Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari

Part 12

Chapter 12 3,725 words Public domain Markdown

Quantunque per ben cencinquant'anni i siciliani non rivolgessero la loro poesia che ad esprimere i sentimenti amorosi, e, traviati dall'esempio degli arabi e de' provenzali, anziché mantenere a' canti d'amore il loro merito precipuo, la naturalezza de' pensieri combinata colla soavitá dell'esposizione, lasciassero il semplice per correr dietro al ricercato, all'ammanierato; eglino pur nondimeno erano giunti ad occupare i primi gradi nel favore della moltitudine. I loro versi erano popolari, se non per altro, almeno per ragione di lingua e di metri; come popolari altresí erano le forme epiche ed epico-liriche dei romanzi e de' poemi de' trovieri.

Prima di Dante, alcuni uomini d'indole ardente avevano indirizzata tutta l'energia dell'anima a' misteri della religione, mettendo ammirazione nell'universale e suscitando coll'esempio proprio l'energia altrui. San Francesco e san Domenico avevano create nuove milizie religiose, piú entusiastiche e piú attive di quanti ordini di monaci esistessero per l'addietro. L'attivitá di quelle milizie, le prediche, le persecuzioni sanguinose, ecc. ecc., avevano rianimato lo zelo spirituale de' cristiani. Le lettere, rinate cogli studi religiosi, avevano pigliata una certa quale tinta scolastica. Il cielo, il purgatorio, l'inferno erano sempre sempre presenti all'immaginazione degli studiosi, dei devoti, del popolo, di tutta insomma la cristianitá. Vedevano i credenti quegli oggetti cogli occhi della fede, ma pur sotto forme materiali; tanto i predicatori s'erano per mille modi ingegnati di proporzionarli al concepimento popolare.

Venne Dante. Pose mente a tutta la suppellettile poetica lasciatagli da' trovatori e dai trovieri ed alla popolaritá loro. Pose mente alle poesie de' siciliani ed alla popolaritá della loro lingua e de' loro metri. Pose mente allo spirito religioso, meditativo, teologico, scolastico del suo secolo, ed alla popolaritá di tutti gli argomenti desunti dalla fede. Vide che nessuno de' poeti [p.132] moderni, che lo avevano preceduto, s'era giovato abbastanza dell'arte onde scuotere fortemente le anime, e che nessun filosofo era penetrato nei recessi del pensiero e del sentimento.

Però Dante, consigliato dalla potenza del proprio intelletto e dal concorso di tanti materiali poetici che lo circondavano, pensò che questi, quantunque tuttavia informi, avrebbero potuto servire alla costruzione d'un edificio sublime insieme e popolare. E invece de' canti d'amore, invece de' madrigali freddamente ingegnosi e delle allegorie false o sforzate, concepí nell'alta sua immaginazione tutto __il mondo invisibile__, e stabilí di svelarlo poeticamente agli occhi intellettuali degli italiani.

L'argomento scelto da lui a cantare era per quel secolo il piú interessante, il piú elevato, il piú profondamente religioso, il piú popolare di quanti argomenti potessero venire in capo ad un poeta. Era inoltre collegato piú strettamente di qualunque altro con tutte le passioni politiche de' tempi, con tutte le memorie di patria, di gloria, di fazioni civili, di virtú e di delitti magnanimi, perocché tutti i morti illustri dovevano ricomparire innanzi a' viventi su questo nuovo teatro aperto dal poeta. E finalmente per la sua immensitá fu il piú nobile e piú sublime argomento che mai venisse immaginato dal concetto umano.

|Grisostomo|.

[1] A giudizio d'alcuni, ciò potrebbe riferirsi per avventura a qualche parte delle opinioni dell'autore sul Calderon e sul Petrarca.

[p.133]

XIV

INTORNO AD UN POEMETTO DI C. TEDALDI-FORES[1]

Molte idee false intorno al romanticismo si fanno diffondere maliziosamente in Italia da chi ha interesse a screditarlo. La piú ricantata ne' crocchi, tanto dai furbi quanto dalla buona gente che si lascia abbindolare da chi ha piú voce in capitolo, è che le dottrine romantiche sieno la teoria dell'assoluta mestizia e dell'orrore, e che nessun componimento poetico possa essere lodevolmente romantico se non è una vera galleria di tutte immagini lugubri, di atrocitá, di spaventi, ecc. ecc.

