Olocausto

Chapter 9

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--Siete ancora qui!--disse a Tina, come se l'avesse già dimenticata; e il suo occhio esaminava le due ragazze così dissimili.

Tina si alzò: allora l'altra, vedendola in piedi, n'ebbe una trista impressione e cessò di ridere.

--Avrei da dirle una parola,--si volse Tina timidamente.

--Venite pure.

Ma Tina si fermò nel corridoio.

Adesso non sapeva più come dire: un turbamento, quasi un impeto di pianto, le salì agli occhi; il corridoio era buio, la signora Cesarina vestita di nero, dinanzi a lei, pareva un'ombra.

--Vorrei...--cominciò, e s'interruppe, come se avesse paura di essere intesa dalla cucina.

--Che cosa?

--Una corona di fiori bianchi...

L'altra la guardò stupefatta.

--Fra due o tre giorni...--si affrettò Tina:--me lo prometta.

--Ma che cosa avete?

--Sarò morta.

Poi la fanciulla disse ancora:

--La mamma non avrebbe i quattrini.

La voce dell'ammalata aveva un suono così insolito che l'altra esitò a rispondere.

--Vi sentite dunque male?

--Me lo promette?--insistè Tina pregandola cogli occhi.

L'altra ragazza bianca venne all'uscio della cucina: Tina sentì un brivido.

--Signora...--mormorò.

--Sì, sì,--rispose la signora Cesarina senza capire bene perchè acconsentisse, ma vinta da una emozione inesprimibile.

--Grazie.

--Ve ne andate così?

--Torno a letto.

Fuori, nella strada, si sentì più sollevata e si mosse lungo il muro a testa bassa, ma il dolore del ventre le diventava più acuto. Per un momento si ricordò la prima volta che delirante, ferita, era discesa a precipizio le scale della signora Cesarina vagando per le vie insino a quella chiesa silenziosa. La sua vita si era spezzata quel giorno senza che ella avesse potuto piangere; ma adesso il suo ultimo desiderio era di allungarsi nel letto per chiudere gli occhi.

--Starò meglio,--si ripeteva tratto tratto, quasi per rianimare il proprio coraggio nella lunga traversata che le rimaneva da compiere.

La folla era cresciuta: carrozze, figure, voci, tutto passava sfiorandola, senza che nel sangue le si destasse una sola vibrazione. Se avesse potuto vedersi, ne avrebbe provato una strana meraviglia, tanto era pallida e debole; le sue sottane diventavano sempre più pesanti, e il piede urtandovi le dava la sensazione di un ostacolo.

Tuttavia non aveva paura di morire.

Lo sapeva, ma non le era mai sembrato diverso dall'addormentarsi nella febbre, con una nebbia sugli occhi e una stanchezza più greve al capo. Invece, quando si destava, era sempre sorpresa dalla sensazione di un inutile ripetersi delle stesse cose. Ma non desiderava più nulla, non trovava a che pensare, a che attendere. La mamma ricominciava a lagnarsi perchè niente era ancora mutato davvero nella loro condizione; mangiavano tutti i giorni, avevano comprato qualche poco di biancheria, dei tegami, dei piatti; la mamma si era ordinato un vestito, ma la loro vita, la casa, quella camera, erano le stesse. La miseria seguitava come pel passato, senza che nessuno avesse ancora concepito sulle due donne cattivi sospetti.

Poi era venuto quel male segreto ed improvviso, che sembrava averla vuotata dentro; da parecchi giorni tossiva, e la voce le si era abbreviata.

Così camminando piano piano, con quel passo di ombra, era giunta sul ponte Santa Trinità. Laggiù una barchetta carica di donne discendeva mollemente: ella sentì un desiderio di partire per un qualche luogo ignoto, senza ritorno, portata sul silenzio argenteo del fiume, che si ripiegava senza un murmure alle sponde, mentre il sole distendeva larghe fiamme diafane sulle acque. Il suo pensiero seguì la barchetta sulla corrente muta e luminosa, che di notte fra i campi assopiti doveva parere una strada anche più misteriosa verso il mare. Tina non aveva mai visto il mare, ma le era stato detto: acqua, acqua, ancora acqua sotto il cielo, e tutto vi sparisce.

