Part 4
— Nessun comando; — rispose la signora Vezzosi. — Mettete che io v’abbia trattenuto per farvi far penitenza di tante chiacchiere e di tante mormorazioni. —
L’Anselmi fece una mossa che voleva dire: non ne credo una maledetta. Ma intanto rispondeva, con la solita galanteria:
— Dolce penitenza ad un grosso peccato. Vi avverto, Donna Elena, che peccherò molto e spesso. —
Credete, lettori, che si sdrucciolasse finalmente nel tenero? Disingannatevi; quella era galanteria dozzinale, semplice maniera di discorrere. Del resto, la signora Elena non fece caso del complimento, e rannicchiatasi contro la spalliera del sofà, mentre aveva l’aria di guardare le figurine del suo ventaglio cinese, così disse brevemente all’Anselmi:
— Conoscete Aldo De Rossi?
Il contino trasse indietro il collo, anzi il busto senz’altro, e guardò trasognato la sua bella vicina.
— Donna Elena, — le disse, dopo un istante di pausa, — voi mi parlate ora come parlò un giorno Domineddio al Diavolo, «Conosci tu il mio servo Giobbe?» Sì, signora, vi risponderò io, lo conosco. E voi?
— Finiamola, con le vostre scioccherie! — replicò ella stizzita.
— Ma, signora... — ribattè l’implacabile Anselmi. — Non lo avete indovinato? Gli è per buscarmi da voi un’altra penitenza.
— Voi sapete pure che non c’è nulla di nulla; — continuò la signora Vezzosi, senza por mente alla risposta.
— Che fretta, Donna Elena, che fretta! Io non avevo ancora toccato il tasto delicato.
— Perciò bisognava fermarvi al primo cenno, al primo sospetto di un vostro giudizio temerario. Con voi è necessario difendersi prima di essere attaccati, e mettere a dirittura i puntini sugli i. Di grazia, Anselmi, se ci fosse qualche cosa, vi avrei io trattenuto qua, per parlarvi di lui?
— Eh! — rispose il contino, crollando la testa. — Potrebbe anche essere una finezza di seconda intenzione. Ci sono delle donne così astute! Del resto, non negherete che Aldo vi fa la corte.
— A me?
— Sì, una corte spietata. È sempre qui, e mi meraviglio che non ci sia stato anche oggi. Infine, non va a vedere le altre dame della città così spesso come viene da voi.
— Apparenze! — rispose la signora Vezzosi. — Le apparenze ingannano. —
E perchè il contino Anselmi seguitava a tentennare il capo, la signora Elena aggiunse:
— Non mi credete? Vi dò la mia parola di onore.
— Quand’è così, — disse l’Anselmi, «lasciando l’atto di cotanto uffizio,» — non oso più contraddirvi. La vostra parola d’onore mi rende l’uomo più serio della cristianità. Parlate, signora.
— Desidero sapere una cosa da voi; — ripigliò essa.
— Intorno al De Rossi?
— Intorno a lui.
— L’ho poco in pratica, Donna Elena. Ma infine, se le mie poche cognizioni possono servirvi in qualche modo, son qua.
— Si tratta d’una cosa da nulla; — proseguì la signora; — d’una cosa che si nasconde male fra tanti uomini, tutti intenti a scoprire i segreti dei loro amici e rivali. Insomma, desidero sapere da voi di che donna è innamorato il signor De Rossi. —
Il contino Anselmi diede un sobbalzo sulla poltrona.
— Nientemeno! — esclamò. — E sono io che devo... siete voi che volete....
— Badate, — osservò la signora Vezzosi, — ora siete sul punto di passare per un povero di spirito.
— È vero, è vero! — gridò l’Anselmi, cercando di rimettersi in sella. — Ma vedete, signora; la cosa, quando non ci sto attento, mi accade così spesso! È la natura mia; ero nato imbecille. Ma facciamo di rialzarci un pochino agli occhi vostri. Vi risponderò con tutta sincerità che io non tengo dietro al signor Aldo De Rossi. Non mi è mai capitato di osservarlo, tranne in casa vostra. E poichè credevo che fosse innamorato di voi....
— Ab, già, dimenticavo quest’altra invenzione, — disse la signora Elena. — Ma io vi ho detto, e voi lo crederete, spero, che egli non è innamorato di me, e che io non sono innamorata di lui. Gli sono amica, ecco tutto; e sono curiosa....