Dopo la lunga professione di fede pubblicata da' romantici in sei numeri consecutivi del _Conciliatore_[2], sarebbe un perder tempo e un far torto alla sagacitá de' nostri lettori il suggerir loro le ragioni colle quali confutare codesta accusa scipita. Per quanto certi faccendieri dell'opinione pubblica, servendo al loro instituto, s'industrino di ripeterla ad ogni momento, essa nondimeno è tale che non può trovare ricapito che presso il volgo. Intendiamo per «volgo» i poveri d'intelletto, i poveri di buona fede, non i poveri di borsa. E di siffatto volgo a' romantici non cale piú che tanto.

Leggendo per altro il nuovo poemetto del signor Tedaldi-Fores, si potrebbe sospettare a prima giunta che anche questo ingegno non volgare abbia voluto spassarsi a spese del vero e farsi beffa del romanticismo, e che se ne sia finto seguace [p.134] a bella posta per metterlo in caricatura e confermare cosí nella plebe la falsa opinione della tendenza di esso a tutto ciò che è orribile e ributtante. Nella _Narcisa_, che è un romanzo o poemetto di soli quattro brevissimi canti in terza rima, veggonsi infatti affastellate tante immagini di color nero che può parere un mortorio perpetuo.

L'argomento del romanzo è la storia della morte di Narcisa e della sepoltura negatale a Montpellier: storia che tutti i nostri lettori avranno letta nella terza delle _Notti_ di Odoardo Young. Ma il dolor vero per la perdita vera della figliuola della propria moglie non destò nella fantasia, per altro copiosa e lugubre-monotona, del poeta inglese tante immagini di squallore, tante reminiscenze orribili, quante col suo dolore artificiale ne descrisse nel suo poemetto il signor Tedaldi-Fores. Una vergine malata e che poi muore «sul nudo suolo»; un giovane amante della fanciulla, che recide le chiome al cadavere e nel buio della notte tenta con esse di farsi un capestro al collo e strozzarsi; un padre, che per la morte della figliuola dá nelle bestemmie e si morde l'«un de' bracci»; un demonio, che ulula intorno a quel padre e lo lorda di «fuliggine e di sanguigna bava»; un cimiterio, sparso di «insepolto ossame bianco»; un Andrea

che a nutricar [se stesso] si die' di carni umane, e di uman sangue il mento e il sen si tinse;

un padre, che porta sulle spalle il cadavere della propria figliuola a seppellire; una fossa scavata; un gemito che manda la terra; un cielo che piove «rossa linfa»; un cadavere smosso dalla sua sepoltura dall'acquazzone e lasciato a fior di terra «involuto di fetente limo»; un giovane soldato che corre, e sbadatamente viene ad urtare in quel cadavere, e s'accorge che preme co' suoi ginocchi il «fral meschino» della sua donna amata, in cui

di sanie infetto e nel luto prostrato, passeggia il verme reo, la schifa eruca e la striscia del serpe attossicato;

[p.135] un pugnale; un assassinio; uno che muore (è l'amante) e, morendo, cade sul cadavere dell'amata e le afferra il «volto casto»

coi denti delle rabide mascelle;

uno spettro; un feretro; un rogo; e un fantasma in carne ed ossa, che, dopo d'aver narrati tutti codesti malanni al poeta, che sta attento ad udirlo, lascia cadere «le polpe al suolo e l'osse», e, «fatto nudo spirto», esclama--Sono Odoardo (il padre di Narcisa)--e sparisce: queste ed altre piú minute galanterie di tal fatta, raccolte insieme l'una sovra l'altra in poco spazio, formano un tutto che può davvero sembrare, come dicemmo, la caricatura poetica dell'orrore.

Ma perché attribuiremo noi a mala fede ciò che probabilmente è stato fatto con ingenuissima intenzione? D'altronde il romanzo del signor Tedaldi-Fores quantunque, secondo la umile nostra opinione, infelice pel concetto generale, per gli accidenti storici e per la condotta, ha nondimeno alcuni accessori lavorati con potenza poetica non comune, ha diverse terzine lodevolissime per evidenza di stile e per veritá di sentimenti; sicché sarebbe quasi temeritá il voler credere che una persona, capace di giovar molto alla propria fama ed alla patria, voglia ora sprecar tempo e carta e inchiostro in servizio della malignitá antiromantica. No, non lo si dee credere. Il signor Tedaldi-Fores s'è ingannato, ma non ha voluto ingannare.

Noi ci appigliamo volentieri a quest'ultima credenza. E siccome in fatto di libri è uso nostro di manifestare senza velo la nostra opinione, qualunque sia, massimamente se crediamo di parlare a scrittori d'ingegno, il di cui amor proprio non confonda i consigli della critica co' morsi dell'invidia, cosí diciamo con onesta sinceritá all'autore della _Narcisa_ che l'insieme del suo romanzo non ci contenta.

Congratulandoci per altro con lui della sua deserzione dalle favole greche, lo preghiamo di voler perseverare in essa, di affratellarsi cogli argomenti desunti dalle storie nostre e dai nostri costumi, e di somministrarci presto qualche altro componimento [p.136] di tema meno esagerato nella tristezza, meno affettatamente orribile e piú conveniente a' bisogni dell'Italia, affinché possiamo dire di lui quelle piene lodi ch'egli dá indizio di dovere un dí meritare, se pure le nostre lodi sono premio a cui egli si degni di por mente.

Né si creda che in noi sia avversione agli argomenti malinconici, alle occasioni di piangere. Sí, vogliamo tremare e lagrimare e gemere, perché tra i tanti diletti poetici sappiamo anche noi che è soavissimo quello della malinconia e del pianto. Ma le lagrime non sono mai figlie dell'orrore e del ribrezzo. Vogliamo anche noi essere percossi dal terrore. Ma una serie d'idee eccessivamente luttuose e tutte temprate al monocordo, ancorché non uscissero fuor de' confini del __terribile__, finirebbe coll'essere __orribile__, o per lo meno noiosa a' lettori. Or che sará poi quando le immagini pendono piú all'orribile che ad altro?

Bisogna però dire, a onor del vero, che nei primi esperimenti, in un genere poetico qualunque, la parsimonia non può quasi mai essere la qualitá regolatrice della immaginazione del poeta. È una qualitá, una abilitá, questa, che non s'acquista che col tempo. E però la presente mancanza di essa non ci è argomento per doverla temere ripetuta ne' futuri lavori del signor Tedaldi-Fores. Progredendo egli sempre piú nello studio dell'arte e del cuore umano, e nobilitando sempre piú i propri pensieri, la verseggiatura e lo stile, è da credersi ch'egli salirá a quell'altezza di perfezione poetica verso la quale ha voluto fare un passo colla sua _Narcisa_.

|Grisostomo|.

[1] _Nascita_, romanzo in quattro canti, di C. TEDALDI-FORES. Milano, presso Batelli e Fanfani, 1818.

[2] _Idee elementari sulla poesia romantica_.

[p.137]

XV

|Lettera ad una signora milanese gentile sì, nobile no|

Madama,

Ad un misero vecchio, qual io mi sono, è lecito senza offesa del decoro farsi apertamente avvocato delle belle fanciulle alle quali Ella, madama, ha la fortuna d'esser madre. Le poverette, stia certa, non mi hanno pregato esse di questo ufficio. M'è suggerito dalla compassione. Parlo io spontaneo, e però tanto piú veridico.

L'anno passato a questi dí, Ella, in compagnia di molte di lei amiche, provvide saviamente alla allegria delle proprie e delle altrui figliuole. I festini dati in Borgonuovo dalla «societá delle madri» riescirono belli, splendidi, eleganti. Il sorriso della gioventú misto a tutte le grazie della decenza, la vivacitá delle danze combinata colla modestia delle ingenue e gentili fanciulle, e le cortesie e le accoglienze e i bei modi delle madri invitatrici fecero parere a tutte le persone ben educate, e dopo tant'anni anche a noi vecchi, tristo davvero il suono della campana della quaresima.--Verrá un altro carnovale--dicevano le fanciulle, e si consolavano sperando.--Sí, verrá,--dicevamo noi, e nelle future consolazioni delle fanciulle ci parea di rivivere qualche poco nei tempi andati.

Or eccolo finalmente questo sospirato carnovale. Ma dove sono i festini? Le vergini patrizie ballano; le spose, le donne patrizie ballano; le matrone patrizie ballano. E le belle vergini non patrizie che fanno esse la sera? Sedute accanto alle loro madri in casa loro, mandano qualche stanca occhiata alle quattro parrucche dei quattro campioni del tarrocco, e sbadigliano; poi dánno ascolto a qualche facezia del signor nonno, e risbadigliano; poi si guardano a' piedi, ne contemplano l'ozio, e sospirano.

