Chapter 5
Appena Tina fu alzata, ridivenne più melanconica. Nella casa c'era un po' di tramestìo; le due vecchie si davano da fare per il pranzo, perchè volevano averlo pronto a mezzogiorno. Le porte dei due appartamenti rimanevano aperte. Tina prese il caffè col latte bagnandovi dentro una pagnottella, poi tornò nella camera per ravviarsi i capelli con un mozzicone di pettine. Siccome la mammella le doleva ancora lievemente, si ricordò il sogno della rosa, che quell'uomo giovane le aveva piantato con tutto il gambo dentro il capezzolo facendone uscire goccia a goccia il sangue e la vita. Era ancora così pallida, cogli occhi stanchi, cerchiati dalla stessa ombra turchiniccia. E il sogno la riprendeva. Lentamente si sbottonò il corsetto come per cercare la ferita, mentre le pareva di essere un'altra volta seduta sulla porta di quella chiesa, nella quale la gente entrava a fiotti. Infatti quel giorno era domenica. Così seduta, con la mano sulla mammella, quasi nell'atto di arrestarne il sangue, guardava la propria immagine con un sorriso simile ad un brivido. Qualunque cosa potesse ancora accaderle, ella era già ferita: ma perchè quell'uomo le aveva piantato una rosa rossa nella mammella?
Invano Tina cercava di comprendere il significato di questo sogno non ancora dissipato nel mattino: tuttavia non pensò di parlarne colla mamma per una ripugnanza, che le era subito venuta appena uscito quel signore.
Una paura aveva sconvolto la sua piccola anima, passandole come un vento freddo le carni.
Ma Tina riconobbe il passo della signora Veronica nella cucina:
--Ho di già bollito gli asparagi,--questa disse dall'uscio:--Ebbene, Tina, è meglio parlarne subito, perchè la cosa riesca. Io e la mamma avevamo pensato a fare un piatto dolce: volete scegliere quello che so fare benissimo, un timballo con le bucce dei piselli cotte e passate allo staccio? I piselli li abbiamo già per la minestra: la mamma invece sarebbe per un latte alla portoghese. Ditemi voi, Tina, che cosa gradite meglio?
La sua voce era carezzevole, ma i suoi occhi la scrutavano. La fanciulla ebbe daccapo un imbarazzo sotto quello sguardo.
--Come volete, come volete,--disse in fretta:--ma perchè tanta roba?
--Eh! mia cara, se non si mangia nei giorni buoni, non si mangia mai più. Che cosa fate qui sola? Venite di qua.
* * *
Quel pranzo non era poi gran cosa; una minestra asciutta coi piselli, gli asparagi al burro e quattro costolette di agnello con un uguale contorno di piselli, finalmente il timballo colle bucce, un trionfo della signora Veronica, la quale non contribuiva al pranzo se non con l'opera. Ma prestava ancora tutto il servizio da cucina e da tavola.
Le due vecchie avevano discusso lungamente sul vino. La signora Veronica pretendeva di conoscere una cantina, nella quale si comprava un trebbiano dolce, color d'oro, una vera grazia di Dio, per otto soldi al litro; l'altra stava per il Ruffina rosso, frizzante.
Quando Tina e la signora Veronica entrarono, la mamma finiva di appannare nel pane grattugiato le costolette di agnello, attardandosi con atti pigri e delicati.
Tina andò dritta nell'altra camera della piccola Betta, che avendola riconosciuta si era messa a gridare.
--Eccomi, eccomi, Bettina.
Ma questa invece di essere alzata, come aveva detto la mamma, era solamente seduta sul letticciuolo, affagottata in quel vestone rosso, che faceva sembrare anche più pallida la sua faccia gonfia e sformata dalla scrofola. Soltanto gli occhi erano belli, grandi e neri, con le sopracciglia lunghe. In quel momento giocava con un vecchio fazzoletto scuro rivoltandolo ed annodandolo per farne un topo.
--Chi è venuto da te ieri sera?
--Nessuno,--rispose Tina sorridendo.
Bettina aveva quasi nove anni, ma non ne mostrava che sei: la sua fronte sporgente sotto i ciuffi dei capelli, era stranamente pensierosa su quel viso di bimba.
Diede a Tina il topo da tenere, e dopo una pausa, senza guardarla in viso, ricominciò:
--Perchè non sei venuta dopo che quell'uomo se n'è andato?
--Anch'io stavo male: venni pure a portarti il cioccolatino prima di andare a letto.
E per mutare discorso le propose di alzarsi.
--Levati, altrimenti per stare troppo a letto perderai le gambe: non vedi,--seguitava tirandole su il vestone,--come sei diventata? Dà retta: alzati e vieni di là, nella mia camera, intanto che preparano il pranzo.
--Chi ti ha dato i quattrini? L'uomo di questa notte?
--Quale uomo vai sognando?--E la voce le tremava nella menzogna, come se quella bambina potesse avere tutto capito nel dramma appena incominciato la sera innanzi:--Le tue scarpette debbono essere dentro al comodino della mamma; ecco le calze, mettile da te.
--Che cosa mi fai fare nella tua camera?
--Quello che vuoi.
--Ma se non abbiamo niente.
--Ci metteremo al sole.
--Mi fa male: lasciami qui, non ho più voglia di alzarmi.
--Hai ancora mangiato?
--Si.
--Che cosa?
--Chi era?--l'altra rispose bruscamente.
--Un conoscente della mamma,
--Allora me lo avresti detto subito; non è vero...--E gli occhi le si empirono di lagrime; poi un brivido la scosse e con un gesto convulso portò la mano sinistra all'orecchio ammalato.
Tina la guardava senza sapere che fare, ma la bimba, sforzandosi a non piangere, seguitò con accento corrucciato:
--Anche tu mi dici la bugia come la mamma, quando va fuori e mi lascia sola per delle mezze giornate. Ho udito bene la tua mamma ritornare su per le scale con quell'altro, un uomo, che camminava anche lui in punta di piedi. Io riconosco il passo della gente per le scale; la mia mamma si era messa all'uscio. Chi era? dimmelo.
--Che cosa può importartene?
--Anche tu andrai via.
--Sei gelosa di me?--disse Tina sorridendo,
--No, no,--stridè stizzosamente:--non lo sono più, perchè non mi vuoi più bene.
--Come non me lo hai detto subito, ieri sera, quando sono venuta a portarti il cioccolatino?
Questa domanda imbarazzò la bambina.
Una ruga le si disegnò nel mezzo della fronte, riprese il topo dalle mani di Tina e tacque, stringendo la bocca come per non parlare più. Tina rimaneva perplessa davanti a questa curiosità ostinata.
--Fra poco ti alzerai; almeno per mangiare con noi.
L'altra non rispose.
--Non vuoi nemmeno mangiare con me? Che cosa ti ho fatto? Sono venuta anche ieri sera subito,--le sfuggì imprudentemente:--io non mi dimentico mai di te, che invece fai sempre la capricciosa. Stamane non mi hai ancora dato un bacio: se è così, vuol dire che me ne vado.
Infatti si era alzata, ma due grosse lagrime si staccavano silenziosamente dalle lunghe palpebre di Bettina.
L'altra le si gettò sopra, prendendole con circospezione la testa e coprendole di baci la fronte:
--Cattiva, cattiva!--seguitava,--che mi vuole mandare via e mi nega un bacio, mentre io penso sempre a lei. Quest'oggi comando io, voglio che ti alzi per pranzare con noi.
--A un patto.
--Quale?
--Chi era?
--L'orco,--ribattè Tina, ferita al cuore da questa insistenza assurda; e rientrò nella cucina.
* * *
Avevano quasi finito di pranzare.
Per la finestra aperta della cucina entrava un bel raggio di sole primaverile, mentre nell'altra camera quasi buia la piccola Betta biascicava ancora la poca porzione di timballo, che la mamma le aveva recato dentro al piatto stesso degli asparagi per fare un solo viaggio. Ella diceva così, e grassa, pesante com'era, quella minima distanza le sembrava un vero viaggio.
Ma Betta aveva ricevuto queste insolite leccornie senza fiatare, dispettosa in cuor suo di capire che fossero dovute a qualche fortuna di Tina, la quale anch'essa l'aveva abbandonata con quell'ultima cattiva risposta.
Invece nella cucina la conversazione finiva facendosi più lenta in quella prima beata soddisfazione di un pranzo cucinato senza i soliti risparmi. La sorpresa preparata dalla signora Veronica per Tina non aveva però avuto il trionfo, che si poteva sperarne, giacchè la ragazza, davanti alla novità di una frittata alla confettura, se n'era sentita anticipatamente disgustata.
