Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari
Part 15
Le donne che custodiscono il fanciullo fanno di tutto perch'egli lasci in libertá il lioncello:--La lionessa ti sbranerá, o incauto, se ad essa non lo rendi.--Il fanciullo si ride della minaccia. Gli vien promesso un bel dono, se mette in libertá il lioncello; ed egli stende la destra in atto di riceverlo. Dushmanta gli osserva la palma della mano, e vi scopre segni d'impero. Sente che quella creatura gli è cara, e sospira pensando alla consolazione d'un padre nel recarsi sulle ginocchia i suoi figliuoletti e pargoleggiare con essi; consolazione che egli piú non ispera. Le donne, facendosi piú vicine al re, stupiscono nel trovar tratti sul volto di lui somiglianti in estremo a que' del fanciullo, e nel veder che questi, altero cogli altri, con Dushmanta è tutto mansuetudine. Il re interroga le donne sulla condizione di quel fanciullo, e a poco a poco viene ad intendere che è stirpe di Puru, che ha per madre la figliuola d'una ninfa e che il padre di lui ripudiò la sposa. E, mentre che il re chiede ansioso qual sia il nome di codesta sposa reale, il fanciullo, udendo una donna parlar del «_saconta-lavanyam_»[26], crede che si parli di tutt'altro, e grida:--Sacontala, Sacontala! dov'è la madre mia, dov'è?--
Finalmente è caduto dal braccio al fanciullo un amuleto, dono di Casyapa. Era tale la virtú di quell'amuleto, che si trasformava in serpente e mordeva qualunque mortale osasse raccoglierlo dal suolo: il padre solo e la madre di chi 'l portava potevano toccarlo impunemente. Dushmanta non sa nulla di ciò: lo ha giá toccato; lo stringe in mano; non è serpente, non morde. Le donne riconoscono dunque in lui il padre del fanciullo, e gli narrano quanti altri avesse giá offeso l'amuleto. Quindi partono liete, per far nota a Sacontala quell'avventura.
[p.168]
Sopravviene tosto Sacontala in veste lugubre, coi capegli annodati in una sola treccia, che le scorre lunga lunga giú per le spalle. La sua faccia è sparuta; negli occhi suoi è il dolore.
|Dushmanta|. Ti ho trattata crudelmente, o cara. Ma l'amore piú caldo è sottentrato alla crudeltá mia. Sovvengati di me; e mi perdona.
|Sacontala|. Sarò interamente felice quando cesserá l'ira del re.
|Dushmanta|. Una nube, una malia mi aveva oscurata la memoria. La caritá de' celesti finalmente mi ti riconduce innanzi, o amabilissima fra le creature.
|Sacontala|. Il re sia sempre...[27]. E non può profferire la parola «vittorioso» e dá in un subito pianto.
|Dushmanta|. Dimenticati, o cara, della mia crudele ripulsa. Mettila in bando dalla memoria. Fu una frenesia violenta che mi vinse l'anima. Cosí, quando prevale il buio di una illusione, non giova santitá d'intenzioni; cosí un cieco, se la mano d'un amico gli cigne il capo d'una corona di fiori, la crede una serpe, e stolto se la strappa dal crine. {E le si getta a' piedi.}
|Sacontala|. Sorgi, o sposo; deh! sorgi. La felicitá mia fu interrotta gran tempo. Ma tu m'ami; ed ecco in me l'affanno dar luogo alla gioia.
Poi lo sposo rasciuga di sua mano le lagrime sul volto alla sposa, e se la serra al seno, e le narra dell'anello trovato, ecc. ecc.
S'apre il fondo della scena, e vedesi Casyapa sedere in trono conversando con Aditi. Gli dèi accolgono benignamente gli sposi; li benedicono; consolano Dushmanta col dichiararlo innocente in faccia a Sacontala del ripudio, da che tutto provenne dall'incantamento di Durvasas; predicono le glorie future del figliuolo di Sacontala; fanno che Dushmanta lo riconosca per suo; inviano a Canna uno spirito, nunzio dell'evento; e, svelati cosí tutti i misteri, comandano che gli amanti e 'l fanciullo salgano sul carro d'Indra, onde tornar felici sulla terra a vivere lunghi anni di pace nella splendida Hastinápura.
