Chapter 3
--Badate,--osservò questa,--forse non sapete il proverbio siciliano: gli aranci al mattino sono di oro, a mezzogiorno di argento, la notte di piombo. Siccome avete lo stomaco quasi vuoto, potrebbe riuscirvi indigesto.
--Lo sbuccio soltanto.
--Siete anche voi di quelle che si divertono a masticare la buccia?
Fuori un orologio suonò le undici.
--È tardi, ma ci siamo fatte buona compagnia.
--Restate, restate,--ribattè Tina:--non ho sonno. Tu, mamma, se vuoi, va a dormire.
--Figurati: aspetterò quanto vorrai.
--Che cosa ci diremo dunque?--interrogò con un risolino la signora Veronica, finendo di vuotare il bicchiere.
Anche la boccia era oramai vuota.
Questa domanda parve cadere pesantemente sulla tavola: allora Tina si alzò dirigendosi al buio verso la camera della piccina, nella quale sapeva che un lucignolo bruciava sempre.
Le due donne rimaste sole si guardarono: la signora Veronica aspettava una confidenza, e siccome l'altra taceva, disse:
--Tina non soffre affatto, l'ho notato subito, ma bisogna farla mangiare.
L'altra esitava:
--Domani mangerà, quando le sarà passata la prima impressione, perchè non le è accaduto nulla. Quel signore non le ha dato che un bacio e se n'è andato subito.
--Oh! davvero? Era giovane?
--Sì, forse nemmeno venticinque anni.
--Ecco perchè è impossibile: i vecchi invece...
Si vedeva che avrebbe voluto chiedere altri particolari, ma sapendo che o prima o poi non le sarebbero mancati, aspettava.
--Bene, bene, adesso se avessimo del fuoco, io ho in casa un poco di zucchero, bisognerebbe farle un _punch_ caldo con l'arancio per rimetterla in sesto: il _punch_ dolce di alchermes è eccellente.
--Non c'è fuoco.
--Un vero peccato.
Non si udiva più la piccina piangere.
--Ella l'ha calmata, sono due bimbe che s'intendono,--disse con un sorriso la signora Veronica:--non avete più sete, signora Adelaide? bevete: a che pro lasciare l'ultimo gocciolo nella bottiglia? Tanto domani ne comprerete ancora, non è vero?
--Domani certamente, ma e dopo?--aggiunse smozzando la voce.
--La fortuna va presa donde viene e come viene: ecco Tina che ritorna.
La signora Veronica guardandola camminare credette di riconoscere la verità di quanto la signora Adelaide le aveva detto, e se ne sentì dentro tutta commossa. Possibile che esistessero, ancora uomini simili! Sono fortune incredibili, proprio da festeggiare con una cena: dopo bisogna rassegnarsi a passare sulla strada comune, dove passano tutte, lasciandovi quello che si ha di meglio, la bellezza, e finalmente la pelle.
--Assaggiate l'alchermes, Tina, vi spremeremo dentro un po' di arancio e vi farà bene.
--Come volete.
--Bettina?
--Si è subito calmata: le ho messo un cioccolatino in bocca per ricompensa. Vedrete che si addormenta.
--Così dormirò anch'io.
* * *
Sul pagliericcio accanto alla mamma Tina invece non dormiva.
Siccome la griglia era rimasta aperta, la luce della notte diventava più serena, entrava pei vetri a rischiarare la camera. Sul letto non avevano che una vecchia coperta imbottita, dalla quale nel giorno si vedevano uscire per gli strappi i ciuffi biancastri della lana, ma in quella stagione, già mite, era più che sufficiente. Anzi Tina, cacciandovisi sotto, ne aveva provato sulle prime una inconsueta oppressione.
Poi la madre aveva insistito per sapere che cosa desiderasse l'indomani, perchè di quei quattro scudi le rimanevano ancora diciassette lire, una somma relativamente enorme nella loro abituale miseria; ma la ragazza non aveva più voglie.
