partir del porto, e tutti insieme andaro in una armata. Con loro andò in Irlanda il paladino; che fu per gire in Francia il suo camino.
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A pena un giorno si fermò in Irlanda; non valser preghi a far che più vi stesse: Amor, che dietro alla sua donna il manda, di fermarvisi più non gli concesse. Quindi si parte; e prima raccomanda Olimpia al re, che servi le promesse: ben che non bisognasse; che gli attenne molto più, che di far non si convenne.
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Così fra pochi dì gente raccolse; e fatto lega col re d'Inghilterra e con l'altro di Scozia, gli ritolse Olanda, e in Frisa non gli lasciò terra; ed a ribellione anco gli volse la sua Selandia: e non finì la guerra, che gli diè morte; né però fu tale la pena, ch'al delitto andasse eguale.
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Olimpia Oberto si pigliò per moglie, e di contessa la fe' gran regina. Ma ritorniamo al paladin che scioglie nel mar le vele, e notte e dì camina; poi nel medesmo porto le raccoglie, donde pria le spiegò ne la marina: e sul suo Brigliadoro armato salse, e lasciò dietro i venti e l'onde salse.
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Credo che 'l resto di quel verno cose facesse degne di tenerne conto; ma fur sin a quel tempo sì nascose, che non è colpa mia s'or non le conto; perché Orlando a far l'opre virtuose, più che a narrarle poi, sempre era pronto: né mai fu alcun de li suoi fatti espresso, se non quando ebbe i testimoni appresso.
82
Passò il resto del verno così cheto, che di lui non si seppe cosa vera: ma poi che 'l sol ne l'animal discreto che portò Friso, illuminò la sfera, e Zefiro tornò soave e lieto a rimenar la dolce primavera; d'Orlando usciron le mirabil pruove coi vaghi fiori e con l'erbette nuove.
83
Di piano in monte, e di campagna in lido, pien di travaglio e di dolor ne gìa; quando all'entrar d'un bosco, un lungo grido, un alto duol l'orecchie gli ferìa. Spinge il cavallo, e piglia il brando fido, e donde viene il suon, ratto s'invia: ma diferisco un'altra volta a dire quel che seguì, se mi vorrete udire.
CANTO DODICESIMO
1
Cerere, poi che da la madre Idea tornando in fretta alla solinga valle, là dove calca la montagna Etnea al fulminato Encelado le spalle, la figlia non trovò dove l'avea lasciata fuor d'ogni segnato calle; fatto ch'ebbe alle guance, al petto, ai crini e agli occhi danno, al fin svelse duo pini;
2
e nel fuoco gli accese di Vulcano, e diè lor non potere esser mai spenti: e portandosi questi uno per mano sul carro che tiravan dui serpenti, cercò le selve, i campi, il monte, il piano, le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti, la terra e 'l mare; e poi che tutto il mondo cercò di sopra, andò al tartareo fondo.
3
S'in poter fosse stato Orlando pare all'Eleusina dea, come in disio, non avria, per Angelica cercare, lasciato o selva o campo o stagno o rio o valle o monte o piano o terra o mare, il cielo e 'l fondo de l'eterno oblio; ma poi che 'l carro e i draghi non avea, la gìa cercando al meglio che potea.
4
L'ha cercata per Francia: or s'apparecchia per Italia cercarla e per Lamagna, per la nuova Castiglia e per la vecchia, e poi passare in Libia il mar di Spagna. Mentre pensa così, sente all'orecchia una voce venir, che par che piagna: si spinge inanzi; e sopra un gran destriero trottar si vede innanzi un cavalliero,
5
che porta in braccio e su l'arcion davante per forza una mestissima donzella. Piange ella, e si dibatte, e fa sembiante di gran dolore; ed in soccorso appella il valoroso principe d'Anglante; che come mira alla giovane bella, gli par colei, per cui la notte e il giorno cercato Francia avea dentro e d'intorno.
6
Non dico ch'ella fosse, ma parea Angelica gentil ch'egli tant'ama. Egli, che la sua donna e la sua dea vede portar sì addolorata e grama, spinto da l'ira e da la furia rea, con voce orrenda il cavallier richiama; richiama il cavalliero e gli minaccia, e Brigliadoro a tutta briglia caccia.
7
Non resta quel fellon, né gli risponde, all'alta preda, al gran guadagno intento, e sì ratto ne va per quelle fronde, che saria tardo a seguitarlo il vento. L'un fugge, e l'altro caccia; e le profonde selve s'odon sonar d'alto lamento. Correndo usciro in un gran prato; e quello avea nel mezzo un grande e ricco ostello.