— Ecco il resto; — aggiunse il contino Anselmi, che non sapeva rinunziare al gusto di collocare un’arguzia.
— Certamente, ecco il resto; — ripigliò la signora, ridendo a suo malgrado. — E siccome ho gran timore che il signor Aldo De Rossi sia invaghito di qualche sciocca....
— Che ve ne importa, Donna Elena? — interruppe l’Anselmi. — Per solito, la donna che piace non è mai sciocca; anzi, sarei per dire che è un Pico della Mirandola in gonnella, se non temessi di lasciar credere che è sapiente e noiosa per giunta.
— Come voi, adesso, non è vero? — ribattè la signora Vezzosi. — State a sentire. Anselmi, e vi spiegherò tutto, dall’a fino alla zeta. C’è una bellissima fanciulla, che ama il signor De Rossi. Io conosco i segreti di quel giovine cuore e i tesori della sua anima innocente. È ben detto, così? Dunque, come intenderete, speravo un matrimonio, che avrebbe fatto molto piacere ad una famiglia, che è in strettissima relazione con Gerardo e con me. Non andate a indagare, ve ne prego; non sono segreti da farne argomento di chiacchiere e di mormorazioni, sul genere delle vostre. Vi ho data una prova di stima, accennandovi semplicemente la cosa; siatene degno.
— Ne sarò degno; — rispose contrito l’Anselmi.
— Dunque, state a sentire. Sarebbe un matrimonio conveniente sotto tutti gli aspetti. A Gerardo piace; io ne sarei contentissima. Il signor De Rossi, sulle prime, pareva accostarsi alle nostre idee. Se ne è parlato più volte, a questo medesimo posto, — soggiunse la signora Vezzosi rincalzando la bugia con tutte le più audaci invenzioni, — e speravo già d’essere riuscita a persuaderlo. Ma ecco che, sul più bello, venuti al punto di conchiudere, il signor Aldo mi si raffredda, cerca di guadagnar tempo, ha paura di fare il primo passo; insomma, che vi dirò? vorrebbe rimandare il principio dei negoziati alle calende greche.
— Oh diamine! — esclamò il contino Anselmi. — E voi dite, signora, che sulle prime pareva disposto?
— Dispostissimo. Voleva sapere molte cose; ma infine, anche la sua curiosità, troppo legittima in un caso come questo, faceva testimonianza di una certa propensione.
— È grave; — ripigliò l’Anselmi. — Non potrebbe darsi il caso che, pigliando lingua da altri, avesse scoperto qualche amoruccio della ragazza? Ce n’hanno sempre qualcheduno, queste benedette fanciulle! Son diventate tanto precoci, a questi soli di libertà!
— No, la ragazza esce a mala pena di collegio.
— O qualche difetto, qualche imperfezione fisica?
— È un portento di bellezza.
— Che Aldo cerchi una dote più vistosa? Gli uomini ne hanno, qualche volta, di queste malinconie! E se la ragazza non fosse ricca abbastanza, per determinare la sua scelta?
— È ricca come lui, e alla morte dei parenti lo sarà anche più di lui. Si convengono per ogni verso.
— Allora, — disse il contino, assumendo un’aria grave, — non c’è più che una supposizione da fare. Il signor De Rossi s’è innamorato di un’altra.
— Ve lo avevo detto, io; — rispose la signora Elena. — Ma di chi? Come saperlo? Questo è il difficile.
— Non tanto, signora, non tanto.
— Ah bene, aiutatemi dunque a trovare.
— È presto fatto. Il signor De Rossi s’è innamorato... di voi. —
La signora Vezzosi fu per andare in collera davvero.
— Calma! calma, Donna Elena, e statemi a sentire; — proseguì il contino Anselmi. — Credete proprio possibile che si stia impunemente a ragionare di un’altra donna, accanto ad una donna come voi? Gli dipingevate le bellezze, gli snocciolavate le grazie e tutti gli altri pregi fisici e morali di una assente; intanto, quei pregi, quelle grazie, quelle bellezze, gli si mostravano presenti e irresistibili nella divina oratrice. Ciò si è veduto altre volte nella storia. Francesca da Polenta non amò Paolo Malatesta, che andava ad impalmarla per conto di suo fratello Gian Ciotto? Non ho più in mente i romanzi di Alessandro Dumas; ma mi pare che ci sia un caso somigliante anche nella storia di Francia. Che meraviglia, adunque, se un uomo viene ad intrattenersi così lungamente con voi, e, scambio d’intenerirsi per una donna lontana di cui gli parlate con tanta eloquenza, si infiamma lentamente ma profondamente di voi? —
La signora Elena era rimasta pensierosa. — Se fosse vero! — andava dicendo tra sè. Intanto il contino Anselmi, pigliando ansa da quel silenzio, proseguiva:
— Ecco il vostro errore, Donna Elena. Si assumono degli incarichi superiori alle forze proprie e a quelle di chi ci ascolta. Si manda la paglia ambasciatrice al fuoco, per dirgli: tu brucerai l’acqua. E il fuoco trova che è più comodo, più pronto, e sopra tutto piacevole, divorarsi la paglia. Scusate il paragone, non m’è venuto altro alle mani. Ed anche voi, abbiate pazienza, perchè assumervi di questi uffici pericolosi? Alla vostra età! Con quel viso!
— Tutte le età son buone, per fare un’opera buona; — ribattè la signora Vezzosi.
— Giusto! — replicò l’Anselmi. — E vedete come la cosa vi riesce! Aldo non vuol saperne della vostra protetta.
— E voi chiacchierate, Anselmi, senza venire a capo di nulla.
— Dio buono, se non so nulla! Ma vediamo. Donna Elena. Voi non siete la fiamma del signor De Rossi. Ne siete ben certa?
— Certissima. Una donna indovina sempre queste cose, anche quando l’uomo non le ha ancor dette a sè stesso.
— È verissimo. Cerchiamone dunque un’altra. Passiamo in rassegna le dame di nostra conoscenza. Le rassegne son sempre di moda, dopo quella delle navi, che si legge in Omero. Chi sospettate voi?
— Ma.... non saprei.... Varii nomi mi son passati per la fantasia; — disse la signora Vezzosi. — Che direste voi di Margherita?
— Quale Margherita?
— La baronessa. Non è la Margherita per eccellenza? —
Il contino Anselmi si trasse indietro con aria di sommo stupore.
— Donna Elena! — esclamò. — Vorreste voi canzonare il vostro povero servo?
— E perchè, di grazia? Non è Margherita l’elegantissima tra le nostre signore?
— Sia pure; ma, a questi patti, Aldo De Rossi farebbe meglio a innamorarsi a dirittura della sarta. Che vi pare? Un uomo di garbo innamorarsi del contenente? Eh via!
— Ma il contenuto.... — si provò a dire la signora Vezzosi.
— Il contenuto! — ripetè l’Anselmi. — Il contenuto è così poca cosa! Io non ci trovo di... come direste voi? Di consistente? di palpabile? Io non ci trovo di palpabile che il naso.
— Esagerazioni! — rispose la signora Elena. — Esagerazioni di quelle che fate sempre voi. Quando vi correggerete di questo brutto vizio?
— Avete ragione, Donna Elena, mi correggerò. Ma desidero che incominci la baronessa. Voi gli siete amica; avete influenza sull’animo suo. Ditegli, ve ne prego, di rinunziare a quel naso. —
Con quel capo scarico dell’Anselmi non c’era verso di vincerne una. La signora Vezzosi si appigliò al partito di ridere.
— Dunque, la Corniani no; — diss’ella, abbandonando il naso di Margherita alle celie del contino. — Vediamo l’Altobelli.
— Quella dei capelli rossi! — esclamò l’Anselmi. — In verità, non siete amica al signor De Rossi, se gli attribuite un gusto così bizzarro.
— Lasciamo l’Altobelli. Che ve ne pare della Vernetti?
— È sul fare della Corniani.
— La Milani, dunque. Eccone una che non è sul fare della Corniani.
— Giustissimo; essa è sul fare delle corniòle. Perchè non piuttosto la Rivanera?
A quel nome, buttato là d’improvviso, la signora Elena diede un sobbalzo, come se avesse ricevuto una scossa elettrica. Perchè? ve lo dico subito. Generalmente, le cose più strane comportano (per servirmi di un verbo filosofico) una spiegazione semplicissima. Le altre donne le aveva nominate lei; la Rivanera, invece, l’aveva ricordata lui. Perciò la signora Vezzosi potè credere lì per lì che il contino Anselmi ci avesse qualche particolare, ricordato in quel momento, per giustificare la citazione di un nome anzi che di un altro. Infatti, ella fu pronta a domandargli:
— Che cosa sapete? Ditemi tutto.