--Capisco,--diceva la signora Veronica col suo fare importante,--la vostra impressione: vi pare che con l'olio lo zucchero e i pochi canditi non leghino. Anzitutto i canditi vanno sempre bene, come i baci.
--I baci,--ripetè Tina sorridendo.
--Già. Alla vostra età, fresca come siete, volendo, attirereste i baci come l'aleatico attira le vespe: basta lasciarseli dare da coloro, che avendone maggiore voglia, sono nel caso di cavarsela anche se un po' caruccia, perchè da povera ragazza stracciata si diventi presto una signora di quelle alle quali gli uomini corrono dietro, quando si sono ben seccati con le altre. Come mai i signori si divertirebbero con le loro dame, che hanno da pensare ognuna alla propria famiglia o farsi riguardo di cento cose prima di concedere un appuntamento?
Tina e la mamma ascoltavano sorprese da quel tono professorale, che sembrava compiere il trionfo della signora Veronica sulla fine di quel pranzo, realmente da lei sola voluto e preparato. Con un gomito sulla tavola, gli occhi accesi, il mento sul dosso della mano sinistra, ella parlava assaporando quasi le parole. La superiorità era così palese, che le altre due non tentarono nemmeno di resistere.
--Non volete prendere il caffè? Andrei io giù a farmene riempire una mezza cocoma al _Leoncino d'oro_,--disse la mamma.
--No, bisogna saper resistere: oggi abbiamo fatto abbastanza baldoria da pari nostre: aspettiamo qualche altra occasione vicina. Perchè non vicina? Io lo credo. E poi, vedete, quando si è veramente mangiato, come oggi, mentre gli altri giorni facciamo le finte di mangiare tanto per mantenerci vive, il caffè solo non basta. Ci vorrebbe anche il bicchierino di cognac. Se sommate tutto questo, ne vien fuori un orrore. Ma era proprio così brutto, Tina, quel signore?--le si rivolse improvvisamente.
La fanciulla trasalì.
--No,--intervenne la mamma:--non era una bellezza, ma nemmeno un brutto uomo.
--Voi non siete competente in questo caso, perchè la prima volta l'uomo fa una impressione assolutamente diversa da ogni altra. Lo domandavo appunto a Tina. Ma quando l'uomo non piace, ecco. Non vi piaceva, Tina?
--No.
--Vedete!--esclamò trionfalmente.
Ma la mamma, che temeva questa piega del discorso, si affrettò a rispondere, con quel suo accento strascicato:
--Non si può sempre avere quello che piace...--ma si corresse subito:--specialmente quando si comincia. Negli uomini io ho sempre preferito le maniere alla faccia: non è forse vero? Alla faccia, se non è di mostro, ci si abitua, ma ai cattivi modi no. Ci vuole della educazione e del buon cuore; quindi i giovani non sono sempre i migliori per una ragazza che abbia bisogno.
--I giovani ci sciupano e generalmente hanno poco cuore.
--Ve n'è anche fra essi qualcuno: quello di ieri sera non lo avevo scelto male. E badate che Tina non si era decisa che all'ultimo momento, perchè aveva fame anche lei come me. Non mi pesa più il confessarlo. Quel signore mi parve d'indovinarlo al modo di camminare, poi avevo visto i suoi occhi alla luce di un lampione.
--Infine ha agito bene: se tornerà...
--Certamente.
--Avete ragione. Gli uomini vogliono sempre rivedere la ragazza dopo una simile scena, e spesso finiscono con l'innamorarsi. Ma bisogna stare attente a non perdersi: i protettori sono più difficili a scegliersi dei mariti. E quando si hanno,--disse alla signora Adelaide con accento lieve di rimprovero,--tutto sta a tenerli.
La mamma sobbalzò sotto la puntura, ma la signora Veronica, come se già avesse studiata la propria parte, si piegò verso Tina e, fissandola con una certa singolarità, riprese:
--Ragazza mia...
A questo attacco Tina volse la testa alla porta dell'altra camera, nella quale Betta curiosissima, come tutti i solitari abbandonati, doveva ascoltare; ma non ebbe il coraggio di alzarsi per chiuderla; poi si sentiva riprendere dalla stessa lassitudine della sera innanzi, quando aveva finalmente ceduto alle istanze della mamma.