[1] Qui si parla di quella poesia che è arte ispirata dal bisogno e dal sentimento del bello; non giá di quella poesia naturale, cosí detta dal Vico e da altri filosofi, la quale consiste nel fingersí favole di dèi o di spiriti credendole vere, e fondando cosí l'idolatria; nel credere che i corpi fisici, alberi, nuvole, ecc. ecc., sieno animati; nel parlare per interiezioni, suoni imitativi, ecc. ecc.
[2] La mitologia indiana in Calidasa è come la mitologia greca in Omero. Si gusta ne' poemi d'Omero la mitologia greca: può dunque gustarsi anche la mitologia indiana nel dramma di Calidasa. Entrambi questi poeti hanno scritto cose conformi a' lor tempi: basta saper trasportarsi a' lor tempi per poterle gustare. E il farlo sarebbe egualmente facile sí coll'uno che coll'altro, se la mitologia indiana ci fosse nota quanto la greca. Ma per la stessa ragione, ripetuta giá piú volte da piú d'uno, che la mitologia greca ne' moderni riesce fredda, riescirebbe fredda anche l'indiana, adoperata sul serio da un europeo, quantunque in parte tuttavia viva nell'India. Ho creduto opportuna questa nota per ridire un'altra volta che le mitologie, o spente o appartenenti a popoli che nulla hanno di comune colla nostra civilizzazione, si possono bensí gustare negli scrittori che vissero sotto l'influenza di quei sistemi mitologici; ma che i moderni europei debbono astenersi dal ricopiarle come se in Europa ci si credesse, come se ancora influissero religiosamente sopra di noi.
[3] Pare da ciò che presso gl'indiani i divertimenti teatrali fossero, come presso i greci, una specie di riti sacri. Si è tradotta la benedizione non come un tratto di poesia da poter fare effetto in Italia, ma come una bizzarra curiositá. Ne' greci e ne' latini vi ha pur molte e molte particolaritá che per noi sono insipide, appunto come la benedizione del bramino.
[4] Puru, uno de' piú famosi tra gli antenati di Dushmanta.
[5] «_Mallica_», forse il «_nyctanthes sambac_» (Linneo).
[6] «_Amra_», albero d'alto fusto e vaghissimo pe' suoi fiori.
[7] «_Madhavi_», «_ipomea quamoctit_» (Linneo).
[8] La vivace fantasia degli indiani popolava di dèi, di dèmoni, di spiriti, ecc. tutta la natura. E però sotto le sembianze di quell'ape le fanciulle sospettavano forse nascosto qualche demone malefico. E che nella persona del re fosse la possanza di contrastare a siffatti dèmoni lo vediamo in vari luoghi del dramma; specialmente quando gli anacoreti invocano il soccorso di lui, e quando lo stesso dio Indra manda lui a combattere contro i dèmoni «Danavas».
[9] _Vedas_ sono i quattro libri del codice sacro degli indiani.
[10] «Erba cusa», «_poa cynosuyoides_» (Linneo).
[11] «_Curuvaca_», pruno, quasi sempre fiorito.
[12] La consolazione di Sushmanta può paragonarsi a quella che prova Romeo nella scena II dell'atto II della tragedia _Romeo e Giulietta_ di Shakespeare.
[13] Qui nel dramma vedesi un tratto di galanteria che sente del francese. Sacontala improvvisa un _couplet_ amoroso; e Dushmanta si presenta tosto a lei, improvvisandone un altro in risposta.
[14] Questo soliloquio somiglia a quel sonetto del Petrarca che incomincia:
Sennuccio, i' vo' che sappi in qual maniera.
[15] «_Gandharvas_», uno de' nomi che gl'indiani dánno alle schiere celesti o sia geni buoni, chiamati altrimenti «_dewta_». Gl'indiani hanno otto diverse maniere di nozze. Quelle secondo i riti de' _gandharvas_ sono le piú clandestine, e nondimeno legittime come tutte le altre. Celebransi senza cerimonie. Basta il mutuo consentimento degli sposi e lo scambiarsi ch'eglino fanno tra di loro d'una corona di fiori, d'un anello o d'altro, ecc.
[16] Hastinápura, cittá che in séguito fu chiamata Delhi. Secondo altri, è l'odierna Hassanabad.
