Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari
Part 13
|Il suddetto|. A ogni modo, meglio qualche cosa che niente.
|Grisostomo|. Sí, ma badate di non accusar poi Calidasa della noia che forse vi cagionerá monsieur Bruguière.
|Molti|. Tanto fa: vogliamo leggerla anche noi questa _Sacontala_.
|Grisostomo|. Avvertite per altro che per derivare diletto dalla lettura della _Sacontala_, qualunque sia la traduzione di cui vi serviate, vi bisogna formarvi prima una qualche idea del clima, della storia naturale, de' costumi, della religione degli indiani; perché in gran parte le bellezze di questo componimento derivano dall'affluente freschezza delle tinte locali. Intendo per «tinte locali» quella tale modificazione d'immagini, di pensieri, di sentimenti, di stile, che è propria esclusivamente o quasi esclusivamente di quello stato di natura umana e di quel momento di societá civile che il poeta piglia ad imitare. Un popolo posto sotto di un cielo sereno, su di un suolo ridente di fiori e di frutti, un popolo a cui tutte le bellezze della natura sono eterno spettacolo, deve sentir vivamente il piacere della vita. Traendo i suoi giorni il piú all'aperto, è naturale ch'egli contempli sempre le bellezze che lo circondano e che le descriva sempre con nuovo entusiasmo; è naturale ch'ogni minuta particolaritá da lui osservata nella natura gli mantenga perpetua nell'animo una serie di sentimenti tutti in armonia cogli oggetti ch'egli vagheggia: sentimenti che vengono poi a mischiarsi con tutti gli accidenti della sua vita. L'ardenza de' raggi del sole gli fa riporre la somma delle voluttá nella frescura dell'ombre, nella mite dolcezza del chiaro della luna, nell'aspetto de' ruscelli, nello spirare di un'auretta consolatrice. In lui il sentimento di queste delizie è sí permanente, che informa sempre in [p.145] qualche modo le idee concomitanti dei suoi concetti, e gli presta immagini di confronto ond'esprimere ogni altro suo godimento. Nella stessa maniera all'assenza di esse egli paragona sempre ogni sua pena. Aggiungete alla disposizione naturale l'educazione religiosa, la credenza nella metempsicosi; e cesseranno di parervi strani il rispetto e l'amore tenerissimo degli indiani pe' fiori, per gli alberi, per gli animali, ecc., amore che spira da capo a fondo in tutto il dramma di Calidasa. Vedrete in esso altresì una certa tendenza contemplativa. della quale, come giá s'è detto nel numero 25 del _Conciliatore_, bisogna cercare la ragione nella vita spesso sedentaria degli indiani.
La _Sacontala_ è un dramma di cui l'argomento unico è l'amore. Questa passione vi è descritta dal suo nascere fino alle piú miserabili delle sue sciagure, attraverso le quali gli amanti giungono finalmente ad uno stato di pacata contentezza. Nella pittura degli affetti Calidasa tenne conto di tutte quelle gradazioni dilicate che costituiscono l'amor gentile de' popoli molto inciviliti, e delle quali non s'avvede pienamente che l'uomo conoscitore dell'uomo e innamorato un tempo anch'egli medesimo. Anche in ciò Calidasa pare Shakespeare. Ed anch'egli, a somiglianza del poeta inglese in alcuni drammi, occupa la mente ed il cuore de' lettori col rappresentar loro la semplice successione de' fatti, le semplici peripezie delle passioni, senza far derivare l'effetto drammatico da alcune assolute individualitá di carattere ne' personaggi del dramma. Sacontala, Dushmanta, Canna, ecc. ecc., sono persone che nulla hanno in sé di straordinario. Non vengono innalzate al disopra del comune se non quel tanto che basta per sollevarle all'ideale poetico. Ciò che a noi le rende interessanti non è il complesso del loro carattere particolare, bensí lo stato dell'anime loro, agitate da passioni comuni agli uomini in generale, ma con particolaritá di accidenti esteriori.
