Orazioni

Part 2

Chapter 23,695 wordsPublic domain

Nel libro dal vero _«I miei ladruncoli»_, nel quale ella riuscì a raccogliere, con sobria efficacia, molti preziosi documenti di criminalità infantile, narra lei stessa in qual modo potè scoprire le trame di una vera e propria associazione a delinquere fra ragazzi, chiamata la _scuola del furto_: con inviolabili articoli di statuto, leggi senza scappatoie, tenebrose lotte intestine, e un re: _el re di lader_.

Era costui Pasqualino, detto Lino, detto anche _el Schisc_, vagabondo di mestiere, alloggiato la notte nel principesco Albergo del Verde, quando il verde c'era: Piazza Castello, seconda panca a sinistra del viale: oppure, nel cavo tronco di un albero secolare, presso il dazio di Porta Tenaglia.

Nel raggio d'influenza di colei che, con subitanea, selvaggia passione, egli chiama «la mia mamma», _el re di lader_ si ravvede, rinuncia al cattivo potere: senza per questo, s'intende, tradire i suoi compagni, e sicuro del complice silenzio di Alessandrina Ravizza.

E vorrebbe, sì, lavorare: entrare nella Nave-Scuola del Garaventa, dove tanti discoli furono accolti, e trovarono la salute del corpo e dell'anima nella disciplina del Maestro, nell'alito salso del mare.

Ma si ammala, orrendamente, di tigna.

La casa di cura, dunque, invece della Nave-Scuola. E la cuffia di pece, e le pinze martirizzanti.

Solo?... Ah, no. La sua «mamma» è con lui. Si è, per restargli accanto, isolata dal mondo, assoggettandosi al rigore di un'assoluta segregazione.

Chi ripeterà le parole pronunciate in tante ore d'oscuro e accettato supplizio, fra la madre senza macchia e il figlio d'anima, delinquente e tignoso?...--Aiutami tu, Santo Francesco: canta per me uno de' tuoi più innocenti fioretti.

Lo _Schisc_, sovrano volontariamente decaduto da un regno di rapina, appoggiava, seduto su di uno sgabello, in grembo a lei la testa umiliata dal ripugnante male, fasciata di bende antisettiche.--Ma il male era bello, e le bende una corona.--Conversavano essi, sottovoce. Forse, dei piccoli complici sparsi pei budelli tentacolari della metropoli, senza dimora fissa, senza stato civile, con un solo terrore: quello della questura. Quanti!...

_Quel dall'occhio_: malaticcio, senza parenti, nato dal rigagnolo per generazione spontanea, macchiato sotto l'orbita destra da una ributtante piaga, della quale egli approfittava per vivere di mendicità, riducendosi a dormir la sera all'Osteria delle Due Sedie,--una per la testa e l'altra per i piedi, il tutto a due soldi.

_Gonin_, la spia: _Rico_, il vicerè, rivale e nemico acerrimo dello _Schisc_: piccola belva dalla bassa fronte capelluta, dall'occhio torbido feroce, carne da galera, non privo d'una certa diritta linea nell'innata crudeltà.

_El fioeu de nissun_: un altro abbandonato, bello ed aristocratico nei lineamenti e nel tratto, come (e forse lo era) il figlio d'un patrizio.

_Quel dalle smorfie_: borsaiuolo audacissimo, di agilità rocambolesca, Gavroche del vicolo milanese, funambolo del ladroneccio, ammaestratore di rane e di gamberi con grande spavento delle serve del Verziere, _clown_ dalla scarna mobilissima maschera, atta ad ogni più buffa e più tragica trasformazione.

Eugenio: il pallido, floscio, spaurito Eugenio, che non aveva mai potuto imparare a rubar bene, perchè tremava sempre di paura; e al quale i compagni fischiavan sul viso, beffardi:

--Va là!... tu sei fatto per essere onesto!...

E gli altri?...

Oh, andare a cercarli. Poterli ritrovare. Poterli portar via, farne una colonia di coltivatori della propria terra, di contadini liberi e forti....

Sognavano, madre e figlio. Un sogno mirabile. Una casa immensa, con focolari accesi, con letti bianchi, con gaie tavole apparecchiate, con porte aperte, nella quale potessero venire accolti, in libertà, senza domande, senza connotati da registrare, senza rimproveri, senza sermone, i piccoli vagabondi figli di nessuno, nati non si sa dove, vivi non si sa perchè, costretti a dormire all'Osteria delle Due Sedie, all'Albergo del Verde o al Caffè dei Piedi Umidi: a rubar per mangiare: a finire, un bel giorno, in _scatola_ o all'ospedale.

Anche i grandi, però. Anche i vecchi. Anche quelli macchiati di sangue. Tutti, con il fascio delle loro colpe, non più gravi, forse, dei loro dolori: con il marchio dei proprî delitti, non più orribile, forse, di quello delle ingiustizie che, sin dall'infanzia e già prima di nascere, hanno dovuto subire.

E senza sermone. Già. Lo _Schisc_ disprezzava incommensurabilmente le prediche moraliste. «_Hin tucc cialâd_»[1], diceva. Egli l'aveva udita, la voce del miracolo. Sapeva la sua dolcezza.

[1] Sono tutte sciocchezze.

O Madre!...

Nella cella di segregazione d'una clinica, dal martirio di un discolo infetto di tigna e dalla carità della Donna senza riposo, nacque il germe della Casa di Lavoro.

*

Vi è, in ogni vita di pensiero e d'azione, il periodo della sintesi. Si giunge, nella più varia e lussureggiante sinfonia musicale, al punto nel quale idee melodiche, accordi, dissonanze, sapienze d'ispirazione e di stile si raggruppano, aderiscono fra loro, fondendosi in un unico _pieno_ d'orchestra,--culmine e coronamento dell'opera canora.

Alessandrina Ravizza, già avanzata negli anni, non stanca, no (poichè non lo fu mai), ma avente dietro di sè una foresta spessa e viva d'istituzioni da lei create, di umane esistenze per lei scavate dal terriccio impuro e deterse dell'indegnità,--compose in sè la propria sintesi, toccò il culmine della propria sinfonia vitale, entrando a dirigere la Casa di Lavoro.

Il vecchio sogno s'era fatto realtà, per volere e nella sede della Società Umanitaria, fondata in Milano dal filantropo Mosè Loria, al solo scopo di promuovere e aiutare le energie del popolo.

Spirito libero se altro mai ve ne fu, Alessandrina Ravizza non avrebbe potuto incanalare tanto impeto fattivo fra le strettoie d'un'istituzione di beneficenza propriamente detta, fosse pure opera sua: Casa A, Casa B, Casa C, disposta ad accogliere la tal classe di miseria, ma non la tal'altra: la tal classe di miseria, dico, ben riconosciuta, provata, vivisezionata, messa a protocollo, chiusa in prigione fra gli articoli d'uno statuto.

Sulla soglia, sempre aperta di giorno e di notte, della Casa di Lavoro, ella si trovò, per incanto, al suo posto ideale. Là ella fu, non solo una forza, ma un simbolo.

--Picchiate, e vi sarà aperto.

Il disoccupato picchiava, entrava, senza che alcuno gli chiedesse di quali strade fossero la polvere e il fango che gli imbrattavan le scarpe, o se in tasca avesse le sue carte in regola.

Gli bastavan, per essere accolto, i connotati della disperazione.

Nel palazzo di via Manfredo Fanti, grigio, severo, ma illuminato di verde dai centenarî platani del cortile, trovava letto, cibo, assistenza, lavoro. S'intende, il più semplice, il più adatto ad essere compiuto anche da mani inesperte, o avvezze ad altra fatica: casse d'imballaggio, attrezzi di legno, mobili rozzi, scatole di cartone, sacchetti per droghieri e farmacisti, buste, _Pinocchi_ verniciati, lavori di copiatura. Ripartendo tre settimane dopo, egli andava quasi sempre verso un piccolo posto di guadagno, che Alessandrina Ravizza gli aveva potuto scovare, sconvolgendo mezza la città.

La valanga della disoccupazione anonima, abbattendosi contro di lei con illimitata diversità di provenienza, di sostanza, di espressione, di sentimento, la colpì in pieno cuore solo per saggiarne la resistenza bronzea, e farne meglio vibrare tutte le corde dell'energia.

Là ella decifrò l'inedito della miseria umana, lo condusse a divenir materia degna di salvazione.