— Non so nulla, io; — rispose l’Anselmi. — Non le passavamo noi tutte in rassegna? —
La signora Vezzosi non pose neppur mente a quella circostanza attenuante.
— Ci va forse in casa? — ripigliò.
— Lo ignoro. Io non mi arrisico mai in quei paraggi. È così noiosa la società del presidente gran croce!
— Anselmi! — disse la signora Vezzosi, rimettendosi un tratto dalla sua commozione. — Lo sapete, il proverbio: non c’è rosa senza spina. E chi vuole la rosa....
— Deve adattarsi alla spina, lo capisco; — rispose l’Anselmi. — Ma chi non vuole a nessun costo la spina rinunzia volentieri alla rosa.
— È strano! — esclamò la signora, con un accento di sottile ironia. — Vi piace tanto la Rivanera, e non sapete fare un piccolo sacrifizio ad una così grande bellezza!
— Grande, sicuro; ma è una bellezza vedova; alla larga. —
La signora Vezzosi alzò il ventaglio in atto di minaccia.
— Signor Anselmi, — diss’ella, — sapete che non siete punto galante, quest’oggi? Un bell’omaggio lo rendete, alle donne! Quando son libere, le fuggite.
— Abbiate pazienza, Donna Elena, son fatto così. Del resto, sono così poco pericoloso, che il mio omaggio alle dame.... non libere, non deve far paura a nessuno. Si sa, ogni donna ha bisogno di un uomo, come la vite di un sostegno. Quando la vite perde il palo, il savio agricoltore si affretta a dargliene un altro. Io.... — soggiunse con tragico accento il contino Anselmi, — io non sarò quel palo. E son certo che anche il signor De Rossi la pensa così.
— Vi ha mai manifestate le sue opinioni in proposito?
— No, ma un uomo giunto alla sua età, cioè a dire con tanti anni di navigazione, e per conseguenza passato per tante burrasche, o sarebbe naufragato prima, o non ci casca più. Questa è la mia opinione. —
La signora Vezzosi stava per rispondere, quando si udì un rumore di passi nell’anticamera.
— Ecco Gerardo; — diss’ella. — Son già le sei!
— Signora, ecco un’osservazione e un accento molto lusinghieri per me.
— Ma sì, ma sì! — rispose la signora Vezzosi, sorridendo amabilmente. — Mi avete fatto volare il tempo, con le vostre follie. —
La bussola si aperse ed entrò nel salotto il commendatore Gerardo Vezzosi. Non meritava il suo cognome, in verità, ma non poteva neanche dirsi un uomo antipatico. Portava gli occhiali d’oro e la barba corta intorno al mento, per somigliare al conte di Cavour, buon’anima sua; ma non ne veniva a capo. Era ancora troppo smilzo, per essere tolto in iscambio. Era stato deputato, tant’anni addietro, e si parlava sempre di lui come di un senatore possibile. Egli, del resto, aspettando la nomina, ne aveva già l’aria. In gioventù peccava di ruvidezza, e l’ingratitudine degli elettori e qualche fiasco elettorale, sopravvenuto a renderla più solenne, non avevano contribuito a farlo più maneggevole. Ma da qualche anno, e per il solo fatto che i giornali lo avevano preconizzato senatore in quelle loro liste fantastiche da cui suol essere preceduta una infornata ministeriale, il commendatore Gerardo era diventato uno zucchero, un marzapane, sorrideva a tutti, dava volentieri del tu e versava anche più volentieri nel seno dei conoscenti la piena delle sue idee sulla politica estera. Come vedete, faceva il suo mestiere di candidato; cosa che non disdisse neppure a Cesare, che era Cesare e aveva domate le Gallie.
— Gerardo, — gli disse il contino Anselmi, stendendogli la mano, — son qui a fare una guerra atroce alla tua signora.
— Ah sì? — fece il commendatore sorridendo benevolmente. — Speriamo almeno che avrà saputo difendersi.
— Non ne dubitare. È una cittadella. Ed io, poichè tanto le son giunti i soccorsi, levo prudentemente l’assedio. —
Con quest’ultima arguzia il contino Anselmi prese commiato.
— Meriteresti che ti si facesse prigioniero e che ti si trattenesse a pranzo; — replicava intanto il commendatore.
— Grazie, grazie di cuore; ho un impegno; — disse l’Anselmi.
E stretta gentilmente la mano alla signora Elena, e dato un crollo con britannica vigoria alla destra del suo amico Gerardo, il contino Anselmi si avviò verso l’uscio.
— Diamine! Diamine! — borbottava egli tra sè, nell’atto di scendere le scale. — Una lo vuole e l’altra lo vorrebbe. Il De Rossi è nato sotto buona luna. Con quell’aria da scimunito! Che cosa ci trovino le donne in questi tipi, io non lo so. Ma già, — conchiuse filosoficamente, mettendo il piede in istrada, — per piacere a loro, un uomo non ha da essere solamente scimunito; deve anche parerlo. —
V.
Aldo De Rossi uno scimunito? Sissignori, così lo aveva giudicato l’Anselmi, e tale doveva essere per molti, se non a dirittura per tutti.
È difficile, molto difficile, che una donna sia bella agli occhi di un’altra; ma è anche più difficile che un uomo vi ammetta senza contrasto e senza restrizioni la superiorità d’un altr’uomo. In genere non si bada a queste demolizioni scambievoli dei signori uomini, poichè in società si bada molto alle donne; ma la cosa è proprio così, come ho l’onore di raccontarvi. Il lievito dell’invidia s’impasta benissimo con questa farina del diavolo che è la natura umana, e le anime refrattarie son poche. Così avviene che un uomo non sia gabellato per sapiente, che a patto di essere riconosciuto pedante e noioso, o che non sia annoverato tra i belli, che a patto d’essere confinato tra gli sciocchi. Si ammette questo, ma si aggiunge sempre la nota in margine; ad una qualità, riconosciuta a denti stretti, risponde sempre un grosso difetto, che deve guastarla senz’altro.
Le donne, per solito, non danno retta a questi giudizi mascolini, o li accettano soltanto per dissimular meglio una loro propensione, che non mette conto manifestare alle turbe. E nello stesso modo gli uomini non accettano che _pro forma_ il giudizio della signora Ipsilonne sulla signora Zeta, facendo dentro di sè tutte le possibili e immaginabili restrizioni mentali. Donde la conseguenza naturalissima che uomini e donne s’ingannino a vicenda, col miglior garbo del mondo.
O non sarebbe meglio dire alla libera quel che si sente? No, lettori dell’anima mia; la società civile ha mestieri di questi giuochi innocenti. Non è neanche vero, come certuni pretendono, che tutti capiscano lo scherzo. I dolci di sale non mancano mai, e c’è sempre il gusto di tirare qualcheduno dalla sua. Poi, il vivere in società gli è come il destreggiarsi in diplomazia. Non si ha da dire mai la verità. Capiscano pure gli avversari qual ragione vi fa parlare in un modo o nell’altro, e sempre contrariamente alle opere vostre; negando oggi, potrete in ogni occasione mantellarvi della vostra innocenza.
Aldo De Rossi, battezzato dal contino Anselmi con l’epiteto di scimunito, non rendeva pan per focaccia a lui, nè ad altri della sua risma. Apparteneva al numero di quei pochi che non si risciacquano mai la bocca dei torti e dei difetti di nessuno, e che, quando possono, o se ne ricordano, rendono giustizia a tutti. Egli faceva anche di più, e questo era un difetto suo; si esagerava facilmente i meriti di tutti. Avrete già capito di qui che Aldo De Rossi pigliava ombra d’ogni più piccola cosa e in ogni rivale assiduo vedeva un rivale fortunato. Innamorato, come possono esserlo soltanto certi caratteri malinconici e chiusi, che ardono e si consumano da sè come la lampada dei sepolcri (vecchia lampada, ti rimetto io, dopo tanti anni d’ingiusta dimenticanza, all’onore del mondo), Aldo si struggeva di vedere tanti farfalloni intorno alla donna amata, e s’immaginava d’esser l’ultimo, anzi peggio che l’ultimo, nelle grazie di lei.
Nè senza un po’ di ragione, in verità. La dama era tanto cortese, tanto umana, tanto facile dispensiera di vezzi alla moltitudine de’ suoi adoratori, che Aldo De Rossi giunse fino a pensare d’essersi innamorato d’una creatura vana, come ce ne son tante, e in forma d’angioli, sotto la cappa del cielo. Immaginate come ne soffrisse. Ma non c’era rimedio, poichè il male era fatto, e Aldo De Rossi era uno di quei caratteri intieri e diritti, che, una volta avviati, non tornano più indietro.