La fanciulla aveva appoggiato il gomito al parapetto del ponte, colla testa sulla mano, obliandosi, come le accadeva spesso in casa per lunghe ore sulla tavola della cucina cogli occhi fissi nel muro della casa opposta. L'acqua passava come un velo, del quale le crespe si distendessero tacitamente: ma era opaca. Che cosa vi si nascondeva sotto? Tina non aveva mai fatto un bagno, non sapeva la voluttà di sentirsi sorretta dall'acqua, quell'inesprimibile senso di qualche cosa che vi avvolge e passa mormorando lieve come il vento.

Eppure il fiume fra quei due muri di macigno non era bello.

--Andiamo,--disse senza staccarsi dal parapetto, sebbene la gente cominciasse ad osservarla.

Qualcuno, rasentandola, si era già voltato, tocco da un sospetto per quella posa di abbandono desolato. Ella invece non pensava a nulla, solamente quell'allontanarsi tacito dell'acqua sotto il ponte portava via il suo pensiero simile ad una barca vuota. Infatti non le restava quasi più niente del passato così triste e così breve. Era stata una fanciulletta malinconica, che aveva sempre ceduto come la mamma, ma in quell'ultimo olocausto, come attraverso una sanguigna lacerazione, la vita le era apparsa improvvisamente. Che cosa era? Perchè? Perchè uno sconosciuto poteva così diventare il suo padrone, tuffandole le mani nelle carni tremanti per cercarvi un piacere? Ella non faceva che soffrire, e dopo piangeva silenziosamente.

Ma un istinto l'avvertiva di tale suprema ingiustizia, sebbene il rimorso della propria debolezza le salisse dall'anima come un pianto di bambino abbandonato nella notte. La sua più insopportabile paura era appunto di sentirsi così in balìa di chiunque lo volesse, senza un rifugio, dopo che tutti se n'erano andati sorridendo. E a certi momenti, sotto il vellico di una carezza, anche le sue mani si erano tese e le sue labbra avevano tremato di un bacio, che non poteva dare, mentre il cuore, simile ad un lago percosso dal vento, le si gonfiava di una collera piena di murmuri. Quindi la sua volontà di bambina faceva ogni sforzo per mostrarsi fredda, quasi sperando così di evitare qualche cosa nella violenza, che la prostrava, e finendo invece ad accettarla coll'umile scoramento dei poveri incapaci di pensare più se stessi diversamente. Soltanto certe parole e certi atti le facevano ancora troppo male, come una ingiuria che la ferisse fin dove l'anima si nasconde; e allora aveva delle rivolte di novizia, che vorrebbe sottrarsi, mentre gli altri non capivano, o capendo troppo si precipitavano sulla sua ripugnanza come sopra un nuovo piacere coll'acre orgoglio di chi si crede sicuro per averlo pagato. Ella guardava, tremava, con un ribrezzo freddo sotto la pelle, come se quelle dita scorrendovi sopra avessero l'orribile agilità delle bisce nel sogno, quando ci pare sentirle strisciare sotto gli abiti e non possiamo gridare. E neppure la sua bocca gridava, ma tutti i suoi nervi si tendevano in uno sforzo sovrumano per resistere allo spasimo delle fitte sottili, che dal ventre le salivano sino agli occhi col guizzo di un ago, lasciandovi dentro un tremolo bagliore.

Più spesso ancora vedeva una fiammella di bragia accendersi nel fondo degli occhi e le mani tremare più convulse nell'allentarsi della stretta, come in una dolcezza di contemplazione improvvisa; qualche parola, qualche bacio le cadevano sulla bocca lenti come un fiore, una carezza s'indugiava quasi immobile e non era invece che l'agguato muto, breve, dell'ultimo impeto, senza amore, senza pietà, quasi in una frenesia omicida sul suo rantolo di agonizzante.

Ah! la morte non le pareva allora molto lontana.

Era dunque questo per lei l'unico modo di guadagnarsi la vita?

La fanciulla sospirò. Si ricordava di essersi subito ammalata diventando quasi brutta, colla paura di essere scacciata; già questa minaccia gliel'avevano fatta. Anche la signora Cesarina non voleva capire, quantunque un giorno Tina le avesse a mezze parole, piangendo, confessato di non poter resistere a simile tortura; ma la sua faccia fredda e dura aveva avuto uno strano sorriso, che tolse alla fanciulla il coraggio di seguitare. Non le credevano: ella sentiva questa spaventevole mostruosità senza intenderne il perchè. Persino la mamma adesso pareva evitarne il discorso.