Il suo spirito era rimasto come sconnesso dalla violenza di quella scena senza che dal cuore le si alzasse alcuna voce di rimprovero contro la mamma, giacchè tutte e due si amavano ancora con la tenacità così frequente nelle vite povere, che condensano in uno solo tutti gli affetti. La fanciulla infatti non si ricordava quasi più i giorni lontani, dai quali lo stormo delle speranze aveva potuto involarsi gaiamente pel cielo, ma dopo era sempre stato presso a poco così, una caccia ostinata ed infelice ai pochi soldi della loro esistenza quotidiana, discendendo nella miseria come dentro ad un pozzo oscuro, nel fondo del quale un'acqua morta rifletteva le loro due figure.
Improvvisamente la mamma si volse: con ambo le mani le prese il collo e la baciò silenziosamente.
--La tua mamma! Le vuoi bene, Tina, non è vero?
L'altra rispose con un bacio.
--Non era per me, non era per me: seguitava con voce piagnucolosa, ma non posso più vederti così. Poi vedi che ho ragione; ci sono degli uomini generosi, che s'innamorano davvero e diventano capaci di qualunque sacrificio per una donna. L'essenziale è di uscire da questa miseria, che toglie ad una donna qualunque valore, perchè, te l'ho detto cento volte, gli uomini vogliono potersi vantare della loro amante. Sono tutti vanitosi, anche quando amano: sciaguratamente quel signore non è ricco.
--Come lo sai?
--Me ne sono accorta subito alle maniere, a quel certo non so che dei veri signori. Ma egli è giovane, dev'essere buono, tornerà.
--Tornerà!
--Ti piace? È brutto, me lo hai già detto.
--Sì, sì, brutto.
L'altra tacque, poi stringendosele ancora più addosso ripigliò:
--Hai ragione. Però, Tina mia, un uomo non è mai come ci pare la prima volta: bisogna conoscerlo, e poi mutiamo anche noi a suo riguardo. Egli è brutto, ne convengo. Lo hai guardato nella faccia quando ti ha dato i quattro scudi e ti ha detto: vado via, fammi lume subito perchè potrei pentirmi?
--No.
--Io ho sentito che la sua voce tremava: ero coll'orecchio incollato all'uscio.
Tina fu scossa da un brivido.
--Ho paura, ho paura.
--Sì, figliuola mia, come sarebbe diversamente? Ma tornerà, a quest'ora è già innamorato di te, altrimenti non avrebbe potuto agire così. Pochi, sai, Tina mia, ben pochi avrebbero saputo resistere alla tentazione con te: ci vuole un po' di cuore per questo.
--Ma se mi vedeva la prima volta!
--Non importa, è così. Peccato che egli non sia ricco.
Dopo una pausa la ragazza disse improvvisamente:
--La signora Veronica ti ha mangiato tutto.
--Sì, è il suo solito: lo sai che è golosa.
--Ma essa mangia tutti i giorni: ne sa cavare dei danari, non è come noi.
--Hai ragione,--l'altra rispose tristamente:--e tu hai fame? Come ti senti?
--Sto meglio.
--Cerca di dormire.
--Sì, anche tu.
Si baciarono: poi la mamma le chiese ancora, prima di voltarsi sull'altro fianco:
--Mi vuoi bene?
--Oh mamma!
* * *
Ma un'ora dopo Tina piangeva silenziosamente col volto dietro la schiena della mamma addormentata.
Senza intendere bene il perchè, la fanciulla si sentiva vinta da una profonda pietà di se stessa. Le sembrava quasi che la vita si distaccasse dalla sua anima come qualche cosa, che non le apparteneva più e che un altro poteva prendere fra le mani con la indifferente crudeltà dei fanciulli, quando nella effervescenza di un capriccio smembrano un piccolo animale.
E anch'essa era così, perduta in un pericolo mortale, con un freddo di febbre nelle carni, che la faceva tremare di paura, pur sapendo di essere amata dalla mamma con una tenerezza, della quale non aveva mai dubitato. Ma le condizioni della vita non avevano mai permesso loro di potere come tante altre donne abbandonarsi alla negligente sicurezza che l'indomani sarebbe come l'oggi; invece ogni mattina ricominciava il medesimo problema con la necessità di mangiare, di vestirsi, di avere le scarpe, e il terrore di ammalarsi sprovviste di tutto come in quell'ultimo inverno, quando la mamma era rimasta a letto quasi due mesi. Era stata un'agonia lenta, muta: le notti diventavano più lunghe, i giorni non finivano più. Avevano dovuto a poco a poco vendere quasi tutto, rimanendo senza materassi, senza lenzuoli, quasi senza camicia: ella non ne aveva che due così rappezzate che si vergognava d'indossarle: ecco perchè quella sera non aveva indosso che un corsetto della mamma; ma le scarpe non le permettevano quasi più di uscire.
Mentre piangeva così raggomitolata sotto le coperte, non si ricordava più distintamente di nulla: era soltanto una tristezza simile a quella che debbono provare i prigionieri a certe ore, quando ripensano che non usciranno mai di carcere o che uscendone non troverebbero più alcuno ad aspettarli. La scena stessa, violenta e fortunata, nella quale la sua giovinezza era quasi perita, le si confondeva nella memoria sotto uno sgomento di sogno. Poi rivedeva ancora quell'uomo giovane, che l'aveva accarezzata sino all'ultimo momento, gittandosi su lei con le mani febbrili; ma anche allora i suoi occhi accesi sorridevano e le sue mani nel farle male non erano come quelle della mamma, le poche volte che da piccina l'aveva percossa. Improvvisamente, come se una fiamma l'investisse, si era sentita ardere sino dentro la carne, colla testa assordata da un tumulto, mentre dal fondo dell'anima una ripulsa acuta, spasmodica, le saliva impetuosamente alle labbra facendola urlare, E aveva gridato nella difesa della propria vita, disperatamente.
Eppure sapeva già tutto.
Anzi si era preparata al sacrifizio ascoltando molti giorni prima le esortazioni della mamma e i consigli indiretti della signora Veronica. Ma la sua giovinezza, troppo diversa da quella delle fanciulle cresciute nelle famiglie oneste o nei conventi, se conosceva già le miserie e le vergogne della vita, non ne aveva ancora perduta l'ingenua delicatezza, poichè la primavera sonnecchiava nel suo bel corpo pallido come in uno di quei fiori cresciuti nascostamente senza sole.
Così una ripugnanza di spavento e di orrore le faceva quasi credere di dover subire una mutilazione, qualche cosa di avvilente e di straziante come sotto il ferro di un chirurgo, che vi taglia la carne, e dopo si resta per tutta la vita deformi davanti al sorriso della gente. Perchè dunque le si voleva imporre questo? La mamma aveva parlato tristamente, mentre la signora Veronica ne sorrideva come di una cosa inevitabile, alla quale si volesse dare troppa importanza: secondo lei si trattava soltanto di cavarne tutto il vantaggio possibile.
Ma a poco a poco la fanciulla si distrasse.
Non aveva quasi mangiato e la testa le ronzava ancora.
Alla luce della finestra la stanza appariva vuota: non vi era che un comò, tutto il resto era stato venduto, e sul comò uno specchietto incastrato in una scatola aveva un luccicore di acqua nella notte.
Per quel vicolo deserto non passava alcuno.
Per un momento ella pensò agli inquilini della casa; gli Arrighi al primo piano, una famiglia di un conciapelli, che guadagnava sei lire al giorno: la signora Giovanna, alta, bruna, con un'aria da uomo e tre figlie che cucivano di bianco; la mamma aveva per amante un garzone da caffè, e la maggiore delle figlie era innamorata del calzolaio, che lavorava sempre alla finestra dirimpetto alla loro. Nella famiglia scoppiavano continue liti, quantunque il padre, sulla cinquantina, pacifico e bonario, sopportasse. Al secondo piano abitava un muratore con una donna, che non era sua moglie, e nell'altra camera un vecchio pensionato, solo; non lo si vedeva quasi mai. Ella conosceva tutti, e tutti le volevano bene, quantunque non avesse reso loro nessun vero servizio; la signora Veronica, invece, era mal vista.
Ma la fanciulla non si domandò nemmeno se avessero potuto accorgersi di quel signore, altrimenti questo dubbio sarebbe bastato a gettarle nell'animo un nuovo terrore.
Quella sigaraia, che stava col muratore, era bionda, quasi bella, di un cuore così allegro che canticchiava spesso per le scale tornando dal lavoro: una volta, nell'inverno, era venuta ad invitarla a pranzo, e l'aveva trattata benissimo perchè si stimava nata in una condizione più bassa.
Tina si ricordò di un gran pezzo di migliaccio mangiato dopo le frutta.
E dormivano felici, soli, sotto quella camera.