8
Di vari marmi con suttil lavoro edificato era il palazzo altiero. Corse dentro alla porta messa d'oro con la donzella in braccio il cavalliero. Dopo non molto giunse Brigliadoro, che porta Orlando disdegnoso e fiero. Orlando, come è dentro, gli occhi gira; né più il guerrier, né la donzella mira.
9
Subito smonta, e fulminando passa dove più dentro il bel tetto s'alloggia: corre di qua, corre di là, né lassa che non vegga ogni camera, ogni loggia. Poi che i segreti d'ogni stanza bassa ha cerco invan, su per le scale poggia; e non men perde anco a cercar di sopra, che perdessi di sotto, il tempo e l'opra.
10
D'oro e di seta i letti ornati vede: nulla de muri appar né de pareti; che quelle, e il suolo ove si mette il piede, son da cortine ascose e da tapeti. Di su di giù va il conte Orlando e riede; né per questo può far gli occhi mai lieti che riveggiano Angelica, o quel ladro che n'ha portato il bel viso leggiadro.
11
E mentre or quinci or quindi invano il passo movea, pien di travaglio e di pensieri, Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso, re Sacripante ed altri cavallieri vi ritrovò, ch'andavano alto e basso, né men facean di lui vani sentieri; e si ramaricavan del malvagio invisibil signor di quel palagio.
12
Tutti cercando il van, tutti gli dànno colpa di furto alcun che lor fatt'abbia: del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno; ch'abbia perduta altri la donna, arrabbia; altri d'altro l'accusa: e così stanno, che non si san partir di quella gabbia; e vi son molti, a questo inganno presi, stati le settimane intiere e i mesi.
13
Orlando, poi che quattro volte e sei tutto cercato ebbe il palazzo strano, disse fra sé: — Qui dimorar potrei, gittare il tempo e la fatica invano: e potria il ladro aver tratta costei da un'altra uscita, e molto esser lontano. — Con tal pensiero uscì nel verde prato, dal qual tutto il palazzo era aggirato.
14
Mentre circonda la casa silvestra, tenendo pur a terra il viso chino, per veder s'orma appare, o da man destra o da sinistra, di nuovo camino; si sente richiamar da una finestra: e leva gli occhi; e quel parlar divino gli pare udire, e par che miri il viso, che l'ha da quel che fu, tanto diviso.
15
Pargli Angelica udir, che supplicando e piangendo gli dica: — Aita, aita! la mia virginità ti raccomando più che l'anima mia, più che la vita. Dunque in presenza del mio caro Orlando da questo ladro mi sarà rapita? più tosto di tua man dammi la morte, che venir lasci a sì infelice sorte. —
16
Queste parole una ed un'altra volta fanno Orlando tornar per ogni stanza, con passione e con fatica molta, ma temperata pur d'alta speranza. Talor si ferma, ed una voce ascolta, che di quella d'Angelica ha sembianza (e s'egli è da una parte, suona altronde), che chieggia aiuto; e non sa trovar donde.
17
Ma tornando a Ruggier, ch'io lasciai quando dissi che per sentiero ombroso e fosco il gigante e la donna seguitando, in un gran prato uscito era del bosco; io dico ch'arrivò qui dove Orlando dianzi arrivò, se 'l loco riconosco. Dentro la porta il gran gigante passa: Ruggier gli è appresso, e di seguir non lassa.
18
Tosto che pon dentro alla soglia il piede, per la gran corte e per le logge mira; né più il gigante né la donna vede, e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira. Di su di giù va molte volte e riede; né gli succede mai quel che desira: né si sa imaginar dove sì tosto con la donna il fellon si sia nascosto.
19
Poi che revisto ha quattro volte e cinque di su di giù camere e logge e sale, pur di nuovo ritorna, e non relinque che non ne cerchi fin sotto le scale. Con speme al fin che sian ne le propinque selve, si parte: ma una voce, quale richiamò Orlando, lui chiamò non manco; e nel palazzo il fe' ritornar anco.
20
Una voce medesma, una persona che paruta era Angelica ad Orlando, parve a Ruggier la donna di Dordona, che lo tenea di sé medesmo in bando. Se con Gradasso o con alcun ragiona di quei ch'andavan nel palazzo errando, a tutti par che quella cosa sia, che più ciascun per sé brama e desia.
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Questo era un nuovo e disusato incanto ch'avea composto Atlante di Carena, perché Ruggier fosse occupato tanto in quel travaglio, in quella dolce pena, che 'l mal'influsso n'andasse da canto, l'influsso ch'a morir giovene il mena. Dopo il castel d'acciar, che nulla giova, e dopo Alcina, Atlante ancor fa pruova.
22