Olocausto

Chapter 2

Chapter 23,799 wordsPublic domain

La ragazza indossava una vecchia giacchetta a maniche larghe e rigonfie verso le spalle, con grandi risvolti, che avrebbero dovuto scoprirle il collo e la sommità del seno se non avesse tenuto il volto così basso; una gonna corta e miserabile le cadeva su due scarpe vecchie, ma i capelli castani, folti, scarduffati, le si alzavano come in nuvola sulla fronte bianca di un candore impressionante. S'indovinava la sua emozione dal tremito del braccio, che stringeva febbrilmente la mano dell'altra donna.

Questa si fermò, le diede una scossa liberandosi, e tornò indietro in quella camera buia senza parlare.

La porta si chiuse quasi violentemente.

La ragazza alzò la faccia.

Alla fiammella tremula della candela egli vide sotto quella fronte troppo bianca due occhi di un cilestro pallido, e una bocca piccola come stirata da uno spasimo nervoso; però il volto bello, di una delicatezza malaticcia, era fresco malgrado i cerchi bluastri, che rendevano più vivo lo splendore dello sguardo.

La giacchetta mal chiusa scopriva sotto il collo una bianchezza.

Egli non sapeva come incominciare.

--Accomodatevi qui, vicino a me.

L'altra ubbidì piegando nuovamente la testa.

Non poteva trattarsi di commedia: il volto della ragazza era così bello e così triste che altri meno giovani di lui se ne sarebbero egualmente commossi; e nulla in lei, dall'aspetto o dall'atteggiamento, tradiva una intenzione seduttrice, quel sottile, continuo inganno femminile, che non cessa mai, nemmeno nelle crisi più profonde della passione. Ma una dolcezza emanava dalla sua figura così ripiegata sulla seggiola, mentre dietro la nuca le si arruffava una quantità di ricciolini, che il soffio più insensibile avrebbe scomposto. Teneva le spalle un po' arcate e sotto le pieghe di quella giacchetta male abbottonata, dalle costure logore, il suo corpicino primaverile appariva in una forma indecisa.

Egli le guardò le mani sottili, distese sulle ginocchia con quella compostezza delle fanciulle quando seggono in chiesa.

--Ti chiami Tina?--incominciò prendendole una mano.

--Sì.

--Me lo ha detto quella donna: chi è?

--Mia madre.

E alzò la faccia: allora egli credette di capire che quegli occhi avevano pianto.

--Tua madre,--ripetè:--ma scusa, quanti anni hai?

Interrogava così a caso, tanto per parlare.

--Non ancora diciassette anni.

--Ti chiami Tina: hai fratelli?

--No.

--Il babbo?

--No.

--Solo la mamma?

--La mamma.

--E ti...

Ma non finì: adesso era lui, che sentiva un impeto quasi di collera salire dal sangue, però si trattenne guardandola fisamente. La faccia della fanciulla si era irrigidita in un pallore di marmo, e dietro i denti l'ombra della sua bocca socchiusa pareva palpitare.

Poi appoggiò un gomito sopra la tavola e la fronte sulla mano.

--Sei bella davvero!--esclamò improvvisamente.

Ma siccome l'altra taceva, proseguì:

--Hai detto la verità. Si vede subito che hai sedici anni, non puoi averne altri. Ti chiami Tina? È un bel nome, nel mio paese non conosco nessuna ragazza che si chiami così. È un nome fiorentino?

--Sì.

--Ma tu farai pure qualche cosa? Come vivete in questa casa?

--La mamma è stata ammalata tutto l'inverno, io andavo da una bustaia, ma ho dovuto smettere per curare la mamma.

--Il babbo?

--Non l'ho mai conosciuto.

--Ma la mamma che cosa faceva prima di ammalarsi?

--Andava in due o tre case a prestare mezzo servizio per non lasciare me.

--E prima?

--È stata quasi ricca, poi vennero le disgrazie: adesso non può fare più nulla, è troppo debole.

--Dovresti fare tu quei mezzi servizi, insomma la mezza serva invece di lei.

--Me non prenderebbero, sono troppo giovane.

--Come serva forse, ma per bambini.

Parlava duro, da uomo d'affari, colla precisione e la rapidità del colpo d'occhio nel mestiere.

--Dovrei abbandonare la mamma.

--E allora?...

Le teneva sempre quella mano fra le proprie, senza trarne una vibrazione. La fanciulla aveva risposto esattamente a quella specie d'interrogatorio, ma il suo viso rimaneva sempre immobile, nella stessa rigidezza lapidea, dentro la quale gli occhi brillavano come in una lontananza di notte azzurra.

--Non mi hai ancora guardato,--egli ricominciò dopo una pausa, accarezzandole la mano:--capisco che io non ti posso interessare, perchè non mi conosci. Hai l'amante?

La fanciulla titubò.

--No.

--Davvero, Tina? Mi pare difficile: che cosa fai dunque tutto il giorno?

--In due mesi sarò uscita di casa due volte, per un momento.

--Ma bisogna pur vivere.

--Abbiamo venduto a poco a poco tutto quello che avevamo.

--Nessuno vi ha aiutate?

--In principio sì, adesso più.

--Pare impossibile che si possa arrivare a questo: però qualche idea l'avrai.

Questa volta ella si strinse nelle spalle, e un sorriso dolente le ricomparve sulla bocca arida, parve cercare qualche cosa sulla tavola. L'altro indovinò.

--Vuoi il bicchiere dell'acqua? La mamma l'ha messo sul camino quando sono entrato io.

Si alzò per porgerglielo, la fanciulla lo respinse.

--Mi farebbe male.

--L'acqua! Perchè?

--Anche oggi ho voluto berne e dopo l'ho rigettata.

--Che cosa ti senti?

--Nulla.

--Avrai mangiato qualche cosa d'indigesto: che cosa hai mangiato?

--Nulla.

--Nulla, che cosa? Si mangia pure: da quando hai mangiato?

--Ieri mattina.

--E dopo?

Non rispose. L'altro si alzò nervosamente dinanzi a questa fanciulla, che lo dominava colla propria indifferenza, parlando a monosillabi come dentro a un sogno. Non pareva accorgersi di essere sola con lui in quella camera, sebbene fossero bastati pochi minuti per farle confessare tutta la vita.

--Chiama tua madre perchè vada fuori a comprare quello che vuoi, pago io. Che cosa ti piace? A quest'ora le botteghe sono ancora aperte.

--Adesso no, non potrei mangiare.

--Ma nemmeno lei, tua madre, ha mangiato?

--Più tardi, più tardi,--ella concluse stringendo le palpebre per frenare le lagrime, che le ricominciavano, e rialzò la testa con atto quasi violento. Erano gli ultimi guizzi, forse le ultime resistenze della sua volontà, mentre un'improvvisa paura le gelava il sangue, spegnendole quella luce lontana negli occhi.

Avevano già parlato troppo: a che scopo? Se ne accorgevano entrambi. Sullo stoppino della candela una larga bracia lasciava salire un tremulo filo di fumo turchiniccio: nella stanza l'aria pareva diventata fredda.

Il loro silenzio si allungava sotto la pressione di uno sforzo sempre più greve. Egli la guardò fisso facendola trasalire come ad una puntura: il seno le ansava, e sul pallore marmoreo della faccia parve ondeggiarle un brivido luminoso. Si sentiva sempre la mano stretta fra le sue con una violenza quasi dolorosa, mentre egli si agitava sulla scranna col volto mutato da una nuova fisonomia. Improvvisamente, colla testa pesante per quel digiuno di quasi due giorni, la fanciulla non seppe più pensare, come sotto una di quelle sensazioni di sonno così soverchianti nei bambini; un freddo le stringeva lo stomaco e un torpore le saliva simile ad un'ombra sino agli occhi. Poi le sembrò di vedere la luce della candela avvampare in un incendio, che subito si spegnesse.

Egli le aveva messo una mano sul collo scendendo ad accarezzarlo sotto il bavero della giacca, e col volto quasi sul volto glielo bruciava coll'alito.

--Dammi un bacio.

Ella glielo diede.

--Vieni,--proruppe con voce sorda, traendosela sulle ginocchia e perdendosele nel viso, nel collo.--La mamma te lo avrà detto; sei contenta, non è vero? Lo sai che sei bella? Dammi un altro bacio: sì, sei bella, il tuo aspetto è un incanto!--esclamò finendo colla mano convulsa di sbottonarle la giacca: ma si arrestò.

--Ah! non hai nemmeno la camicia, hai solo un corsetto.

Ella si rannicchiò dolorosamente ascoltando come una chiamata i guaiti della bambina, che ricominciava a piangere. Forse la creaturina si torceva fra le braccia della madre secondo il solito, finchè vinta questa pure da tale inutile tortura l'abbandonava o veniva dalle vicine a cercare aiuto. Adesso il pianto continuo, lento, pareva non dovesse cessare più.

La fanciulla ne tremava.

Poi un dolore acuto alla mammella sinistra, troppo stretta da una mano troppo pesante, le fece gettare un urlo, mentre l'altro abbracciandola subitamente alle reni la sollevava dalla sedia e col leggiero, grazioso corpo sul petto cadeva attraverso il canapè.

Ella si divincolò cogli occhi sbarrati, i denti stretti, così violentemente che dalle sue ginocchia scivolò quasi per terra: la pelle le bruciava.

--Eh! via,--gridò l'altro riafferrandola ai fianchi.

Ma essa lo guardava col petto nudo, il volto teso verso il suo nello sforzo di una parola suprema, che ne uscì come una fiamma.

--Sono vergine!

Poi le caddero le braccia, e rimase davanti a lui colla testa bassa, come un gran fiore falciato a mezzo. Egli stava sul canapè senza capire, colle ginocchia aperte e il volto smorto di un pallore, che gli si faceva più bianco intorno agli occhi.

E quel pianto della bambina seguitava sempre.

Con gesto freddoloso la fanciulla si restrinse i risvolti della giacca sul petto nudo senza osare di scostarsi. Perchè aveva fatto così? La mamma aveva udito? Ma una crispazione dello stomaco la fece ancora traballare piegandole il busto; l'altro la sostenne con una mano.

Quindi le prese fra le palme il volto per guardarlo un'ultima volta:

--Ti credo, ma tua madre è infame. Prendi.

Trasse dal portafogli quattro scudi.

--Fammi lume, che me ne vada subito: potrei pentirmi.

Ella prese la candela dal tavolo, l'altro era già all'uscio.

--Salvati se puoi,--le disse voltandosi nell'uscire.

Quando Tina tornò nella cucina fu sorpresa di non trovarvi la mamma; i quattro scudi erano ancora sulla tavola, ma la porta della camera si riaperse tosto.

Nessuna dello due trovò una parola: la mamma si accostò alla tavola, prese le quattro carte, esaminandole, senza che dal volto le trasparisse alcuna emozione.

--Oh! mamma, non potevo!--esclamò finalmente la fanciulla, gettandole le braccia al collo in uno scoppio di pianto senza lagrime.

L'altra l'accarezzava sulla testa.

--Calmati, Tina, hai fame? Adesso possiamo mangiare.

--No, no.

Ma quelle carezze la calmavano. Finì di abbottonarsi la giacca, si strinse la gonna sui fianchi perchè sentiva freddo e un gran bruciore di sete.

--Che cosa vuoi? dimmelo e vado fuori a prenderlo.

--Non ho fame, piglia tu quello che vuoi.

E le porse il fazzoletto nero.

--Non sei in collera?

--No, figlia mia. Lo so, è triste, per adesso non ci pensiamo. Dimmi piuttosto: vuoi che ti porti una costoletta cogli spinacci? Al _Pavone_ è ancora aperto certamente: dammi la boccia del vino; ti occorre qualche cosa di caldo?

--Ma tu dunque?

--Di me non ti preoccupare.

La mamma aprì quel mobile strano, ne cavò un tovagliolo, una boccia di vetro bianco dal ventre grosso.

--Ti porterò degli aranci: quelli ti piacciono.

--Sì, piacciono anche a Bettina: comprale due o tre soldi di cioccolatini, andrò io a portarglieli. Non odi come dura a piangere? La signora Veronica sarà ancora alzata.

--Avrà udito quel signore andarsene.

--Era ben brutto, sai,--le sfuggì con un gesto di ripugnanza.

--No, t'inganni; era una persona per bene. Non è facile trattare come lui.

La fanciulla ridivenne pensierosa: aveva temuto un rabbuffo e quella condiscendenza le dava adesso una nuova emozione.

--Vado, sì.

--Porta teco il lume, lo lascerai in fondo alle scale.

--No, quel signore non ha chiusa la porta perchè non ne ho udito il tonfo. Giù al primo piano gli Arrighi, che sono sempre desti, se ne saranno accorti.

Questa preoccupazione cresceva in loro di minuto in minuto: per vincerla Tina spinse l'altra verso l'uscio, ma qualcuno batteva leggermente la porta del pianerottolo. Era la signora Veronica.

--Siete alzate ancora? Non mi sano ingannata,--disse colla sua voce chioccia ed insinuante:--Uscite, signora Adelaide? Terrò io compagnia alla Tina finchè torniate, o verrà lei da me. La bambina non vuol quietarsi.

--Ho detto alla mamma di comprarle dei cioccolatini; vedrete che si calmerà.

--Allora andate, aspetteremo,--l'altra si affrettò a rispondere, tirandosi da parte per lasciarla passare; e l'ascoltarono discendere le scale con un passo così lieve che appena lo si udiva.

* * *

Appena furono nella cucina, la fanciulla andò al camino e bevve d'un fiato tutto quel bicchier d'acqua.

L'altra guardava sempre coi grandi occhi grigi di gatto nel viso tondo e grasso dalle labbra sporgenti. Era vestita di un vecchio abito di flanella a righe scure, dentro il quale il suo corpo pareva insaccato; e infatti la carne le si ammassava ai fianchi sopra la guaina lenta della sottana, mentre le mammelle non sorrette dal busto cadevano mollemente sul ventre, confondendovisi.

Con un gesto abituale si grattò sopra la fronte fra la discriminatura dei capelli.

Ma Tina aveva paura di parlare dinanzi a lei che forse aveva già giudicato. Nella sua testa pesante pel digiuno quella disgrazia interrotta da un mirabile caso diventava quasi più dolorosa nella immutata certezza dell'indomani, e la fanciulla tornava a tremarne, come se ancora sentisse sul collo il soffio caldo di quell'uomo, che le frugava violentemente nel seno. Poi si ricordò la sua esclamazione: oh non hai nemmeno la camicia! provandone nuovamente la stessa vergogna, più acuta forse che di essere stata così fra le sue braccia, quantunque egli dovesse avere già prima indovinato tutta la loro miseria.

Ma anche la miseria ha limiti, oltre i quali il suo dolore raddoppia.

Le sfuggì un sospiro.

La signora Veronica disse:

--Dove è andata la signora Adelaide? Al _Pavone_?

--Sì.

--Ditemi che cosa le avete ordinato.

--Io! nulla.

--Avete torto di trattarvi così; al mondo bisogna stare meno peggio che si può, adesso mangerete, appena torni la signora Adelaide. Vedrete che sa scegliere.

Dall'altro appartamento si udiva sempre il pianto sommesso della bambina. La piccola voce non cresceva, non diminuiva, simile a quella di un rivolo, che s'ingorghi in una chiavica; ma forse per questo la fanciulla ne provava una impressione sempre più penosa.

--Che cosa ha stasera Bettina?

--Il solito.

--Povera piccina!

--Che cosa volete farci? Io non ci posso nulla, ma finirà coll'addormentarsi per qualche ora lasciandomi dormire. Oggi le avevo fatto una zuppa col latte, che le piace; non l'ha voluta.

--Non si può mangiare certe volte.

--Eppure non serve a nulla star digiuni, perchè dopo vi sentite peggio. Vedete, io soffro di vedere così la mia bambina, ma mi faccio forza a mangiare quando ne ho, altrimenti se non mangiassi che cosa accadrebbe? Mi ammalerei anch'io e non potrei più aiutarla. Bisogna essere ragionevoli.

Parlava adagio scandendo le sillabe, e la sua fisonomia pareva buona malgrado l'egoismo delle parole.

Tina la conosceva sin dal primo giorno, nel quale era diventata la loro vicina, e non l'aveva mai veduta esaltarsi davanti al lungo atroce martirio di quella creaturina, che espiava così i vizi del padre. Anzi la signora Veronica lo aveva subito spiegato col suo accento tranquillo: ella era senza colpa di quel male di quella miseria, nella quale avevano dovuto cascare; perchè dunque se ne sarebbe arrovellata soffrendone maggiormente? Poi la bambina non poteva vivere, i medici stessi lo avevano assicurato. I rimedi, se avesse potuto comprarli, non le sarebbero stati di alcun giovamento; valeva dunque meglio spendere altrimenti quei danari, qualora capitassero.

Tina si alzò.

--Dove andate?

--A vederla.

L'altra tacque.

Allora, davanti a quella indifferenza, l'orgasmo le cadde: tornò a sedersi. Ma Tina si avvide che l'altra la scrutava con quegli occhi grigi, pieni di una luce fredda. Infatti il viso della fanciulla era così alterato che sarebbe stato impossibile non accorgersene: tratto tratto dal fondo delle sue pupille azzurre una fiamma dardeggiava come sotto un soffio; aveva le labbra livide e il seno le ansava. Adesso l'ombra di quei due cerchi sotto gli occhi le si allargava per le guance, confondendosi colla oscurità della bocca.

Nessuna delle due parlava più.

La ragazza sentiva che l'altra non avrebbe potuto accettare il racconto di quella inverosimile fortuna: d'altronde la cosa avverrebbe egualmente; domani, posdomani? Come spiegare la cena, che la mamma avrebbe portato fra poco? Anzi tale elemosina troppo grossa diventava un nuovo motivo d'incredulità, mentre domani un altro, il secondo, non farebbe certamente così: e allora? La sua testa si confondeva, il sangue tornava a batterle sul cuore con lunghe onde spaventate.

Tina distinse lo scalpiccìo della mamma.

Appena nella cucina la signora Adelaide respirò rumorosamente, ma ansimava: dal tovagliolo chiuso nel suo pugno colle quattro cocche riunite un odore vaporava sottilmente.

--Buono!--esclamò la signora Veronica, levando il naso all'aria.

--Vedrai, Tina,--rispose la mamma con una certa volubilità nella voce,--vedrai che bella costoletta sono riuscita a portarti. Era l'ultima, a quest'ora, che restasse nella cucina, poi vi ho fatto io stessa un contorno di patate arrostite nella leccarda col ramerino. Guarda: ho anche una doppia porzione di maccheroni e del lesso di manzo.

--Non vi sarete già dimenticata i cioccolatini?

--Ti pare?

E trasse da una tasca profonda della sottana una bottiglietta bianca, piena di un liquido rosso.

--È alchermes, ne berrai un sorso dopo cena, perchè il vino non è gran cosa: però ho dovuto pagarlo in ragione di quarantadue soldi al fiasco. I ladri! scommetto che non ne costa loro più di venti.

Ma Tina si era già alzata, prendendo dal tavolo il piccolo cartoccio dei cioccolatini.

--Dove andate?--la fermò la signora Veronica:--Bettina si è quetata.

Infatti era vero. Allora le due donne apparecchiarono la cena, distesero una mezza tovaglia abbastanza bianca, trovarono dei piatti, dei bicchieri, delle posate; nel mezzo della tavola il tovagliolo copriva ancora colle punte riunite tutta la cena, solo il pane ne rimaneva fuori, una grossa pagnotta dorata, che la signora Adelaide aveva portato sotto il braccio.

--Andiamo, signora Veronica,--disse la mamma,--favorite con noi: c'è poco da assaggiare, ma qualche cosa c'è.

La signora Veronica fece un gesto dignitoso di riserbo, ma l'altra, che la conosceva, le spinse innanzi un piatto colla posata migliore, poi accarezzò la testa di Tina. Evidentemente la testa scottava, perchè alzò subito la mano e una incertezza le passò sulla faccia pallida: la sua fronte si curvò un'altra volta umilmente.

Tina, col capo appoggiato sulla palma sinistra, guardava nel vuoto.

--Adesso bisogna cercare dentro il tovagliolo,--proruppe allegramente la signora Veronica;--non basta aver capito dall'odore. Volete che faccia io? Una volta ci avevo un certo garbo.

E senza attendere il permesso sciolse le punte del tovagliolo.

--Tò! anche degli aranci, me n'ero accorta al profumo. Vedete, Tina: il lesso grasso e magro, questo è davvero una cosa eccellente, perchè è proprio un pezzo di lombata: così freddo è anche migliore. Invece i maccheroni bisogna mangiarli subito, altrimenti nell'agghiacciarsi perdono il sapore, e poi si aggrumano. Ne convenite, signora Adelaide? Avete però scelto bene. Oh! Oh!--seguitò levandosi in piedi dalla meraviglia nello scoprire il piatto della costoletta:--le belle patate spruzzate di ramerino, belle, color d'oro!

Anche Tina guardava.

--Osservate,--proseguiva l'altra con più seduttrice intenzione, volendo farla ridere ad ogni costo,--non vi sono molte donne a Firenze di un biondo dorato come questa costoletta e queste patate, ma nelle donne a me il biondo non piace. Meglio i vostri capelli castani così graziosamente arruffati,--e glieli accarezzò colla mano corta e pesante.

--Via, bisogna spicciarsi coi maccheroni!

--Tina, Tina, mangiate, e anche voi, signora Adelaide; io proprio non ho fame, piuttosto, se permettete, assaggerò il vino.

Ma a Tina i bocconi non andavano giù: quindi finì per immergere qualche crosta di pane nel vino, mentre le altre due divoravano. Anche la mamma pareva affamata, e la sua faccia melanconica si veniva rischiarando, sebbene dalla tristezza della figlia salisse sempre verso di lei una certa inquietudine.

--Che volete?--diceva la signora Veronica, la quale aveva già finito la propria parte di maccheroni e guardava con lunghe occhiate la costoletta:--io, da giovane, ho avuto sempre un debole per le cene a notte tarda, magari fuori di casa. Mi pare che così si chiuda meglio la giornata: poi si cena sempre con qualche giovanotto allegro, si ride, si dimentica. Se al mondo non ci scordassimo le disgrazie, si dovrebbe morire presto. Quando si cena in compagnia,--e spiava di sottecchi Tina,--è un caso che qualcuno non ci piaccia più degli altri, ma bisogna essere giovane come voi, ragazza mia, per potersi divertire. Ecco, taglierò la costoletta in tre parti, ne mangerete una anche voi, Tina.

Questa fece un gesto di rifiuto, e l'altra chinandosele con una finta carezza all'orecchio sussurrò:

--Avete male?

La fanciulla trasalì e rispose quasi violentemente:

--No.

Successe un silenzio.

La mamma, non osando parlare, accettò dalla signora Veronica la propria parte di costoletta; nel piatto ne rimaneva ancora un pezzo con alcune patate per Tina, ma questa ascoltava nuovamente il pianto della bimba, che il dolore all'orecchio aveva destato. Pareva un cagnino che uggiolasse, e il suo lamento era così monotono che non vi si intendeva alcun appello. Soffriva indarno, abbandonata. Tina ci pensava con un senso quasi di rancore crudele, mentre poco prima il suo cuore se n'era commosso sino a piangere dentro di tenerezza. A che pro? Nella vita v'è sempre qualcuno che nasce non si sa perchè, solamente per soffrire i capricci degli altri, che lo allevano anch'essi senza motivo, perchè questo è l'istinto. Bettina aveva pianto sino dal primo giorno; quindi la madre vi si era abituata e, senza essere peggiore delle altre, non aveva per lei che i riguardi, coi quali si trattano i cani ammalati: una certa condiscendenza soccorrevole, che fa piacere a chi l'esercita come una prova della propria bontà. Null'altro: se il cane guarisce, il trattamento ridiviene quello di prima. Tina non si ricordava di essere mai stata ammalata, sebbene non avesse mai avuto troppa vivacità, e adesso le pareva di non sentire da moltissimo tempo il bisogno di mangiare. A che cosa serviva dunque comprare una simile cena, quando non si riusciva a mandarla giù? Invece le altre due avevano fame: ella le guardava senza dispetto e senza invidia, quasi con una pietà, che non avrebbe saputo spiegarsi, nel vederle così incapaci di comprendere la sua angoscia di quel momento. Anch'ella era sola come Bettina, quantunque non guaisse, non piangesse; ma invece aveva un gran freddo sotto la sottana, mentre quel piccolo dolore alla mammella si faceva sempre più sottile come se un ago ne forasse tratto tratto il tenero bocciolo.

--Mangia dunque quest'ultimo pezzo di costoletta, altrimenti ti riprenderà il male di stomaco,--disse la mamma.

--La mamma ha ragione, cara mia: bisogna mangiare, altrimenti le cose si veggono anche più in nero. Vedete, quando io ho mangiato, e adesso non avevo fame, considero le mie circostanze sotto un altro punto di vista: mi pare che qualche cosa verrà ad aiutarmi.

--Che cosa vi aspettate?--chiese la ragazza.

--Non lo so, non sono come voi, che potete ancora sperare tutto. Voi siete bella.

--Ah! questo poi sì,--esclamò la mamma.

--Alla vostra età non si ha che a volere. Io e la signora Adelaide non siamo più donne... mi scusate eh! signora Adelaide, mi è sfuggita. Quando si è giovane invece, e per giunta si è bella, gli uomini diventano matti per noi, si può fare qualunque fortuna. Un po' di testa, ecco il necessario, e si arriva dove si vuole. Allegri, Tina!

Questa non potè difendersi da un sorriso.

--Così voglio vedervi.

La madre ne profittò per spingerle davanti il piatto, ma la ragazza lo passò alla signora Veronica e prese un arancio.