Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari
Part 17
[4] Non crediamo ingannarci nel riconoscere in questi tratti il Beccaria, uomo altamente contemplativo, ma poco inclinato all'attivitá. Piú dubbie sono le indicazioni degli altri colleghi a cui si rivolgono le esortazioni degli elegisti.
[5] È noto che nel _Caffé_ si sono combattute con molta forza le false regole e le frivolezze de' pedanti e de' poeti italiani. Veggansi singolarmente i due discorsi _Sui difetti_ e _Sullo spirito della letteratura._
[p.190][p.191]
XXI
SULLA «FILOSOFIA DELLE SCIENZE» DEL JULLIEN[1]
Ogni volta che ci occorre di dover parlare di economia politica, di lega fraterna tra i popoli, del bisogno di una letteratura essenzialmente liberale, di scuole alla Lancaster, di diffusione di lumi, di mezzi coi quali aggiungere rapiditá al progresso del sapere umano e d'altri argomenti di consimile natura, l'esperienza ci fa presentire vicine il ronzio d'una maledizione sul capo nostro per parte de' missionari della tenebria e dei _frères ignorantins_ della nostra penisola. Eppure, sia detto in buona coscienza, non entra mai ne' disegni nostri una menoma intenzione di pigliare la penna in mano per muovere la bile ad una menoma persona. Se, procurando di servire come meglio può alla nazione italiana, necessariamente il _Conciliatore_ incappa a spiacere all'individuo, questi si dolga non di noi, ma della sua propria sinderesi e delle sue proprie opinioni, discordi forse troppo da quelle della nazione e del secolo; si dolga con se stesso, per aver tolto a seguitare coi pochi il logoro gonfalone dell'oscurantismo piuttosto che la bella bandiera dell'amor della patria, alla quale è ligio il cuore dei molti.
Accomodati, mediante questo pacifico avvertimento, i nostri conti col drappello di coloro ai quali sempre e di buon grado perdoneremo la mormorazione, siccome formola comandata dal loro instituto, ci sia lecito di proporre ai dotti d'Italia la lettura [p.192] dell'opuscolo qui sopra annunziato del signor Jullien; opuscolo che per la sua sola intenzione meriterá l'anatema da chiunque ama di ritardare il corso dell'intelletto umano.
Lo scopo al quale tende il signor Jullien col presente opuscolo, che è un prospetto d'un'opera futura, è quello appunto di procacciare una migliore direzione ed un'attivitá maggiore ai lavori intellettuali. A questo effetto egli, determinando in nuova maniera la divisione delle cognizioni umane, ordina i risultati moltiformi delle scienze, delle lettere e delle arti come verso un centro unico, la __filosofia delle scienze__[2]; mostra la opportunitá di ridurre a succosi ed utili estratti tutta l'immensa farragine delle biblioteche, onde gli studiosi non abbiano a sciupare tutta la loro vita nell'istruirsi di ciò che s'è fatto, senza che lor basti fiato per muovere il passo verso ciò che resta a farsi; accenna il metodo onde piú arricchirsi di cognizioni con minor perdita di tempo e minor confusione d'idee (metodo giá da lui altra volta spiegato ampiamente nell'_Essai sur l'emploi du temps_, e che consiste nel tenere sotto diversi scompartimenti alfabetici, sotto diversi ordini di affinitá, un registro scritto di tutte le nozioni che lo studioso viene di mano in mano acquistando mediante la lettura, l'osservazione e 'l conversare); accenna la possibilitá d'inventare un alfabeto scientifico e filosofico, col soccorso del quale e con semplici segni rendere piú facile, piú fervida, piú fruttuosa la comunicazione tra i dotti d'Europa; e propone tra essi dotti una lega universale, onde abbreviare gli studi di ciascheduno, e far concorrere gli sforzi di tutti ad accelerare il simultaneo progresso delle scienze, delle lettere e delle arti, il perfezionamento morale ed intellettuale dell'uomo. A siffatta confederazione dovrebbono unirsi e prestar consiglio ed aiuto tutti coloro a' quali per impulso virtuoso del [p.193] cuore preme di migliorare la condizione della umana famiglia. E specialmente è pregata a favorire e secondare le fatiche dei dotti quella metá bella e gentile del genere umano, senza il concorso della quale, dice l'autore, è inutile lo sperare alcun miglioramento lodevole nelle cose della vita.
Noi non vogliamo entrare per ora a discutere né la __novitá__ di questo bel progetto del signor Jullien, né la convenienza de' mezzi da lui additati per mandarlo ad esecuzione. Come ogni censura, cosí anche ogni encomio di un libro riesce intempestivo e di scarso valore, se lo si fonda sulla conoscenza del solo indice delle materie in esso trattate; e l'opuscolo di che parliamo è in gran parte poco piú che un indice. Non esamineremo dunque criticamente il progetto ed i metodi, se prima non li vedremo svolti in tutta la loro estensione per entro il libro intero, che l'autore, a quel che pare, sta terminando. Bensí speriamo che ai dotti d'Italia la lettura anche del solo preludio di un'opera filosofica, manifestamente suggerita dalla santa intenzione di giovare al perfezionamento sociale, basterá ad offrire materie di analoghe speculazioni. E però, deponendo noi riverenti sul loro tavolino l'opuscolo del signor Jullien, e sdebitandoci sinceramente con lui di tutta quella lode che gli è dovuta per lo spirito leale e per la buona volontá onde vediamo muovere sempre i suoi disegni, finiremo il nostro articolo col dare in abbozzo a' lettori una qualche idea della nuova divisione delle scienze da lui proposta.
Bacone prima, poi gli autori della _Enciclopedia_, nella loro classificazione delle scienze e delle arti, riferirono ciascuna di esse ad una delle tre divisioni fondamentali, suggerite dalle tre diverse facoltá dell'uomo: __memoria__, __ragione__, __immaginazione__.
Il signor Lancelin, nella sua introduzione all'_Analisi delle scienze_, riducendo tutto lo scibile umano ad una scienza sola, la __scienza della natura__, scompartí questa in otto divisioni fondamentali; e sono:
1. Elementi dell'universo, o descrizione de' corpi naturali.
2. Forze e proprietá primitive della materia.
[p.194]
3. Scienze primitive nascenti dalla descrizione de' corpi e dalla classificazione degli oggetti e de' fatti.
4. Scienza dell'uomo.
5. Scienze matematiche e fisico-matematiche.
6. Arti meccaniche e industria umana.
7. Belle arti e belle lettere.
8. Metafisica vera e filosofia vera, o scienza de' principi, legislatrice in certo modo dello spirito umano.
Il signor Destutt-Tracy, ne' suoi _Elementi d'ideologia_, stabilí la seguente classificazione:
Prima sezione. Storia de' mezzi che abbiamo per conoscere qualche cosa (tre parti).
1. Formazione delle nostre idee, o __ideologia propriamente detta__.
2. Espressione delle nostre idee, o sia __gramatica__.
3. Combinazione delle nostre idee, o sia __logica__. (La gramatica e la logica, secondo il signor Destutt-Tracy, formano parte della ideologia presa in complesso; ed è per ciò che alla formazione delle idee egli diede il titolo d'__ideologia propriamente detta__).
Seconda sezione. Applicazione de' mezzi di conoscere allo studio della nostra volontá e degli effetti di essa (tre parti).
1. Delle nostre azioni, o __economia__.
2. Dei nostri sentimenti, o __morale__.
3. Della direzione delle une e degli altri, o sia __governo e politica__.
Terza sezione. Applicazione dei mezzi di conoscere allo studio degli enti diversi da noi (tre parti).
1. Dei corpi e delle loro proprietá, o sia __fisica__.
2. Delle proprietá dell'estensione, o __geometria__.
3. Delle proprietá delle quantitá, o sia __calcolo__.
Nella futura sua opera il signor Jullien si propone di scandagliare a parte a parte le classificazioni qui sopra riportate, paragonandole con altri tentativi di simile natura pubblicati, prima d'ora, qua e lá in Europa. Forse tra questi vedremo fare la sua modesta comparsa anche l'_Albero sistematico_ preposto dal [p.195] nostro Alberti al suo _Gran dizionario enciclopedico della lingua italiana_, il quale (sia detto tra parentesi) è per ora incomparabilmente il miglior dizionario della nostra lingua. In quell'_Albero_ l'universo venendo considerato come radice delle tre cognizioni, di __Dio__, dell'__uomo__ e del __mondo__, ogni scienza è subordinata ad una di queste tre grandi diramazioni principali.
Ecco ora in ristretto il _Quadro sinottico delle cognizioni umane_ proposto dal signor Jullien, o sia il modo con cui egli divide le scienze e le arti.
La mente dell'uomo è il __principio__ comune di tutte le cognizioni.
Lo __scopo__ comune di tutte le scienze e di tutte le arti è il perfezionamento umano.
Le cognizioni umane si dividono in due ordini.
Il primo risguarda le cose fisiche.
Il secondo risguarda le scienze metafisiche o morali ed intellettuali.
Ciascuno di questi ordini è diviso in due classi.
Classe prima. Scienze positive o sia de' fatti.
Classe seconda. Scienze istromentali o sia di metodo, che forniscono, dice l'autore, gli stromenti ed i metodi a tutte le altre scienze, e trattano dei mezzi inventati dall'uomo (per esempio la __geometria__ ed il __calcolo__).
L'uomo può __osservare e descrivere__ gli enti ed i fatti, quali si presentano a lui per ordine di tempo e di luogo.
Osservati e descritti gli enti ed i fatti, l'uomo li __paragona e classifica__; e li distingue in generi e specie, avvicinandoli l'uno all'altro a norma delle analogie che vi scopre.
In terzo luogo lo spirito umano si applica a __spiegare__ le cose ed i fatti ed a cercarne le cagioni.
Finalmente lo spirito umano __applica__ le sue cognizioni ai bisogni ed all'uso della vita.
Da queste quattro diverse operazioni dell'intelletto umano il signor Jullien desume quattro generi differenti di scienze, cioè:
1. Descrittive e d'osservazione. 2. Distintive e di classificazione. [p.196] 3. Speculative e razionali, o sia d'investigazione, applicate alla ricerca delle cause. 4. Pratiche e d'applicazione.
Ognuno de' quattro generi qui sopra accennati si applica rispettivamente a ciascuno dei due ordini ed a ciascuna delle due classi distinte da principio, talché ne risultano sedici denominazioni generali di cognizioni; alle quali denominazioni sono riferite le diverse scienze ed arti conosciute. Per esempio, sotto la denominazione «arti morali ed intellettuali», corrispondente al secondo ordine, classe prima, genere quarto, trovansi registrate l'__educazione__, la __morale pratica__, la __legislazione positiva__, la __politica__, l'__economia politica__, ecc. ecc.
Tacendo qui per amore di brevitá alcune osservazioni apposte dal signor Jullien alla sua nuova classificazione, non dissimuleremo che essa cede in semplicitá a quella del signor Destutt-Tracy, lodata per tale riguardo dallo stesso nostro autore. Ma non lasceremo tampoco di dire che il _Quadro sinottico_ di cui abbiamo dato l'abbozzo, essendo desunto dai quattro stadi principali dello studio umano, offre un interesse filosofico. S'è notato piú sopra quale sia l'indole del progetto generale dell'autore: la classificazione, ch'egli immaginò nuovamente delle scienze, servirá, è da credersi, a viemmeglio svilupparlo.
Ciò sará da vedersi nella futura sua opera.
|Grisostomo|.
[1] _Esquisse d'un essai sur la philosophie des sciences_, ecc. ecc.--Abbozzo di un saggio sulla filosofia delle scienze, contenente un nuovo progetto di divisione delle cognizioni umane, di |Marcantonio Jullien|, cavaliere, ecc. ecc. Parigi, 1819.
[2] La filosofia delle scienze, di cui parla l'autore, è quella stessa della quale Bacone concepí l'idea, pose le basi e pubblicò gli elementi. Essa ha per iscopo l'esame separato e l'esame simultaneo di tutte le scienze, onde avvicinarle tra di esse e paragonarle l'una coll'altra, e raccoglierne i caratteri distintivi o le loro differenze essenziali ed i loro punti di contatto. Cosí vengono conosciuti i soccorsi che ciascheduna scienza può somministrare all'incremento della civilizzazione.
[p.197]
XXII
QUADRO STORICO
DELLA POESIA CASTIGLIANA
a proposito delle _Poesie scelte castigliane_, raccolte dal Quintana[1].
INTRODUZIONE
Il conte Giovambattista Conti fino dal 1782 pubblicò in Madrid quattro volumi d'una sua raccolta di poesie castigliane, ponendo a riscontro del testo di esse le traduzioni da lui fattene in versi italiani. Poche copie di quell'opera scesero allora in Italia; e però la tipografia del seminario di Padova, dandosi a ristampare in due soli volumi le sole traduzioni, provvede in questo anno a vieppiú diffonderne tra di noi la lettura. Al primo tomo, comparso giá da alcuni mesi, veggiamo succedere ora finalmente il secondo.
Nell'attuale tendenza degli studi verso una maggiore curiositá delle cose straniere, ci sembra opportuno e lodevole il disegno dell'editore padovano. Non intendiamo quindi di menomare in alcuna maniera né la gratitudine del pubblico verso di lui, né gli applausi che può aver meritati giustamente al signor Conti il suo lavoro, se da esso pigliamo occasione per annunziare agli studiosi della lingua e della letteratura spagnuola una piú ampia collezione di _Poesie castigliane_, data alle stampe, non è gran tempo, in Madrid dal celebre poeta don Giuseppe [p.198] Quintana. A salvarci da ogni sospetto d'irriverenza verso del signor Conti, ed a manifestare ad un tempo stesso il perché da noi si proponga ora agli studiosi la nuova raccolta, basti l'ingenuitá colla quale riportiamo le seguenti parole della prefazione del signor Quintana: «_La_ [la collezione di poesie castigliane] _que despues empezó y no acabó don Juan Bautista Conti, executada á la verdad con gusto exquisito y buena disposicion, se destinó principalmente á dar á conocer á los italianos el mérito de nuestra poesía. Contentóse pues su autor con publicar y traducír en toscano las composiciones líricas y bucólicas mas señaladas del siglo diez y seis, y algunas de los Argensolas: pero nada incluyó de Balbuena, de Jauregui, de Lope, de Góngora, ni de otros igualmente célebres en nuestro Parnaso, quedando por consiguiente la coleccion en extremo insuficiente y diminuta_»[2].
Del signor Quintana e delle di lui poesie originali ci proponiamo di parlare in altra congiuntura, e tosto che ci saranno pervenute di Spagna alcune notizie delle quali abbiamo fatta ricerca. Intanto i lettori vorranno ricordarsi ch'egli è l'autore della famosissima ode patriottica sulla battaglia di Trafalgar. Questo leale spagnuolo, che nell'arte de' versi non ha nella sua nazione alcun rivale vivente, fuorché in certo modo don Giambattista de Arriaza, autore anch'egli d'un'altra ode su la stessa battaglia (tanto un solo argomento è fecondo d'entusiasmo poetico, se lo suggerisce la coscienza di avere una patria!), vive ora miseramente relegato. Ma egli non invidia per questo al poeta suo rivale né la docilitá delle opinioni, né, frutto di essa, i giorni meno travagliati; e lo conforta il vedere il proprio nome [p.199] caro a' migliori fra' suoi, e consegnato alla venerazione dell'Europa insieme alla recente memoria dei fasti delle _Cortes_, a' quali egli contribuí co' suoi proclami e co' suoi canti ci di guerra.
La celebritá letteraria del signor Quintana ci par sufficiente a raccomandare come giudiziosa la collezione di poesie castigliane da noi annunziata; né il fatto smentirá appresso i dotti l'aspettativa.
L'opera è scompartita in tre volumi del formato di un giusto «ottavo». La raccolta incomincia da un saggio di poesie del secolo decimoquinto, e precisamente da alcune di Giovanni de Mena; poscia si allarga, e comprende gli altri secoli susseguenti fino alla morte del poeta don Giuseppe Cadalso, che è quanto dire fino all'anno 1782. I componimenti in essa contenuti sono i meglio stimati: sono tolti da tutti i generi di poesia, se se ne eccettuino i teatrali. Alla prefazione tiene dietro un _Discorso sulla storia della poesia castigliana_, in quanto specialmente essa si riferisce ai generi ed agli autori che ottennero posto nella raccolta.
Conformandoci a questo disegno del signor Quintana, noi ci gioveremo in parte delle notizie somministrateci da lui, e qualche poco anche della _Storia letteraria_ del signor Bouterweck e del tenue frutto di altri studi da noi fatti, e daremo col tempo, in diverse riprese, un _Quadro storico_ della poesia spagnuola, il piú compendioso che potremo.
Se, per servire al nostro autore, ci è d'uopo non tener conto per ora del teatro spagnuolo, gli amici della letteratura universale sapranno ampiamente rifarsi di questo e d'altri nostri silenzi, ricorrendo, fra molti libri, a quello del signor Sismondi sulla _Littérature du midi de l'Europe_; libro che, per isciagura della buona critica, trova d'ordinario i suoi piú aspri censori in coloro che non lo hanno mai letto. Nel tessere il nostro lavoro noi ricorreremo ad esso meno che a qualunque altro, e non per altra ragione se non perché ne sembra di non dovere occupare il breve spazio del nostro giornale con cose ricavate da un libro che può facilmente consultarsi da chicchessia.
Ma, prima di por mano al _Quadro storico_, a cui preghiamo cortese la pazienza de' nostri buoni lettori, siamo costretti [p.200] dall'ostinazione di certi garriti pseudo-letterari a ripetere solennemente una dichiarazione, che sotto cento forme diverse abbiamo giá ricantata le cento volte nel nostro giornale. Eccola; ed affinché sia intesa anche dagli spazzini della repubblica letteraria, eccola una buona volta in lettere maiuscole:
COL RACCOMANDARE LA LETTURA DI POESIE COMUNQUE STRANIERE, NON INTENDIAMO MAI DI SUGGERIRNE AI POETI D'ITALIA L'IMITAZIONE. VOGLIAMO BENSÍ CHE ESSE SERVANO A DILATARE I CONFINI DELLA LORO CRITICA.
Se non faranno effetto le lettere maiuscole, non ci resterá altro partito che di tentare le cubitali... E le tenteremo: a estremi mali estremi rimedi. Per ora, basti cosí; e la pace sia con tutti.
[p.201]
I
DELLA POESIA CASTIGLIANA DA' PRIMORDI DI ESSA FINO AGLI ULTIMI ANNI DEL SECOLO DECIMO QUARTO
La storia universale della poesia offre nella sua progressione il fenomeno di andamenti diversi in diverse nazioni. Nella bella Grecia l'infanzia di questa sovrana delle arti fu di poca durata, e in poco di tempo ella crebbe a tanto vigore da produrre i poemi immortali di Omero. Uguale a quella della Grecia fu la fortuna dell'Italia moderna, dove fuor della notte dei secoli rozzi, succeduti alla civilizzazione romana, apparvero di repente Dante e 'l Petrarca, traendo con loro l'aurora di tutte le arti e fondando le norme del buon gusto.
Altri popoli meno felici lottarono lungamente contra la barbarie, e, vincendola a poco a poco, acquistarono a poco a poco il sentimento dell'eleganza e dell'armonia; e non giunsero alla perfezione che tardi e a forza di fatica. Tale fu la sorte d'una gran parte delle nazioni moderne, e tale appunto fu quella della Spagna.
Ivi, quasi come per ogni dove, il verso scritto precedette alla prosa. La poesia spagnuola, o piú precisamente castigliana, vanta per sua prima opera il _Poema del Cid_, composto, a quel che pare, verso la metá del secolo decimo secondo[3]. Allora, in mezzo alla confusione delle lingue, cagionata dalle invasioni dei barbari del nord, cominciava a pigliar forma alcuna quell'«idioma romanzo», che doveva spiegare poi tanto splendore e tanta maestá negli scritti di Garcilaso, di Herrera, di Rioja, di Cervantes, di Mariana.
[p.202]
Chi ponesse mente alla natura dell'argomento e non ad altro, troverebbe pochi poemi superiori a quello di cui parliamo; nella stessa maniera che pochi guerrieri troverebbe nella storia da poter contrapporre, come rivali in valore e in leggiadria di virtú, a Rodrigo di Bivar, soprannominato il «Cid Campeador». La gloria di Rodrigo oscurò quella di tutti i re de' suoi tempi, e da secolo in secolo discese infino a noi, ad onta di un'infinitá di favole onde anticamente la zotica ammirazione circondò la veritá dei fatti. Consegnata a poemi, a tragedie, a commedie, a romanzi (o romanze), a canzoni popolari, la memoria di lui, somigliante a quella di Achille, ebbe la fortuna di scuotere fortemente ed occupare la fantasia. Ma l'eroe castigliano, superiore al greco per coraggio e virtú, ebbe la sventura di non trovare un Omero che lo celebrasse.
E come trovarlo a que' tempi, ne' quali il rozzo cantore si pose a comporre il poema? Con una lingua informe tuttavia, dura nelle sue determinazioni, viziosa nella sua sintassi, nuda di tutta coltura e di tutta armonia, in mezzo alla generale abitudine ad uno stile pieno di pleonasmi, con un verseggiare incerto nella sua misura, com'era possibile mai il produrre un'opera di vera poesia? Nell'invenzione, ne' pensieri, nell'espressione di essi, e specialmente in certa ingenuitá[4] di descrizioni, scorgiamo, è vero, qualche indizio d'intenzione poetica per parte dell'autore; ma, preso in totale, il _Poema del Cid_ è da considerarsi come una curiositá filologica piú che altro. Chi sia stato l'autore di questo primo vagito della poesia castigliana, è ignoto.
[p.203]
Nel secolo susseguente vissero due poeti, le opere dei quali lasciano apparire giá alcuni progressi fatti dalla lingua. Don Gonzalo de Berceo e Giovanni Lorenzo Segura, l'uno nelle sue poesie sacre in versi alessandrini, l'altro nel suo poema _De Alexandro magno_, superarono anche di qualche grado l'arte del cantore del Cid. Quelle del primo, per altro, non sono che preghiere, regole fratesche, leggende di santi, che manifestano nell'autore il monaco benedettino piú che il poeta. Nel poema del secondo, ciò che occorre di piú bizzarro alla considerazione del filosofo, è la vita di Alessandro il grande, descritta con colori cavallereschi; è il vedere trasportati in essa sul serio i costumi, i sentimenti, i pregiudizi spagnuoli. Forse, come dice il signor Sismondi, l'ignoranza assoluta dell'antichitá fece ricorrere il poeta a ciò che gli era noto per descrivere ciò che gli era ignoto. E forse (è un dubbio nostro) Giovanni Lorenzo venne condotto a tale traviamento da un barlume indistinto di quella veritá psicologica, che insegna non potere essere sommamente efficace la poesia, se non è in accordo colle idee e colle circostanze de' tempi ne' quali vive il poeta. Giovanni Lorenzo non era abbastanza filosofo per potere interpretare saviamente questo impulso del vero genio poetico, non era abbastanza educato ai confronti storici per doversi sentire offendere dalla dissonanza tra due civilizzazioni, greca e spagnuola: e però, secondando con inconsiderata obbedienza la necessitá d'essere moderno, condusse con accessorii ricavati dal mondo a lui presente un poema d'argomento non moderno, ma antico; e fece cosí un guazzabuglio, che accusa la contemporanea stupiditá della critica e muove a riso finanche la gravitá de' maestri di lettere.
Ma qui, se ci è lecita una digressione, vogliamo assumere gravitá anche noi, e rivolgerci proprio con un testo di Orazio a tal uno che ride del guazzabuglio di Giovanni Lorenzo.