[17] Questa mestizia della natura per la partenza di Sacontala somiglia, in certo modo, a quella che presso Teocrito accompagna la morte di Dafni.
[18] «_Ingudi_», probabilmente il «_sesamum orientale_» (Linneo).
[19] «_Sciacravaca_», uccello acquatico che gli inglesi chiamano «oca de' bramini».
[20] I conoscitori delle passioni terranno conto di questo passaggio dall'ironia al pianto dirotto. Com'è pieno di verità!
[21] Se i lettori si ricorderanno dell'ape che molestò Sacontala nell'atto primo, loderanno l'accorgimento di Calidasa nell'immaginare il delirio presente.
[22] Badino i lettori gentili a questo miscuglio d'amore e di caritá del prossimo, sentimenti affini.
[23] «Sandalo»: «_santalum album_» (Linneo).
[24] Nel poema di Dante e nel _King Lear_ di Shakespeare mi sovviene d'aver trovati alcuni passi rivali in bellezza a questo di Calidasa nel descriver le cose vedute dall'alto al basso in una gran distanza.
[25] Nell'atto primo abbiamo veduto come Dushmanta sentisse uguale pronostico.
[26] L'uccello «_saconta-lavanyam_» è una specie di pavone.
[27] «Il re sia sempre vittorioso». È il saluto di formalitá col quale in tutto il dramma gli amici del re si accostano a lui. Qui, in bocca di Sacontala, è come parola di pace.
[p.169]
XVII
SULLA «STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA» DEL GINGUENÉ[1]
Tempo fa in questo stesso giornale (n. 21), parlando incidentemente del signor Ginguené, abbiamo emessa la nostra opinione sul merito della di lui _Storia letteraria d'Italia_, e sulla fortuna incontrata presso gl'italiani dai sei volumi di essa che allora correvano pubblicati. Annunciamo ora a' nostri lettori che un italiano, noto favorevolmente fra la schiera de' letterati, il signor Salfi, avendo ragunati i manoscritti del signor Ginguené, trovò di potere stampare altri tre volumi di quella storia, e compire cosí in tutti i suoi rami il periodo che comprende il secolo decimosesto. Questi tre tomi hanno lo stesso formato degli antecedenti; e con essi termina il lavoro del signor Ginguené, da che a lui non bastò vita per poter protrarre la sua storia fino alle epoche piú recenti della nostra letteratura. Le cure spese intorno ad essi dal signor Salfi meritano tanto maggiore gratitudine, in quanto ch'egli dovette supplire col proprio ingegno e colla propria penna a non poche lacune esistenti ne' manoscritti, e dare a questi l'ordine che loro mancava in alcune parti, perché non maturi ancora per la stampa. Il signor Salfi è da considerarsi dunque nell'occasione presente non come semplice editore, ma come cooperatore col signor Ginguené. E questo titolo dividono con lui, per rispetto alla lingua [p.170] ed allo stile, due letterati di Francia, i signori Daunou e Amaury-Duval, perché alla loro revisione il diligente italiano volle sottoporre il proprio lavoro.
Data un'occhiata generale a questi tre volumi, ci sembrano egualmente lodevoli che i primi sei per esattezza storica, per abbondanza di notizie, per intelligenza franca delle cose italiane; e, del pari che i primi sei, ci lasciano anche questi nell'animo un desiderio di piú frequente filosofia: per modo che pare a noi di dovere estendere anche su di essi quanto ci venne dettato dalla libera nostra convinzione allorché parlammo de' precedenti. Non ripeteremo dunque le parole stampate da noi tempo fa; nulla vogliamo aggiungere ad esse, nulla levare. Altri pensi altramente, e ci creda pure traviati, e ci muova contro gli odii segreti: noi abbiamo pigliato a faccia scoperta il partito di spogliarci affatto d'ogni interesse e d'ogni amore transitorio, per servire all'amore perpetuo della patria e del vero, od almeno di ciò che a noi par vero. E sicuramente non ce ne fará biasmo chiunque sa quanta consolazione sia in certi momenti il poter dire all'anima propria:--Se non d'altro, sei monda almeno d'ogni invidia e d'ogni servilitá, né ti vendesti mai alla fortuna de' raggiri.--
Ci perdonino i nostri lettori questa ed altre consimili digressioni. È la natura di certi costumi d'Italia che ci sforza a farle, non giá una troppo alta importanza che noi vogliamo attribuire alle nostre fatiche letterarie. Il peccato nostro (e lo confessiamo, ma non con intenzione di pentircene) sta tutto nella bizzarria, che ci siamo fitta in capo, di volere riputare un delitto, una infamia la professione delle lettere, se in ogni menomo atto non è esercitata come virtú morale.
E a questo proposito, pensando al bel carattere morale del signor Ginguené, ci giova lasciar per ora da un canto la sua _Storia letteraria_, e cedere invece al bisogno che sentiamo di dare una lagrima alla memoria di questo illustre defunto. La morte dell'uomo sapiente è una sciagura intellettuale, che può anche tollerarsi a ciglio asciutto; ma quella dell'uomo probo è un dolore amarissimo, per chi considera quanto debba penare [p.171] l'umana societá a riempire il vuoto che quegli morendo vi lascia.
La carriera de' pubblici impieghi fu corsa onoratamente dal signor Ginguené fino all'anno 1802. Ogni cosa gli prometteva allora facile il conseguimento delle ricchezze e degli onori piú splendidi: bastava che avesse potuto desiderarli. Ma, sdegnoso egli del favore del nuovo governo, contrario affatto a' principi da lui professati con intima religione, non volle piegare il ginocchio innanzi ad un idolo politico che non era l'idolo della sua coscienza. Rinunziò quindi ad ogni impiego pubblico, e coll'anima incontaminata consacrò interamente la vita e l'ingegno alla letteratura. Negletto, dimenticato dal governo, detestato anche: se ne compiacque. Tutti gli studi suoi furono da lui rivolti all'utilitá de' suoi concittadini; e co' versi, con le prose, con le lezioni recitate al Liceo (ora Ateneo), procacciò di vieppiú sempre nobilitare l'intelletto e 'l cuore dei francesi.
Nell'ultima caduta di Napoleone venne fatta istanza al signor Ginguené perché celebrasse in versi il nuovo destino della Francia, tuonando irato contra i costumi dell'uomo precipitato dal trono.--Lascio questa cura--rispose egli--a coloro che lo hanno lodato.--E gli adulatori di Napoleone accettarono alacremente l'incarico che Ginguené rifiutava.
La candida onestá del signor Ginguené guadagnò a lui ne' crocchi delle persone piú savie e piú gentili della Francia un epiteto che gli fa onore, e che da gran tempo non va scompagnato mai dal suo nome:«_le bon Ginguené_». Innamorato della vita campestre, egli ne gustò lungamente tutta la pace; e da essa le sue maniere pigliarono molto di quella schietta ed ilare cortesia, che raddoppia i nodi dell'amicizia e che sola può placare l'invidioso dispetto con cui il volgo guarda d'ordinario chi ne sa piú di lui. Eaubonne e la valle di Montmorency prestarono l'ultimo asilo al signor Ginguené; e l'ultima voce di lui fu udita in quelle amene campagne... Ora non vi suonano che i gemiti della sua vedova moglie.
Possa un sospiro de' nostri lettori italiani, un sospiro che sia l'espressione della tristezza insieme e della riverenza, espiare [p.172] una villania fatta al signor Ginguené da un italiano! È noto a tutti di che modo l'Alfieri pagò d'ingratitudine un favore usatogli spontaneamente dal signor Ginguené, quando questi cercò di salvargli dalle mani del fisco di Francia la libreria ed i manoscritti. La lettera che il signor Ginguené, dolente dell'insulto onde vide ricompensato il proprio zelo, scrisse su di ciò all'abate di Caluso, e l'indole stessa del fatto, dimostrano quanto sia stato il torto dell'Alfieri. In discolpa di lui nulla può dirsi saviamente; e, se avessero spaccio tuttavia gli arzigogoli e gli insulsi sotterfugi de' retori, appena appena diremmo che quell'atto villano lo commetteva l'autore del _Misogallo_, ma che Vittorio Alfieri non lo sapeva.
|Grisostomo|.
[1] _Histoire littèraire d'Italie par_ |P. L. Ginguené|, _de l'Institut royal de France_, ecc. ecc. ecc., tomi VII, VIII, IX, Paris, 1819, chez L. G. Michaud. (L'intera opera del signor Ginguené si vende presso il signor G. Gigler, sulla Corsia de' servi, n. 603).
[p.173]
XVIII
BENEDETTO CASTELLI [1]
L'adulazione mercenaria di parecchi letterati ha fatto brutto servizio agli elogi. Per essa queste forme oratorie, destinate ad onorare la sapienza, l'amor della patria e tutte le altre virtù civili, sono oggimai cadute in discredito presso molti. Quante volte la parola «elogio» sveglia in capo a chi l'ascolta un'idea a cui di necessitá tengono compagnia altre idee schifosissime! Ma, come la spada non è infame se non quando la impugnano i traditori, cosí l'elogio può essere santo se scritto con santa intenzione.
Non va confuso cogli ordinari scrittori d'elogi chi recita e stampa le lodi d'un povero fraticello morto censessantacinque anni fa, chi con esse non mira a lusingare di rimbalzo la vanagloria viva e pagante d'un qualche discendente della famiglia onde emerse quel povero fraticello lodato. E però noi volentieri ci congratuliamo col signor dottore Sisto Tanfoglio dell'elogio letto da lui, sono tre anni, in un'adunanza dell'Istituto, e pubblicato ora colle stampe di Brescia. L'umile ma famoso monaco, di cui egli pigliò a parlare, meritava un encomio che fosse dettato dalla riverenza spontanea, non comandato dall'opportunitá di guadagnarsi un fautore. Colla sua intenzione ingenua il signor Tanfoglio pare a noi che abbia corrisposto degnamente al merito ingenuo di Benedetto Castelli.
Nella orazione che annunziamo poco ci viene detto delle particolaritá della vita, e molto degli studi di questo celebre [p.174] matematico. «Nacque in Brescia nel 1577 da famiglia patrizia, ed ebbe a genitori Giambattista e Daria Castelli. Di diciotto anni si spartí dagli uomini, facendo voto di monacato in San Faustino di Brescia». Fu in Padova discepolo del Galileo, a cui si strinse di tenace amicizia. Fu professore di matematiche in Pisa. Nel 1628 andò a Roma, chiamatovi da Urbano ottavo, «che gli doppiò lo stipendio e lo dichiarò suo primo matematico. In Roma pubblicò la prima volta l'aureo trattato _Della misura delle acque correnti_»; ed ivi morí nel 1644.
È noto che Benedetto Castelli fu il primo che applicasse alle dottrine idrostatiche le geometriche, e che riducesse a scienza certa ciò che prima era abbandonato alla pratica. «Legislatore ed ordinatore supremo de' fiumi e de' torrenti», il Castelli dettò teorie idrostatiche, che servirono di base a tutte le teorie posteriori; e, se ad altri vuolsi dare il vanto d'avere perfezionate ed ampliate siffatte dottrine, a lui non può negarsi quello di averne trovati i primordi: il che non è poco indizio di vigoria d'intelletto.
Il signor Tanfoglio spiega, per quanto lo comporta la brevitá del suo discorso, queste ed altre dottrine ed esperienze praticate dal Castelli, e sulla bontá di esse fonda le ragioni della lode che gli va tributando. L'orazione sua riesce un lavoro piú scientifico che letterario; e tale, a dir vero, lo voleva la natura dell'argomento. Non inviteremo dunque i nostri lettori a considerarla dal lato letterario, parendoci ch'essa abbia un merito piú deciso guardandola dall'altro lato, e ravvisando in essa l'espressione dell'animo di un giovine studioso che loda ciò che l'intima persuasione gli suggerisce di lodare.
|Grisostomo|.
[1] _Elogio di Benedetto Castelli_ bresciano di |Sisto Tanfoglio|, dottore in filosofia e matematica ecc. ecc., Brescia, 1819, presso Nicolò Bettoni e soci.
