Olocausto

Chapter 7

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La mamma si era voltata ad esaminarla per di dietro.

--E dire che fui io a farla entrare come cameriera in casa dell'Adelaide Tessero: senza di me forse non avrebbe fatto fortuna. Ci vuole testa, Tina, specialmente in principio.

--Perchè dunque mi conduci là?--fu quasi per prorompere la ragazza.

Svoltavano già all'angolo dell'ultima strada.

Tacquero.

* * *

La signora Cesarina le accolse col solito sorriso importante.

Esaminò subito Tina e si compiacque che l'abito le andasse abbastanza bene: anche la serva, che pareva una ragazza nella fisonomia, ne convenne, ma la sua voce era fessa e negli occhi verdastri le brillava una luce fredda.

Poi rientrò nella cucina.

Le tre donne rimasero nel salotto. Tina si aspettava un nuovo discorso; invece la signora Cesarina si mise a parlare con la mamma delle spese sempre più grosse pel mantenimento della casa.

--Vedete la mia; ora ve la mostrerò, non è gran cosa,--ma si sentiva nell'accento delle parole una compiacenza orgogliosa,--e mi costa un occhio. Non tengo che quella serva, la quale fa anche la cucina per bene, se qualche volta capita ad un signore di volere cenare qui. Se vi dicessi la cifra della pigione, rabbrividereste, perchè questa strada non è poi delle prime.

--Però è una bella strada,--si credette in dovere di contraddire la mamma.

--Sì, sì; questo appartamento in via Calzaioli o in via Cerretani costerebbe chi sa quanto. Ma è un fatto che bisogna avere una casa passabile, e così accade anche per i vestiti. Io ho una sarta, brava donna, che lavora per poco:--e i suoi occhi si volsero a Tina:--ve la insegnerò.

La mamma ebbe un sospiro pensando ai propri tempi belli, mentre Tina invece avrebbe voluto domandare il nome del signore, che attendevano; ma non l'osava. La signora Cesarina in quell'ampia veste da camera, color di edera morta e orlata di blonde rossigne, le imponeva un rispetto quasi pauroso: il suo riserbo e la calcolata inutilità di quel discorso aumentavano per lei l'incertezza della attesa.

--Venite, vi mostro l'appartamento.

Da quel salottino bislungo, nel quale non erano che un sofà, un tavolo e altri due tavolini a muro con le specchiere, passarono subito in una camera più bella. Un grande letto vi si allargava sotto un baldacchino, nel cui mezzo uno specchio rettangolare s'inchinava fasciato da una larga striscia di fiori, e altri fiori erano dipinti in alto sulla lastra. Tutti i mobili erano biancastri. Tina camminava adagio sul tappeto grigio, lanoso; ma stupì maggiormente nello scorgere un altro specchio nascosto sotto il cielo del baldacchino.

--Questa coperta bisogna levarla, perchè si sciuperebbe,--disse la signora Cesarina--sollevandone con ambo le mani un lembo per mostrare loro la ricchezza della frangia.--Guardate come la coperta è ampia, tocca quasi il tappeto.

Tutte e tre indugiavano dinanzi a quell'immenso letto bianco: anche la camera era quasi troppo grande, piena di un silenzio e di una penombra che turbavano.

--Ho messo le tende anche alle porte perchè non si odano rumori: quelle delle finestre sono doppie. Invece entrate in questa camera più modesta, è la mia.

--Ma è bella altrettanto!--esclamò la signora Adelaide.

--Che cosa dite? I mobili sono di noce e il letto per una persona sola. Io vivo a me, non ho nessuno. Ecco, quell'uscio mette nel corridoio d'ingresso: se qualcuno non vuol essere veduto, invece di entrare nel salotto, passa per la mia camera. Quella porta in fondo è della cucina.

Compirono il giro tornando nel salotto.

Appena dentro, la signora Cesarina si fermò dinanzi alla ragazza per accomodarle sul petto una piega.

--Potreste comprare questo abito, che vi sta alla perfezione, e anche le scarpe, sapete? Il vostro piede è quasi piccolo quanto il mio,--seguitò sporgendolo dalla veste:--vediamo, confrontiamo. Queste scarpe le ho messe soltanto due volte, ve le posso cedere per dodici lire, un vero regalo. L'abito ne costa cinquanta, ma per voi, piccina, giacchè ho preso a proteggervi, dirò a Tuda di fare un sacrificio. Ve lo cederà, è capricciosa; adesso l'abito non le piace più.

La mamma capiva benissimo che simili prezzi erano esagerati, ma non voleva contraddire e sbirciò Tina; questa anche più imbarazzata aveva abbassato gli occhi.

--Non sarete sempre così, figlia mia?--disse la signora Cesarina facendole una carezza sotto il mento:--non sareste divertente. Bisogna essere allegre almeno nella gioventù, se no gli uomini si disgustano: dite dunque qualche cosa; non avete ancora aperto bocca.

--Che cosa debbo dire?--domandò Tina con voce grossa di una emozione dolorosa, che l'altra finse di non avvertire.

Il momento si avvicinava.

Nel gabinetto il silenzio diventava greve. Malgrado la lunga pratica, anche la signora Cesarina cominciava ad essere imbarazzata dal contegno umile e dolente delle due donne: per solito non accadeva così. I suoi occhietti neri andavano dal viso dell'una a quello dell'altra senza che sulla sua faccia magra ed impenetrabile apparisse nulla, ma il suo giudizio su loro era già formato. Quindi, per evitare che questa goffaggine calasse ancora di tono preparando qualche spiacevole incidente, tentò di far parlare la ragazza chiedendole delle sue amiche.

--Ma non ne ho.

--Nessuna?

--Nessuna.

--Da molti anni,--intervenne la mamma col suo accento strascicato,--viviamo così ritirate che io stessa ho perduto di vista tutti i miei conoscenti.

--Ebbene, avete fatto male. Io vi procurerò delle relazioni, se mi darete retta: non sarete le prime donne alle quali ho aperto la strada della fortuna. Ma bisogna lasciarsi guidare e non commettere balordaggini, specialmente in principio.

--Quello che dico sempre io.

Tina alzò la testa.

--Ma avrete fiducia in me?--seguitò la signora Cesarina.

--Sì.

--State dunque allegra; diavolo! si direbbe che vi faccia male un dente e che aspettiate qui il dentista.

Il motto era così bizzarro e lo scatto delle parole così vivo, che le due donne dovettero sorridere.

Ma un rumore sommesso arrivò nel salotto. Tacquero; la signora Cesarina si alzò e poco dopo la faccia scialba della serva apparve alla porta senza dir nulla.

La signora Cesarina uscì.

Appena sole, le due donne si guardarono tremando. Tina era diventata orribilmente pallida, si sentiva attanagliare lo stomaco, ma fece uno sforzo supremo per resistere, perchè questa volta era decisa; la madre glielo lesse negli occhi senza osare di dirle nulla. Adesso era lei che dubitava: dopo quella grande giornata del pranzo, in quel salotto quasi ricco, davanti a Tina ben vestita, non provava più quella oppressione continua e soffocante della miseria. Come se fosse tornata ai tempi buoni, il suo orgoglio e il suo affetto si ribellavano improvvisamente alla violazione segreta della figlia, al sacrificio di tutto il suo avvenire, senza sapere nemmeno il nome dell'uomo cui doveva abbandonarla nella disperazione della morte. Ella le vedeva infatti sul volto tutti gli sforzi, coi quali tentava di resistere, e che le rompevano senza dubbio qualche cosa dentro.

La ragazza si portò una mano al cuore, ma la sua testa era ancora alta, fremente.

La signora Cesarina rientrò.

Capì, ed affrettandosi per timore di uno scoppio, le prese carezzevolmente la mano:

--È venuto,--sussurrò.

--Chi è?--chiese la mamma.

--Non bisogna farlo aspettare: con le persone come lui non sarebbe bene, quantunque sia molto buono. L'accompagnerò io di là; voi non potreste mostrarvi così vestita. Venite eh!

Tina si scosse, ma i suoi occhi non sapevano staccarsi dalla madre: una fiamma vi bruciava e pareva salirle su per la fronte come da un altare di marmo; non disse parola: era così bella in quel momento che anche la signora Cesarina ne rimase colpita.

La mamma abbassò la testa.

--Andiamo.

La ragazza ubbidì, ma la signora Cesarina le si mise dietro quasi per impedirle di arrestarsi; poi aperse l'uscio e rinchiuse.

La mamma con la faccia sconvolta corse a cercare il buco della serratura senza ricordarsi che dall'altro lato la porta aveva una pesante tenda di iuta.

* * *

Passò del tempo.

Ella non osava sedersi: involontariamente il suo orecchio si tendeva a cogliere un qualche rumore da quella camera, mentre il silenzio intorno diveniva più opprimente e nel fondo dell'anima una nuova paura, come di una disgrazia nuova, la faceva tremare con dei brividi simili a quelli della febbre. Non era stato così la sera innanzi quando quel signore stava con Tina nella cucina. Adesso la sua ripugnanza di donna debole si rivoltava finalmente contro quel mistero, del quale la signora Cesarina sembrava quasi compiacersi: ella non si aspettava a questo. Aveva creduto di poter parlare, difendendo la propria figlia perchè almeno fosse trattata bene, e invece non aveva visto nulla, non sapeva nulla: chi era dunque quel signore? Perchè non voleva farsi vedere? Era un mostro?

Certo doveva essere un signore se poteva gettare così cento lire, ma anche di queste ella ignorava la propria parte. Istintivamente capiva che la signora Cesarina si farebbe pagare ben caro il nolo delle scarpine e dell'abito; poi vorrebbe qualche altra cosa per sè. Quanto?

Vi pensava ancora, quando la signora Cesarina entrò dall'altra porta del salotto silenziosamente, chiamandola con un gesto.

--Sedete, dobbiamo parlare,--disse a bassa voce.

Il suo volto era diventato più freddo.

--D'ora innanzi, lo capite voi, la ragazza non può andare così mal vestita: non parlo di me, ma nessuna altra casa inferiore alla mia l'accoglierebbe. Vi ho già detto che fareste bene a comprarle l'abito della mia serva e quelle scarpine, ma siccome è la prima volta che trattiamo insieme, non voglio che mi prendiate per quella che non sono. Così ho chiesto alla serva che cosa esige per il prestito dell'abito e l'ho trovata di buona vena; si contenta di dieci lire. Quanto alle scarpe, capirete che io non posso rimetterle più, e dovete comprarle: ve le do per dieci lire; vi pare troppo?--s'interruppe imbarazzata dal silenzio e dalla immobilità dell'altra:--Ma perchè non sedete? C'è tempo.

La signora Adelaide sedette, ma i suoi orecchi erano sempre tesi verso l'altra camera.

--Chi è quel signore?

--Oh! un vero signore. Andate: ho procurato a vostra figlia un'ottima relazione, se saprà coltivarla mostrandosi docile. Di questo anzi dovete persuaderla voi, perchè le ragazze non capiscono quasi mai l'importanza di certe cose, e allora tutti i sacrifici tornano inutili.

--Purchè la tratti bene: Tina è una eccellente ragazza.

--È troppo fredda; la gente invece vuole divertirsi.

La verità di questa osservazione le fece passare un fremito nel sangue; tuttavia tentò di resistere.

--Anzi il suo carattere sarebbe allegro, ma in certe condizioni si finisce facilmente coll'avvilirsi. La vedrete se potrà rifiorire. Io non vorrei però che si abbandonasse troppo: ecco perchè vi domando se quel signore...

--Che cosa volete dire?

--Se si innamorasse,--seguitò l'altra con visibile sforzo,--potrebbe mantenerla?

--Oh! come correte,--ribattè la signora Cesarina con un riso secco.

Allora l'altra capì lo sproposito di quelle parole: come mai le erano sfuggite, sapendo che l'interesse della signora Cesarina sarebbe stato appunto nell'impedire a Tina una simile fortuna? Aveva avuto torto un'altra volta, non sapeva parlare. Il contegno di quella donna l'umiliava togliendole persino quanto le era rimasto della sua educazione di altri tempi; nondimeno volle reagire.

--Bene, vedremo.

Le pareva che fosse già trascorso molto tempo. La signora Cesarina si alzò.

--Aspetto altre persone: se verranno, vi farò passare nella cucina.

Ma udirono uno strido lungo, acuto.

La mamma impallidì, istintivamente fece un passo verso la porta di quella camera mentre gli occhi le si empivano di una nebbia umida.

--Venite in cucina,--l'altra disse.

--Perchè?--rispose quasi fieramente.

--Restate qui se volete, finchè non arrivino le persone che aspetto.

--Non verranno già per Tina?

La signora Cesarina ebbe un sorriso.

--Troppo, troppo! Potrebbero forse vederla, però se non volete...

--Aspetto di potermela ricondurre a casa.

L'altra uscì.

--Mio Dio!--mormorò la signora Adelaide quasi singhiozzando; ma anche questa invocazione la turbò come se non avesse più diritto a così grande parola:--Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto!

Qualche cosa aveva ferito anche lei senza che sentisse bene dove, ma le venivano meno le forze, mentre una luce gelata, quasi d'inverno, le cresceva dentro; e si ricordò di avere un'altra volta atteso così all'uscio della mamma ammalata che il medico ne uscisse per pronunciare la sentenza di morte. Anche allora aveva tremato, poi rivedendo la mamma non le era sembrata più la stessa.

Si lasciò cadere sopra una sedia.

Il silenzio era diventato più profondo nel salotto: il pavimento di mattoni rossi aveva dei luccicori sanguigni, quantunque le tende impedissero al sole d'entrare dalla strada.

Chi aspettava dunque ancora la signora Cesarina?

* * *

Quando Tina lo vide alzare la tenda della porta, che dava nel salotto, tornò indietro per fuggire: le sue scarpine non scricchiolarono sul tappeto, girò la maniglia dell'usciolo, e dal corridoio si precipitò alla porta.

--Dove andate?--le gridò la signora Cesarina uscendo dalla cucina.

Ma l'altra scendeva già a furia le scale, e non si fermò che in mezzo alla via come dinanzi alla sensazione improvvisa della propria stravaganza.

Era mezzogiorno, per la strada passava poca gente.

Riprese la corsa. Il cuore le batteva contro il petto come un batacchio di campana, del quale ogni colpo la scrollasse, ma nè le vesti, nè il volto tradivano il profondo sconvolgimento del suo spirito. Infatti aveva potuto rivestirsi in fretta, con una precisione quasi inconsapevole, prima ancora che l'altro finisse di ricomporsi allo specchio. Per due volte si era accorta di rispondergli senza intendere il significato delle sue parole, perchè dentro le cresceva simile ad una vampa quella voglia di fuggire per essere finalmente sola in qualche luogo. Le mani le tremavano. Sentiva di essere spettinata, ma non se ne preoccupò: temeva solamente di dover tornare con lui nel salotto a parlare con la mamma e con la signora Cesarina.

Quindi era fuggita senza che gli altri potessero indovinarne la ragione.

In quel giorno e in quell'ora le strade erano piene di gente uscita a rallegrarsi nella gioia del sole, ma nessuno fra tanti le verrebbe incontro per chiederle che cosa avesse o per offrirle la propria casa come un rifugio.

Nondimeno aveva bisogno di fuggire.

Curva, col ventre quasi rattrappito da uno spasimo, che tratto tratto la faceva incespicare nelle sottane, la fanciulla si affrettava. La sua faccia smorta di un pallore di cenere, che qualcuno le avesse soffiato sino dentro agli occhi, si era irrigidita, mentre dalla bocca semiaperta pareva uscirle un'ombra come in certi ritratti. Senza saperne il motivo aveva già svoltato a sinistra per una strada anche meno affollata; il sole vi batteva nel mezzo, l'aria era fervida. Ella invece si vedeva passare la gente accanto quasi in un sogno di ombre che la spingessero silenziosamente dileguando per un crepuscolo; poi un soffio caldo le battè improvvisamente sulla faccia e qualche cosa le fece chiudere gli occhi, giacchè uno spavento le era rimasto nelle carni. Una carrozza, che veniva al trotto di due grandi cavalli bai, le fu quasi sopra allo sbocco di una piazzetta, mentre ferma nel mezzo si tastava con ambo le mani sui fianchi: che cosa aveva perduto? Il cocchiere gettò un urlo, un signore si sporse dallo sportello, ma Tina si era appena voltata senza muoversi, con quella tragica indifferenza alla quale è impossibile ingannarsi.

Infatti una vecchia le si accostò.

--Che cosa avete?--le chiese.

La fanciulla tremò, cercandosi intorno cogli occhi; la piazzetta era vuota e silenziosa. Un suono di martelli veniva da una bottega, in alto da una finestra sventolava un largo drappo bianco: ella non sentì altro, ma la vecchia la scrutava nel volto e negli abiti con la acuta prontezza delle donne quando sospettano un dramma.

Quindi soggiunse:

--Vi deve essere accaduto qualche cosa.

Allora Tina la vide finalmente dentro uno di quei bagliori, che penetrano sino al fondo dello spirito: la vecchia era sdentata, coi pomelli scarlatti. Un ciuffo di capelli bianchi le usciva di sotto il fazzoletto, e dagli occhi rotondi, acuti, un raggio sprizzava come da due punti neri.

Tina aveva capito benissimo, ma non avrebbe potuto rispondere che col nome del vicolo ove abitava: perchè? Non lo sapeva, eppure ripetè quel nome mentalmente due o tre volte.

Poi vedendo venire un prete alto, magro, cogli occhiali a stanghetta troppo bassi sul naso, ebbe daccapo paura e si mosse a destra verso una strada, che aveva riconosciuta. La vecchia invece rimase qualche secondo a guardarle dietro, quindi scosse il capo sbozzando uno di quei sorrisi incerti, coi quali spesso una curiosità si stacca da un enigma incontrato a caso per la via.

Ma la fanciulla era sfinita. Adesso quello spasimo sotto il ventre le si acuiva diffondendosi come da una scottatura, sulla quale piovessero dritti e sottili una infinità di spilli, e le gambe le vacillavano in un improvviso esaurimento.

Infatti non aveva voluto mangiare nulla a casa, malgrado le istanze della signora Veronica, che per fargli inghiottire un caffè col latte citava persino le larghe colazioni e i pranzi di nozze, prima che gli sposi rimangano soli. Poi le troppe emozioni di quella crisi avevano finito col renderla davvero ammalata.

Nuovamente quel freddo le soffiava lunghi brividi nel sangue sotto il sole, che non potevano più riscaldarla, mentre gli occhi torbidi cercavano istintivamente un luogo ove fermarsi nascosta a tutti per potere almeno appoggiare la testa. Se fosse stata in campagna, si sarebbe gittata sull'erba; ma si accorgeva invece di essere stretta fra due file di case, dalle finestre delle quali tratto tratto le apparivano volti di donne e di fanciulli.

Molte porte erano aperte e le botteghe si perdevano oscure dietro i vetri luminosi. Più innanzi, mentre passava un'altra carrozza, vide sul marciapiede un tavolino da caffè con due sedie vuote, si arrestò, ma non avrebbe potuto sedersi perchè non aveva un soldo in tasca; poi la sua figura di fanciulla in quella condizione vi sarebbe stata subito notata. Bastavano già la sua faccia e quel modo di camminare per attrarre l'attenzione. Qualcuno si rivolgeva a guardarle dietro; altre occhiate la seguivano dalla porta delle botteghe, sebbene si sforzasse di andare come il solito rasente il muro per essere meno osservata, ma la sfinitezza e quello spasimo, quello spasimo soprattutto, l'impedivano.

--Dove vado?--si chiese improvvisamente.

La mamma doveva essere uscita per correrle dietro, perchè alla fanciulla pareva di avere molto corso dapprincipio; quindi l'aria e il sole l'avevano a poco a poco calmata.

L'opacità de' suoi occhi si schiariva e la mente le si riordinava sotto le sensazioni di quella strana fuga nella strada senza che alcuno la inseguisse e senza sapere dove andasse, con quel vestito non suo. Ella non era mai stata così. Si accorgeva di apparire un'altra con quella gonna, che le pesava sui fianchi, e il respiro soffocato dal corsetto.

Una signora le passò rapidamente davanti, lasciando nell'aria una striscia di profumo: si vedeva al passo che aveva fretta.

Allora Tina pensò che per tornare a casa le abbisognerebbe più di un'ora. Come accade spesso, la crisi stava per risolversi in un ultimo esaurimento, dal quale come in una visione di sogno le risaliva dinanzi l'orribile scena di quella camera muta e sontuosa. Ella ne aveva subito sentito il silenzio equivoco fra tutto quel candore perlaceo dei mobili e quello specchio sotto il baldacchino del letto, simile ad una finestra, che si aprisse nella sua ombra discreta sopra un chiarore di lago lontano.

Per fortuna scorse una chiesetta fra due vecchie case: entrò.

La chiesa era vuota, silenziosa. Alcune file di panche arrivavano sino quasi all'altar maggiore, ma la fanciulla non vi si mise frammezzo, perchè la chiesa le pareva ancora grande. Nella sua luce troppo bianca il silenzio era così profondo che ne aveva ricevuto subito come una sensazione di rifugio. Poi v'intese muovere qualche cosa. Infatti scoprì due vecchie dietro un pilastro a chiacchierare.

Un sagrestano in sottana azzurra a bottoni rossi sbucò di fianco all'altar maggiore con un oggetto in mano, che ella non distinse, e si fermò a guardarla.

Allora ebbe daccapo paura. Istintivamente si diresse a sinistra sotto una navata piccola e bassa, piena di ombra nel fondo, e cadde sopra una larga sedia di paglia, che aveva dinanzi l'inginocchiatoio.

Trepidando aveva udito echeggiare i propri passi, ma chiuse tosto gli occhi davanti alla cappella sprofondata nel muro come una grotta, nella quale ardevano due o tre lampade.

Era rimasta così con la testa appoggiata al muro, le mani strette sul grembo in atto dolente.

Un torpore di sonno la tenne lungamente immobile. E adagio la sua testa pallida si piegò sulla spalla destra, cogli occhi chiusi, la bocca troppo aperta nello sforzo di respirare, mentre un sudore le bagnava tutto il volto bianco in un freddo di agonia. Le mani le tremavano. Poco dopo le due vecchie si alzarono per uscire, seguitando a chiacchierare sotto voce, ma ella non intese il murmure delle loro parole, che nel silenzio della chiesa sembrava quello di un'ala ostinata ai vetri di una finestra: la porta cigolò e ricadde sopra un tonfo cupo.

Passò così del tempo senza che potesse addormentarsi davvero. La sua ultima sensazione era stata quel lumicino verdastro davanti all'immagine della Madonna Addolorata, biancheggiante sull'altare, con un mazzo di spade lucenti nel cuore.

Poi in quell'angolo così lungi da tutto il mondo la sua anima risalì un'altra volta dalle profondità senza fine dell'ombra, come certi fiori a notte si rialzano dall'acqua alla pallida luce delle stelle. Una rilassatezza molle le toglieva di sentire ancora quella prima angoscia, quando era fuggita improvvisamente alle spalle di quell'uomo che non si ricordava più di lei. Allora le era parso di correre quasi nel delirio della morte verso un'altra ignota catastrofe: non si ricordava più della mamma nè di Betta, che l'aspettava nel lettino forse piangendo. La sua carne tremava tutta nello spasimo di una rivolta sotto la prepotenza così misurata ed irresistibile di quell'uomo, giacchè aveva subito rabbrividito davanti a lui, al suo viso rosso sopra un collo anche più rosso e villoso, vedendolo andare silenziosamente verso l'attaccapanni per levarsi la giacca.

Ritta nel mezzo ella guardava.

Era impossibile che dovesse accadere così. Il suo pensiero aveva avuto dei trasalimenti di bambino nelle tenebre, e il sangue le si era gelato istantaneamente al contatto delle mani pesanti, che la stringevano senza lasciarle nemmeno la grazia di un ultimo ritardo.

E però non aveva parlato. Ma un odio subitaneo l'aveva invasa contro quell'uomo calvo, col ventre che gli usciva dalle tracolle rosse. Perchè non le aveva egli nemmeno chiesto come si chiamava? I suoi occhi lucidi come quelli dei gatti la fissavano con tale acutezza che la fanciulla si coperse la faccia con ambo le mani.

Così, rimanere almeno così!

Adesso tornava a tremare ricordando.

I suoi occhi, le sue mani, tutto aveva dovuto diversamente soffrire prima di quello spasimo supremo, nel quale le era parso di morire, mentre in alto la sua immagine nuda affogava dentro il lucido gorgo dello specchio in una convulsione di agonia. Ma solamente allora le era fuggito il grido acuto, disperato, come se un ferro rovente le penetrasse nelle carni sino alle ultime vene, dove la vita si nasconde: poi un velo torbido le era caduto sugli occhi, e l'anima stessa non aveva visto più.

Lentamente, con un sospiro si allungò sulla grande sedia di paglia.