Opere, Volume Secondo : scritti critici e letterari

Part 10

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L'«interesse estetico» per ultimo è un termine che ha vari sensi. Alcune volte si usa come sinonimo di «bisogno estetico», alcune volte come sinonimo di «piacere estetico», ed altre volte con altro significato. Quand'Ella, madama, udiva qualche bel finale del Rossini, o vedeva qualche bel quadro in un ballo del Viganò, Ella non poteva lasciar d'esclamare colla parola oppur col solo atto della mente:--Bello! bellissimo!--Ora quel «bello! bellissimo!» che altro era se non una confessione della potenza di dilettare ch'Ella riconosceva nel finale o nel quadro? E questa potenza di dilettare è precisamente l'«interesse estetico» nel terzo significato.

Non le faccia stupore di udire che una parola viene usata in vari sensi. Purtroppo è ancor lontano quel tempo in cui l'ideologia e la grammatica filosofica avranno fatto tutti i progressi che ci vogliono, perché possa cessare questo abuso e questo inconveniente.

Ho lasciato scappare a bella posta il vocabolo «ideologia». Se per avventura Ella non l'intendesse, mi offro pronto a spiegarglielo verbalmente. La prego di non sapermi male di questa poca astuzia suggeritami dal desiderio estetico di mettermi nel numero de' di lei ammiratori e servi. Mi comandi sempre e mi creda

di lei obbligatissimo servitore

|Grisostomo|.

[1] Colla distinzione di «studio accessorio» e di «studio principale» Grisostomo ha voluto separare i dotti da' pedanti. Lo studio del greco fu, per esempio, accessorio nello Schlegel, che se ne serví per penetrare nello spirito delle tragedie greche piú addentro di qualunque erudito; ed è parimente accessorio in chi ne profitta per far dono all'Italia d'ottime traduzioni di que' capi d'opera.

[p.105]

VIII

|Di un libro sulla romanticomachia[1].|

Questo libretto uscito di fresco agli sguardi dei torinesi è anonimo. L'editore, per altro, delle 179 preziose pagine che lo compongono ci fa avvertiti com'esso sia «un nuovo parto di quella medesima penna a cui giá siamo debitori dell'erudito _Pedanteofilo_», che è quanto dire, crediamo noi, di quella penna che scrisse altresí quattro infelici _Lettere contro Alfieri_.

Anche senza il sussidio dell'editore, sarebbe forse venuto fatto di raffigurare all'abito bianco il mugnaio, s'è pur vero che in questa nuova «dotta elucubrazione» sieno rinfrescati «a maniera di allusione», come a taluno è sembrato, alcuni tratti in dispregio del tragico italiano; ciò che deve far parimente rivivere l'indegnazione de' classicisti non meno che de' romantici.

L'intenzione attuale dell'anonimo torinese è di metter pace appunto tra' romantici ed i classicisti. Però fa d'uopo saper grazie a lui di cosí onesta intenzione.

Finora s'era creduto da noi e dai fatui pari nostri che, a volere con qualche speranza di buon successo intromettersi tra due litiganti onde temperarne l'ire e ridurli ad un accordo, fossero indispensabili nel mezzano della pace tre condizioni: 1 godere la confidenza d'entrambe le parti litiganti; 2 conoscere lo stato della quistione; 3 avere qualche pratica delle materie alle quali essa si riferisce.

[p.106]

Ma il sapiente anonimo ci mostra ch'egli è di tutt'altro parere; e smentisce col proprio fatto la necessitá di quelle tre condizioni da noi temerariamente venerate. Noi pensiamo ch'ei sia uomo probo e leale; però, non essendoci in tal caso da sospettare peccati d'impostura per parte di lui, noi stiamo zitti.

I quattro libri della _Romanticomachia_ sono destinati dall'autore ad essere una storia delle guerre tra i classicisti ed i romantici. Ma, siccome per entro a que' libri non appare orma di veritá istorica, cosí crediamo che l'autore preferisse a bella posta il genere romanzesco. La _Romanticomachia_ ci par dunque dovere essere considerata come un romanzo. È un romanzo allegorico da cima a fondo, perché l'autore, amando di far ridere, ha scelto l'allegoria perpetua. E tutti sanno che l'allegoria perpetua, massime quando l'allegorista non ne dá la chiave che a pochi suoi famigliari, anziché persuadere gli sbadigli, è la piú efficace promotrice del riso universale.

Terminati i quattro libri, l'autore nell'appendice spiega con severitá filosofica tutta la pompa delle proprie teorie letterarie, mettendole modestamente in bocca d'Urania. Molte sono le stupende novitá teoriche che noi impariamo da siffatta appendice, e tutte opportune a' casi concreti; come a dire questa: che nell'umana natura stanno i principi fondamentali d'ogni arte, principi che sono indeclinabili; e quest'altra: che per saper discernere il bello dal brutto bisogna aver sottile criterio; e quest'altra a un di presso; che per poter fare bei versi bisogna saperli far bene, ecc. ecc. ecc.

Tutto poi questo romanzo, o lodo o arbitrato che lo si voglia chiamare, è scritto in lingua purgata, ma di quella veramente legittima. Né mancano qua e lá alcuni lievi solecismi, ad imitazione della franca trascuratezza degli scrittori nostri piú antichi.

Lo stile adoperato dal torinese è lodevole oltre ogni dire. Sta di mezzo con bella proporzione tra quello dell'_Arcadia_ di Iacopo Sannazaro e quello delle prediche di don Ignazio Venini. L'amplificazione è la figura rettorica che il nostro autore maneggia con padronanza assoluta e con piú frequente predilezione.

[p.107]

Del buon gusto di lui sia prova il seguente passo, tolto alla ventura dalla pagina 14. È una invocazione; perché senza invocazioni non si può far nulla di buono:

O immenso e non sempre lucido specchio della storia, da cui tutte, bene o male, si riflettono le accolte immagini dei grandi e piccoli eventi, concedi per poco che, nell'ampio e disuguale tuo seno fissando gli occhi, io giunga a scoprire del fatale romanticismo l'annebbiata sorgente ed i tortuosi meandri. Cosí forse mi succeder di potere dal vero genere romantico discernere il falso sistema, che ne usurpa, in un col nome, la gloria.

E qui sappia tra parentesi il lettore che l'anonimo fa una distinzione tra il vero genere romantico ed il romanticismo; distinzione che deve essere una bellissima cosa, dacché noi non sappiamo intenderla.

Per tenere il nostro articolo in giusta armonia col libro di cui si tratta, noi non entriamo in materia e stiamo superficiali, superficialissimi. Questo astenerci dalle soperchierie ci è suggerito dalla buona creanza. Grati noi per altro al paciere torinese pel lodo od arbitrato con cui trasse a fine le discordie letterarie, lo preghiamo di accettare, secondo che si usa in tali casi, come pagamento della sentenza, o, se piú gli piace, come regalo, senza obbligo di sborsare mancia veruna allo staffiere che glielo presenta in nome nostro, le quattro seguenti notizie letterarie, delle quali, quantunque vecchiette, abbiamo veduto nella _Romanticomachia_ essere egli ignaro affatto. Il sapiente torinese mostra d'aver dato retta a tutte le accuse gratuite che i classicisti fecero a' romantici, e d'essere stato contento a quelle, senza degnarsi di dare uno sguardo agli scritti di questi.

I.--I romantici stimano molte parti delle poesie attribuite ad Ossian, ma non ne hanno mai consigliata l'imitazione.

II.--I romantici non vogliono nelle poesie dei moderni gli dèi d'Omero, ma proscrissero sempre altresí quelli dell'Edda. E se amano di vedere nell'Ariosto ed in Shakespeare le maghe e le streghe, non suggerirono mai a' poeti viventi di ammetterle ne' loro canti, quando non sieno piú vive nella credenza del popolo.

[p.108]

III.--I romantici non ricusarono mai di sottostare alle regole stabilite dalla natura e dalla ragione. E però eglino professarono sempre di star volentieri sottoposti a quel codice poetico a cui obbedirono Dante, il Petrarca, l'Ariosto, Shakespeare ed altri siffatti galantuomini.

IV.--I romantici non dissero mai che le poesie de' moderni debbano esclusivamente trattare delle cose cavalleresche e del medio evo. Né, deducendo pei loro canti argomenti e memorie storiche dal medio evo, intesero mai di voler persuadere gli uomini a darsi all'antica barbarie; come neppure i classicisti, ricantando la guerra troiana, hanno in animo di suscitare tutti i mariti moderni a pigliar vendetta della infedeltá delle lor mogli colla strage di centomila persone.

Speriamo che anche la parte contraria vorrá premiare con qualche regaletto del suo l'ingenua mediazione del sapiente anonimo.

|Grisostomo|.

[1] _Della romanticomachia, libri quattro_. Torino, 1818, co' tipi di Domenico Pane, stampatore di S. A. I. il principe di Carignano.

[p.109]

IX

|Guerre letterarie in italia| [1].

In Lipsia la fiera di San Michele fu quest'anno ricchissima di nuove produzioni letterarie. Una fra le altre ce ne capitò alle mani, singolare molto pel suo argomento, ed è quella che annunziamo.

Bisogna dire che in Germania la turba degli scrittori sia immensa, e la smania dello scrivere ardentissima in essi, da che vediamo ne' cataloghi registrarsi libri ed opuscoli a centinaia, che, per quanto si può desumere da' frontispizi, sembrano trattare di cose forse non troppo interessanti pei popoli nella lingua de' quali sono scritti. Questo del signor Niemand ce ne somministra un esempio, perché, a dir vero, non ha altro scopo in apparenza che quello d'essere utile a noi italiani.

Ma che gli italiani vogliano giovarsene non è da credere. Noi teniamo anzi per fermo che la memoria del signor Niemand e del suo bel libretto non durerá in Italia piú delle ventiquattro ore che la fortuna suole conceder di vita ad un numero del _Conciliatore_. Il signor Niemand si contenti dunque di divider con noi i nostri destini e la nostra pazienza. Di piú non possiamo fare per lui.

L'autore sembra essere uomo erudito e, quel che piú importa, zelatore sincero della probitá. Il presente libretto è da considerarsi come l'emanazione di un'anima onesta. E le sole persone oneste potrebbero leggerlo senza irritarsi delle frequenti [p.110] allusioni che vi si trovano alle sentenze bibliche, e della franca indegnazione con cui l'autore si oppone al vizio.

Il signor Niemand è di parere che le dispute letterarie sieno per se stesse giovevolissime allo scoprimento della veritá ed alla propagazione dei lumi. Non biasima una leale e discreta ambizione ne' disputanti; perché, senza questa potentissima molla delle umane azioni, crede egli improbabile che un uomo voglia sottoporsi al peso degli studi (su questa improbabilitá noi forse siamo di opinione qualche poco differente). Combina egli la nobile ambizione coll'amore schietto e disinteressato della veritá e col dovere che gli uomini hanno di essere utili agli uomini. E però giudica che in faccia al pubblico non abbiano diritto di disputare intorno a cose letterarie che le sole persone d'incolpabile morale.

Ma questo parlar di diritti, quando prevale assoluta in contrario la prepotenza de' fatti, sa dell'inutile all'autore. Quindi, lasciate le teorie astratte, si dá egli a tessere la storia delle contese letterarie degli italiani, incominciando da quelle che nel decimoquinto secolo il Poggio ebbe con Francesco Filelfo e Lorenzo Valla e Giorgio di Trebisonda, ecc. ecc., e scendendo giú fino a quelle tra'l Parini ed il padre Branda, tra'l Baretti ed il Bonafede, e ad altre ancor piú recenti.

L'intenzione dell'autore, nel riandare tante epoche di scandalo e tanti aneddoti, com'egli dice, di «contaminazione», è quella di dimostrare che i letterati d'Italia nelle loro controversie declinarono pressoché sempre dall'ingenuo fine di esse per servire ad interessi ed odii personali; e che, cosí facendo, rivolsero a vero danno della sapienza quel mezzo medesimo che par piú destinato a favorirla.

Egli confessa che alcuni pochi de' litiganti furono uomini per altro ornati di molte virtú. Però deplora la trista consuetudine italiana, che talvolta induceva a traviamento anche i buoni (fu per noi una vera consolazione il vedere nel breve elenco di questi ultimi il nostro Parini). Poi fa notare quegli altri che da semplice esuberanza di bile o da semplice invidia della fama altrui furono mossi a svillaneggiare i loro rivali (e qui l'elenco [p.111] cresce assai in lunghezza). Finalmente stabilisce per muovente massimo delle inimicizie letterarie nei piú l'interesse pecuniario (e qui, se pure è lecito scherzare sulle umane miserie, la lista par quella delle belle tradite da don Giovanni).

Il commercio librario fu sempre angustiato in Italia dalle tante divisioni territoriali, e da questo: che in tutta l'Italia, comparativamente alla numerosa popolazione della penisola, non fu mai abbondanza di lettori, massime paganti. Quindi i letterati, non potendo ritrarre sufficienti ricompense dagli stampatori, si rivolsero quasi sempre a' principi ed a' governi.

Stretti da altri doveri piú sacri, i governi non poterono sempre contentar tutti i letterati. Però, crescendo la frotta de' concorrenti, non bastava la pastura, e i begli ingegni bisognava spesso che se la strappassero l'un l'altro di bocca. In alcuni di essi era malvagitá vera, in altri debolezza, in altri la pazienza si lasciava stancare dalle provocazioni ripetute. Chi pigliava l'armi per assalire, chi per respingere gli assalitori. E le armi erano ingiurie, calunnie, contumelie, accuse pubbliche, delazioni segrete, propalazioni d'infamie domestiche, rinfacciamenti di fellonie, ecc. ecc. ecc.

Gli spettatori maligni ridevano, la gente dabbene fremeva. E la maggior parte del popolo, confondendo le lettere co' letterati, chiamava «infami» quelle, perché sovente vedeva infami questi. La sapienza non ci guadagnava mai nulla, l'arte critica non progrediva d'un passo, perché la sapienza e la critica nulla hanno di comune colle villane animositá individuali. Ogni generazione di letterati biasimava queste pessime arti nella generazione precedente, poi correva ad imitarla coi fatti.

Cosí la storia delle contese letterarie degl'italiani non presenta altro che una miserabile successione di guerre personali da far ribrezzo ad ogni uomo che senta altamente in suo cuore la dignitá e l'importanza delle lettere. E cosí i letterati d'Italia crebbero tante spine all'esercizio della letteratura, che al letterato onesto diventò pericolosa perfino la sua onestá.

Il signor Niemand parla sempre co' fatti alla mano, per modo che ci piange il cuore, ma dobbiamo pur dire ch'egli in gran [p.112] parte ha ragione. E se la vergogna può in noi qualche cosa, vaglia questa volta ad avvertirci come gli stranieri ci tengano l'occhio addosso, e come ci convenga camminare con prudenza e saviezza, onde non sieno da essi ricantate all'Europa le nostre turpitudini.

L'ultima volta ch'io fui in Italia, e saranno forse dieci anni--cosí dice alla pagina 224 il signor Niemand,--mi fermai lungo tempo in Milano. Ho veduto ivi agli ingegni nascenti strozzarsi dagli anziani le parole in bocca, la riputazione de' provetti lacerata da' provetti. Ho veduto ivi una lega di letterati mischiare insieme con perfide arti la fede letteraria alla fede religiosa e morale, per modo da far scontare con pene civili le innocentissime opinioni letterarie ai disgraziati ch'erano in odio alla lega. Ho veduto un uomo, che per altro godeva molto credito presso alcuni, il signor Lamberti, stabilire perfino questo assioma e stamparlo nel _Poligrafo_: che chiunque contraddicesse ad un'opera o ad una sola sentenza letteraria d'un pubblico professore nominato dal sovrano, contraddiceva al sovrano medesimo ed era ribelle alla sovranitá. Non credo che il governo sancisse allora in diritto queste massime di tirannia. Che importa? Il solo pronunziarle era un'offesa alla ragione de' buoni.

Ma la piú tranquilla saviezza degli attuali governi d'Italia mi fa certo che i costumi dei letterati italiani sieno ora cambiati in meglio. Ed io me ne rallegro davvero colla terra bella e gentile che avrei invocata da Dio per patria mia, se l'uomo potesse prima di nascere invocar la patria ch'egli vorrebbe.

Giovinsi dunque santamente della nuova fortuna i letterati. Trattino le loro quistioni con quell'ardore che viene dall'anima innamorata del vero; ma non s'irritino delle opposizioni. Tutte le veritá letterarie e scientifiche hanno dovuto aprirsi la via attraverso ostacoli infiniti. Ma se una generazione bestemmia contro il Galileo e lo imprigiona, la generazione che siegue non si cura di sapere i nomi de' bestemmiatori, e corre a Firenze a baciar piangendo il sacro dito del Galileo.

«_Via sapiens plebem suam erudit_». E voi, o letterati d'Italia, fate partecipe della vostra dottrina la plebe vostra. E se la plebe vi vuol dettare essa leggi e dottrine, lasciatela fare pazientemente; ma non pigliate consiglio che da voi o dai piú sapienti di voi. [p.113] Ricordatevi che, se l'Ariosto avesse dato ascolto al parere del cardinale, il _Furioso_ sarebbe scritto in latino, e la fama dell'Ariosto sarebbe una miseria. La probitá sia nel cuor vostro e la persuasione sulle vostre labbra. Ma delle vostre pacifiche discussioni non chiamate mai in sussidio i governi, perché già questi, come savi che sono, non vi darebbero retta. E innanzi a tutto procurate di mostrarvi obbedienti e fedeli e tranquilli sudditi piú che sapienti agli occhi de' vostri sovrani, non dimenticando mai il santo detto della Scrittura: «_Coram rege noli velle videri sapiens_».

|Grisostomo|.

[1] _Kurzgefasste Uebersicht der literarischen Streitigkeiten in Italien_ von X. |Niemand|. Stettin. 1818, bey Friederich Nicolai.--_Esposizione compendiosa delle guerre letterarie in Italia_ di X. |Niemand|. Stettino, 1818, presso Federico Nicolai [libro inventato dal B., per dare al suo articolo apparenza di recensione].

[p.114][p.115]

X

LETTERA DI GRISOSTOMO

AL MOLTO REVERENDO SIGNOR CANONICO DON RUFFINO

Signor canonico,

Ho letto con vera compunzione la garbatissima lettera scrittami da V. S. in difesa del Tiraboschi. Non avrei mai creduto che quel mio breve cenno nel numero 21 del _Conciliatore_, ov'io rinfaccio al Tiraboschi penuria di filosofia, dovesse recar tanta offesa alla coscienza letteraria d'alcuni fra' miei concittadini. Me ne duole infinitamente, e sento purtroppo che il torto è tutto mio. Fo l'uomo di lettere e non ne so l'arti. Se io fossi letterato davvero ed italiano di cuore, non oserei pensare, non oserei scrivere ciò che io penso: non avrei letto mai il Tiraboschi, e di lui non avrei detto mai altro, se non che «il chiarissimo, l'eruditissimo, il sapientissimo Tiraboschi». Ma il male è fatto: pensiamo al rimedio.

Prima di tutto la ringrazio, signor canonico, del lungo elenco dei lodatori del Tiraboschi, ch'Ella si compiacque d'inviarmi. Quell'elenco mi ha persuaso, e la perorazione del di lei discorso mi ha cavate le lagrime. Che vuole Ella di piú? Si lasci intenerire dalle lagrime mie, e tra me e lei sia pace.

Ma non basta ancora. lo deggio alla veritá ed all'onore della patria una pubblica e solenne testimonianza della mia conversione. Dichiaro dunque a V. S., e con essa a tutti i canonici di lei confratelli, che io convengo pienamente nel parere dei dottori italiani, e dico che hanno veramente ragione ragionevolissima di venerare il Tiraboschi come profondissimo filosofone, e di disprezzare madama de Staël come frivolissimo intellettuzzo.

[p.116]

L'uomo che sacrifica l'amor proprio e il proprio decoro mondano alla veritá, e con aperta confessione si ricrede de' suoi falli, non debb'essere confuso col peccatore ostinato. E però spero che i dottori italiani mi saranno liberali di qualche compatimento. Ad essi non importa, per altro, ch'io dica quali argomenti mi abbiano persuaso tutto ad un tratto tanta divozione per la filosofia tiraboschiana e tanto disprezzo per madama di Staël, di cui ho lasciata scappare dalla penna qualche lode in quel benedetto _Conciliatore_.--Sciagurata donnicciuola, qualche poco anche, per amor tuo, io era diventato lo scandalo del mio paese!--Ma a lei, signor canonico, io non voglio tacere che ad operare la mia conversione Ell'ebbe un potentissimo sussidiario in certo accidente tutto fortuito. Si contenti ch'io glielo narri alla distesa.

Col rimorso che in virtú della garbatissima di lei lettera mi serpeggiava giá per l'anima, io mi stava iersera invocando il sonno che non veniva. Piglio un libro: non fa per me. Ne piglio un altro: non mi contenta. Sporgo impaziente la destra piú in lá, e la mi vien posta sul tomo primo _De la littérature_ di madama di Staël. Aprolo a caso; e mi cade sotto lo sguardo quel passo a pagina 181 e seguenti, che tratta delle ragioni per le quali la tragedia presso i romani non salí in grande celebritá.

Eccolo tal quale. A V. S. non fa bisogno che sia tradotto in italiano, perché l'intenda.

_Les combats des gladiateurs avaient pour objet d'intéresser fortement le peuple romain par l'image de la guerre et le spectacle de la mort; mais, dans ces jeux sanglans, les romains exigeaint encore que les esclaves sacrifiés à leurs barbares plaisirs sussent triompher de la douleur, et n'en laissassent échapper aucun témoignage. Cet empire continuel sur les affections est peu favorable aux grands effets de la tragédie: aussi la littérature latine ne contient-elle rien de vraiment célèbre en ce genre. Le caractère romain avait certainement la grandeur tragique; mais il était trop contenu pour être théatral. Dans les classes même du peuple, une certaine gravité distinguait toutes les actions. La folie causée par le malheur, ce cruel tableau de la nature physique troublée par les [p.117] souffrances de l'âme, ce puissant moyen d'émotion, dont Shakespeare a tiré, le premier, des scènes si déchirantes, les romains n'y auraient vu que de la dégradation de l'homme. On ne cite même dans leur histoire aucune femme, aucun homme connu, dont la raison ait été dérangée par le malheur. Le suicide était très-fréquent parmi les romains, mais les signes extérieurs de la douleur extrêmement rares. Le mèpris qu'excitait la démonstration de la peine, faisait une loi de mourir ou d'en triompher. Il n'y a rien dans une telle disposition qui puisse fournir aux développements de la tragédie._

_On n'aurait jamais pu, d'ailleurs, transporter à Rome l'intérêt que trouvaient le grecs dans les tragédies dont le sujet était national. Les romains n'auraient point voulu qu'on représentát sur le théatre ce qui pouvait tenir à leur histoire, à leurs affections, à leur patrie. Un sentiment religieux consacrait tout ce qui leur était cher. Les athéniens croyaient auz mémes dogmes, défendaient aussi leur patrie, aimaient aussi la liberté; mais ce respect qui agit sur la pensée, qui écarte de l'imagination jusqu'à la possibilité des actions interdites, ce respect qui tient à quelques égards de la superstition de l'amour, les romains seuls l'éprouvaient pour les objets de leur culte._

Dopo tutta questa tiritera d'inezie, do un'occhiata alle note a piè di pagina, poi ad altre pagine piú avanti e ad altre piú indietro; e m'accorgo che la povera madama de Staël non sa cosa si dica, e non trova altra soluzione del problema fuorché nell'analizzare le instituzioni civili ed il carattere morale pubblico de' romani, e nel derivarne la nullitá del loro teatro tragico.--Che libro superficiale!--diss'io allora--che miseria d'ingegno!--E mi si schiusero gli occhi dell'intelletto, e sbadigliai su' miei traviamenti, e corsi ripentito a spolverare i volumi del Tiraboschi, sovvenendomi che anch'egli aveva parlato su questa materia. Corro all'indice; salto di lá al tomo primo, e mi innamora tosto la gravitá di quelle parole a pagina 174, § LI:

Prima di passar oltre, parmi che una non inutil quistione debbasi a questo luogo trattare, cioè per qual ragione, mentre in ogni altro genere di poesia arrivarono i romani a gareggiare co' greci, nella teatral solamente rimanessero sempre tanto ad essi inferiori.

[p.118]