Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari

Part 19

Chapter 19 3,708 words Public domain Markdown

Una religiositá, consistente nella ostentata osservanza delle forme verbali piú che in un intimo sentimento; un culto della morale, esercitato anch'esso non tanto come bisogno dell'anima quanto come sfoggio di apparenze, e quindi spiegato d'ordinario in arroganti declamazioni o precetti claustrali, in allegorie derivate dalle gelide e vane definizioni teologiche di quell'etá; una importanza attribuita a se stesso ed a' propri discorsi da ciascun individuo, sí ch'egli non misura mai la sofferenza di chi l'ascolta, e non abbandona mai il tema assunto se prima non ha esauriti tutti i modi di svolgerlo; un orgoglio personale, associato quasi sempre alla passione dell'amore; e questa rade volte produttrice di un'estasi dilicata, bensí, ogni tratto, di esagerazioni che tengono della cosí detta maniera orientale, di rabbie, di disperazioni, di pazzie; ed a giustificar la pazzia, a darle colore non discordante dalla affettata gravitá nazionale, chiamate stranamente in soccorso le sottigliezze degli scolastici, e sostituite spesso le formalitá della logica alle libere emanazioni de' sentimenti del cuore; uno studio, insomma, di parer savi sempre e, per cosí dire, in toga, anche allora che meno severe circostanze della vita sembrano richiedere il mantelletto galante: questi, secondo l'opinione nostra, sono i tratti piú evidenti che costituiscono la fisonomia generale de' poeti di cui parliamo; e a noi non basterá mai l'animo d'impugnare la spada contra chi dicesse ch'ella non è fisonomia simpatica molto.

Alcuni storici della letteratura si congratulano col secolo decimoquinto, e fanno festa perché verso la fine di esso la Spagna cominciò a coltivare la poesia pastorale. Noi rispettiamo i gusti di chicchessia e, insieme agli altrui, un pochetto anche i nostri. E però ci giova di non perderci in ammirazione dietro a' primordi di un genere di poesia, al quale, con buona pace de' maestri di lettere, non portiamo troppa benevolenza. Se fosse vera la ipotesi pittagorica della metempsicosi, e se, per un capriccio [p.216] matto di quella fortuna che si compiace proprio negli estremi contrari, a noi toccasse di dovere un dí rinascere su qualche trono della terra e coll'animo tutto tutto inclinato al dispotismo; allora, tornandoci vani i tentativi per ispegnere affatto le lettere, vorremmo industriarci almeno di porre in onore fra' nostri schiavi quel tanto solo di esse che piú servisse ad addormentarli. E allora, allora sí, la poesia pastorale verrebbe da noi protetta e promossa, siccome quella che, per la sua immensa distanza dal vero della vita e per la sua languida efficacia morale, ci farebbe meno paura d'ogni altra. Intanto, giacché, fuor d'ipotesi, siamo cittadini privati, non amiamo, né per noi né pel nostro prossimo, la diffusione de' narcotici.

E che v'ha dunque ne' versi castigliani del secolo decimoquinto, che possa rimunerare in qualche maniera la cortesia di chi profonde ora il tempo nel leggerli? Primieramente vale anche per quest'epoca ciò che abbiamo detto nell'articolo primo intorno a' romanzi epici d'autori sconosciuti di nome, giacché anche in quest'epoca si proseguí a scriverne. Anzi ad essa crediamo appartengano per la piú parte quelli di avventure ricavate dalla storia moresca, e specialmente degli odii delle due fazioni de' Zegris e degli Abencerrages, dalle ultime sciagure del regno di Granata, superato poi e vinto dalle armi di Ferdinando e di Isabella nel 1492. Chiunque ha un cuore spontaneamente aperto alle impressioni poetiche, chiunque è educato da una critica liberale e non angustiata dagli scrupoli de' pedanti, trova nel _Romancero general_ di che contentar di frequente il bisogno estetico dell'anima sua. In que' romanzi lo spirito arabo-ispano si manifesta nella sua originalitá; e la calda spiegazione di sentimenti veri ed originali abbonda sempre di poesia. In secondo luogo non è da negarsi che anche ne' componimenti de' poeti conosciuti per nome, e ricordati in parte, e censurati in generale qui sopra, rinvengonsi qua e lá pensieri ingegnosi, immagini opportune e tracce talvolta d'una rigogliosa freschezza di fantasia, che ne ristorano qualche poco della loquacitá erudita e della frequenza del concettizzare puerile: sono come le _oasis_ incontrate dalla sitibonda carovana nel deserto. Una passione [p.217] sentita davvero non può resistere poi sempre a palesarsi ne' modi comandati da abitudini assurde, tuttoché universali. E però in alcuni squarci, come a dire delle quattro canzoni del Macias, l'amore irrompe fuor de' soliti vincoli e dá qualche segno verace e bello della propria esistenza.