* * *
Adesso le pareva di essere seduta sulla soglia di una chiesa.
Da tutte le strade la gente arrivava vestita a festa: i bambini suonavano le trombette, le mamme guardavano sorridendo. Ella aveva oltrepassato la folla, assorta nello spasimo della propria miseria, che le toglieva di sentire ogni altra cosa; ma si ricordava di essere scappata di casa appena la mamma si era assopita, quantunque in quella dormiveglia il suo viso giallo esprimesse la medesima tristezza insopportabile. Così come si trovava, senza fazzoletto in testa, coi piedi dentro due vecchie calze rattoppate e quel corsetto da notte mal chiuso, era fuggita. Dalla porta della chiesa si vedeva nello sfondo scuro una infinità di ceri accesi, che sembravano nelle fiamme tanti chiodi roventi; e un odore d'incenso usciva a sbuffi, dandole al capo una sensazione dolorosa.
Accoccolata sopra uno scalino, coi gomiti sulle ginocchia e la mano sinistra tesa, aspettava sempre che qualcuno nell'entrare le facesse l'elemosina, ma non osava domandarla, guardando con gli occhi così fissi che ella stessa ne sentiva tutto il peso. Poi si era accorta di mostrare le calze bucherate sino a mezzo lo stinco, perchè la sottana troppo corta si raccorciava ancora in tale atteggiamento, mentre quel corsetto della mamma le copriva le piccole mammelle illividite dal freddo.
E a poco a poco la gente cominciava ad entrare. Erano gruppi di donne vecchie, col fazzoletto sui capelli bianchi: alcune avevano un rosario nelle mani, altre scuotevano il capo paraliticamente affrettandosi verso la soglia, dalla quale sfuggivano fra i vapori dell'incenso le prime voci sonore delle preghiere.
Tutti i volti si componevano a una gravità solenne nel passare la porta, le fronti s'inchinavano e ogni parola cessava; i bambini invece si traevano sorridendo i berretti, e gli uomini si guardavano ai panni, ma nessuno le aveva ancora badato. Ella, senza parlare, fissava tutte quelle facce con la disperata intenzione di attirare qualche sguardo, perchè l'anima intera le ardeva negli occhi con una fiamma ancora più rossa dei ceri accesi sui candelabri dell'altare. E le pareva quasi di vederne il getto tremare nell'aria dinanzi alle pupille, mentre il freddo dello scalino attraverso quella sottile sottana le saliva per le reni insino ai riccioli della nuca.
Perchè dunque era venuta a sedersi su quella porta?
I poveri, che vi stazionavano spesso, sapevano chiedere con la voce e col gesto, e la loro voce piangeva e il gesto fermava la gente come un ostacolo pietoso: ella invece non sapeva che guardare, bruciando nella fiamma degli occhi tutte le preghiere, come nel momento dell'elevazione i chierici gittano nuovi grani d'incenso nei turiboli per sollevarne una nuvola bianca ondeggiante sull'altare. La sua piccola mano, aperta in quella muta invocazione, tremava già indolenzita, senza che nessuno se ne fosse ancora accorto. Immobile, in uno stupore sempre più angoscioso, ella si chiedeva come mai il suo caso non attirasse l'attenzione, quantunque la miseria sia uno spettacolo fin troppo ordinario all'angolo di ogni via e sulle soglie delle chiese per vincere facilmente l'indifferenza della gente; ma gli uomini, anche giovani, le passavano accanto sfiorandole la mano, e i vecchi entravano raccolti in se stessi, col capo curvo verso la terra, che li chiamava sommessamente.
--La mia mamma muore! la mia mamma muore!--voleva gridare levandosi collo stesso impeto disperato, come era fuggita di casa senza nemmeno chiudere l'uscio.
E si ricordava di non aver incontrato per le scale che un inquilino vecchio, il quale viveva solo, celando la propria miseria in una cameretta sotto la loro: nessuno lo conosceva, egli non parlava con alcuno. Si erano guardati nel viso, poi il vecchio lo aveva abbassato tristamente per nascondere forse di aver capito. Bisognava dunque morire così. Non bastava che fosse venuta sulla porta di quella chiesa a domandare l'elemosina? Forse a quest'ora la mamma si era desta e la cercava ansiosamente con gli occhi; nessun altro era in quella camera, perchè da due mesi nessuno v'entrava più.
Allora volle alzarsi, ma un peso enorme la premè su quello scalino senza permetterle nemmeno di spostare il gomito. Si sentiva piegare le reni e il respiro le usciva a stento dalla bocca, mentre un'altra gravezza, come di una invisibile calotta, le spingeva la punta del mento sempre più innanzi nella palma della mano. Ripetutamente si sforzò di voltare la faccia verso la chiesa. La messa doveva essere a mezzo, perchè il campanello del chierico tintinniva: ella ne ricevette le percosse vibranti sul cuore, poi lontano le campane di un'altra chiesa squillarono. Il piazzale era deserto.
Improvvisamente vide avanzarsi quel signore giovane vestito di nero: lo riconobbe all'alta statura e al viso storto, dentro al quale gli occhi lucevano dello stesso splendore, ma anch'egli doveva averla ravvisata, giacchè veniva dritto verso di lei con una rosa rossa in mano. Quando mise il piede sullo scalino, ella spaventata non pensò nemmeno a tendergli la mano: l'altro invece le si chinò sul volto bruciandoglielo con quella fiamma, che la fanciulla aveva già sentito, e le piantò il gambo della rosa dentro al capezzolo della mammella sinistra. Il dolore fu così acuto, che le parve di svenire, poi non vide più nulla. Il gambo le penetrava sempre più addentro, rigido, sottile, mentre la rosa troppo pesante le tirava giù la piccola mammella verso il grembo. Giammai aveva provato fitte più lunghe ed atroci. Il sangue, uscendo a gocce, bagnava tutta la rosa e cadeva dentro la tazza dal manico rotto, nella quale la mamma prendeva qualche volta il caffè. Come mai aveva quella tazza fra le ginocchia? Che cosa era stato?
Perchè aveva egli fatto così?
Adesso gli occhi le si cominciavano ad intorbidare; ad una ad una udiva il tonfo delle gocce con uno sbigottimento mortale, come se la vita le mancasse in un freddo, che le faceva diventare di marmo tutte le carni, quando si accorse d'un tratto di avere sul fianco sinistro la piccola Betta con quel vestone rosso regalatole da una vecchia marchesa per la festa della Befana. Ma la bambina non pareva più ammalata, e rideva vedendo sgocciolare il sangue nella tazza. Certo passò del tempo. Le gocce cadendo nella tazza ormai piena davano un altro suono, mentre la mammella vuota si allungava sempre più dolorosamente sulla rosa greve di sangue. Confusamente capì di morire; poi una suprema reazione le fece aprire gli occhi per strapparsi il fiore dalla ferita, ma le mani erano diventate troppo pesanti e gli occhi le si abbacinarono nello splendore di tutto quel rosso ardente come una fiamma.
Era una morte quasi dolce, la ferita non le doleva più: distese le gambe, e la sua mano incontrò la testa ricciuta della bambina, che le si chinava sul grembo per prendere la tazza.
--Bevi, se non vuoi morire,--diceva Bettina, tendendole la tazza alle labbra:--ma dammi prima un cioccolatino.
E il suo riso goloso diventava crudele nell'attesa.
--Non ne ho più;--mormorò la morente.
--Dammelo o butto via la tazza.
--Anche tu sei cattiva.
Credette di aver detto così l'ultima parola: non sentiva più male, era solamente in un buio profondo, silenzioso.
Ma la voce disperata della piccina la scosse, aperse gli occhi e la vide fra le braccia di quel signore giovane, che la portava via frugandole con la mano nel petto come aveva già fatto con lei.
--Tina, Tina!--gridava Betta.
Quando si destò, la mamma dormiva sempre e la piccina piangeva davvero nell'altra stanza lontana.
LA SECONDA GIORNATA
Doveva essere per l'indomani.
Quando Tina si risvegliò, la mamma già alzata da un pezzo lavorava nella cucina; la fanciulla si sentiva affranta, con la bocca pastosa e la testa greve. Come al solito il risveglio nella luce di quella camera, sempre con le griglie aperte, le diede la sensazione confusa di un male, che tornava a ripetersi con la immutabile monotonia di una giornata vuota. Infatti ella non aveva niente da fare. La loro casa in quel vicolo molto illuminato era delle più quiete: gli uomini ne partivano presto e le donne, chiuse nelle proprie stanze, non ne uscivano spesso, perchè mancava il cortile e le scale rimanevano sempre buie. Ella s'alzava dopo la mamma, che le aveva già preparata l'acqua nel catino, ma dopo restava lì incantata senza sapere come ammazzare il tempo.
Da piccina se ne ricordava però uno meno triste.
Allora la mamma teneva in casa una vecchia serva dai capelli bianchi, con gli occhi che parevano vuoti come quelli delle statue. La sua taciturnità era così ostinata che non si riusciva a farla chiacchierare nemmeno nei momenti di festa, quando la mamma, tornando a casa contenta, si metteva a giocare con la bambina. La vecchia invece teneva le camere con una pulizia ammirabile. Tina non sapeva niente di lei, sebbene con la grazia dell'innocenza fosse riuscita a farsi amare: solamente la vecchia confessava di non avere più nessuno al mondo dopo che sua figlia era morta improvvisamente nella vigilia delle nozze. La figlia si chiamava Marietta, ma la vecchia evitava di parlarne, come se a quel ricordo una cicatrice le si riaprisse dentro rendendole più penoso il silenzio lungo di tutti i giorni. Con la mamma andavano abbastanza d'accordo. Infatti questa comandava così poco nella casa che ne lasciava all'altra tutta la cura: altre volte stava fuori l'intera giornata non avendovi fatto che colazione, perchè era pigra e si alzava sempre dopo le dieci. Però in casa non mancava nulla. La vecchia preparava sempre il solito pranzetto; la mamma mangiava indifferentemente di tutto, ella invece così piccina era già piena di voglie e di bizze, che spesso la facevano piangere. In fondo amava però quella vecchia almeno quanto la mamma, sebbene non potesse con quella soddisfare tutte le tirannie della sua piccola volontà.
La faccia della vecchia non era bella. Le mancavano quasi tutti i denti davanti e i capelli si erano tanto diradati sulla fronte, che vi portava sempre un fazzoletto a quadroni turchini, anche d'estate. Ma quel velo di silenzio dava alla sua faccia giallognola una gravità ben diversa dall'altra della mamma, allorchè questa voleva con accento di padrona rivolgerle qualche rimprovero, o si metteva a fare delle considerazioni dolenti sulle difficoltà di andare innanzi senza avere una posizione assicurata. La fanciulla ascoltava il dialogo delle due donne, vedendo sempre la mamma cedere con un gesto scoraggiato alle parole della serva, che dovevano essere ben tristi, quantunque ella non potesse comprenderne il senso. Ma la vecchia non si scomponeva mai, parlava adagio, con accenti secchi, mentre la mamma invece scattava, si agitava, e talvolta piangeva.
Spesso venivano in casa uomini ignoti, ben vestiti, ma la vecchia allora non lasciava più la cucina e chiudeva l'uscio a chiave, dicendo a Tina di non fare rumore, o mettendola sopra una sedia le dava qualche cosa da mangiare, un frutto, una chicca, con certe carezze insolite, che irritavano la fanciulletta.
Però queste visite non erano lunghe.
Una volta la mamma rientrò in cucina pallida, cogli occhi gonfi. Si vedeva che soffriva. Aveva quella vestaglia bianca, inamidata, che non portava quasi mai, colle frappe dritte intorno al collo, ma la metà dei capelli le cadeva in disordine sopra una spalla e dai bottoni mal chiusi le si vedeva sotto la camicia, anch'essa aperta.
Il signore se n'era andato.
La madre cadde sopra una sedia vacillando.
Un dolore le contrasse la bocca facendole mordere il fazzoletto, che teneva fra le mani: disse qualche parola sottovoce alla vecchia, che mise subito al fuoco un pentolino d'acqua e andò a cercarle nella credenza la bottiglia del marsala. Tina guardava spaurita, poi la mamma la vide e la chiamò con un gesto smanioso per darle un bacio. Allora si misero tutte due a singhiozzare.
La vecchia tornò silenziosamente verso di loro.
--Non ci posso durare,--esclamò la mamma, alzandole gli occhi in faccia quasi ad invocarla come testimonio:--è già una settimana, oggi poi...
--Che cosa hai, mammina?--domandò Tina con un altro scoppio di pianto.
--Mi sento male, cuore mio.
--Dove, mamma, dove?