Ma Tina aveva finalmente compreso tutto il suo carattere.

Ella l'aveva venduta per debolezza di donna povera, vissuta sempre senza lavorare e atterrita dall'idea di non sapere più come andare innanzi. In fondo, non era mai stata nè donna, nè madre. Le donne vere non erano certamente così, stavano più in alto: quelle come lei e la mamma dovevano invece essere ciò che gli altri vorrebbero. Eppure qualche cosa l'avvertiva che non era vero; una donna poteva sempre salvarsi anche nella più estrema miseria, quando il freddo vi piglia allo stomaco; però adesso era troppo tardi. Tutto finiva sempre nella stessa delusione per lei; nuove umiliazioni le cadevano sopra, qualche parola la feriva, mentre a testa bassa ella non pensava che al momento di tornare a casa per gittarsi sul letto fingendo di dormire.

Poi non sapeva chiedere: se le offrivano qualche cosa, accettava senza diventarne lieta, perchè non aveva nemmeno quei facili desiderii di tutte le fanciulle povere appena arrivano a possedere del danaro.

Tuttavia la dicevano buona per la sua immutabile indifferenza anche coi vecchi. Era sempre la stessa fanciulla, pallida, ubbidiente, che sarebbe stata incantevole se una qualunque gioia della vita avesse rianimata quella sua grazia primaticcia. Ma ella non s'interessava di nulla e di nessuno, non avendo mai ricevuto una buona parola da quella sera che egli, il primo, era fuggito gridando: Sàlvati. Come si chiamava? Che cosa poteva essere l'amore, del quale tutte le donne parlavano? Perchè non le era mai apparso? Qualche volta, come in un sogno di favola, ella pure aveva pensato che un bel giovinetto venisse a portarla via, per una qualche verde campagna, senza chiederle quello che tutta la gente esigeva così dolorosamente; silenziosa, tremante, la fanciulla se ne sarebbe accontentata, riamandolo con una devozione di bambina. Altre volte invece la coglieva repentino e convulso il pensiero di avere già nel ventre gonfio e doloroso una piccola creatura destinata a soffrire come lei insino a che non fosse morta. Ma di questo dubbio troppo atroce ella trionfava subito sapendo di morire.

N'era certa; da tre o quattro giorni non mangiava più.

Un monello la tirò per la gonna, fuggendo con un largo sorriso sulla faccia sporca di fuliggine.

Tina si raddrizzò sul parapetto collo sguardo incantato nella lontananza del fiume: era dunque passato molto tempo dacchè contemplava distrattamente l'acqua fuggire sotto l'arco del ponte?

Con un gesto vago si mise una mano sugli occhi, e il cuore le si strinse in una emozione di addio. Al di là di tutti i ponti, oltre i muraglioni del Lungarno, i colli erano diventati cilestri nelle cime sotto il sole alto in uno splendore di fornace, che le abbagliava le pupille.

Ma ella si sentiva già fuori del paesaggio; quel parapetto le diede una sensazione di confine.

Salutò.

La sua casa non era molto lontana. Col cuore che le batteva spaventosamente per la fatica di fare le scale, si trovò fra le due porte aperte sul pianerottolo: Betta era di là, nella propria camera. Come un'ombra passò dalla cucina nell'altra stanza, si spogliò e si mise a letto; porte e finestre rimanevano aperte. Alcune mosche ronzavano nel sole, qualche rondine passava come un baleno nero davanti alla finestra.

Distesa sotto la coperta, col volto mezzo nascosto, Tina aveva chiuso gli occhi. La febbre, cresciuta nello sforzo del viaggio, le faceva battere le tempia e girare il letto colla sensazione che tratto tratto si capovolgesse, e allora per tentare di dormire sprofondò tutta la faccia nel cuscino, cercando di rimanere immobile.

L'ore passavano. Betta tornò col medesimo passo silenziosa a sporgere la testa dalla porta, attese qualche minuto, poi la sua faccia si fece grave.

Poco dopo il sole si ritirò dalla camera: i suoi ultimi raggi sul pavimento parvero come una larga pezza di damasco giallo, che una mano invisibile ritraesse lentamente su pel davanzale della finestra, mentre in alto il sereno, attenuando il proprio splendore, diventava più puro. Un'ombra lieve usciva dagli angoli della camera e d'intorno ai vecchi mobili, il colore del soffitto si oscurava. L'aria si fece fredda.