Ma perché non si rifanno i bei festini di Borgonuovo? Perché non si pensa a dare alla gioventú quegli spassi che le si convengono? [p.138] Il carnovale non è carnovale forse per le non patrizie quest'anno? Non hanno elleno forse nelle vene sangue che bolle quanto quello delle contessine?

Ho udito raccontare ch'Ella, madama, si scusa del non pensare a ripetere que' festini, col dire che non vuole che siano ripetute anche le insipide e villane satire dell'anno scorso. Ho udito raccontare lo stesso di molte altre madri, che amano quanto piú si può le proprie figliuole. È vero, fu cosa dolorosa il veder di che modo insolente i perpetui motteggiatori della cittá sparsero la contaminazione della lor maldicenza sulle illibate intenzioni dell'amor materno. Ma che importa a lei, madama, del gracidare di cotesti rospi? La cittá non è poi tutta un pantano, e i cittadini non sono rospi tutti. Dica alle madri di lei compagne che tutte le persone d'animo gentile, delle quali non è penuria in Milano, lodarono i festini dell'anno passato, e li loderebbero anche quest'anno. Il lasciarsi intimorire dalle satire illepide sarebbe un dare importanza a chi non ne merita alcuna. Meglio è avvilire gli sciocchi, continuando il proprio passo sicuramente, senza neppure badare che ci stanno a lato. Cosí fanno, creda a me, coloro a cui la propria coscienza vale qualche cosa.

Sicché, madama, stringendo il discorso, la prego a non far che quest'anno il carnovale finisca malamente per le povere di lei figliuole. Hanno ne' piedini una inquietudine, che nella loro eta è da perdonarsi. Il ballo fa bene anche alla loro salute. La gioventú è sí breve, l'allegria sí fugace, che hanno ragione le poverette se onestamente desiderano di non perdere il tempo in isbadigli. E chi penserá a loro, se non ci pensano le madri? Gli uomini non sono d'ordinario sí delicati di compassione da pensare a' divertimenti altrui. Sono egoisti, e non badano che a contentare se stessi. Ma le buone madri sono tutt'altro; e non è adulazione il dire ch'Ella, madama, sta nel numero delle ottime.

Ho l'onore, madama, di dichiararmi

di lei umilissimo servitore

|Grisostomo.|

[p.139]

XVI

SULLA «SACONTALA» ossia «L'ANELLO FATALE»

Dramma indiano di Calidasa

{Dialogo interamente imaginario ed inverisimile affatto tra Grisostomo e tutti i lettori.}

|Grisostomo.| In India la poesia... Ma, prima di tutto, mi piace d'avvertirvi, signori miei, che qui si parla d'un poeta, il nome del quale non fu registrato mai da' cancellieri del cosí detto Parnaso in veruna delle serie de' poeti legittimi. Il concepimento fantastico di Calidasa non discende, né in linea retta né in linea trasversale, da alcuno capostipite greco o latino.

|Molti de' lettori|. E che fa questo? Che vuoi dirci con ciò?

|Grisostomo|. Voglio dirvi che io intendo di lodare liberamente questo poeta illegittimo, e nello stesso tempo di non voler riescire spiacevole a nessuna persona. Però chiunque di voi è rigido adoratore della legittimitá poetica, abbia la bontá di non badare oggi a me: fará bene anzi se mi volterá le spalle e se n'andrá pe' fatti suoi.

|Alcuni de' piú vecchi|. Oh tempi! Oh tempi! Povera Italia, fuor dei tuoi confini si vanno a cercare i poeti oggidí! {E levansi in piedi, mettendo sguardi di compassionevole disprezzo. La moltitudine dá in uno scoppio di riso e fa largo a' vecchi perché se ne vadano.}

|Grisostomo|. Dichiaro inoltre che qui si tratta di un dramma a cui mancano le due unitá di tempo e di luogo, e che nondimeno è dramma bello e buono quanto qualsisia altro.

|I vecchi come sopra|. Oh bestemmia! E, poste le mani alle orecchie, partono inorriditi.

|Grisostomo|. Non v'è piú nessuno che brami d'andarsene?