L'amore e il Macias sono due parole che ne suscitano nell'anima una memoria di malinconia e di pianto. Il Macias era gentiluomo di camera del gran maestro don Enrico de Villena. S'innamorò d'una delle dame che servivano in palazzo del gran maestro; e, a sviargli quella passione, non gli valse il vedere la donna amata sposarsi ad un altro, non valsero le riprensioni del Villena, non i gastighi e la prigionia a cui questi lo condannò. Al marito della donna non era ignoto anche prima delle nozze quell'amore, e in lui la gelosia era precorsa al sacramento. Vile! Egli si concertò col carceriere; e, venuto alla torre in cui gemeva custodito il suo rivale, trovò modo di scagliargli contro, da una finestra, la propria lancia. Il colpo fu assestato con tale gagliardia, che traforò il Macias da parte a parte. Quel meschino stava allora appunto cantando una canzone da lui composta per la donna del suo cuore, e spirò col nome di lei sulle labbra.

|Grisostomo.|

[1] _Poesias selectas castellanas, desde el tiempo de Juan de Mena hasta nuestros dias, etc.--Poesie scelte castigliane, dai tempi di Giovanni de Mena fino ai giorni nostri raccolte ed ordinate da don_ |Emanuele Giuseppe Quintana|. Madrid, ecc. ecc.

[2] «Quella [la collezione di poesie castigliane], che di poi fu incominciata, ma non condotta a termine da don Giovambattista Conti, eseguita per veritá con gusto squisito e con buona disposizione, fu destinata principalmente a far conoscere agli italiani il pregio della nostra poesia. E però all'autore di essa collezione bastò dí pubblicare e tradurre in toscano i componimenti lirici e buccolici piú segnalati del secolo decimo sesto ed alcuni de' fratelli Argensola; ma non die' luogo nella sua raccolta a veruna poesia di Balbuena, di Jauregui, di Lope, di Góngora, né d'altri egualmente celebri nostri poeti, lasciando cosí la collezione insufficiente in estremo e difettosa».

[3] Il _Poema del Cid_ non va confuso coi _Romanzi del Cid_, posteriori di un secolo, e pieni di ben altra poesia. Somigliano questi in certo modo, per le loro forme esteriori, alle antiche ballate inglesi, molte delle quali sono sí giustamente apprezzate anche oggidí.

[4] Citiamo per modo d'esempio l'entrata del Cid in Burgos, quando esiliato dal suo re:

«Il mio Cid Rui Diaz entrava in Burgos accompagnato da sessanta insegne. Erano piene le vie e le finestre di cittadine e di cittadini, bramosi di vederlo; ed era sí grande il loro dolore, che versavano lagrime dagli occhi e dicevano tutti ad una voce:--Oh Dio, che buon vassallo, se vi fosse un buon re!--Gli avrebbero volentieri offerte le lor case; ma niuno ebbe coraggio di farlo, per la grande ira concepita contro di lui dal re don Alfonso, del quale innanzi al cader del sole era entrata in Burgos una lettera chiusa con forti sigilli, dove si proibiva a tutti il dare alloggiamento al mio Cid Rui Diaz sotto irremissibile pena di perdere gli averi, gli occhi ed anche la vita stessa. Gran dolore sentirono le genti cristiane, e s'ascosero dal mio Cid, perché non ardivano di dirgli nulla», ecc. ecc.

[5] «_Quid rides?_», ecc. ecc.

[6] Questo secondo articolo è preceduto dalla seguente avvertenza: «Proseguiamo il _Quadro storico_ della poesia castigliana, incominciato nel n. 99 del _Conciliatore_. La memoria de' lettori saprá rappiccare il filo tra l'articolo primo e 'l seguente» [Ed.].