Lo scioglimento del dramma è operato dal concorso di una divinitá. È quindi uno scioglimento che per noi italiani ha del poco bello e che dee riescirci freddo; consideratolo per altro nelle sue relazioni col maraviglioso di religione, che domina [p.146] per entro a tutto il dramma, è conveniente all'armonia universale del poema e proporzionato alla fantasia degli spettatori indiani. Perché il maraviglioso della _Sacontala_ faccia effetto sull'animo de' lettori d'Italia, fa d'uopo che questi colla fantasia loro si trasportino nei boschi sacri dell'Indostan, ed assumano in certo modo per alcun tempo le opinioni e le credenze de' popoli devoti a Siva, a Rama, a Visnú. Tanta mobilitá d'immaginazione non è, lo so anch'io, dote comune a molti; però non sará maraviglia se la _Sacontala_ a molti riescirá insipida e noiosa. Le persone, alle quali una squisita pieghevolezza di fantasia concederá di sentire vivamente la fragranza di questo fiore dell'India, ne sappiano grazie alla duttilitá delle lor fibre; ma sieno tolleranti altresí del contrario parere di coloro che dalla natura hanno sortito minore versatilitá d'immaginativa[2]. Per ultimo...
|Uno de' lettori|. Benedetto quel «per ultimo»! Finiscila una buona volta.
|Grisostomo|. Due parole e mi sbrigo. Per ultimo ricordinsi i lettori della _Sacontala_ di rimontare col loro pensiero ai costumi antichi dell'India, specialmente per ciò che risguarda la condizione delle donne. Questa in Europa ha migliorato dall'introduzione del cristianesimo in appresso; e nell'India, per lo contrario, dopo le conquiste musulmane ha peggiorato. Anteriori a quelle conquiste sono i tempi descritti nella _Sacontala_, quando l'influenza [p.147] de' maomettani e le massime della lor gelosia non avevano ancora rinchiuse le belle indiane ne' _zenanas_, ed esse esercitavano liberamente gli uffici dell'ospitalitá, e conversavano liberamente cogli uomini, de' quali erano considerate compagne e non serve.
|Uno de' lettori|. Povere indiane! Mi fa compassione la lor servitú.
|Un altro|. E non meritano pietá anche i __poveri uomini__ dell'India?
|Un altro lettore|. Signor Grisostomo, tu ci hai sbattuta sul muso una tantafera da far isbadigliare fino la pazienza di un bibliotecario. Le tue chiacchierate saranno una stupenda cosa; ma noi vogliamo conoscere Calidasa e non te. Non si potrebbe ottenere da V. S. un tratto da galantuomo?
|Grisostomo|. Vale a dire?
|Il suddetto|. Regalare alla tua fantesca tutti i tuoi ragionamenti, e dare a noi in qualche modo un epilogo della _Sacontala_?
|Grisostomo|. Volentieri; ma per darvelo mi bisognerá occupare con esso un intero numero del _Conciliatore_, e forse piú.
|Il suddetto|. Poco male!
|Tutti|. Sí, sí, l'epilogo: e sia pur lungo, non importa; contenti noi, contenti tutti.
|Grisostomo|. Benissimo! sarete serviti.
|Un altro lettore|. Intendiamoci però, signor Grisostomo, su di un punto. Ha Ella in animo di proporre agli italiani, siccome modello da imitarsi, questa sua lodata _Sacontala_?
|Grisostomo|. Io propor la _Sacontala_ come modello da imitarsi! Io, che non cesso mai dal raccomandare l'originalitá e la scelta d'argomenti adattati alla nostra presente condizione sociale!
|Il suddetto|. Eppure, certe poesie del Bürger...
|Grisostomo|. Nel giá citato numero 25 del _Conciliatore_ s'è parlato anche di certe poesie del Bürger; ma non s'è detto, parmi, d'imitarne in Italia gli argomenti.
|Il suddetto|. Sí; ma in un altro libretto, prima che nascesse il _Conciliatore_, si sono proposti come modelli certi due romanzi, il _Cacciator feroce_ e l'_Eleonora_.
[p.148]
|Grisostomo|. Signor mio, ha Ella avuta la bontá di leggerlo quel mio libretto?
|Il suddetto|. Sí sí, tre volte da cima a fondo. Ed è per questo che...