--Se vi andate a guardare nello specchio, vedrete come state bene adesso. Siete rifiorita; quel signore di ieri sera non vi riconoscerebbe più. Ecco come dovreste essere sempre per avere tutta la vostra forza, perchè, credetemelo bene, è inutile essere bella e giovane se tutto questo non deve servire a cavarci la fame. Date retta: si campa una volta sola, e la gioventù passa presto; dopo, vedete come si resta quando non si è saputo profittare del tempo buono. Guardate noi due. Io fui veramente disgraziata sposando quell'uomo, ma adesso non giova lagnarsene. Vi pare che discorro nel vostro interesse? perchè io, per me, non ci ho troppo sugo in tutto questo.
--Quello che ti ho sempre detto io, figlia mia!
--Ma è il modo di dirlo,--interruppe l'altra:--Io non pretendo di convincere nessuno, espongo solamente quello che ho visto e che so. Ecco, del resto, ognuno fa come vuole. Tina è libera anche lei, ma siccome le vogliamo bene, bisogna mostrarle i pericoli. Io ve lo dico subito, ragazza mia, che una donna giovine, anche se non molto bella, riesce a tutto: l'abilità consiste nello scegliere la strada, anzi nel sapervi camminare, giacchè tutte conducono egualmente a Roma. Vi sposate, pigliate marito, magari un buon diavolo quando vi volete bene reciprocamente: che cos'è? Date retta, vi hanno insegnato da ragazza che la sola via vera è il matrimonio, la famiglia, i figli... Domine Iddio! non è vero niente: invece avete dato una zuccata nel muro, tutto vi va a rovescio, arrivano la miseria, la malattia, egli muore e se non avete presa la sua malattia, è un bell'affare, ma vi restano i figli ammalati. Il mio caso. Avete visto eh? Vostra madre era più bella di me, non importa, è finita egualmente. Ci vuole testa al mondo, ragazza mia, il resto sono chiacchiere.
--Ma se tutto riesce sempre male a ogni modo...--obbiettò Tina, trascinata a poco a poco nella confidenza di quella conversazione.
--Quando manca la testa: la differenza è lì. Noi abbiamo un tesoro, almeno gli uomini, non so perchè, gli danno tale importanza; io per conto mio,--aggiunse con un sorriso,--non ho mai trovato in loro nessun altro tesoro. Quindi bisogna giovarsene, ragazza mia. C'è stata chi diventò perfino imperatrice; invece lo si butta facilmente come se non valesse nulla.
--Allora,--scattò Tina con un impeto subitaneo d'irritazione,--perchè andar cercando nella strada a chi darlo?
--Se il bisogno ci lasciasse scegliere...--mormorò umilmente la mamma, che la fatica della digestione cominciava a rendere melanconica.
--Non è questo, lasciate dire a me. La fortuna non si decide mai la prima volta, ecco perchè se avete dovuto cedere, avete ceduto male.
--Cedere no!--proruppe la fanciulla.
La signora Veronica finse di non badare a queste parole.
--Anche questo non significherebbe nulla. La mamma ha ragione, non si può sempre scegliere, specialmente quando si è arrivati a un certo punto. L'importante viene dopo, nella scelta dell'uomo, che può fare la nostra fortuna. C'è sempre, credetemelo, costui: siamo noi donne, che abbiamo torto; il minchione, al quale far credere tutto, càpita a ogni donna. Sappiatelo prendere secondo giudizio, e la fortuna è fatta.
--Come?
--Come vorrete: potete diventare moglie o magari non volerlo diventare, secondo i casi.
--Non vedi, figlia mia,--disse la mamma con umiltà anche più bassa,--che se io avessi saputo fare, adesso non ci troveremmo così?
Ma Tina si sentiva salire dentro la rivolta. Senza intendere bene le varie tonalità di quella suggestione, una ripugnanza istintiva gliene svelava il tristo segreto. Si voleva daccapo trascinarla, travolgerla con tutta la sua giovinezza in un sacrificio, del quale non provava che l'oscuro orrore. Ella non aveva una nozione esatta del proprio valore come fanciulla ancora intatta, nè alcuna altra delle idealità così frequenti nelle vergini cresciute fra le pareti domestiche, e tuttavia qualche cosa si ribellava in lei a certe parole, come se un contatto doloroso le facesse sobbalzare tutti i nervi. Attese, le due donne si consultarono con una occhiata.
La signora Veronica si versò dalla boccia un mezzo bicchiere di vino.
--Lasciate stare: perchè Tina non avrebbe ragione? Essa aspetta nella confidenza della propria età, non è vero, ragazza? Voi attendete uno che vi ami per voi stessa e vi sposi, giacchè non vi siete ancora voi stessa innamorata: solamente la cosa è un po' difficile.
--Difficile!--esclamò la mamma dolorosamente:--dite impossibile. Chi volete che venga a cercarvi in questa miseria?
--Infatti bisogna essere in vista: capisco, siete ad un punto tremendo, dal quale non si può andare avanti. Gli uomini rifuggono dalla miseria, questo è certo. Se voi, Tina, foste ben vestita e poteste fare un giro in via Calzaioli, molti signori vi verrebbero dietro, invece se ci passate così, nessuno vi guarderà. Quante ragazze povere finiscono male solamente per questo!
--Io lo dico a voi, signora Veronica,--seguitò l'altra,--perchè oramai siete vecchia come me e potete capire: che cosa volete che ci capiti più se duriamo così? Io sono sempre ammalata: dovrò andare all'ospedale per morirci, se si degneranno di accogliermi; lei resterà sola. Non ho potuto insegnarle niente, un mestiere, metterla per una strada qualunque: adesso come fare? Supponete tutto; che la bustaia la ripigli; non abbiamo un vestito da metterle indosso, è senza scarpe, in due possediamo tre camice rotte sbrandellate. Anche oggi Tina non ha che il corsetto.
La ragazza arrossì.
--E ieri sera?--chiese ironicamente la signora Veronica.
--Lo vedi, figlia mia, che te ne vergogni, mentre non ne hai colpa. Ti accadrebbe altrettanto se ti trovassero una casa, ove fare la serva; non avresti gli abiti per presentarti e non sai fare nulla. Non stiri, tieni a mala pena l'ago fra le dita, non sai cucinare, e come avresti potuto impararlo a casa mia? Che cosa speri dunque, bellina come sei? Che qualcuno s'innamori e ti sposi? Certamente può accadere, ma chi? Un signore, che ti dia da mangiare, no certo: come potresti conoscerlo, tu che non esci di casa? Sarà invece un altro povero diavolo come te, uno di coloro che pigliano moglie non avendo nemmeno il letto. Ce ne sono tanti, e dopo non si sa come mangiare; poi vengono i figli, e allora bisogna fare per loro quello che non si è voluto fare per se stessi.
--Questo mi pare giusto, ma allora è troppo tardi. Una donna, che ha marito, trova più difficilmente di una ragazza il protettore: che volete? I mariti sono spesso bestiali, e gli altri non vogliono averci briga.
--Ammettete pure tutto, ma adesso come se ne esce? ne avete visto poche delle donne a far fortuna. Avete il marito, i figli, vi siete già messa a posto da voi stessa, ed è quasi impossibile mutare: invece da ragazze tutto vi deve ancora accadere.
--Se fossimo ragazze adesso io e voi,--concluse la signora Veronica sorridendo,--eh! vi dico io che faremmo presto fortuna colla nostra esperienza.
Tina si alzò perchè il dialogo pareva finito. Il suo volto era tornato pallido. Betta dall'altra camera non aveva ancora fatto il più piccolo rumore. La piccina aveva ascoltato e capito tutto? Tina se lo chiese con un inquieto sentimento di vergogna come dianzi, quando voleva chiudere la porta. La brutalità di quelle spiegazioni l'aveva quasi soffocata, ma nella miseria avviene sempre così: non si può essere delicati.
Era andata alla finestra.
Qualcuno passava già vestito a festa, il cielo era vibrante di serenità, un sole di primavera accendeva sorrisi dappertutto, sui tetti, sulle gronde, sui muri, sulle selci. Altre donne stavano alla finestra; incontrò i loro sguardi e le parve che la scrutassero.
--Vedete che bella giornata oggi, bisognerebbe poter uscire,--le disse la signora Veronica dietro la schiena.
--Perchè pensarci? non si può.
--Io ho un abito ancora in buono stato, ma a voi non istà bene, non potrei prestarvi che la camicia, il meno necessario, perchè non si vede. Invece sono le scarpe, i vestiti, che più occorrono. Bisognerà pure decidersi a qualche cosa.
--Che volete?
--Io... niente. È per la vostra mamma che ve lo dico: ma io avrei una idea per aiutarvi.
--Non potevate dirmelo prima?
--A che prò se dipende da voi?
--L'idea della signora Veronica è buona,--disse la mamma,--ma sta a te accettarla. Se dovessi farlo io, non ci penserei, tu però sei libera: per me invece sono vecchia e morirò presto. Non ho più bisogno di gran cosa.
--Ecco!--esclamò la signora Veronica, mostrando loro collo sguardo una donna, che appariva alla finestra d'un secondo piano nella casa quasi di fronte:--quella è felice col suo piccolo impiegato delle ferrovie. Prima in casa il marito e i figli crepavano di fame.
Tina si volse a guardarla. Nel vano della finestra si vedeva la sua testa china sotto un grande mazzo di capelli neri, che le lasciavano scoperta una riga bianca sul collo; e il marito, un omaccione rosso, le stava dietro; tutte le donne affacciate sul vicolo la fissavano con occhiate malevole ma invidiose.
--Prima io andavo qualche volta da lei e lei veniva da me; ma da quando le è capitata la fortuna non mi saluta più,--disse la signora Veronica con accento dispettoso:--Voi non fareste così, Tina; ne sono sicura.
--Ma che volete da me?
--Niente.
E le volse le spalle tornando alla tavola per sparecchiare.
Mamma e figlia rimasero alla finestra; non parlavano, ma la gente cominciando ad uscire da ogni porta del vicolo in abito da festa, dopo il pranzo, le rendeva sempre più malinconiche.
Tutti parevano contenti, qualcuno si voltava dalla strada a parlare colle finestre: si udivano saluti, qualche frase di convegni pel pomeriggio.
La mamma aveva cinto d'un braccio la vita di Tina, premendola con lenta carezza.
--Ti ricordi quella volta che uscimmo a far merenda fuori di porta San Gallo colle Tugnoli? Fu l'anno passato, di primavera come adesso: tu avevi ancora l'abito giallo, io stavo quasi bene. Che bella giornata!
--Quanto danaro avete ancora?--chiese bruscamente la ragazza.
--Uno scudo; dopo, io non so più nulla.
--Volete che io dica di sì?
--Tina mia!
--Ebbene... ma adesso non parlatemene più.
* * *
Verso sera la signora Veronica uscì sul pianerottolo ad incontrare una signora, che saliva abbastanza lesta per le scale: si salutarono entrando senz'altro dalla porta di Tina. Anche la mamma, in agguato da parecchie ore, accorse; Tina invece era tornata presso Betta.
--È la signora Cesarina,--disse la signora Veronica cominciando la presentazione:--e questa è la mamma.
La signora era magra, con tutti i capelli neri e due occhietti rotondi, vividi: vestiva modestamente e mostrava una franchezza, che rendeva anche più dura l'espressione della sua fisonomia. Quindi, senza attendere l'invito, si gettò sul pagliericcio del canapè ed allentò i nastri scuri del cappellino, che la stringevano sotto il mento.
Con una occhiata rapida e sicura aveva già valutato quanto era nella cucina: le altre due rimanevano imbarazzate.
--Le scale sono un po' erte,--disse quasi scusandosi la Veronica.
--Il peggio è che sono lisce, e non conoscendole c'è da sentirsi mancare sotto un piede.
--Noi ci siamo avvezze.
--Lo credo.
Successe una pausa.
La signora Cesarina sembrava cercare con lo sguardo.
--La ragazza è di là, nella mia camera, da Bettina,--disse la signora Veronica: vado a chiamarla.
--Aspettate: ma perchè non vi accomodate anche voi altre?
Quando furono sedute, la signora Veronica sbirciando la mamma di Tina come per incoraggiarla mormorò:
--Sì, è meglio parlare prima.
Una certa difficoltà rimaneva tuttavia fra di loro: la signora Cesarina più pratica si rivolse alla mamma con un sorriso:
--Avevo detto che sarei venuta prima, ma ho trovato qualcuno per strada, che mi ha fatto deviare; non è però molto tardi, ci si vede ancora benissimo, abbiamo tutto il tempo per discorrere. E così, che cosa volevate dirmi?
A questa domanda quasi brusca l'altra ebbe come uno smarrimento, ma la signora Veronica la sovvenne: