Olocausto

Chapter 6

Chapter 63,808 wordsPublic domain

--Lo sapete bene, signora Cesarina.

--Sì, sì, mi ricordo tutte le vostre parole, ma io non posso quasi nulla, ciò dipenderà dalla ragazza quando l'avrò vista. Non siamo in tempi fortunati per nessuno, veggo che anche voi altre avete avuto delle disgrazie; mi avete detto che la ragazza si chiama Tina.

--Sì.

--Ed è ben disposta, non è vero?

La signora Veronica guardò l'amica.

--Sì,--balbettò questa.

--Badate, noi dobbiamo spiegarci chiaro,--si rivolse alla signora Veronica, ma evidentemente parlando coll'altra:--mi avete detto che la ragazza è minorenne e che venivate da parte sua, ma ho potuto capire dalle vostre parole che eravate mandata piuttosto dalla mamma. Io sono franca, e specialmente in certi casi bisogna spiegarsi bene per non avere a pentirsi poi. Sapete benissimo che vi è la legge, dentro la quale è facile cascare: si busca un anno per lo meno e si è rovinati per sempre: dunque la ragazza ne è contenta?

--Con me ha detto così,--rispose la signora Veronica:--potrete interrogarla voi stessa.

--C'è tempo. Ho voluto avvisarvi dei pericoli, perchè non sarei sola a correrli. Càpitano spesso di questi casi per corruzione di minorenni, e quasi sempre per la colpa della ragazza, ma allora va di mezzo anche la mamma. Lo sapete eh?

--Lo so, lo so; ma non è il caso; io e Tina ci vogliamo bene. Se non fosse...

--Lasciate, è sempre così e non c'è nulla da fare. Volevo solamente farvi capire che, se consento ad aiutarvi, non vorrei ricevere per contraccambio un cattivo servigio. Ditemi, la ragazza ha davvero solamente sedici anni?

--Sedici compiti il ventidue dello scorso febbraio.

--È bella?

--Sì, sì, bellina, la vedrete,--intervenne la signora Veronica:--un po' magrolina, ma questo in lei può piacere di più.

La signora Cesarina fece una smorfia.

--Credetemi, adesso vado di là a chiamarla.

--Aspettate: e per il resto, è davvero,--si volse alla mamma,--come la signora Veronica mi disse?

--Sì, ve lo posso giurare.

--La vedrò io stessa, mi fido del mio occhio,--aggiunse alteramente.--Poi è impossibile ingannare noi donne su questo, mentre gli uomini ci cascano invece facilmente.

La signora Veronica sorrise.

--Non crediate però che accada sempre così. Nel matrimonio è facilissimo, la passione stessa impedisce di accorgersene, ma quando gli uomini sono a sangue freddo e intendono comprarsi questa originalità, diventano schizzinosi. È un puntiglio, sapete: vogliono dopo poter dire a se medesimi di esservi riusciti, e più sono vecchi più sono esigenti.

Uno strano sorriso le passò sulle labbra, poi disse:

--Volete chiamare la ragazza?

--Per carità non la spaventate!--esclamò la mamma; e il suo grido fu così sincero che l'altra si volse a guardarla.

--Ma sì.

--Volevo dirvi,--quella seguitò umilmente:--siamo in miseria: la povera ragazza è appena vestita.

--A questo ci penso io: bisogna presentarsi benino.

--No: intendevo dire che foste indulgente: la ragazza soffre e diviene facilmente ombrosa.

--Devo andarla a chiamare?--chiese la signora Veronica.

La mamma rimaneva perplessa: si vedeva che una domanda difficile le si presentava allo spirito senza che ella trovasse la forza o il modo di esprimerla. Nel volto scarno, pallido, gli occhi chiari tremavano d'inquietudine.

--Che cosa volete dire?--intervenne per aiutarla la signora Veronica.

--Dite francamente, oramai io so tutto... perchè ella mi ha raccontato i vostri casi.

--Ecco...

E si fermò: un pudore orgoglioso le impediva di andare avanti. Non l'azione, ma il suo motivo la facevano vergognare, impedendole di sostenere lo sguardo fisso e duro dell'altra, che naturalmente aveva già capito. Ma appunto per questo le lasciò crescere l'imbarazzo.

--Spiegatevi dunque.

--Veda, se non fossimo così povere, capisce anche lei che non si farebbero certe cose. Io ho acconsentito per l'interesse di mia figlia, perchè così come viviamo non si può andare avanti. Ma non vorrei, ella mi capisce, che Tina si rovinasse per niente.

Non aveva ancora finito di parlare che la stonatura di quelle parole la fece daccapo soffrire; provava anche un certo freddo come di qualche cosa, che le si distaccasse dentro.

--Non temete...--l'altra ribattè con un sorriso di autorità:--bisogna però che io la vegga prima, e dopo discuteremo insieme. Intanto vi avviso che non dovrete sognare troppo: il vostro caso non è raro adesso che ci arrivano tante ragazze dalla campagna. Andate pure a chiamarla.

--Siate buona!--non seppe tenersi dall'esclamare la mamma, mentre la signora Veronica usciva.

La signora Cesarina si era ricomposta sul canapè, e in quella luce che cominciava ad oscurarsi, la sua figura e la sua faccia raddoppiavano sull'altra la vaga impressione di terrore provata sino dal principio della scena. Confusamente, in uno spasimo segreto, ella rivedeva i momenti migliori della propria vita, come certi infermi alla vigilia di subire una operazione chirurgica tremano di un freddo spirituale e fuggono nel passato, dove già la loro anima si esaltò nel fervore della speranza. Adesso quella donna magra, dalla faccia arida e dura, quasi di uomo, forse molto ricca sotto quegli abiti modesti, le incuteva ancora più rispetto che paura; e doveva essere senza dubbio il rovescio di lei stessa così molle in ogni volontà e cedevole a tutte le influenze. Come mai aveva potuto decidersi a un simile mestiere, giacchè anche quello era un mestiere? Chissà quante povere madri, quante povere ragazze aveva veduto piangere senza commuoversi! Ella invece non lo avrebbe potuto, il dolore degli altri le faceva male quanto il proprio.

Almeno lo credeva.

La signora Veronica comparve con Tina: la madre guardò subito a questa, meravigliandosi di vederla entrare a testa alta.

Ma si udiva piangere Betta nella stanza lontana.

--Mi hanno detto che volete vedermi,--disse Tina con un certo tremito nella voce.

--Sì, ragazza mia, lo desideravo anch'io, perchè la signora Veronica è venuta a parlarmi da parte vostra.

Tina si lasciò sfuggire un atto di diniego.

--Sono venuta ad intendermi con voi e la vostra mamma, per fare le cose benino e... state ben dritta che vi vegga, ecco... Eh! non c'è male, potete diventare una bella ragazza, se vi nutrirete meglio e sopratutto se avrete giudizio. Ma adesso non voglio dirvi tutto; io non sono come le altre,--e abbassò involontariamente la voce:--vorrei essere utile alle ragazze che ricorrono a me, ma esse non hanno mai quasi giudizio, mentre io procuro loro relazioni eccellenti. Voi mi sembrate franca.

Tina sorrise a questo complimento inaspettato, ma alzando gli occhi non potè sostenere lo sguardo dell'altra, che già la dominava. Erano bastate poche parole a stabilire il patto segreto ed infrangibile: oramai non si apparteneva più. Allora, in un impeto improvviso quasi di rivolta, volle interrogarla brutalmente, chiederle tutto, discutere a testa alta, mentre la mamma e la signora Veronica invece parevano soggiogate dal rispetto dei poveri in faccia ai padroni; ma si accorse che le parole non le sarebbero mai uscite dalla bocca.

Una nube le passò sugli occhi e qualche cosa le pesò dietro la nuca come una mano, che la tirasse pei capelli verso terra: ed era quasi la stessa sensazione della sera innanzi, quando quel signore l'aveva bruscamente afferrata alzandola sul proprio petto per gittarsi sul canapè. Le parve di diventare fredda, scura; forse i morti sono così nel sepolcro. Quelle tre donne le erano già egualmente estranee, ma aspettavano la sua parola come ella aveva veduto molte volte i gatti attendere silenziosamente sulla tavola una buccia di formaggio.

--Ho pure detto di sì!--avrebbe voluto gridare per sottrarsi a quella oppressione, che le chiudeva la gola.

Si alzò.

--Dove andate?

--Bettina piange.

Infatti le strida della piccina si erano fatte più rare e sottili: si sarebbe detto che anche a lei, in quella camera lontana, una nuova lenta paura soffocasse il dolore di un ultimo abbandono.

--Non volete dunque ascoltarmi? Abbiamo appena cominciato a parlarci,--disse la signora Cesarina con accento severo.

--Ma Tina!

Questa si rivolse alla mamma, che aveva quasi gridato, e vide nei suoi occhi lo stesso suo smarrimento.

--Sì, sì,--rispose con una ultima stretta, rivolgendosi dall'uscio.

Quando fu uscita, la signora Veronica si affrettò a dire:

--È lei che mi quieta sempre la piccina.

* * *

La mamma le aveva detto:

--Ci daranno cento franchi, sei contenta?

Questa cifra, che a Tina parve grossa, non le aveva però prodotta alcuna eccitazione; invece la sua fantasia era rimasta sbigottita da un'altra domanda:

--Chi sarà dunque?

Chi era l'uomo, che senza averla mai vista, potrebbe entrare per il primo nella sua vita come in uno dei tanti luoghi pubblici? Era giovane? vecchio?

Adesso nessuno le era più abbastanza straniero per poterlo respingere, ma quella sensazione di avvilimento, quando la prima volta si era trovata sola nella casa delle due zitellone, le ritornava più profonda e più fredda. Anche allora si era accorta di essere trattata come qualcuno, al quale non si deve nulla. Si ricordava che una mattina, uscendo dalla chiesa, aveva veduto un grosso cane avventarsi contro un bambino solo nel mezzo della strada; ella si era gittata coraggiosamente innanzi a salvare il piccino, ma nessuno aveva poi pensato a ringraziarla. Invece le due zitellone si erano intenerite pel bambino troppo piccolo per aver capito o sentito nulla.

E il suo pensiero, simile ai ciechi, che camminando sembrano prima tentare la via coll'istinto, deviava davanti alla nuova difficoltà: non voleva vedere ancora, tremava d'immaginarsi la faccia di quello sconosciuto. Invece dal cuore le saliva quasi una compiacenza amara e sottile di questa immolazione ad un uomo, che non si sarebbe nemmeno ricordato di lei: quindi si sottometteva senza lagnarsi con quella ironia muta dei poveri contro il destino. A che prò questo trionfo sulla loro miseria? Questa ingiustizia di offrire tutta una vita alla golosità di un vizio forse vecchio?

Pensava.

--Mi domanderà chi sono, e quando gli avrò detto che mi capita di fare così per la mamma, tutto finirà come se non avessi parlato. Egli non farà come l'altro.

E quella pallida, alta figura le riappariva nell'ombra della camera, davanti al letto immerso nelle tenebre. Tina s'incantò a guardarla: le parve di vedere ancora la stessa tenerezza ne' suoi occhi così accesi, e quello stesso fremito nella sua bocca di giovane, sotto i baffi appena nati, mentre la signora Cesarina aveva invece parlato di un signore molto rispettabile, capace di farle del bene. Erano le sue parole colla mamma, e Tina rimeditandole ne sentiva ancora una volta il peso sotto l'accento duro, autorevole. Nessuno doveva sapere dell'avventura; era un capriccio, come possono averne i signori, del quale bisognava profittare come di una buona fortuna.

* * *

Poi si ricordò che un giorno in campagna aveva veduto morire una gallinella.

Erano passati degli anni, ma improvvisamente rivide come dentro un quadro pieno di sole quella scena, che al suo cuore di fanciulla aveva fatto una così dolorosa impressione. Ella era uscita colla massaia sul prato del podere a mezza costa di Monte Ricco fra una verzura di oliveti e di gelsi: i grani biondeggiavano piegandosi indolentemente sotto l'alito di uno scirocco caldo, e anche adesso le pareva di riconoscere la scena sotto il cielo lucente, colle ville bianche, che in lontananza coronavano i poggi tra file immobili di cipressi.

Avevano finito di pranzare; la mamma era rimasta sonnecchiando coi gomiti sulla tavola; Matteo, il contadino, andava e veniva dalla stalla alla cucina, e i due bambini erano scomparsi.

Tina seduta sull'erba del prato accanto alla massaia guardava giù verso il rio nascosto, che serpeggiava nella valle.

Improvvisamente un pigolìo rotto da strida tormentose la distrasse. Era una torma di pollastrelli, che inseguivano una piccola gallina zoppa, dalla cresta appena simile ad una riga di sangue sulla testina tutta bianca, ma un'ala rotta e mezzo aperta le strisciava sul terreno, diventando più grande che tutto il resto del suo corpo. La chioccia, grossa e rossastra, colla cresta ricurva, che le batteva sopra un occhio, era rimasta un po' indietro dalla torma così stridula ed accanita contro quella piccola sorella ferita chi sa da chi. Si distinguevano i galletti dalle gallinelle agli occhietti di fiamma e alla cattiveria, che la paura e lo spasimo della perseguitata rendevano impaziente. Che cosa era accaduto? Ella pensò che si disputassero qualche cosa, ma non vide nulla. La gallinella tentava di fuggire col becco aperto, strascinandosi dietro l'ala e la zampa rotta per riparare dentro gli spini della siepe, che circondava il campo sulla strada; però doveva attraversare una larga terra piantata di formentone e di fagiuoli. Tina tremò che non vi arrivasse; poi non si sarebbero cacciati anche gli altri fra la siepe? Come la sua zampa e la sua ala ammalata vi avrebbero potuto penetrare?

La chioccia si era fermata beccando le larghe foglie di un'erba, che aveva un fiorellino giallo sopra il gambo sottile, senza accorgersi di quella scena.

Tina vide la gallinella cadere due o tre volte incespicando nei gambi dei fagiuoli, e quindi sparire sotto tutte quelle zampe e quei becchi furiosi.

--Perchè fanno così?--chiese con le lagrime agli occhi, tirando la massaia pel grembiale.

--È la sciancatella: giovedì nella strada le passò sopra una ruota di baroccino; non è più buona a nulla.

--L'ammazzeranno.

--I pollastrelli sono vivaci, bambina mia,--rispose la massaia sorridendo.

Ella invece si era alzata ai lamenti, che salivano da quel tumulto fra il verde dei fagiuoli e del formentone. Non si vedeva più nulla: galletti e gallinelle si pestavano l'un l'altro cacciando innanzi il becco, si saltavano sul dosso e ne scivolavano fra nuovi scoppi di collera: due galletti si battevano già coi petti tentando di ferirsi sulla testa.

Subitamente la sciancatella sbucò di sotto a quella rissa riprendendo la corsa verso la siepe come se una forza nuova la spingesse; ad ogni moto si vedeva la zampa rotta torcersi nello sforzo di stringere qualche cosa fra le dita per spiccare lo slancio, e invece restava più indietro dell'ala mezzo aperta come un ventaglio dalle stecche fracassate. Ma gli altri la inseguivano senza requie: un galletto bianco, colla cresta rossa, dentata, che spiccava vivamente su tutto il suo candore, le correva a fianco per fermarle colle zampe l'ala ferita, mentre col becco s'ingegnava di colpirla nel collo.

Ma l'altra non si fermava; oramai era a pochi passi dalla siepe. Con uno sforzo disperato vi cacciò la testa, e allora tutti le furono nuovamente addosso; l'ala rotta non poteva entrare nel vano, nè coprire il piede ferito, che vi rimaneva dietro, disteso come morto. Tina stentò a frenare un grido. L'aveva creduta quasi salva e invece si era perduta irresistibilmente. Poi quella furia si stancò, alcune gallinelle si sbandarono, la chioccia alzando la testa gittò due o tre appelli gutturali: soltanto un gruppo più accanito percoteva ancora coi becchi, specialmente quel galletto bianco, che voleva a ogni costo montarle sul dosso e sembrava impazzire nella collera di non riuscirvi. Gli altri si ritraevano già lentamente, minacciandosi fra loro. Si udiva la sciancatella stridere, perchè adesso le beccavano il piede senza che potesse nemmeno nasconderlo sotto l'ala, che il galletto bianco le schiacciava con tutto il proprio peso. Uno spasimo le contorceva il collo, mentre colla testa dentro il viluppo degli spini tentava di spingersi più avanti, ma le forze le mancarono e col becco aperto non mise più che un rantolo lungo di agonia.

Tina era sempre in piedi.

Il suo piccolo cuore si sentiva gelare nello spettacolo di quel lento assassinio; avrebbe voluto tirare daccapo la massaia pel grembiale; ma il suo viso calmo, immobile in un altro pensiero, le metteva quasi paura.

Allora fece qualche passo per discendere nel campo, poi si arrestò ad un moto dell'altra: come rispondere se questa le avesse domandato che cosa voleva? Tina stessa non lo sapeva.

Uno strido più acuto la ferì e vide il galletto bianco indietreggiare, mentre l'ala si celava tra gli spini. La fanciulla si portò ambo le mani alla bocca dalla contentezza. Ma anche il galletto si era cacciato nello stesso vano.

Nuovamente la testa della sciancatella sbucò dalla siepe: voleva fuggire pel campo cercando qualche ricovero più sicuro, gli spini tremavano e oramai tutto il collo ne era fuori, quando un altro galletto rosso vi saltò sopra. Tina scorse quella testa fra due zampe con un'altra testa, che le batteva sopra oscillando. Chiuse gli occhi.

Dopo su quella testa vide il galletto bianco beccare dentro il buco vuoto dell'occhio; la testa si muoveva ancora, ma non strideva più.

* * *

La mattina sulle dieci, quando Tina ebbe finito di vestirsi, sentì una improvvisa debolezza; la mamma e la signora Veronica se ne accorsero.

--Che cosa hai?--quella chiese.

Ma la ragazza non avrebbe saputo dirlo.

La signora Veronica le aveva prestato una delle sue camice, una gonna e un paio di calze bianche, la signora Cesarina aveva mandato un paio di stivalini suoi, quasi nuovi, con un abito della serva, di lanetta blu; e però Tina non pareva più la stessa.

Silenziosamente si era lasciata pettinare e vestire. Il suo pensiero vagava, sebbene nulla le sfuggisse di quei particolari, nei quali le due donne mettevano un'attenzione passionata, mentre alla signora Veronica gli occhi si accendevano di strane fosforescenze e il suo accento pareva indugiare su certe parole.

Ma nel vederla impallidire disse:

--Ho capito; manca un'ora, è meglio che la passiate aspettando dalla signora Cesarina.

--Perchè non ci accompagnate anche voi?

--Non conviene; anzi Tina dovrebbe andare sola.

La ragazza tremò.

--Ma siccome è troppo agitata, l'accompagnerete voi. Io vi aspetto qui preparando la colazione.

Tuttavia qualche cosa le aveva già divise, adesso che tutti i preparativi erano finiti. Invece di sorridere sembravano prese da una specie d'imbarazzo; la signora Adelaide si era voltata alla finestra, Tina soccombendo ad una debolezza di ammalata guardava con occhi atoni. La sua anima, prostrata sotto il peso dell'irrevocabile, ne perdeva a poco a poco anche la paura, ultima ribellione dell'istinto.

Infatti non pensava quasi più nulla di quanto si era figurato nella notte.

Quel primo, profondo mutamento della donna, dopo il quale nessuna riconosce più se stessa, si era in lei compiuto indossando quegli abiti di un'altra donna, che avevano forse servito più volte al medesimo scopo.

Dov'era? Dove andava?

Anche la mamma non era più la stessa.

La fanciulla n'ebbe una sensazione così acuta che si voltò; ma la signora Adelaide, già vestita con una gonna e uno scialle della signora Veronica, andò allo specchio per accomodarsi il fazzoletto sulla testa: Tina pure vi tornò per l'ultima volta. Era pallidissima, con una fisonomia quasi impietrita: nullameno si accorse d'essere bella.

Partirono. Nella stanza deserta non rimaneva più nulla di loro, che andavano avanti.

* * *

Per la strada nessuno le guardava.

Tina ne provò una oppressione anche maggiore. La sua piccola testa era sconvolta; a certi momenti le pareva persino impossibile di essere uscita per andare in casa di quella donna, che conosceva appena, e che aveva promesso cento lire. Come mai gli uomini avevano simili capricci per una ragazza sconosciuta, sapendo che dinanzi a loro non può che tremare di paura e di ripugnanza? Per cento lire ella non sarebbe più stata come prima, senza che questo fosse nemmeno un sacrifizio, poichè non se ne sentiva dentro l'orgoglio doloroso. Anzi una inesprimibile vergogna le faceva anticipatamente abbassare la testa pensando a quel signore, che nel guardarla doveva subito giudicare se con lei cento franchi fossero spesi abbastanza bene. Quindi temeva di scoppiare in pianto come la sera precedente, nell'istante supremo, sotto l'impeto di uno spasimo irresistibile.

Nella strada illuminata da un bel sole la folla passava senza badare a quelle due donne, che camminavano frettolose. Tina invece guardava nel viso alle ragazze, quasi desiderando che qualcuna potesse leggerle negli occhi e rispondere con uno di quei sorrisi, che non mancano nemmeno ai poveri nelle loro lunghe ed inutili questue. Ma l'indifferenza della gente le faceva male. E pensava: se mi gettassi ginocchioni nel mezzo della strada per dire tutto singhiozzando, la gente si metterebbe a ridere: infatti che cosa avrebbero potuto farci? Stava a lei di resistere con tutte le forze dell'anima: la mamma, che adesso camminava a testa bassa, non aveva insistito, nessuno le aveva usato violenza. Non erano stati nemmeno consigli, ma semplici osservazioni, parole dolenti di esperienza, alle quali rispondevano parole anche più tristi nel suo cuore: non l'avevano ingannata, non si era ingannata; dopo quella mattina comincerebbe per lei un'altra vita, e la signora Cesarina le comanderebbe sopra ben più che la mamma.

Poi la cosa si saprebbe e bisognerebbe forse mutare di casa in casa per andare chi sa dove; chi era l'uomo, che finirebbe col prenderla con sè? Questo sogno della mamma poteva bene avverarsi, ma era ancora così oscuro che le dava una nuova paura.

Tuttavia non le veniva nessuna voglia di resistere, anzi una reazione del sangue giovane le fece rialzare la testa; guardò la madre, guardò in aria. La gioia della primavera rideva dappertutto; sull'acqua del fiume la luce sfolgorava come da un cristallo; sulle lance dorate di un lungo cancello nero dinanzi ad un palazzo nuovo si accendevano baleni. Passavano molte carrozze, signore e signori felici, eleganti; vagavano sentori di profumeria, voci di ragazzi schiamazzavano.

--Quanto staremo là?--chiese improvvisamente alla mamma, come se andassero ad una visita ordinaria.

--Non so,--questa rispose stupita della domanda.

Ma Tina sentiva un nuovo bisogno di parlare.

Una signora bellissima, tutta vestita di nero con una piuma rossa sul cappello, alta, pallida, passò loro vicina senza guardare: molta gente si rivolgeva dietro di lei; poi Tina vide un vecchio mendicante tenderle la mano da lungi. Quella signora doveva essere ricchissima: vi era una sicurezza così orgogliosa nella sua figura che la fanciulla ne provò un avvilimento: infatti ella non avrebbe mai saputo, comunque la fortuna potesse aiutarla, passare a quel modo fra la gente. Aveva veduto il suo volto bianco, impassibile, come se la strada dinanzi fosse vuota.

Erano giunte sul ponte alla Carraia: il sole scottava, la mamma allentò il passo per asciugarsi il sudore sotto quel fazzolettone, ma era pallidissima.

Allora Tina pensò che avrebbe fatto meglio ad andare sola, mentre così era una disgrazia, che le colpiva tutte due insieme come avevano sempre vissuto. Però quella necessità di vivere in un modo in un altro non si poteva più discutere. Colpa di chi, se non ve n'era uno migliore? Era forse colpa di Bettina se era stata sempre ammalata? La gente ha un bel dire quando pretende che non si facciano certe cose, quasi che si potesse davvero non farle.

--Andiamo, andiamo,--disse la mamma--come indovinando in lei questi pensieri.

--Sei tu adesso che stai male.

--No.

--Se ti vedessi nella faccia! sei verde.

--Toh!--proruppe toccandole il gomito per mostrarle un'altra signora, che veniva loro incontro.--Questa la conosco,--seguitò abbassando la voce;--una volta faceva la cameriera con l'Adelaide Tessero, la famosa prima attrice, e adesso è la mantenuta dell'avvocato Crespi. Guarda come è ben messa.

Ma per paura di essere riconosciuta sotto quei poveri panni volse la testa verso Tina: la ragazza invece guardava. La signora non era bella e nemmeno più giovane, con una di quelle arie superbe che sembrano voler significare, magari inutilmente, il disprezzo verso la povera gente.