Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari

Part 8

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Qui il signor Bouterweck viene dimostrando come questo nuovo carattere, piú che nelle altre arti, dovesse scorgersi manifestamente in quelle che per loro mezzo di rappresentazione servonsi della parola. E detto come le opere de' poeti e de' prosatori sieno in certa qual maniera l'ultimo risultato del carattere nazionale, della coltura intellettuale e del modo di pensare di tutto quel popolo, nella lingua del quale lo scrittore rivela i propri pensieri, stabilisce il principio fondamentale della sua critica colle seguenti parole: «Per potere esattamente apprezzare [p.83] il merito dei moderni per rispetto alle lettere, fa d'uopo richiamarci prima alla memoria tutte le circostanze religiose, civili e letterarie, per le quali i tempi che vennero dopo il risorgimento delle arti riescono tanto differenti dalla classica antichitá. Intendendo in tutta la sua estensione lo spirito dei nuovi tempi, e pigliando da questo punto di vista a contemplare le qualitá caratteristiche della letteratura moderna, si corre meno rischio di sagrificare il vero merito a' capricci di una critica ostinatamente vana».

Procede quindi il discorso ad analizzare le differenze massime che corrono tra la nuova civilizzazione e l'antica, considerandole unicamente nelle loro relazioni colle arti, ed in ispecial modo colla poesia.

I.--E prima di tutto l'autore parla del cristianesimo e del paganesimo e confronta l'una con l'altra le due religioni, esaminando in che la nuova riuscisse di vantaggio a' poeti, in che svantaggiosa. Il cristianesimo angustiò sommamente la libertá fantastica de' poeti a paragone della religione dei gentili, che non aveva un fondatore, non dogmi scritti, non regole di fede, ma, figlia tutta della immaginazione e del caso, lasciava a' greci la facoltá di adornarla tratto tratto di nuove storie e di nuove fantasie. Quella religione, a ben considerarla, era una continua poesia; e la poesia de' greci era pressoché sempre l'espressione d'un sentimento religioso.

Ma allorché il paganesimo cessò d'essere la religione dei popoli d'Europa, ed i poeti pensarono di temperare nelle loro opere l'austeritá della religione cristiana coll'introdurre in esse l'antica mitologia, scomparve l'incantesimo di quel sentimento religioso che le dava vita ne' canti dei greci; e le immagini mitologiche ne' canti de' moderni non divennero altro che fredde allegorie, prive d'ogni spontanea inspirazione. Cosí Amore, terribile dio a cui i greci con sinceritá di cuore mandavano voti e preghiere, nelle poesie de' moderni diventò un fantastico garzoncello, freddo emblema d'un sentimento; e cosí tutti gli dèi dell'Olimpo non riuscirono altro che figure poetiche. Né solamente scomparve il sentimento religioso, ma cessò ben anche [p.84] la illusione poetica. Quando Pindaro nelle sue odi invoca Giove ed Ercole, la sua espressione è per se stessa naturale e piena di seria maestá. Ma quando un lirico moderno rivolge l'apostrofe a un nume greco, egli può vestirla quanto piú vuole di parole serie, può renderla patetica quanto piú sa, la sua invocazione è sempre una invocazione da burla e non da senno. Noi lettori supponiamo, è vero, e troviamo conveniente che il poeta lirico alla pittura de' propri sentimenti venga mischiando quella altresí delle illusioni ch'egli scientemente fa a se stesso. Ma ch'egli abbia potuto farsi tanta illusione da credere sul serio, comunque momentaneamente, negli dèi che viene invocando, noi nol pensiamo mai, da che istoricamente siamo persuasi in contrario. Se dunque il poeta moderno invoca sul serio gli dèi antichi, egli offende la veritá poetica e guasta l'effetto delle sue pitture medesime.

Dopo d'essersi spaziato alquanto intorno a siffatto argomento, dimostrando quanto la mitologia degli antichi, come religione viva, fosse opportuna alla poesia e quanto i poeti moderni perdessero di sussidio colla perdita di essa, che piú altro non parve che una fredda erudizione, il signor Bouterweck passa a dire come e perché l'uso delle immagini mitologiche rimanesse pur tuttavia conveniente a' pittori ed agli scultori. Poi, tornando al paragone tra le due religioni per riguardo alla poesia, viene a dire quanto questa coll'introduzione del cristianesimo guadagnasse dal lato del sublime; e come acquistasse di poi un nuovo maraviglioso, assumendo le tradizioni favolose delle magie, delle fate, dei giganti, ecc. ecc., che i crociati riportarono in Europa dall'Oriente e gli spagnuoli acquistarono dagli arabi, e che per lunghi secoli divennero tra gli europei oggetto di superstiziosa credenza, per la facilitá con cui i popoli potevano confonderli cogli angeli e co' demòni, ecc. ecc. Investigate le ragioni per le quali questo nuovo maraviglioso riescí piú conforme allo spirito de' tempi di quello non fosse l'altro derivato dalle favole greche, rinforza i propri raziocini coll'esempio dell'Ariosto e del Tasso, i poemi de' quali non sarebbero forse che languide copie delle _Metamorfosi_ d'Ovidio e della _Tebaide_, [p.85] ove quegli autori avessero derivata dal mondo favoloso degli antichi la loro poesia.

II.--Dall'analisi della religione l'autore procede a quella della vita sociale; e parla, piú che d'altro, dello spirito cavalleresco per la tanta influenza ch'ebbe sulla poesia moderna. In quanto al coraggio ed al valore, i cavalieri somigliano agli eroi dell'antichitá. La propensione al cercare avventure neppur essa mancava agli eroi della Grecia. La spedizione degli argonauti e piú ancora quella contro de' troiani furono «avventure», pigliando anche il vocabolo in tutta l'estensione del suo significato. Medea ed Elena, l'una sciogliendo, l'altra intricando il nodo degli accidenti, sono da paragonarsi in certa qual maniera alle dame de' poemi cavallereschi. Ma ciò che costituisce un'immensa differenza tra gli eroi antichi ed i cavalieri è l'importanza che gli ultimi attribuirono alle donne; importanza che, sconosciuta affatto a' greci ed a' latini per ragione de' loro costumi nazionali, è appunto il movente caratteristico della poesia moderna.

Qui l'autore crede di avere ragioni sufficienti per potere distruggere l'opinione di coloro che fanno derivare dall'Oriente il costume, ne' paladini e ne' nuovi popoli europei, di divinizzare le donne e di ridurre a culto i voti dell'amore. Nelle fredde foreste, dic'egli, dell'antica Germania, e non nei deserti dell'Arabia, dove un sole cocentissimo converte in concupiscenza ogni desiderio, noi dobbiamo cercare l'origine prima della mistica idea dell'amore casto dell'uomo verso la donna. Gran tempo ancora prima che vi s'introducesse il cristianesimo, le donne erano nella Germania sommamente onorate; e intanto che gli altri popoli rozzi consideravanle come enti inferiori all'uomo, il ruvido germano vedeva in esse qualche cosa di santo, ecc. ecc.[6].

Né presso i greci né presso i latini troviamo indizio alcuno di tanto ossequio alle donne. Ben è vero che né i greci né i latini le trattavano col vilipendio con cui le trattano i sultani. Le madri di famiglia erano onorate dentro le mura domestiche; vi avevano vergini consacrate al culto di caste divinitá; alle [p.86] pubbliche feste intervenivano anche le matrone. Ma ne' costumi di Grecia e di Roma non appare la menoma orma di alcun omaggio particolare, tributato dall'uomo alla donna siccome obbligo della condizione virile; non la menoma idea esagerata e fantastica della innata eccellenza del sesso femminino.

Siffatte idee vennero primamente da' germani, che occuparono quella parte dell'impero romano dove in appresso si sviluppò lo spirito cavalleresco. La religione cristiana contribuí fors'anche a mantenerle, favorendo in tutta l'Europa l'emancipazione civile delle donne. Molti secoli, a dir vero, corsero in mezzo tra tale emancipazione e l'epoca in cui surse lo spirito cavalleresco. Ma se la condizione delle donne non avesse incontrato questo mutamento civile e questa miglior fortuna nella opinione degli uomini, noi non avremmo poesia cavalleresca; ed in generale la poesia de' moderni non avrebbe conseguito quella tinta che piú la rende originale.

Pieno il cuore umano della nuova venerazione verso il bel sesso, diede vita a nuove immagini ed a nuovi sentimenti coi canti d'amore. E cosí via via perpetuandosi ne' popoli le idee delle nuove relazioni morali tra' due sessi, venne perpetuandosi infino a noi nella poesia una cert'aura di gentilezza cavalleresca, che invano ricercasi nelle poesie de' greci e de' romani, perché non potevano averla.

La poesia moderna può dirsi figlia dell'amore, da che, piú che dalle tradizioni religiose ed istoriche, emerse dal nuovo sentimento amoroso. Un entusiasmo, ignoto a' greci, trasformò il rispetto col quale i germani giá da gran tempo nelle lor selve onoravano le donne, in una estetica deificazione della beltá femminina. Non solamente l'avere in riverenza le donne amate, ma il servire ad esse siccome ad enti superiori, l'ammirarle nell'estasi dell'amore siccome angeli, il cedere ad esse ovunque la precedenza in confronto degli uomini, l'innamorarsi non meno delle loro virtú che delle loro leggiadrie, l'inginocchiarsi innanzi ad esse e 'l giurar loro fedeltá come il vassallo la giurava al suo signore, il riporre l'amante tutta la sua fortuna nelle mani dell'amata, l'obbedire ad essa ciecamente, il correre [p.87] ad un cenno di lei colla gioia del trionfo incontro a pericoli mortali, ecc. ecc.; ecco lo spirito cavalleresco, diverso assai dallo spirito eroico degli antichi; ed ecco piú o meno lo spirito della poesia moderna, che è quanto dire della moderna civilizzazione per rispetto alle donne.

Un ghiribizzo, una chimera mostruosa parrebbe forse ad un greco redivivo questo culto, questo omaggio de' moderni per le donne. Né mancherebbe forse a' di nostri un qualche riformatore pedante che s'accosterebbe alla sentenza del redivivo. Il signor Bouterweck per altro con validissime ragioni viene difendendo la devozione de' moderni per le donne, siccome consentanea alla nobiltá e dignitá dell'anima umana. Poi, adducendo gli esempi de' trovatori di Francia, di Spagna e d'Italia, dimostra come la passione dell'amore, ringentilita di tanto presso i nuovi popoli, fosse la prima inspirazione de' poeti. L'amore infiammò l'anima di Dante, e la presenza e la memoria della sua Beatrice furono gli eccitamenti del suo ingegno. Lo stesso avvenne al Petrarca colla sua Laura. Il Boiardo, il Pulci, l'Ariosto, il Tasso, ecc. ecc., quanto non si compiacquero tutti de' nuovi sentimenti amorosi! E cosí di mano in mano questa passione, modificata di tutt'altra maniera che nell'anime degli antichi, prevalse in tutti i poeti d'Europa e svegliò un interesse nuovo, che divenne il predominante nelle dilettazioni poetiche. Per tal modo la totale rivoluzione del gusto operata dalla poesia cavalleresca si mantenne tuttavia giú fino a' dí nostri, ad onta degli studi fatti sulle opere antiche; e par verisimile che durerá perpetua. Come non è da credersi che i nostri discendenti tornino mai ad adorare gli dèi dell'Olimpo, cosí non lo è pure che il gusto dominante si diparta mai da questa idea nobilitata dell'amore, se prima gli uomini non ricadono in una rozzezza generale.