{In quel momento una bella signora, che non aveva mai insino allora aperto bocca, si fa rossa in viso, ed, accostandosi furtivamente al signore che parla con Grisostomo, gli stringe il gomito e gli dice sottovoce:}
Prudenza, mio caro, prudenza! Tienti zitto, per caritá; altrimenti il tuo credito va in fumo. Si dirá che non sai leggere e che non intendi un ette. Non è vero che Grisostomo proponesse quei due romanzi per modelli. Bada bene che tu t'inganni.
|Il suddetto|, {ributtando l'ammonizione della signora con tali modi inurbani da manifestare ch'egli n'è certamente il marito, prosegue a dire:}
Sì, l'ho letto, e parlo cosí perché so quel che dico.
|Grisostomo|. Lo rilegga, di grazia, un'altra volta.
|La Signora|. E poiché mio marito l'avrá riletto, spero che vorrá disdirsi d'una cosa detta da lui solo per sbaglio di memoria, del quale per altro fo io le scuse al signor Grisostomo.
|Grisostomo|. Ella, madama, è troppo gentile con me. Gliene rendo grazie.
|La Signora|, {conducendo via in fretta in fretta il marito, gli va dicendo all'orecchio:} Quando tu leggi un libro, bada bene che le parole sono quelle nere; quando sei in compagnia d'altri, bada bene a non entrare in discorsi, perché non sei in caso di... {Il resto non s'è potuto udire distintamente dall'estensore del presente dialogo.}
|Grisostomo|.
[p.149]
SACONTALA
O SIA
L'ANELLO FATALE
DRAMMA INDIANO DI CALIDASA
Il dramma è preceduto da un prologo brevissimo in forma di dialogo tra l'impresario del teatro ed un'attrice. Questo prologo non ha altro scopo che di annunziare la recita della _Sacontala_, ed è preceduto anch'esso dalla seguente benedizione pronunziata da un bramino [3]:--L'acqua fu l'opera prima del Creatore; il fuoco riceve le obblazioni comandate dalla legge; il sacrificio è celebrato con solennitá; i due lumi del cielo distinguono il tempo; il sottile etere, veicolo del suono, riempie l'universo; la terra è la madre naturale d'ogni incremento; e l'aria anima ogni cosa che respira. Visibile sotto queste otto forme, benedica e sostenga noi tutti Issa, il dio della natura.
ATTO I
{La scena è un bosco sacro, abitato dal savio Canna e dagli eremiti suoi seguaci.}
Dushmanta, re dell'India, appare sopra un carro, inseguendo a briglia sciolta un'antelope (gazella) ch'egli vorrebbe ammazzare. La belva si ripara nel bosco sacro. Esce un eremita accompagnato da un discepolo, e scongiura il re d'aver pietá di quella [p.150] povera antelope.--O re, o eroi, le armi vostre sono destinate a salvare gli oppressi, non a sterminar gl'innocenti.--Dushmanta cede tosto al consiglio dell'eremita, e ripone nella faretra la saetta. Tanta docilitá in un monarca possente, giovine e vago di caccia è lodata gentilmente dall'eremita.--Degno è di te quest'atto, degno di te, o il piú illustre de' monarchi, degno invero d'un principe della stirpe di Puru[4]. Possa tu veder crescere un tuo figliuolo che sia ornato dalle virtú e sovrano dell'universo!--
L'eremita annunzia a Dushmanta che nel bosco si sta per celebrare un sagrifizio; ed, invitatolo ad intervenirvi, si ritira. Prima di metter piede nell'asilo degli eremiti, Dushmanta si spoglia degli ornamenti reali.--Ne' boschi--dic'egli--consacrati alla religione bisogna entrare con vestimento piú umile... Eccomi nel santuario. Il braccio destro mi pulsa. Che nuova prosperitá mai vuol promettermi questo augurio?--
Egli sente voci femminili; va spiando; vede alcune fanciulle recare acqua per ristoro de' loro arboscelli; le contempla, e gli paiono piú amabili assai delle belle donne della sua corte. Sacontala, accompagnata dalle due ancelle ed amiche, Anusuya e Priyamvada, va a versare acqua sui fiori ch'ella ha prediletti. La soave bellezza di lei mette rapidamente in tumulto il cuore di Dushmanta.--Qui--dic'egli,--qui mi nasconderò dietro quest'albero, onde mirar tutte le leggiadrie di Sacontala, e non iscemare nell'anima di lei la confidenza.--
Sacontala, credendosi sola, prega le compagne perché le sciolgano il fermaglio del mantello che le comprime di troppo il seno. Allora nuove bellezze sfolgorano al guardo dell'appiattato monarca, e in lui la passione s'aumenta. Il dialogo delle fanciulle parla della vaghezza de' fiori, della dolcezza de' loro profumi, degli amori delle piante; e vi sono frammischiati paragoni tra Sacontala e quelle delizie. Dushmanta, anch'egli, tra sé e sé ne fa di con simili; ed ogni detto spira gentilezza di sentimenti dilicatissima.
La fresca _mallica_[5] s'è sposata all'_amra_[6], soavissimo degli alberi. Il _madhavi_[7], pianta sopra tutte diletta a Sacontala e ch'ella chiama «sorella sua», ha messo fiori intempestivi dalla radice alla [p.151] sommitá.--Portenti questi--dicono le ancelle,--che fanno sperare vicine le nozze a Sacontala.--
Un'ape, lasciato il fiore della _mallica_, ronza intorno al volto di Sacontala. La vergine coll'agitar della mano tenta di togliersi d'innanzi quell'insetto importuno. Dushmanta osserva l'industria ingenua di Sacontala, e fa confronto tra la grazia de' movimenti di lei e le studiate maniere delle donne della sua corte. Quanta maggior venustá in Sacontala!--Fortunata ape!--esclama egli.-Tu tocchi la coda di quel bell'occhio tremante; tu ti accosti al lembo di quell'orecchio; tu vi susurri dolcemente, come se bisbigliassi un segreto d'amore; e, mentre ch'ella agita la leggiadra sua mano, tu voli a sugger miele da que' labbri che contengono il tesoro d'ogni diletto. Io qui fra' dubbi miei mi consumo del desiderio di sapere di qual famiglia ella nasca; e tu intanto, fortunata ape, ti vai godendo un piacere che per me sarebbe la suprema delle venture.--
Sacontala si volge alle compagne perché la soccorrano a liberarsi dall'ape.--Noi nol possiamo--rispondono.--Dushmanta[8] solo può liberarti. Egli solo è il protettore di questo santuario.--All'udirsi nominare, Dushmanta vorrebbe uscire del nascondiglio e palesarsi. Ma, pensato alcun poco, mette freno al suo desiderio.--Meglio è ch'io venga innanzi a lei non come re, ma come semplice straniero che cerca ospitalitá.--
L'ape non cessa di ronzare. Sacontala procura di scansarla, fuggendo lontano alcuni passi; ma, perseguitata tuttavia, grida:--Soccorso, soccorso! Chi mi salva da questa sciagura?--Dushmanta non sa piú contenersi, e, sbalzando fuor dell'albereto, si presenta alle donne. Sparita l'ape, Anusuya e Priyamvada usano a lui le accoglienze prescritte dall'ospitalitá, gli offrono frutti e fiori e lavacri pe' suoi piedi, e molli foglie di _septaperna_ su cui riposarsi.
Sacontala, nel mirare Dushmanta, sente una segreta emozione che non le pare in accordo colla santitá del luogo. La voce e [p.152] le parole del re fanno piú violenta quell'emozione. Intanto le ancelle entrano in discorso con lui, e con onesta preghiera gli dimandano chi egli sia. Ed egli, voglioso di celare la propria dignitá:--Io son uno che medita sui sacri _Vedas_[9]; abito nella cittá del nostro re, che discende da Puru; ed intento all'esercizio dei doveri religiosi e morali, qui sono venuto per contemplare il santuario della virtú.--Poi, interrogando egli le fanciulle, chiede loro come esser possa che Sacontala sia figliuola di Canna, da che quel savio eremita doveva avere rinunziato ad ogni legame terreno. Anusuya quindi gli palesa che Sacontala non è figliuola di Canna, bensí di Causica, principe della famiglia di Cusa, sovrano e, ad un tempo stesso, uno de' savi dell'India; che la madre di lei fu una ninfa; e che la povera Sacontala, rimasta orfana e sola, fu raccolta da Canna, che la educò e le tenne luogo di padre.
Queste novelle rallegrano il cuore a Dushmanta. Ma un fiero dubbio gli attraversa tuttavia la mente.--Forse Canna, seguendo le regole degli eremiti, avrá destinata la fanciulla ad una perpetua verginitá.--Interrogate le ancelle, e udito da esse come Canna abbia data intenzione di voler maritare Sacontala ad uno sposo pari a lei, Dushmanta si ritira in disparte ed esclama:--Esulta, esulta, o cuor mio! Ogni dubbio è rimosso. A ciò che prima avresti temuto come fiamma, or puoi accostarti come a gemma preziosa.--
La verginale modestia di Sacontala mal soffre i lunghi discorsi delle compagne sue col re. Ella s'alza e sta per andarsene. In virtú d'un accordo pattuito tra Priyamvada e Sacontala, quest'ultima aveva obbligo d'innacquare altri due arboscelli. Però Priyamvada, giovandosi di tale pretesto, cerca di trattenerla. Pare al re che in veritá Sacontala sia stanca; e, cavatosi di dito un anello, lo dá a Priyamvada, pregandola che quello serva a scontare il lavoro dovuto a lei da Sacontala. Il nome di Dushmanta è inciso sull'anello. Le donne si guardano l'una l'altra maravigliate. Dushmanta, volendo pur sempre tenersi incognito, dice loro di non badare a quell'inezia, cara a lui per altro come dono del re.--Non privartene dunque--gli risponde Priyamvada;--la tua sola parola vale a scontare il debito di Sacontala.--E, ridato a lui l'anello, si rivolge a Sacontala, dicendole ch'ella debb'essere grata allo straniero, e può andarsene a posta sua.
[p.153]
Ma Sacontala non sa piú risolversi alla partenza. Il re vede l'indugiare ch'ella frappone, e tra se stesso esclama:--O ch'ella sente per me quel ch'io sento per lei; o che la gioia mi fa uscir di me stesso. Ella non dirizza a me una parola; ma, se parlo io, sta coll'orecchio teso per ascoltarmi. Innanzi a me non è padrona d'un menomo suo atto, e gli occhi non li sa volgere che a me solo.--
S'odono di dentro voci di lamento, perché sieno interrotti i riti degli eremiti. I seguaci di Dushmanta, coi cavalli, cogli elefanti, col traino, con tutta la caccia, hanno invaso il bosco sacro. Dushmanta n'è dolente. Le donne, sbigottite dal frastuono de' sopravegnenti, s'inchinano a lui e muovono verso la capanna degli eremiti. Sacontala studia nuove ragioni di dimora e fa lento, piú ch'ella può, il suo passo.--Aimè--grida--aimè! Un subito dolore mi piglia al fianco. Aimè! che non mi reggo al cammino!--Le compagne la rincorano perché s'affretti. Ed ella:--Oimè! il piede mio è ferito da un gambo acuto d'erba _cusa_[10]. Oimè! il lembo della veste mi s'è appiccato a un ramo di _curuvaca_[11]. Fermatevi, datemi aiuto.--Finalmente ella parte, sorretta dalle compagne e mandando indietro lunghi sguardi a Dushmanta.
Egli, rimasto solo, mette sospiri, pensando alla beltá di Sacontala:--E non dovrò piú rivederla! Ah, no! Cercherò i servi miei; qui... qui intorno fermerò il mio campo. Non so cessare dal diletto di rimirarla. E come potrei volgere ad altro i miei pensieri? Il corpo mio muovesi e va innanzi; ma questo cuore irrequieto corre indietro verso di lei, a guisa d'una leggiera foglia di canna, che, portata in cima a un bastone incontro al vento, svolazza sempre in direzione opposta.--Parte anch'egli.
ATTO II
{Pianura e padiglioni reali al lembo della foresta sacra.}
Il re intima che per quel dí cessi la caccia, onde non profanare i luoghi santi. Seduto poscia a' piè d'un albero con Madhavuya, l'amico suo, parla di Sacontala, dell'amar che ne sente, [p.154] della bellezza di lei, del desiderio di farsela sposa, del dolore di non poter quel dí stesso chiedere a Canna le nozze della pupilla, perché Canna è lontano. E, mentre che studia di trovar qualche scusa per rientrare nel bosco sacro, due giovinetti eremiti chiedono udienza. Entrati a lui:--Canna--gli dicono--Canna, la nostra guida spirituale, è assente; e intanto alcuni dèmoni cattivi disturbano la pace del sacro eremo. Accorri, o re, a proteggerci.--
L'invito non può cadere più opportuno all'amante. Sta per secondarlo; quand'ecco venir dalla regina, madre di lui, un ambasciatore. Il digiuno solenne è vicino. La madre chiama alla corte per quell'occasione il figliuolo. Che fará egli? Ubbidirá? Ma... e la cara Sacontala? Dopo un volgere di vari consigli tra sé e sé, stabilisce di condiscendere alle preghiere degli eremiti, e d'inviare Madhavuya alla madre, ond'egli assista al digiuno solenne, tenendo le veci del re ed iscusandolo presso lei del non venire. Teme per altro che costui sveli alla regina i segreti amorosi che gli ha confidati; ed affettando maggiore serietá:--Non creder nulla--gli dice--di quanto ti narrai di Sacontala. Fu una favola inventata da me per ispassarmi. Non entro per altro nella foresta se non perché mi vi conduce riverenza degli anacoreti. La fanciulla d'un eremita, educata fra le antelopi, non è cosa degna di me. Non creder nulla; non credere. Addio; fa' il dover tuo. Intanto io corro... in soccorso degli uomini santi.--Partono tutti.