[p.175]
XIX
INTORNO ALLA «SERVITÙ PRESSO I POPOLI ANTICHI E MODERNI» DEL GRÉGOIRE[1]
L'uomo che dall'alto della sua fortuna volge uno sguardo compassionevole ad una classe inferiore di cittadini trattata duramente dall'orgoglio dei piú, ed il filosofo che, abbandonate le astruse ed aride speculazioni, crede di nobilitare la propria sapienza impiegandola a pro del misero avvilito ed ingegnandosi di trovar modi onde migliorarne la condizione, sono due vere bellezze nell'ordine delle cose morali. Le azioni loro brillano in mezzo a' traviamenti della umana natura, e rischiarano altrui il cammino della vita con una luce consolatrice. Nel leggere il libro della _Domesticité_ non possiamo tenerci di ammirare nell'autore di esso, il signor Grégoire, l'uomo onesto ed il vero filosofo; non possiamo negare a questo antico presidente della «Societá degli amici de' negri» la simpatia, il rispetto, l'amore ch'egli merita come esempio vivo di operosa filantropia. Una nuova edizione recentissima di questo libro ci sia sufficiente occasione per poter parlare di esso anche dopo i quattro anni da che uscí per la prima volta alle stampe.
Il protettore de' negri, quegli che fino dal 1791 perorò altamente contra l'infame tratta di quei meschini, e sollecitò l'abolizione della loro schiavitú, manifestandone tutta l'ingiustizia, di rizza ora all'umanitá parole di propiziazione in favore d'altra gente infelice. Nel libro sulla _Domesticité_ il signor Grégoire esamina la condizione de' servitori d'ambo i sessi in Europa; [p.176] discute i mezzi co' quali renderla meno sciagurata per se stessa e piú giovevole alla societá civile; e con quella eloquenza che non è insegnata nelle scuole, ma che procede direttamente dalla bontá del cuore, cerca di trasfondere ne' suoi lettori la caritá virtuosa di cui egli sente l'impero sull'anima propria.
L'autore dá uno sguardo franco, ma rapidissimo, alla storia de' popoli antichi, e considera lo stato degli schiavi presso i greci ed i romani. Il barbaro modo, con cui in generale venivano oppressi gli schiavi da quelle due nazioni tanto venerate da' nostri pregiudizi scolastici, concorre anch'esso a giustificare la generositá dell'ardimento di coloro che, paragonando la somma de' nostri costumi presenti a quella de' costumi de' tempi remoti, niegano all'antichitá quel cieco ossequio superstizioso che ci è imposto come obbligo dalla servile pedanteria, e tributano invece una piú sentita riverenza alla ragione umana che si fa monda attraverso dei secoli. «Tito egli stesso,--dice il signor Grégoire--Tito, l'imperatore soprannominato 'la delizia del genere umano', avendo ridotti in servitú i popoli della Giudea, il trattò con la piú ributtante ferocia. Ne' giuochi e negli spettacoli dati da lui a Cesarea perí una gran turba di schiavi, alcuni sbranati dalle fiere, moltissimi costretti a combattere contro i loro compagni e ad ammazzarsi l'un l'altro. Mille e cinquecento schiavi vennero scannati in quella stessa cittá onde celebrare il giorno natalizio di Domiziano, fratello della 'delizia del genere umano'; e ne furono scannati altri assai a Berito in onore di Vespasiano, padre della 'delizia del genere umano'... Ecco di che fu capace un principe, a cui l'adulazione de' contemporanei e la credulitá delle generazioni successive decretarono l'apoteosi!».
Dall'esame della schiavitú presso i greci ed i romani l'autore discende a quello della servitú nel medio evo, e finalmente a quello della «_domesticité_», che è quanto dire della condizione dei famigli o servitori, ne' tempi presenti; e dichiara che le riflessioni, alle quali egli verrá condotto dal suo discorso, avranno quasi sempre la mira a' soli famigli d'ambo i sessi destinati a' servigi domestici nelle cittá, non a quelli destinati a' servigi rurali.
[p.177]
«L'Europa nel medio evo teneva gli uomini, per cosí dire, inchiodati alla gleba. L'Europa moderna offre lo spettacolo di una turba di donne, di oziosi vestiti a livrea, di valletti ecc. ecc., che riempiono le anticamere e vegliano giorno e notte a prevenire i bisogni veri o fittizi de' loro odiati padroni... Nel 1796 a Torino sopra 93.076 abitanti contavansi 3.168 servi e 5.292 serve. Totale d'ambo i sessi 8.460; il che forma la undecima parte della popolazione».