Intanto egli si trovava a mal partito, e avrebbe potuto dire con Dante: «Io sono tra color che son sospesi.» Non dava un passo indietro, ma non ne faceva uno avanti; e quella incertezza dolorosa gli toglieva, non solo la serenità dello spirito, ma anche l’uso della parola. Intendo l’uso vero e proprio della parola, che è stata data all’uomo per dissimulare il pensiero; chè, quanto a dire buon giorno, buona sera e tutte l’altre frasi di prima necessità, Aldo De Rossi ci reggeva ancora. A farvela breve, ci aveva l’amaro in corpo; qual meraviglia se non poteva dar fuori il dolce? Ma il peggio era questo, che egli, sempre così torbido e muto accanto alla donna amata, diventava libero, sciolto, perfino arguto, con tutte le altre. Perchè non c’era solamente la signora Vezzosi, che avesse i cavallereschi omaggi del signor Aldo degnissimo. Le necessità del racconto mi obbligano a non presentarvene che una; ma in verità ce n’erano parecchie. E tutte riconoscevano in Aldo De Rossi un compito cavaliere; fors’anche qualcheduna, oltre la signora Elena, avrebbe gradita una corte meno superficiale e generica.
Sempre così, non è vero? Si ha presso questa o quella delle proprie conoscenze la giusta misura di quel che si vale; ma si va al cospetto di una donna a cui si vorrebbe far atto di vassallaggio e di sudditanza, a cui frattanto si scocca un inno in un’occhiata, un poema in una stretta di mano; e si sente subito un gran freddo; l’inno si gela a mezz’aria; il poema resta inedito _in pectore_; ci si ritrova piccini piccini, ed anche passabilmente ridicoli. Là, proprio là, dove si voleva essere qualche cosa, con l’onesto desiderio di offrire qualche cosa in omaggio di leale servitù, non si è, non si vale, non si conta più nulla.
Una sera, non reggendo più a quel trattamento, che si era forse anche un po’ meritato col suo umore scontroso, prese di schianto il cappello. Lo prese nel senso figurato e nel proprio, e se ne andò dalla casa della donna amata; un’ora dopo che c’era entrato, e col proposito di restarci per tutta la sera! Il poveretto aveva centomila diavoli in corpo e andò girelloni per le vie della città, senza sapere che si facesse, proprio alla guisa dei matti. In uno di quei lucidi intervalli che occorrono nelle pazzie più acute, come le radure nei boschi più folti, Aldo De Rossi riconobbe il palazzo in cui abitavano i Vezzosi; vide lume dalle finestre del salotto della signora Elena, e si ricordò che, dopo quella tale conversazione, in cui le aveva manifestato l’animo suo, non era più stato a farle visita.
Era una scortesia, dopo la gentile profferta che la signora Elena gli aveva fatta, di aiutarlo in ogni occasione. Aldo pensò allora che la sua serata era andata a male. Abitudini di caffè, o d’altri ritrovi mascolini, non ne aveva da un pezzo. Perciò, soccorrendo la ragione del caso, che è spesso la ragione determinante delle azioni umane, infilò il portone e salì dalla signora Elena.
Anche in casa Vezzosi c’era conversazione. Il commendatore Gerardo faceva la sua partita con una mezza dozzina di uomini gravi. La signora Elena, la commendatrice, stava a chiacchiera con gl’inevitabili Alcibiadi, con qualche Socrate sperso e con due o tre dame della sua corte. S’intende che erano tutte meno belle di lei; che altrimenti Aspasia non le avrebbe sopportate.
Aldo De Rossi ha accolto come un Pericle.
— Ah, siete qui, voi? Che miracolo è questo?
— Donna Elena, non è un miracolo. Dite piuttosto il desiderio di ossequiarvi.
— Lasciamo andare i complimenti. Vogliamo notizie del mondo. Siete l’ultimo arrivato e dovete portarcene il fior fiore. Ecco qui il cavaliere Sestavalle, il quale pretende che il matrimonio della Morandini sia andato a monte.
— Il matrimonio si farà; — rispose Aldo De Rossi, con una sicumèra che non era rincalzata dal menomo grado di certezza.
— Scusate, De Rossi, — entrò a dire Alcibiade primo, che era, come sapete, il cavaliere Sestavalle, — io ripeto ciò che m’ha detto il Cusani, che è lo zio materno della sposa.