Uomini senza patria, capaci di molto bene e di molto male, in perpetuo pugilato con la civiltà che non li vuole e ch'essi non sanno comprendere: giramondo, che non osano mostrare la fedina criminale: nemici inconciliabili della burocrazia: rifiuti degli uffici di collocamento: perseguitati dalla mala sorte, pei quali la robustezza dei muscoli è una ironia, l'abilità al lavoro un soldo fuori corso, l'ingegno un pericolo, il diploma uno straccio inutile,--costituirono intorno ad Alessandrina Ravizza, nella cittadella di via Manfredo Fanti, una specie di cenciosa guardia del corpo, sempre diversa e sempre l'uguale.

Ella li penetrò fino al midollo, li assaporò nella loro infetta sostanza di dolore, li saturò della sua dolcezza, li rimandò raddrizzati e consolati. Chi collaborò con lei fra quelle mura afferma che ella giornalmente compiva miracolo.

Figure d'indimenticabile pallore, di sinistra aridità, di significato eterno passarono dì là, bevvero alla sorgente, scomparvero: il _Professore_: il _Pretespretato_: il vecchio _Profeta_: la _Rondinella_ sarda.

Il libro di memorie «Sette anni nella Casa di Lavoro» dalla Ravizza lasciato inedito, e pubblicato per cura della Società Umanitaria dopo la sua morte, documenta in quanto è possibile, nella loro crudità, quelle esistenze misteriose, sporcizie vagabonde, deformità morali e fisiche, trascinate fra la strada e l'asilo notturno: rughe più taglienti delle cicatrici, confessioni più taglienti delle rughe.

Ma si possono documentare le sabbie delle spiagge, le acque dei mari?...

Quando fu necessario--per dare immediato soccorso--violare disposizioni burocratiche, dare un graffio a qualche regolamento statutario, Alessandrina Ravizza lo fece, impavida.

Diceva:--Questo non mi riguarda. Chi soffre non deve aspettare. Chi soffre può morire.

E andava avanti.

Le casse di risparmio, le banche non esistevan, per lei, che sotto forma di fulgide cornucopie, pronte a versar piogge d'oro sulla testa dei nullatenenti.

E fu gaia, fra tanti spasimi: la sua risata sana, gagliarda, omerica, agiva come un tonico, squillava come una diana.

Ai potenti della terra, associazioni o individui che fossero, re di corona o di censo, governi di stato o monopolii di denaro, si rivolse da uguale ad uguale. Le sue richieste, le sue raccomandazioni avevano assai volte il tono sicuro ed alto del creditore che reclama il dovuto. Per un lurido straccione dalle scarpe slabbrate ella avrebbe forzate le porte delle reggie. Non ricevette mai un _no_. Appariva investita d'un diritto divino: portava sul petto la croce di guerra della miseria.

In fondo, a somiglianza della massima parte de' suoi patrocinati, anch'essa era una fuoruscita. Aveva il loro sangue nelle sue vene.

Nessuno meglio di lei comprese ed amò i vagabondi per i sentieri dell'utopia, i ribelli alle solite quattro pareti con le solite quattro sedie intorno alla tavola, i sognatori per i quali la strada è preferibile alla casa, la scorciatoia alla strada, il bosco alla scorciatoia, le stelle dei cieli ai comignoli dei tetti: gli evasi dall'equilibrio comune, i rappresentanti del libero istinto, che non conosce nè accetta catene.

Ma al disopra del normale ella s'innalzò, in un senso elevatissimo di moralità e di poesia: per creare, non per distruggere: per l'ideale d'una nuova filosofia della vita, in un benessere umano senza coercizioni: per bisogno di più largo volo, di più chiara luce, di più serena bellezza.

Uomini e donne d'ogni partito onoreranno colei che a nessun partito appartenne. Vorremo noi chiamarla anarchica?... No: nemmeno. Chi oserà classificarla?... Fu Alessandrina Ravizza.

Non ebbe, prima di lei, il mondo una che le somigliasse: non verrà, dopo di lei, quella che la possa sostituire.

Non conobbe limiti, nè per sè nè per gli altri. Arrivò dove volle, ottenne quel che le parve giusto, combattè e vinse sola per il diritto di tanti, come se avesse un esercito di arcangeli al suo comando.

L'umanità le fu croce da portar sulle spalle: la resse cantando, con serenità splendente, con l'appassionata letizia della vocazione.

E non fece il processo alla vita. Amò la vita. La predilesse, l'incoraggiò, la benedisse in ogni singola manifestazione di carattere, di arte, di volontà, di amore. Amò l'amore, ne fece aria per il proprio respiro. Il processo, e senza quartiere, lo fece alle imposture sociali, ai tortuosi egoismi, alle spinitiche debolezze che la deformano, e imbavagliano e garrottano l'essere umano, avvelenandogli la gioia di esistere. Condannò senza appello la simulazione della vera vita: così grottesca e miserabile, quando pur non sia criminale.

Nulla d'impossibile: era il suo motto.

Qualcuno, parlando di lei con accorato rimpianto, ebbe a dire: Tutto ella diede, nulla chiese per sè.

Io non lo credo.

Quella Donna già vecchia, vestita d'una logora gonnella stinta e d'un meschino scialletto nero, povera--forse--come il più povero de' suoi disoccupati, possedette, fino al giorno della sua scomparsa, inesauribili tesori di ricchezza.

Possedette le anime.

Ed ella non chiedeva altro bene. Ne mangiò, ne gustò, a migliaia, a milioni, novella Santa Caterina da Siena. Trovò in esse il preziosissimo sapore che la metteva in perpetuo stato di ebbrezza spirituale. Ciascuna fu per lei il tesoro da scoprire con simpatia e meraviglia sempre fresca, benedicendo il Signore. Fetor di sangue guasto non la fece dare indietro, salsedine amara di lagrime non la scoraggiò, tenebra di coscienze brute attirò maggiormente il suo coraggio.

Piccola coi piccoli, grande coi grandi, formata d'una sostanza nervosa che più di sè donava più di sè si nutriva, maneggiò con passione e con arte infinita la materia umana, sopra tutto interessandosi al caso particolare, non trascurandone i più minuti elementi. Era la sua delizia, il caso particolare. Ne estraeva, a goccia a goccia, il succo intimo, la nascosta filosofia, voluttuosamente.

Diede, dunque, tutto; ma tutto volle ed ottenne in cambio, miliardaria dell'amore, epicurea delle anime.

Il carteggio di Alessandrina Ravizza?... Una biblioteca intera. Le sue memorie?... Un caleidoscopio di aneddoti più inverosimili del vero, fusi con elementi epici di primo ordine. Diede alla carità le ali della poesia, la spinse talvolta fino alla sublimità dell'assurdo. Per correnti senza tregua rinnovate, per bocche senza tregua aperte, l'umanità si assimilò a lei, ella all'umanità.

Ripercossa in un'innumere quantità di vibrazioni, la sua esistenza, che si rifiuta all'analisi, si rifiuta anche alla morte, rivive in fluido e in luce.

L'ultima volta ch'io la vidi, fu nello studio terreno della Casa di Lavoro, in un pesante pomeriggio d'agosto del 1914. L'aria pareva fuligginosa, ardeva di vampe nascoste, pesava come piombo.

Ella se ne stava immobile, formante un solo blocco con lo scrittoio, al posto che da tanti anni teneva. Vi sono creature sovrane che sanno costruirsi, nella propria carne caduca, il monumento: io vidi in lei, quel giorno, il suo monumento.

Per l'ultima volta mi isolai nella visione di quella fronte: dura infrangibile come fosse fatta di materia silicea, luminosa lontana come fosse fatta di materia astrale. Il mio cuore si curvò, fedelmente, in umiltà, davanti alla Portatrice di fiaccola.

Ma un'espressione non mai veduta di severità dolorosa era ne' suoi occhi.

Me le rannicchiai ai piedi, le misi la testa sulle ginocchia perchè mi accarezzasse, come soleva, i capelli.

Ella soffriva.

S'era in quei giorni scatenata la guerra delle nazioni. Bagliori d'incendî all'orizzonte, echi delle prime carneficine, odor di polvere, incubo. Valanghe di emigrati italiani, cacciati in furia dai paesi in armi, si riversavano sulle terre della patria, in treni merci, in carri bestiame, in un tormento canicolare di fuga. Bambini morivan per via, donne si sgravavano nei vagoni, mandre umane arrivavano sudicie, mute, inebetite, sperse: e i mariti non ritrovavano più le mogli, e le madri smarrivano i figli.

La guerra!... Vi era dunque nel mondo un male che Alessandrina Ravizza non poteva nè impedire, nè guarire?...

L'unica ragione che ella aveva data alla propria esistenza le si sbriciolava fra le mani, diveniva un mucchietto di cenere: fratellanza, uguaglianza, pietà, amore fra gli uomini, sforzi della scienza, serenità del lavoro, audacie dell'industria, sacrifici della bontà, le apparivano, in quel momento, foglie secche rapinate dalla raffica ciclonica.

E non si era che al principio.

E la sua anima profetica sentiva che quel cataclisma avrebbe sconvolto la terra.

Desiderò di morire, me lo disse sottovoce, con accento di calma disperata. Solo restava in piedi--con un titanico sforzo di volontà--restava in piedi colpita e malata, per fare argine alla piena, per ricevere ed aiutare i miserabili che da ogni parte la disoccupazione prodotta dalle prime crisi della guerra conduceva alla porta della Casa di Lavoro.

Ancora visse. A tempo per vedere il Belgio, violato e crocifisso, ergersi sulle vette della storia, nella più sublime delle immolazioni civili: l'Europa a fuoco e fiamme, le rovine al posto delle cattedrali, i cadaveri al posto delle seminagioni. A tempo per ben discernere nella tormenta rossa, e, malgrado il suo orrore per il sangue, invocar la guerra contro i barbari, come la sola via di onore aperta all'Italia.

Ma nulla volle vedere più. In una pallida alba di gennajo, stesa sul letto d'una camera umile come una cella, volse in silenzio la testa contro il muro--e spirò.

Nevicava. Quanta neve!... Fitta candida impalpabile. Ali ali ali. E silenzio.

Per bocca d'una vecchia demente, protagonista del romanzo scritto da Alessandrina Ravizza più per liberarsi l'anima che per vera necessità di compiere un'opera d'arte, ella aveva un giorno gettato un grido che tutta la rivela e la riassume, nel suo tormento e nella sua fatica:

«Acqua, acqua!... Lavandaia, avete contato bene i fazzoletti, le camicie, le tovaglie, le lenzuola?... Facciamo la lista delle bugie convenzionali, dei delitti non puniti dal codice, delle ingiustizie sancite dal costume. Acqua, acqua!...»

Gemito di disperato desiderio!... Desiderio di purezza, di pulizia morale, di liberazione, per l'esistenza che l'uomo non chiese e gli toccò di subire!... Basteranno tutti i fiumi del mondo?...

Sia pace alla gola arsa.

Tutti i fiumi del mondo si gonfiarono e strariparono, sì. Ma in onde purpuree, bollenti e schiumanti.

Non acqua; ma sangue. Il migliore, il più giovine.

E noi non possiamo ancora, nella nostra sofferenza, giudicare se questo sia un bene od un male.

Ma, se è necessario che la lotta fra il bene ed il male continui ad equilibrare le forze dell'umanità, noi vogliamo illuderci che il lavoro compiuto in così vasto giro d'anni da colei che il genio del bene incarnò in santità di atti, non sia stato vano.

Per miracolo d'amore ella è ritta ancora al suo posto fra noi, immateriale, invisibile, ma presente, ma nostra. Con una scintilla caduta dal faro della sua fede, accendiamo nei cuori le lampade. Nel suo nome e nella sua immagine glorifichiamo in noi il sacrifizio volontario, la tenacia combattente, l'ottimismo vincitore, l'umanità che è senza numero, ma che in un sol cuore può essere contenuta.

Ed ognuno che porti impresso il segno della sua grazia, parlerà con lei, per conforto, nel segreto dell'anima, rivolgendole questa preghiera:

«Madre, fa che sempre, nella mia miseria, io possa discernere e soccorrere chi è più misero di me.

«Madre, fa che non mi manchi mai l'energia di vincere il mio male, per atroce che esso sia; e che dalla vittoria sopra me stesso sappia estrarre il farmaco che guarisca il dolore altrui.

«Madre, aiutami a dare, e fa ch'io non senta e non invochi altra gioia; e s'io resti nudo, vestimi del tuo ardore.

«Madre, fa che ad onta di tutto io viva in purità di amore come il bambino che recita il Padre Nostro--e ch'io muoia senza rimorso.»

Con questa preghiera l'invocherà ognuno che porti impresso il segno della sua grazia--ed ella risponderà.

Luigi Majno

(1852-1915).

_Orazione detta nell'Asilo Mariuccia_ _il 28 giugno 1916, in Milano._

Il quattordici dicembre del 1902, qui presente Luigi Majno, io stessa, con parole rese tremanti dal tremante cuore, salutavo il sorgere--per virtù e volontà di una fanciulla che aveva dovuto morire perchè l'Opera nascesse--dell'Asilo Mariuccia. Ne lumeggiavo gli scopi, ne additavo le ragioni ideali, dicendo fra l'altro, come se l'avvenire si rivelasse nitido ai miei occhi, che pure il pianto offuscava:

--L'Asilo Mariuccia non è ora--così Mariuccia volle--che la prima pietra d'un immenso edificio di rigenerazione, e non femminile soltanto.

Appoggiato ad uno stipite, conserte le braccia sul petto a comprimere il cuore, curva la testa granitica, il Padre Majno ascoltava: e il dolore per la Creatura morta e la fede nell'Opera viva si scolpivano sul suo viso.

I giorni si sovrapposero ai giorni, nella casa bianca chiusa nel pudore del suo giardino. Ognun d'essi portò con sè il proprio lavoro martellato di fatica, coronato di spine, ma palpitante di germi, come sempre il lavoro compiuto per necessità ideale.

Bimbe insidiate dalle più basse brutalità della miseria e del vizio, già vecchie prima di aver toccato l'adolescenza, trovarono qui, a poco a poco, sè stesse: fecero la divina scoperta della loro anima, quale l'innocenza della natura l'aveva creata.

Donne vi sono ora, rispettate e serene, che, per aver qualche tempo sostato nella dolce casa, rientrarono in dignità di vita, riamarono la gioia del lavoro, riuscirono a edificare intorno a sè la famiglia nella sua santità.

Maestre di scuola vi sono ora, che quanto di bene ricevettero da materni cuori nell'Asilo Mariuccia profondono in altre creature, avviandole per diritte strade di vita.

Gli anni si sovrapposero agli anni, e la piccola casa non bastò più. L'Opera domandò spazio. Ed ecco, il pronostico fu compiuto, le pietre si mossero, le muraglie si scostarono, il tetto s'innalzò, il rifugio s'ingrandì per la bellezza d'un più vasto amore.

Ma a render saldo un edificio di pietà umana non bastano le pietre: cemento d'anime è necessario. Mariuccia dal pallido viso appassionato, Carlottina dalle trecce d'oro vennero prime, sedettero, velate, alla porta, con le mani in croce.

Il Padre, che noi siamo oggi riuniti a commemorare nel tempio ch'egli aiutò a fondare e nel quale si svolse la parte più intima, gentile e, direi, pudica della sua attività,--il Padre Majno penetrò dopo, silenzioso, felice di riunirsi alle sue due figliuole, animando di sè le cose visibili e le forze invisibili.--E vi è rimasto, Lare benedicente.

Assai più degna parlerebbe di lui, in mia vece, un'autorevole voce virile. Ma tutti gli uomini validi in questo tempo sono a combattere; e gli occhi e gli animi dei rimasti son tutti rivolti in ansia verso le frontiere, ove giornalmente si rinnova il miracolo degli eroi.

Luigi Majno, cittadino del mondo per natura e per fede, tale miracolo non vide, ma lo invocò. Interventista della prima ora come Alessandrina Ravizza, non pensò neppure per un momento che la patria potesse rimanere spettatrice indifferente dell'aggressione germanica. Egli, che sempre era stato irriducibile avversario del militarismo e della guerra. Che aveva vissuto la più candida delle esistenze nella religione dell'Internazionale. Che come Socrate era sereno, e, come Dostojewski, come Tolstoï, non per sè vivo ma per l'umanità.

Ma già il Belgio era stato tradito, invasi i primi dipartimenti della Francia: già la rossa Walkiria impazzita calpestava nella corsa furiosa carne d'innocenti e d'ignari, sotto gli zoccoli in fiamme del suo cavallo. E il Padre Majno era divenuto cieco di sacra collera. Cieco dell'indignazione che a Gesù Cristo aveva fatto brandire la frusta nel tempio. Se egli avesse potuto vivere fino al maggio memorando, l'Italia avrebbe veduto il più mite de' suoi figli, il buono apostolo del disarmo, malgrado la già stanca età, partir volontario per la frontiera con saccapane, gamella e fucile, accanto a Guido Donati suo discepolo diletto, a Bissolati, a Gasparotto, a Mussolini, a Filippo Corridoni: e come Guido Donati e Filippo Corridoni, forse, cadere: non uomo di combattimento, ma uomo di giustizia, cadere: per la riconquista d'un bene ideale senza prezzo, del quale egli soffriva troppo di essere defraudato.