Insieme a questa idea nobilitata dell'amore emerse pe' poeti moderni, specialmente di Francia, d'Inghilterra e di Germania, una nuova luce; da che i nuovi popoli, vantaggiando piú e piú sempre nella cognizione del cuore umano, poterono chiamare in soccorso della poesia mille e mille veritá psicologiche, intorno [p.88] alle quali nel mondo antico appena alcuni pochi filosofi s'erano occupati. Cosí le passioni umane analizzate piú profondamente somministrarono nuove modificazioni d'accidenti e tinte piú risentite a' poeti; e l'Europa ebbe Shakespeare.

L'amore delicato e casto si associò facilmente coi sentimenti religiosi. Quanto ad un greco non sembrerebbe, anche per questo lato, incomprensibile il nuovo gusto! Eppure illustri filosofi hanno osservato che nel naturale entusiasmo dell'amore v'ha qualche cosa di religioso. Bastava dunque che i sentimenti amorosi venissero ad incontrarsi co' religiosi, perché da questi misteri del cuore la fantasia poetica derivasse assai novitá. Negli amori di Dante per Beatrice, in quei del Petrarca per Laura, noi vediamo un misto perpetuo di raffinamenti, di galanterie, di pensieri religiosi, di timori, di speranze, di rimorsi, che formano un complesso caratteristico della nuova passione.

III.--Il terzo contrassegno originale della poesia moderna è una certa quale tintura, piú o meno appariscente, di vera o falsa erudizione.

Lo scopo immediato della poesia non è giá l'interesse scientifico, bensi l'interesse estetico. L'erudizione, siccome non forma il poeta, cosí non può essere per se stessa argomento immediato di poesia. Giova l'erudizione al poeta per ampliargli la potenza intellettuale e rendergli piú franca e piú ardita la concezione delle immagini. Ma s'egli veste a dirittura la propria erudizione di forme poetiche, declina interamente dal fine dell'arte sua.

I trovatori, i quali furono anteriori di tempo ai poeti propriamente moderni, per buona fortuna non furono eruditi. A simiglianza de' rapsodi della Grecia, eglino non servirono ad altro che al bisogno d'una poesia nazionale. La quantitá delle loro idee era pressoché uguale a quella delle idee de' loro contemporanei, cioè a dire angusta. L'erudizione rimase per molto tempo ignota al popolo, e, confinata nelle biblioteche de' chiostri, ivi pure, insieme ad ogni scienza, quasi onninamente dormiva. Ma allorché nel mille e trecento i popoli cercarono una piú ampia sfera d'idee, ed ebbero voga le sottigliezze [p.89] teologiche, e si scopersero i libri d'Aristotile, e la filosofia scolastica fu la moda de' tempi, i poeti si volsero anch'essi a coltivare le cognizioni scientifiche che scaturivano dalle cattedre e dalle biblioteche, ed i loro canti cominciarono a pigliare un certo qual sentore di lucerna, e lo ritennero per alcuni secoli successivi.

Al principiare del mille e cinquecento il buon senso sbandí dalla poesia la filosofia scolastica; ma la educazione de' poeti serbò la sua tendenza erudita e di scolastica diventò pedantesca, ed ebbe, come tale, influenza sull'opere loro. Lo studio delle lingue morte e de' libri antichi modellò l'intelletto de' poeti in gran parte secondo lo spirito della antica civilizzazione. Arricchiti di ricordanze erudite, eglino si lasciarono sedurre dalla vanagloria che suggeriva loro di far pompa degli studi fatti; e secondo che quelle ricordanze piú venivano mischiandosi col naturale sentimento poetico, i componimenti loro diventarono uno screzio di cento colori. Per quanto nuovo e tutto patrio fosse il soggetto delle loro poesie, eglino non si fecero scrupolo d'innestarvi la mitologia antica, e sovente uomini d'altissimo ingegno si compiacquero d'un miscuglio sí strano come di una rara bellezza. Durò lungo tempo e dura ancor tuttavia in Italia, in Ispagna ed in Francia una moda siffatta.

Oltrediché, in tutta la storia della poesia moderna scorgesi manifestissimo l'impero assoluto della critica. Aristotile divenne il legislatore de' poeti, siccome lo era de' filosofi e de' teologi. E come se per mala ventura quel sovrano intelletto, che forse da altro filosofo mai non fu superato, fosse proprio predestinato ad essere il seminator di zizanie ed a travolger le menti ch'egli intendeva d'illuminare, anche il suo bel libro della _Poetica_ represse la libertá intellettuale de' poeti e guastò il gusto; nella guisa medesima che la sua _Logica_ e la sua _Metafisica_ protrassero di tanto il sonno d'ogni vero sapere. Per potere intendere Aristotile, bisogna aver prima intese di per se stessi le vere bellezze intime de' poeti greci, allo spirito delle quali si riferiscono tutte le regole aristoteliche. Ma a questo non si pose mente. E tutti si attennero secondo la lettera alla _Poetica_ d'Aristotile, commentandone ed interpretandone le osservazioni [p.90] estetiche siccome leggi del codice di Giustiniano. E non vi fu pur uno che domandasse al proprio ingegno:--Questo medesimo Aristotile, risuscitando ora, continuerebbe cosí, o piuttosto non iscriverebbe egli per le nazioni moderne tutt'altra poetica?--.

Assuefattisi nelle scuole i poeti a compiacersi nelle erudizioni, e a derivare le loro immagini piú dalla lettura de' libri che dall'esame della vita e de' costumi de' loro contemporanei, ecco riescire piú e piú sempre oscuri i loro componimenti all'universale de' lettori, ecco il bisogno d'illustrarli di lunghe note, mettendo a profitto una mezza biblioteca, ed ecco nuove occasioni predilette di sfoggiare erudizione: intendimento che non ebbero mai i poeti greci, perché, mirando allo scopo massimo dell'arte, cantavano cose note al popolo, e volevano esser poeti e non altro.

III

Noi abbiamo in Italia storie della nostra letteratura quante ne vogliamo. Il Crescimbeni, il Quadrio, il Fontanini ed altri ci furono prodighi di notizie biografiche e bibliografiche intorno ai sommi, ai mediocri, agli infimi scrittori italiani, sicché non vi ha curiositá che vinca la lor profusione. Ma se pei padri nostri potevano bastare quelle congerie di notizie pressoché nude d'ogni filosofia, non bastano ora piú per noi: da che i progressi dello spirito umano non ci permettono piú di regalare la nostra attenzione alla sola pazientissima flemma d'un raccoglitor di memorie; e studi piú importanti hanno svegliato ora in noi una tendenza filosofica, costantemente operosa, la quale ci fa vogliosi di conoscere, piú che le cose, le cagioni di esse. Non vuolsi per altro far troppo delitto a' padri nostri della facile loro contentatura. La colpa era non di essi ma de' tempi, diversi assai, come giá dicemmo, per mille ragioni politiche da' presenti, nella stessa guisa che diversi da' presenti saranno i futuri per quella necessitá di moto che agita perpetuamente il mondo morale.

Il Muratori qualche poca volta sollevossi ad una sfera d'idee superiore a quella de' suoi contemporanei italiani, e lasciò qui [p.91] sfuggir lampi precoci di quella filosofia applicata alle lettere, che, bambina allora, viene ora crescendo in tutta l'Europa a robustezza virile.

Ma piú assai che il Muratori, il Gravina sarebbe stato un letterato filosofo da produrre assai riforme e assai di bene all'Italia, se fosse nato in tempo di migliori lettori; poiché certo non gli mancava né logica esatta né vigoria d'intelletto, che che ne dicesse il Baretti. Era uomo il Baretti d'ingegno vivacissimo, ma di cognizioni non sempre profonde; e però riesce giudice talvolta incompetente e troppo corrivo al dir male d'altrui.

Per rispetto al Tiraboschi, a cui dobbiamo esser grati di molte notizie erudite, noi speriamo che le persone scevre da' pregiudizi non vorranno biasimarci se ci facciamo lecito di dire che a lui mancava perfino quella filosofia che i tempi potevano dargli. Degli altri piú recenti, ma di minor conto, non parliamo.

La letteratura d'Italia, e per la venustá di che in molte parti ridonda e per venerazione all'anzianitá de' suoi natali, fu sempre uno studio carissimo anche ai dotti delle nazioni straniere. Molti di essi ne scrissero or la intera storia, or la parziale d'un qualche ramo o d'una qualche epoca; molti incidentemente in libri di diversa natura pronunziarono giudizi intorno al merito d'alcuni de' nostri prosatori e poeti, or con molto, or con poco, or con nessuno criterio.

Presso gl'italiani trovarono applauso sempre coloro degli stranieri che piú erano stati larghi d'encomi alle nostre lettere; e contumelie villane, anziché pacate confutazioni, coloro che in qualche maniera parvero mostrarsi meno scialacquatori d'incenso. E nondimeno il lettore giudizioso rinfaccia non di rado a molti de' primi la mancanza di sagace discernimento, della quale per lo piú si suole fare accusa a' secondi. Cosí tal uno, a modo d'esempio, porta opinione che il libro dell'inglese signor Cooperwaker sul teatro italiano, quantunque pieno zeppo di adulazioni e di lodi alla nostra letteratura drammatica, sia davvero un meschinissimo libro scritto da un meschinissimo pedante; e con uguale schiettezza reputa miserabili certe censure scagliate contro alcuni de' poeti italiani dal Boileau, dallo stesso ingegnoso [p.92] Voltaire e da altri non pochi che, dando biasimo a ciò che non intesero, riescirono detrattori inconcludenti.

Fra gli stranieri che scrissero della nostra letteratura sa ognuno quanto romore suscitassero di recente madama di Staël, il signor Sismondi, il signor Schlegel, il signor Ginguené. Per ora ci par prudenza lo schivare lunghe parole intorno ai tre primi, onde non riaccendere la rabbia che ha giá fatto abbastanza di torto all'Italia. D'altronde se n'è giá parlato tanto e se n'è detto sí poco, e tanto pur se ne potrebbe dire, che a volerne degnamente discorrere non bastano i limiti dentro i quali ci serra l'occasione presente. Solo ti preghiamo, o lettore, di non interpretare sinistramente questo nostro silenzio e di crederci rispettosi davvero verso quegli ingegni, perché li crediamo in accordo coi lumi del secolo e non co' pregiudizi della ignoranza orgogliosa.

Il signor Ginguené scrisse in Francia l'intera storia della letteratura italiana. La conoscenza profonda, e rara oltremodo in un francese, ch'egli manifestò avere della lingua nostra e delle nostre lettere, l'amore sincero con cui ne parlò, le lodi che ci versò sul capo a piene mani gli meritano il tributo della nostra gratitudine. Ma se si pensa che il signor Ginguené scriveva il suo libro dopo l'anno 1810 ed in Francia, che è quanto dire un trent'anni dopo quello del Tiraboschi ed in paese piú illuminato del nostro, chi vorrá perdonare a lui la penuria di filosofia? Un uomo che, per quanto sembri internarsi colla veduta, guarda pur sempre la sola superfice delle cose, e ad ogni tratto ti esclama «bravo! bello!» senza mai arricchirti il capo d'una nuova idea che ti faccia sentire la ragione delle sue lodi, non è l'uomo del secolo, non fa piú per noi.

Vi ha nondimeno in Italia una certa legione di lettori che potrebbonsi chiamare i _traineurs_ dello spirito umano, come i francesi chiamano i _traineurs_ dell'esercito[7] que' soldati che, [p.93] o per viltá o per fiacchezza o per altra ragione, restano indietro nelle marce e non arrivano che un buon pezzo dopo il grosso delle truppe. A questa milizia di grave armatura, che fa da retroguardia al secolo, un'altra se ne aggiugne, alla quale starebbe bene il titolo di «tribú dei comprafumo», perché ad essa par sempre una maraviglia tutto ciò che in qualunque maniera è lode all'Italia.