[7] Dante nacque del 1265 e morí del 1321. Il De Mena nacque del 1412 e morí del 1456.

[p.218][p.219]

XXIII

DUE RAPPORTI UFFICIALI AL GOVERNO AUSTRIACO

I

|Al direttore generale dei ginnasi|

Sulla traduzione dal tedesco degli _Elementi di storia degli Stati d'Europa_.

Ho l'onore di presentarle in tre volumetti manoscritti la traduzione degli _Elementi di storia degli Stati d'Europa_. Questo lavoro, ordinatomi giá da qualche tempo dall'imperial regio governo, sarebbe stato finito prima d'ora, se altri lavori ed altri doveri d'ufficio, ben noti a lei, signor direttore, ed al governo medesimo, non mi avessero occupato altrimenti, e se una recente ristampa dell'originale, sopraggiunta quando la traduzione era pressoché compiuta, non mi avesse obbligato a rifarla ed ampliarla in molte parti. D'altronde io non voglio dissimulare che, trattandosi d'un libro da stamparsi e da servir di testo per le scuole, ho creduto di dover considerare l'incumbenza datami dal governo piú come letteraria che come consentanea alla natura del mio impiego. Però mi sono ingegnato di condurre l'opera con quella cura e con quell'impegno letterario che mi parve dovere essere richiesto da chi me l'ordinava. Non maggior zelo, bensì avrei desiderata maggiore abilitá, onde corrisponder meglio alle intenzioni del governo.

Questi _Elementi di storia_, non essendo destinati che a servire di additamento e di guida a' professori, per tesservi sopra piú ampie lezioni, sono stati scritti dall'autore tedesco tanto compendiosamente da riescire non di rado oscuri. Talvolta le circostanze d'un fatto sono indicate da un solo epiteto, talvolta spiegate da una frase oscillante e di vario significato. Per cogliere e rendere il giusto valore, era necessario esaminare di [p.220] frequente carte geografiche e trattati di pace, consultar libri, studiare lo spirito delle diverse epoche storiche in opere voluminose. Questo ho fatto; e, senza alterare menomamente il testo, spero di aver portato nella traduzione qualche chiarezza maggiore.

In alcuni passi, massime della storia della Germania, ove un solo cenno di allusione a circostanze locali, a memorie e costumi notissimi basta alla intelligenza dei lettori tedeschi, era necessaria pe' lettori italiani qualche spiegazione di piú: e ve l'ho inserita, ma in modo che non cambiasse l'intenzione dell'originale. Ho rettificate le epoche ogni volta che per isbaglio, probabilmente di stampa, non erano esatte. Ho emendati alcuni errori di fatto, evidentemente trascorsi per incuria de' correttori. Ogni volta che l'esposizione mi pareva intralciata, stentata e confusa nel suo andamento originale, ho procurato di appianarla. Ho schivata la frequente monotonia de' lunghi periodi del testo; perché ogni lingua ha la sua indole, e ciò, che forse è tollerabile in Germania, riescirebbe in Italia un guazzabuglio insoffribile, per l'ordine diverso con cui si concepiscono le idee. E senza adoperare affettazioni sconvenienti all'uso comune d'oggidi, ho cercato di mantenere nella lingua della traduzione una discreta gastigatezza, che pur non mi parve di trovar sempre nella lingua del testo.

Per giungere a tali risultati (se pure posso lusingarmi di esservi giunto) ho dovuto spendere tempo assai nel fare ricerche d'erudizione che nulla avevano di comune coll'impiego mio, ed occuparmi spesso in ore straordinarie e fuori d'ufficio. Sarò fortunato oltremodo se con ciò mi potrò meritare l'approvazione di lei, signor cavaliere direttore, e, per di lei mezzo, i superiori riguardi.

Intanto la prego, signor cavaliere direttore, a volermi indicare quando io debba recarmi alla imperial regia stamperia, onde concertarmi con que' correttori, od assumere io stesso (se cosí le piacerá) la correzione de' fogli, e fare in modo che la edizione riesca piú purgata che non può mai essere un primo manoscritto.

Milano, li 6 settembre 1819.