ATTO III
{Romitaggio nell'interno del bosco.}
Per opera del re, nel bosco sacro è ritornata la calma. Un giovinetto, recando un fastello di erbe pel sacrificio e meditando sulle cose vedute, manifesta la propria ammirazione:--Quanto è grande il potere di Dushmanta! Eccolo appena metter piede nel bosco; eccolo vibrare una sola saetta; ecco disperse tutte le nostre calamitá.--
Esce Dushmanta. Ha l'aspetto d'uomo travagliato dalla passione d'amore. Esprime in un lungo soliloquio le pene dell'anima sua:--... Ah! per me non v'è pace, salvo che nel rivedere l'amica mia. Il meriggio è cocente; di certo ella verrá colle sue compagne a ristorarsi sotto quest'ombre, in riva a questo ruscello. Di certo [p.155] l'amica mia si nasconde in qualche parte di questi fioriti boschetti. Ecco le orme de' suoi piedi eleganti; eccole qui sulla sabbia; e le sono orme stampate di fresco. Eccola, eccola; la delizia dell'anima mia siede colle sue ancelle sovra un sasso liscio liscio e tutto cosperso di fiori recenti.--Còlto dalla timidezza, l'amante s'arresta; poi si nasconde dietro alcuni frascati, e non cessa mai dal contemplare la cara donna, e n'ode tutti i discorsi.
Sacontala è oppressa da un'angoscia segreta. Una febbre ardente par che le scorra per le vene. Meste le ancelle procacciano di prestarle ristoro. Dushmanta la rimira.--Oimè!--dice in disparte--oimè! quale sará la cagione fatale della sua febbre? Che fosse mai vero ciò che il cuore mi suggerisce? Amor forse? Misera! la sua fronte è riarsa, il suo collo è appassito, la sua persona è più smilza che prima, le spalle le cadono di languore, scolorata è la sua carnagione; ella pare un cespo di _madhavi_, a cui secca le foglie un vento infocato. Ma, benché trasformata di tanto, ell'è pur sempre bella e consola sempre l'anima mia.--
Anusuya e Priyamvada interrogano amorosamente la vergine sulle cagioni de' mali ond'ella è oppressa. A loro non sembra vero che quelli provengano dal solo caldo eccessivo della stagione. Sacontala, vinta dalle preghiere di quelle pietose, confessa i segreti del suo cuore.--Fin dal primo momento in cui vidi quel leggiadro principe che or ora tornò a quiete la sacra foresta, fino da quel momento gli affetti miei furono rivolti tutti a lui irreparabilmente; e quindi sono io ridotta in questo languore.--Continua il dialogo tra Sacontala e le ancelle; ed ogni parola di lei la manifesta innamorata e tremante del futuro. Dushmanta ode, e la gioia si diffonde per l'anima sua[12]. Non sa piú contenersi: abbandona il nascondiglio dei frascati, e corre alla fanciulla, e le giura inviolabile amore[13]. È dubbiosa Sacontala e quasi non crede. Ed egli:--O di tutte le cose tu la piú cara al cuor mio, tu che con lo splendore nereggiante de' begli occhi mi fai estatico, deh! parla piú mite... M'uccidono le tue parole. In mezzo alle delizie ed alle molte femmine del mio palazzo, due soli saranno gli oggetti [p.156] delle cure mie: la terra cinta dal mare sulla quale io impero, e Sacontala, l'amica mia.--