[p.140]

|Alcuni de' piú giovani|. Noi, noi, o balordo. A noi non importa né dell'India, né di dramma, né di unitá. Importa bensí che nessuno ci faccia il dispetto di parlarci di cose alle quali non abbiamo pensato noi prima. Piú dotti di noi non si può né si debbe essere. Addio; discorrila, se ti piace, colle panche, ma non con noi. {Ed affettando uno scherno svenevole, partono a rompicollo, borbottando altre parole che non sono intese.}

|Uno de' vecchi rimasti| {dá segni di contentezza ed esclama:}

Benone! Siamo finalmente tra di noi. «Poca brigata, vita beata»!

|Un altro lettore|. Non dite cosí, altrimenti la beatitudine non è per noi. I pochi sono i disertori;... qui siamo in molti e molti assai.

|Un altro|. E, a quel che pare, tutti buoni amici.

|Grisostomo|. Me ne consolo... Non parte piú nessun altro?

|Tutti|. Nessuno, nessuno. Vogliam tutti rimanerci. Parla dunque.

|Grisostomo|. Mille grazie! Ora, signori miei, è egli vero che tra voi v'è alcuno che, prima di leggere il numero 25 del _Conciliatore_, non aveva mai udito parlare del dramma indiano _La Sacontala_ ed or vorrebbe che se gliene desse qualche ragguaglio?

|Molti|. Oh! lo conosciamo da un pezzo quel dramma.

|Molti altri|. Noi, a dirla schietta, non ne sappiamo niente.

|Grisostomo|. Mi sia lecito dunque parlare a chi non ne sa niente.

|Tutti|. Parla, parla; vogliamo essere indulgenti tutti, e lasciarti dire.

|Grisostomo|. Sappiate dunque che la poesia, non essendo un diritto esclusivo di alcune poche famiglie di uomini, bensí un vero bisogno morale di tutti i popoli della terra ridotti a qualche civiltá, anche nell'Indostan trovò giá da secoli e secoli chi la coltivasse[1].

[p.141]

|Uno de' lettori|. È naturale: i greci avranno insegnata l'arte della poesia anche agl'indiani.

|Un altro|. Probabilmente no. Chi sa anzi che i greci non la imparassero forse eglino dagli indiani? L'India fu probabilmente la culla del sapere umano.

|Un altro|. Lasciamo stare per ora queste digressioni erudite. Gl'indiani ebbero civilizzazione: dunque anche poesia. La facoltá poetica degli uomini è una facoltá che può essere primigenia in tutti. Se l'Italia, a modo d'esempio, dopo la nuova civilizzazione, non avesse veduto mai il menomo manoscritto greco o latino, credete voi per questo che l'Italia non avrebbe buona poesia?

|Grisostomo|. Leggo ed ammiro assai anch'io Omero e Virgilio, e lo dico davvero. Ma non sono sí pazzo da volermi ostinare a credere che senza gli esempi dei greci e de' latini noi saremmo privi di buona letteratura nostra.

|Il suddetto|. La sarebbe senz'essi riescita piú originale.

|Grisostomo|. Pare che sí. Ma proseguiamo. Sappiate che sir Guglielmo Jones, molti anni fa, ha fondato a Calcutta una societá d'inglesi, denominata «Societá asiatica»; e che questa societá, occupata com'è in continui lavori scientifici ed eruditi, non lascia di mandare di quando in quando in Europa anche alcune traduzioni di poesie indiane.

|Uno de' lettori|. Ottima cosa! Quelle poesie serviranno a moltiplicare i diletti all'uomo meramente curioso; e presteranno poi altresì al meditativo nuove occasioni per riconoscere l'uniformitá delle menti umane nella varietá stessa degli accidenti intellettuali. E così verrá sempre piú confermandosi nel mondo la mansueta dottrina della fratellanza de' popoli, nessuno de' quali ha il diritto di far soperchierie agli altri, qualunque sia il colore della lor pelle.

|Grisostomo|. Fra i vari generi di poesia, il drammatico è antichissimo d'origine presso gl'indiani; il che è una delle prove dell'antichitá della loro civilizzazione.

|Il suddetto|.E in che modo?

|Grisostomo|. La poesia drammatica non è coltivata ne' popoli se non quando la civilizzazione loro è inoltrata assai. Ponete [p.142] mente a tutte le storie dei popoli letterati, e vedrete prima poeti lirici, epici o didascalici, poi, dopo molto tempo, drammatici.

|Il suddetto|. Basta cosí: ho capito.

|Grisostomo|. In India chiamansi «_natacs_» i drammi; e, a detta di sir Jones, ve n'ha tanti che nessuna nazione d'Europa può ostentarne maggiore abbondanza. Sir Jones, quando viveva nel Bengala, si rivolse ad un pandito, cioè a dire ad un bramino letterato, pregandolo che gl'indicasse il piú famoso de' loro _natacs_. Ed il pandito gli indicò la _Sacontala_ di Calidasa. Calidasa è venerato nell'Indostan com'uno de' nove sapienti che fiorirono alla corte di Vicramáditya re di Ogein, e che furono detti le «nove gemme»: reputasi comunemente che Calidasa ne fosse la piú splendida. Di lui si conosce in Europa qualche altro componimento oltre la _Sacontala_.

|Uno de' lettori|. E in che tempo visse questo Calidasa?

|Grisostomo|. L'opinione di sir Jones è che Calidasa vivesse nel secolo che precedette immediatamente la venuta di Cristo. Ma alcuni dotti nelle cose asiatiche, fra' quali mr. Colebrooke, osservando che in India il nome di Vicramáditya fu nome di vari monarchi, come in Egitto quello di Tolomeo, mossi da alcuni dubbi cronologici, sospettarono meno lontana da noi l'epoca del Vicramáditya protettore di Calidasa. Secondo essi, il poeta sarebbe vissuto un nove secoli fa. I piú per altro degli orientalisti convengono nell'opinione di sir Jones. La _Sacontala_, o ch'ella abbia una vecchiaia addosso di forse diciannove secoli, o ch'ella sia una fresca giovinetta di soli novecent'anni, è un componimento drammatico in lingua sanscrita (vocabolo che significa «ornata»); se non che, alcuni pochi personaggi di esso parlano qualche volta il «pracrito», che è un dialetto sanscrito piú popolare. È un componimento in versi laddove il dialogo è piú elevato, ed in prosa laddove alcuna volta è piú famigliare. Non ha, come giá vi ho detto, unitá di luogo e di tempo...

|La maggior parte de' lettori|. Corbellerie! Siamo oramai persuasi tutti che di queste due unitá non debba tenersi piú conto. Date loro la buona notte una volta per sempre.

[p.143]

|Grisostomo|. Ma in compenso nella _Sacontala_ troverete osservata rigorosamente l'altra unitá indispensabile, l'unitá d'azione o, come altri la chiamano, l'unitá di effetto, l'unitá d'interesse.

|I suddetti|. Oh! questa, sí, è necessaria.

|Grisostomo|. Insomma la _Sacontala_ può, per le sue forme esteriori, considerarsi simile assai a drammi di Shakespeare.

|Tutti|. Viva la _Sacontala_! Fin qui non c'è male. E com'è diviso il dramma?

|Grisostomo|. Regolarmente, a creder mio. Ma non ho coraggio di dirvi che...

|Tutti|. Ebbene, com'è diviso?

|Grisostomo|. Oimè!... Di grazia, parliamo d'altro.

|Tutti|. No no, vogliamo saperlo.

|Grisostomo|. Vi basti ch'io vi dica che neppure Shakespeare ha osato divider cosí un...

|Tutti|. Insomma, com'è diviso?

|Grisostomo|. Oimè! In... In... In... In sette atti.

|Uno de' lettori|. Badate che Grisostomo vi fa il torto di credervi pedanti.

|Grisostomo|. Io? No davvero. Ma, Dio mio! siamo in certi tempi che...

|Tutti|. Poveruomo! Lo sappiamo meglio di te che 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, sono tutti numeri buoni in faccia alla ragione drammatica. Cosí fossero sempre buoni anche in faccia al cassiere del lotto!

|Grisostomo|. Ve lo desidero, perché siete gente di garbo. Sir Jones, pratichissimo della «lingua sanscrita» e de' dialetti di essa, ed assistito dal suo maestro, il pandito Rámalòchan, tradusse parola per parola in latino la _Sacontala_, e poscia rifece quel suo lavoro in prosa inglese e lo pubblicò.

|Uno de' lettori|. È stampata anche la traduzione latina?

|Grisostomo|. Signor no.

|Il suddetto|. Me ne dispiace. E chi non sa d'inglese come fa a legger la Sacontala?

|Grisostomo|. Si procuri la traduzione tedesca del signor Forster.

[p.144]

|Un altro|. E chi non sa di tedesco?

|Grisostomo|. Ne faccia senza.

|Un altro|. No, no. Cerchi la traduzione francese di monsieur Bruguière.

|Grisostomo|. Di questa io non parlava, perché non trovo in essa quelle bellezze che veggo nelle altre due, e che, secondo il creder mio, non possono provenire che dall'originale.