[p.221]

II

|All'imperial regio governo|

Sulla traduzione dal tedesco di un _Libretto di nomi_.

Ho esaminata la traduzione italiana del _Libretto di nomi_ (_Nahmenbüchlein_) trasmessami da questo imperial regio governo; ed in totale mi parve discretamente ben fatta. Vi sono, è vero, alcune minuzie da emendare in quanto alla lingua ed allo stile; ma queste non possono essere avvertite tutte da chi legge il manoscritto, e sbalzeranno piú facilmente all'occhio della persona giudiziosa a cui bisognerá affidarne, in caso di stampa, la correzione de' fogli: __unico mezzo__ con cui poter ripulire questa traduzione. In alcune cartelline da me inserite nel _Libretto_ stesso ho notato cosí a caso qualcuna di tali mende; ma soltanto per farne conoscere all'imperial regio governo la natura e per cenno, di cui potrá forse profittare chi correggerá i fogli di stampa; non giá per indicare in alcuna maniera la frequenza con cui esse ricorrono.

Duplice però essendo l'incarico datomi dall'imperial regio governo, credo che inutili riusciranno le osservazioni fatte da me alla traduzione, ove sieno accolte come opportune le altre che soggiungo intorno al merito intrinseco del _Libretto_.

Per potere rispondere alla domanda: «se sia conveniente questo libro anche alle scuole di Lombardia», ho stimato di dover cercare come vi si supplisca ora, e d'istituir quindi un confronto tra di esso libro e quello che, col titolo di _Alfabeto ed elementi d'istruzione morale_, ecc. ecc., è in uso presentemente per le scuole infime de' fanciulli. Mi si permetta dunque di riportare qui gli ultimi risultati di detto confronto. Serviranno essi a manifestare il complesso de' motivi onde muove la opinione che credo di dover sottoporre all'imperial regio governo.

Nelle prime pagine, ove il lavoro è meccanico, e di null'altro trattasi che dell'abbiccí e delle sillabe e dell'aumento progressivo di esse, questi due libretti procedono di pari passo; e il [p.222] tedesco non vince l'italiano che di prolissitá. Ma, allorché si incomincia a presentare a' fanciulli molti interi vocaboli da leggere, uno de' libri piglia una strada, l'altro ne piglia un'altra; e non par dubbio che il tedesco s'abbia scelta la migliore.

Ecco quel che fa l'italiano. Butta la parole, quali sono suggerite dal numero delle sillabe ch'ei vuole rappresentare e dall'ordine alfabetico della prima lettera di esse, senz'altra intenzione veruna. Poi salta a dirittura ad infilzare dettati e proverbi morali da servir di lettura al ragazzo, che li legge senza intenderli e senza profittarne, perché le idee astratte, di cui sono composti, ei non sa raccoglierle, non sa applicarle a' casi concreti. Costituito cosí mero pappagallo e niente piú, il fanciullo lo si fa camminare alle favole; le quali sono altre idee astratte, intorbidite ancor piú dal velo dell'allegoria, e gli presentano, nuotanti in un mar di menzogne, alcune magre veritá morali, non proporzionate né al suo intendimento né alle occorrenze della sua freschissima vita. Che dagli apologhi l'uomo giá adulto, ed avvezzato a riconoscere le relazioni tra cose e cose, possa qualche volta ritrarre diletto insieme ed utilitá, non è da negarsi. Ma che il fanciullo debba astenersi dall'invidia per lo spavento d'averne veduta crepare una rana, chi 'l può credere in buona coscienza? Del resto, i piú savi scrittori intorno a siffatte materie hanno giá gridato tanto contra il mal uso delle favole nell'educazione de' ragazzi, e il discredito n'è ora sí generale, che il piú dirne sarebbe un lanciar sassi contra un cadavere.

Dopo le favole vengono nel libro italiano le regole della civiltá; e su queste non ha luogo censura di rilievo, salvo che potrebbono essere meno aride e piú rivolte alla vera decenza morale che non all'esterna decenza delle abitudini.

Il restante del libro contiene il catechismo, la formola delle preghiere, l'abbaco, e per ultimo il modo di servire la messa secondo il rito romano e secondo il rito ambrosiano.

Per lo contrario, veggasi ora quel che si faccia dall'autore tedesco. Mirando egli non solo ad esercitare meccanicamente nella lettura il fanciullo, ma ben anche ad arricchirgli a poco a poco la mente di nozioni utili, facili e dipendenti in certo modo le [p.223] une dalle altre, fa succedere al solito congegnamento delle sillabe una specie di vocabolarietto (pagina 14 e seguenti), ove registra sotto separati capi ora le diverse parti del corpo umano, ora le diverse parti d'una casa, e le diverse suppellettili, e le parti del vestito, e cosí via. Codesta enumerazione ei la interseca, mettendo in moto i verbi che indicano l'uso o determinano l'azione di chi adopera tale o tal altro oggetto, di chi si giova di tale o tal altra circostanza. Col progredire delle pagine cresce la complicazione delle idee, fino a condurre il fanciullo a descrivere ciò ch'ei fa in casa, ciò che fa in iscuola, come ei si comporta co' suoi parenti, come col maestro, come co' superiori, cogli uguali, co' dipendenti: dal che si trae occasione d'istillargli la conoscenza e, per quanto il comporta la tenera mente sua, anche il sentimento della convenienza de' propri doveri. Cosí, senz'essere sbigottito dalla mistica severitá de' precetti, il ragazzo si trova in mezzo ad una morale applicata, che di certo è piú efficace di quante massime teoriche gli possono aggravar la memoria. Poi all'insipidezza degli apologhi sono sostituite altre nozioni esatte di cose e di fatti, come a dire notizie intorno i pesi e le misure, intorno le stagioni e i diversi lavori de' campi, e descrizioni delle varie arti e de' vari mestieri che piú cadono sott'occhio al fanciullo; e, per rallegrarlo anche alcun poco, la descrizione discende fino a' soliti giuochetti e trastulli della fanciullezza, scaltramente insinuando a quali sia da darsi la preferenza, e perché. Poi anche qui sono proposte molte massime morali e di civiltá, ma tutte convenienti all'etá prima, ma coordinate in modo che l'applicazione alle circostanze reali della vita del fanciullo sia o giá fatta, o facilissima a farsi da lui stesso. Ed in una storietta che il maestro racconta, ed in altre sentenze ch'egli detta a' fanciulli, contengonsi alcune idee piú elevate di morale civile e religiosa, nelle quali, quantunque non si possa dissimulare il consueto peccato delle idee astratte, pure il vizio può dirsi minore che non nel libro italiano, essendosi dal tedesco qui almeno fatto qualche sforzo per inclinarle al concepimento puerile. Nel rimanente del libro stanno le regole del compitare e della buona pronuncia.

[p.224]

Ora il solo paragone tra il libro italiano attualmente in uso e quello mandato da Vienna parmi sufficiente a determinare in favor dell'ultimo la preminenza. E tale è l'opinione mia, ove non d'altro si parli che dell'idea e del piano generale dell'opera. Né da questa opinione mi sconforta la mancanza nel libro tedesco d'un preciso catechismo, delle precise formole delle preghiere e del modo di servir la messa secondo i due riti, poiché nelle nostre scuole è provveduto a ciò bastantemente da chi è incaricato dell'istruzione religiosa.

Ma applicar questo libro, tal qual è, alle scuole minori di Lombardia è cosa ch'io reputo non troppo conveniente. Scritto per la Germania, esso ha relazioni a trastulli, a costumanze, ad abitudini che non sempre sono uguali alle nostre; e vi domina, a dir vero, troppa monotonia in quanto alle forme dell'esposizione. Lo studiare è giá per se stesso una noia a' poveri fanciullini, sicché il raddoppiarla loro coll'eterna ripetizione degli stessi modi e delle stesse uscite de' verbi e della stessa architettura de' periodi ed enunciazioni, parmi né caritatevole né destro consiglio per un buon maestro.

E però, ritenuta l'idea generale, lo scopo e 'l materiale di questo libretto, credo che, a volerlo applicare alle nostre scuole, sia d'uopo non di tradurlo esattamente, ma di modificarlo e rifonderlo, per cosí dire, alcun poco. Nella stessa maniera che l'autore tedesco si è manifestamente giovato d'altri libri consimili inglesi e francesi, giovisi nel suo lavoro il compilatore italiano di que' soccorsi che l'arte dell'educazione ha resi abbondanti a' dí nostri; e, conservato tutto il buono che pure è molto del libretto tedesco, vi tolga e vi aggiunga quel tanto ch'è necessario a renderlo veramente vantaggioso alla prima istruzione de' ragazzi. Il libro sia pur sempre lo stesso in quanto allo spirito ed al metodo in totale; ma, se le circostanze diverse vogliono in esso diverse modificazioni, il negar d'apportargliele prima d'accoglierlo sarebbe un voler l'utile solo per metá.

Ristrignendo quindi il discorso, parmi, se pur non m'inganno, che si possa stabilire queste due proposizioni:

[p.225]

I. Il _Libretto di nomi_, tal qual è presentemente, non può essere applicato con vantaggio alle scuole di Lombardia.

2. Modificato in alcune parti, lo si potrá applicare ad esse con molto profitto dell'educazione.

In questo secondo caso, l'incarico della ricompilazione (a cui servirebbe di fondamento la traduzione italiana giá fatta) bisognerebbe che venisse affidato ad una persona, la quale, vissuta qualche tempo tra le scuole, non soltanto fosse intendente delle teorie di educazione, ma avesse pratica molta dell'indole de' fanciulli, delle diverse fasi del loro sviluppo mentale, delle abitudini piú comuni della loro vita e de' metodi d'insegnamento approvati nelle scuole di Lombardia.

Ciò è quanto ho l'onore di sottoporre all'imperial regio governo, in obbedienza alla venerata lettera 20 corrente, n. 198210/2840 P. Questa risposta al quesito, fattomi giá da qualche tempo, non avrebbe tardato di tanto, se, confuso accidentalmente con altre carte, il libro, che ora restituisco, non mi fosse sfuggito affatto dalla memoria; del che prego d'essere scusato.

Milano, li 28 luglio 1821.

[p.226][p.227]

XXIV

DISCORSO AI TOSCANI[1]

Toscani!

L'entusiasmo vivo, spontaneo, col quale salutate i fatti dell'eroica Milano, onora voi e onora quelli che se lo sono meritato col sangue. A nome de' miei concittadini io ve ne ringrazio con tutta la pienezza del cuore.

A me, lombardo, disdirebbe il vantare a voi le angustie e le prodezze de' miei lombardi. La storia, libera dai ritegni della modestia, le tramanderá alle future generazioni; e questo basti.

Bensí con voi, toscani, mi sia lecito congratularmi di voi e del vostro sentire oggi tutta l'importanza del gran fatto di Milano e del vostro gioirne con l'Italia tutta.

Mirabile risorgimento invero questo nostro, al quale ciascuno de' popoli d'Italia ha apportato la parte sua! Roma l'amnistia e l'onnipossente parola d'amore, Toscana le riforme, Sicilia e Napoli le costituzioni, Piemonte il forte esercito tutelatore, e Milano la indipendenza; la indipendenza, senza della quale né riforme né costituzioni possono aver vita intera.

Artefici tutti del pari di questo stupendo edificio, spetta a voi tutti, o italiani, il compirlo e il consolidarlo per sempre. Contenti delle vostre libertá, che sono pienissime, se sapete virilmente giovarvene, stringetevi tutti, popoli e principi, in una [p.228] assoluta concordia d'instituzioni, di voleri, di sentimenti, e correte in armi a dare aiuto all'esercito di Carlo Alberto, perché spazzi affatto gli austriaci fuori delle terre nostre. Afferrate questa bella occasione, fattavi miracolosamente da Dio, e salvate in eterno dalla dominazione e dalla presenza dello straniero ogni campo, ogni villa dove si parla italiano. Lá, nella gran valle del Po, vi chiama la patria. Guerra, guerra agli austriaci, è il solo pensiero, il solo bisogno del momento. Lá, nella gran valle del Po, è d'uopo che si componga un grande Stato, saldo e compatto, il quale serva d'antemurale a qualunque invasione straniera, da qualunque parte essa venga. Cosí l'Italia tutta sará salva e secura per sempre; e, a farla salva e secura, vi gioverá gloriarvi, o toscani, d'aver contribuito anche voi.

Viva l'Italia! Viva la cacciata degli austriaci!