Le mosche non ronzavano più, e fuori le rondini nella malinconia del tramonto imminente gittavano stridi più acuti.

Molte finestre sbatterono, il murmure dei passi cresceva nel vicolo.

--Perchè ti sei coricata?--chiese la mamma.

Tina aprì gli occhi.

--Bettina mi ha detto che sei andata dalla signora Cesarina; le hai chiesto gli ultimi otto franchi, che ancora ci deve?

Tina ebbe un atto come di chi improvvisamente ricordi.

--Ah! dovevo immaginarmelo,--l'altra esclamò con un tremito di collera nella voce:--sempre così colle tue delicatezze! Eppure ti avevo detto più volte che in casa non ci restava più danaro.

Allora la fanciulla mormorò:

--Mi sento male.

--Che cosa hai?

E levandosi dalla sedia piegò la faccia a contemplare la figlia. Evidentemente Tina era ammalata: una febbre fredda le gelava la pelle bagnata di un sudore simile alla umidità di certi tronchi alla fine d'autunno.

--Ma tu hai la febbre; mio Dio! come si fa adesso?

--Non importa.

--No, aspetta: non è la prima volta che te la senti.

--Non mi lascerà più.

E l'accento aveva una così funebre certezza, che un medesimo freddo soffiò per le vene delle due donne: infatti il volto di Tina aveva già sotto quel sudore l'indefinibile aridezza delle piante che si essiccano.

Subitamente la mamma gridò:

--Bisogna chiamare il medico!

Tina ebbe un brusco sobbalzo.

--Senti, adesso vado io dalla signora Cesarina a farmi dare quegli otto franchi che ci deve: me li darà: sono così esse, ma bisogna farsi pagare. Tu cerca di stare tranquilla, non sarà nulla, un po' di strapazzo, che ti sei buscato negli ultimi giorni, ma che ti passerà presto. Chiameremo anche la signora Veronica, c'ingegneremo; se non abbiamo quattrini si farà alla meglio, non aver paura. Forse la signora Cesarina ci aiuterà.

--Sono tutta ammalata.

--Dimmi, dimmi.

--Il ventre mi tira come se nel mezzo vi fosse una corda tesa; ma non è solo questo. Ho freddo dentro.

--Sfido io, non mangi. Chiameremo il medico.

--No!--proruppe Tina violentemente.

--Mio Dio! Ecco come tu fai sempre. Dimmi il perchè.

Sembrò che Tina esitasse, poi un impeto febbrile le fece sollevare la testa: gli occhi cilestri si erano accesi.

--Siete voi che mi avete ridotta così: non voglio che nessuno mi vegga.

--Che cosa dici?

--Non mi capite dunque?--gridò scoppiando finalmente in singhiozzi; poi si tirò il lenzuolo sul capo.

La mamma rimaneva lì a guardarla sotto quel cencio poco bianco come se fosse morta; poi mormorò dogliosamente:

--Tina!

L'altra scosse la testa sotto il lenzuolo.

LA QUARTA GIORNATA

La mamma ascoltava distratta.

--Vedete,--diceva la signora Veronica,--Tina non era fatta per una simile vita: io l'ho sempre pensato.

L'altra, ricordando come i suoi suggerimenti fossero stati più efficaci dei propri, si volse nervosamente; ma la signora Veronica non sentì la meraviglia di quell'occhiata. Il suo volto grasso, che pareva sempre un po' sudicio, aveva la solita calma.

--Non si può nulla quando la vita è così; voi avevate delle buone intenzioni per vostra figlia, che non sapeva far nulla per guadagnarsi il pane: poi come guadagnarlo? Si ha un bel dire che una donna volendo può sostenersi; io lo so per pratica, ne ho viste tante. Fate la serva o andate a bottega ammazzandovi a lavorare, e non guadagnate abbastanza se la famiglia non vi aiuta: che cosa può guadagnare una ragazza per settimana? Bisogna che si vesta, che abbia delle scarpe, un po' di biancheria per potersi mostrare... E poi si è giovani, il sangue si riscalda, arriva qualcuno, che vi guarda; tant'è dunque farlo prima, cercando di cavarne una posizione.

--Ne siete persuasa anche voi.

--Sciaguratamente.

--Tina era bella, poteva fare fortuna.

--Non lo credo.

La mamma sospirò.

--Volete che ve lo dica? Ecco, Ella non era nata per questo: scommetto che non ha mai sentito come me e come voi. La piccina soffriva del vostro stesso male.

--Questa è stata la causa di tutte le mie disgrazie.

Una profonda compassione di se stessa la faceva tremare.

--Non ci pensate. Già non ho mai notato in lei quello che si vede in tutte le ragazze: non guardava mai in faccia un uomo, era un povero sorbetto la vostra Tina. Adesso non vuole il medico per paura che nell'esaminarla possa indovinare il resto. È una fantasia di educanda; conobbi una monaca, che volle morire così.

--Che cosa dovevo dunque fare nel mio caso?

La signora Veronica si strinse nelle spalle.

--Voi per Betta non vi troverete a questo.

--Non può vivere; non vedete com'è? Ma la signora Cesarina è una indegna: doveva almeno darvi tutti quegli otto franchi.

--Non ho osato insistere.

--Vi conosco. Qualche cosa caveremo dal curato; è un buon uomo, bisogna, chiamarlo.

--Ma è dunque la morte?

--Aspettate: io credo che sia tisica, ma egli potrebbe anche persuadere Tina, confessandola, perchè bisogna che si confessi. Voi non le avete insegnato nulla, ma sono sicura che Tina avrà piacere di morire nella religione.

Betta entrò.

--Ha sete,--disse,--vuole un bicchiere d'acqua.

--Andiamo di là.

Tina colla testa appoggiata al muro guardava nel vuoto.

La signora Veronica aveva ragione. Tina era tisica; forse la malattia covava da molto tempo, ma quell'olocausto era bastato a determinare l'esplosione con una peritonite rapida e violenta, che bruciava tutto quel corpo in una fiamma invisibile. Adesso il suo volto scarno pareva che se ne illuminasse internamente, perchè aveva acquistato un insolito splendore. Da tre giorni non mangiava più, bevendo appena qualche bicchiere d'acqua imbiancata col latte, e le sue parole si erano fatte più rare.

La morte compiva già l'ultimo desiderio della fanciulla, ricomponendole nel proprio incanto quella verginea bellezza quasi di fiore non colto.

--Ma perchè non vuoi il medico?!--esclamò la mamma.

--È un amico del curato, io lo conosco; cominciamo dal chiamare questo. Date retta a me,--soggiunse la signora Veronica:--è un bel vecchio, parla bene.

--Lo sanno i casigliani che sono ammalata?

--Sì. Anche stamane le Arrighi mi hanno fermata per chiedermi vostre notizie: siete simpatica a tutti. Siate sicura, nessuno ha ancora saputo nulla.

Un sorriso pallido passò sulle labbra dell'inferma, poi fece un gesto alla mamma:

--Dammi il vestito nuovo.

--Che cosa vuoi farne? Non ti alzerai già?

--Datemelo, datemelo.

Anche la signora Veronica si mosse. Quando l'ebbero disteso sul letto, aspettarono, il corsetto colle maniche gonfie stringeva al disopra della coperta il ventre di Tina, e la sottana aveva anch'essa uno strano, vivente abbandono sul suo corpo. Poi la fanciulla disse lentamente:

--Bisogna farne un bel vestone a Betta.

Questa battè le mani gioiosamente.

--Sarebbe meglio venderlo,--osservò la signora Veronica.

--No, no,--proruppe Betta.

Rimasero tutte un po' incerte guardandosi; finalmente la mamma disse con voce strozzata:

--Che cosa ti metterai, quando ti alzi?

Ma il volto di Tina si era oscurato; respinse l'abito con un gesto.

--Portatelo via, non voglio più vederlo.

Con una occhiata la mamma e la signora Veronica s'intesero: quella avrebbe ceduto secondo il solito, ma questa voleva aspettare per trarne un più ragionevole profitto. Quindi volgendosi a Tina, carezzevolmente disse:

--Ne riparleremo domani, perchè ci vorrà forse qualcuno che ci aiuti. Intanto io vi ringrazio, mia buona Tina; ma non volete proprio darmi retta? Domani faccio venire anche don Pietro, eh?

--Perchè non stasera, se deve venire?

--Allora vado subito.

Tina non rispose.

Betta era andata a sedersi presso la finestra; il suo viso gonfio e giallo esprimeva una collera intelligente, che non avrebbe così presto perdonato. Si sentiva derubata e se la pigliava anche con Tina perchè non sapeva assicurarle il dono dopo averglielo fatto: poi si voltò al muro per non mostrare di piangere. Ma qualche singhiozzo le stringeva le spalle.

Il silenzio durò lungamente; s'intese la signora Veronica chiudere a chiave la porta e discendere frettolosamente per le scale, qualche grido veniva dal vicolo, nel quale una biroccia si era fermata.

Le sonagliere tintinnavano.

Tina disse piano alla mamma:

--Nemmeno tu lo conosci?

--E un buonissimo uomo.

--Dovrò dirgli tutto?

--Si,--mormorò l'altra, mettendosi la mano sulla bocca per frenare il singulto.

Tina rimaneva perplessa dinanzi alla necessità di questa confessione, della quale non intendeva ancora il divino motivo, ma il suo cuore si commosse al dolore della mamma; poi si accorse che anche Betta piangeva, e allora chiuse gli occhi, pensando che in quel grande letto, così povero e sudicio, avrebbe fatto al vecchio prete una ben cattiva impressione.

* * *

Don Pietro non arrivò che al principio della notte. La porta era aperta, la signora Veronica, la mamma, Betta stavano nella cucina.

Il vecchio prete aveva bussato leggermente.

--Entri, entri,--rispose la signora Veronica, alzandosi precipitosamente per andargli incontro coi segni del più profondo rispetto; ma il prete pareva imbarazzato, la sua testa biancheggiava nell'ombra.

--Ecco la mamma,--disse subito la signora Veronica.

Questa lo guardava cogli occhi sgomenti; don Pietro chiese:

--Sta male?

--Al solito,--rispose la signora Veronica:--vuole entrare subito?

E prese dal tavolo la candela.

--Dorme,--disse la mamma.

--Pare, ma non lo credo,--ribattè la signora Veronica.

Nella camera passò anche Betta, Tina non dormiva.

Il vecchio si accostò al letto: adesso si vedeva la sua faccia scarna, illuminata da due occhi chiari, che parevano tristi; i suoi abiti erano trasandati, e due lunghe ciocche di capelli bianchi gli si arricciavano alle orecchie.

--Quanto tempo è che siete ammalata, ragazza mia?--cominciò con voce insinuante, mentre la signora Veronica gli metteva dietro la sedia, sulla quale per solito stava la candela; poi andò a porre questa sul comò.

Tina non provò alcun sbigottimento, ma i suoi occhi non lasciavano il viso del vecchio.

--Siete ben giovane!--questi disse.

--Ho diciassette anni.

--Bisogna sperare; il signore ci prova spesso prima di chiamarci; si deve però essere pronti ad accettare tutto ciò che egli vuole.

La signora Veronica e la mamma si consultarono con uno sguardo: questa stava per piangere, l'altra le fece cenno di ritirarsi.

--Vieni via, Betta,--si volse alla fanciulla, che appoggiata ai piedi del letto tirava per la coperta.

Tina avrebbe voluto dir loro di rimanere, ma una sensazione improvvisa glielo impedì: si strinse nella coperta riabbassando la testa sul cuscino senza nessuna vergogna che fosse così sudicio. Le griglie erano aperte e pei vetri si vedeva al di fuori il chiarore della notte. Poi intesero la voce della signora Veronica, che avrebbe voluto condurre la mamma nelle proprie stanze, ma questa rispondeva:

--No, no.

Non si udì più nulla; l'uscio della camera era chiuso.

Egli si era seduto a capo del letto, quasi aspettando a testa bassa; la barba non rasa da qualche giorno gli rendeva la faccia più vecchia, ma la sua figura e il suo atteggiamento esprimevano quella pazienza, che sa attendere per poter consolare.

--Che cosa mi dirà?--pensava Tina senza riuscire ad immaginarsi come gli avrebbe risposto.

--Ebbene, ragazza mia, non sono venuto subito perchè dovevo passare da un altro ammalato; eccomi qui da voi. Vi sentite molto male?

--No.

--Speriamo dunque, siete tanto giovane! So che avete sofferto.

--La signora Veronica le ha detto tutto?--esclamò precipitosamente Tina.

--Mi ha parlato della vostra disgrazia; non ve ne lagnate, ella non aveva che delle buone intenzioni.

--Lei! Me lo dica: che cosa le ha raccontato?

Il vecchio parve impacciato, la fanciulla seguitò smaniosa: