Part 7
Perocchè fosti un cuor gentile e nobile: E non foss'altro questo loco il prova, Che vaga opera e nuova Fu di poeta e principe. Ma poema maggior laggiù sognasti, E la tragedia andasti Ahi, col tuo sangue a scrivere!
Qui a me frattanto ridono impassibili Arte e Natura; e sol talor si sente Rompere d'occidente Siccome un secco e rapido Crepitar di moschetti in questo loco, Ma certamente è gioco Della scherzevol aura.
ALLA SIGNORA L. C. P.
NEL SUO GIORNO NATALIZIO (25 DICEMBRE)
Amabil donna, il cui spirto gentile Non credo che sei lustri oggi saranno, Tra le voci del gaudio e dell'affanno, Prese leggiadra veste femminile;
Donna che or or conobbi, e nel virile Petto, omai schivo d'ogni dolce inganno, Culto m'induci tal che più d'un anno Non già maggior, far nol potrìa simìle;
Questo bel giorno tuo, festeggio teco; L'are diserto del nascente Iddio Ed al tuo nume grazïoso io reco
Tutti i miei doni e inter l'omaggio mio; Nè l'Uom ch'è in Cristo irato esser può meco, Se pel tuo nume, ogni altro nume obblio.
LICENZA
LA ROCCA DI GARDA
AD EMILIA
S'io salgo il ripido colle che domina Di Garda gli umili tetti, e col bellico Nome anco appellasi di rocca, subito Quivi m'appar l'imagine
Tua bella, e balzano memorie gaie Quasi dagli alberi, come un dì usarono Le ninfe, e simile tu a Dea, l'amabile Coro sembri dirigere:
Perocchè indizio di te qui al memore Pensiero affacciasi dovunque; e l'eremo Spoglio, e la rustica casa, e le complici Piante di te mi parlano.
Dell'adorabile tuo nume è l'aere Qui pieno, e intendere parmi il tuo picciolo Grido là erompere dov'eri solita Per gioco a me nasconderti:
Tosto a sorprenderli venivo, e scoppio Di baci fervidi mescevo all'ilari Tue risa. — Oh risero qui molto i giovani Amori nostri e corsero
Qui vispi e liberi di freno, ai taciti Recessi scandalo forse, che avevano D'altri spettacoli men lieto esempio: Perchè qui surse ai secoli
Di ferro il vigile manier, che carcere Fu d'Adelaide. L'occhiuta invidia Di Berengario qui fece chiudere La giovinetta vedova
Di re Lotario, finchè l'astuzia D'un umil chierico seppe sottrarnela. Dal capo roseo discese a toglierle Otton la benda funebre,
E fu l'Italia poder del Cesare Tedesco. Oh il chierico s'ero io medesimo E tu Adelaide, non io pel sassone Letto t'avrei dal carcere
Sottratta, o vedova gentil. — Ma brucano Le capre or l'arida gramigna ov'erano Le torri e i solidi muri che sparvero: Seppe all'età resistere
Il nome, l'unico nome. Alla valida Rocca succedere fu visto l'eremo Di poi. Si mostrano tuttor le squallide Celle e il brev'orto annessovi
Ma niun più v'abita, ma niun le picciole Aiuole semina sparse di triboli, E i ragni tendono la tela ai putridi Palchi che già ruinano:
Sotterra gli ultimi frati dimorano. Di questi in cambio, qui far la monaca E il frate lecito fu a noi per celia. Te ne rammenti? dimmelo.
Così passarono rocca e cenobio. Ma non quest'ampio divo spettacolo Passò di ceruli flutti, e il sol aureo, E il mite e limpid'aere,
E il lido e i floridi colli. Immutabile Tu se', o vaghissima Natura; mutano In breve secolo le umane misere Cose. Passò dell'empia
Forza il dominio, passò il dominio Del pregiudizio cieco; passarono Le rocche e gli èremi. Non il dominio Di voi belli femminei
Occhi per volgere d'eterni secoli Si potrà spegnere, chè inestinguibile In voi la provvida Natura colloca Virtù che amore irradia.
Or non più a bellici strumenti destansi Qui gli echi o a nenie sacre, nè in seguito Ridesterannosi; ma spesso i taciti Pini soavi aneliti,
Sospiri e murmure di baci ascoltano; Perocchè assidui gli amori alternansi, E qui ad accoglierli nido propizio Natura parve erigere.
FRAMMENTO EPICO
Già Bruto essendo col proprio esercito ai liti Dell'Ellesponto giunto, pria ch'egli passasse d'Abido, A tarda notte, sedeva siccome era usato Nel padiglione suo, sepolto in profondo pensiero. Posava il campo nell'ombra e nel grande notturno Silenzio; ma quasi d'alto le complici stelle Piovessero influssi maligni, correva l'arcano Senso di non so quale sgomento nell'aëre tetro. Mandava intanto la lampada gli ultimi guizzi Su quel vigilante capo, cui stretto più intorno Facevasi il cerchio di luce e le tenebre ognora Più fitte, siccome dai lati e di mezzo alle pieghe Del cortinaggio basso surgessero, oppure di terra. Ma non a ciò dava mente egli cui nulla premeva Se non l'alto, ahi! dubbio fato imminente di Roma. Quand'ecco un suono — lieve, indefinibile suono — Udire gli parve, ond'alzò di subito il capo Che reggea fra le mani, con gli occhi nel buio indagando: E veduto gli venne, tra il fosco orrore notturno Costà sulla soglia tremendo in aspetto ed immane Di membra un ignoto. Pria sbigottimento l'assalse; Ma come colui vide zitto ed immobile starsi. Gli chiese chi fosse. Tosto il fantasma rispose: «Sono il mal genio tuo. Bruto; rivedrai me a Filippi.» Senza tema il duce: «Ti rivedrò, disse, a Filippi.» — Quella parvenza allora, quasi mescendosi all'ombre Ond'era uscita, tosto di Bruto agli sguardi si tolse.
Poco appresso pertanto Bruto con Cesare essendo Venuto a battaglia, nel pian di Filippi lo vinse. Ma quivi ad un novo scontro accingendosi poscia, E d'azzuffarsi già stando gli eserciti in atto, Ancora ecco a Bruto subito surse dinanzi L'orribile spettro che non fe' motto. Laonde Presago il duce dello ineluttabile Fato, Come si venne all'armi scagliossi nel mezzo alla mischia, Libera cercando morte sull'aste nemiche. Se non che invano per quanto fu lungo il fatale Giorno la disillusa vita il magnanimo espose. Sol poichè quasi sè stesso incolume vide Per gioco, allorquando tutti giacéangli dintorno Gli amici estinti, già essendo l'esercito in fuga, Sol finalmente allora lento dal campo si tolse Anch'egli, e dopo non molto in isquallido loco E deserto giunto, quivi imprecando all'inane Virtù che nulla vale sul ferreo Destino, tenendo L'elsa del brando a terra, e nel petto rivolta la punta, Gittovvisi contro, trafitto sul suolo cadendo. Dall'ampia ferita tosto lo spirito eruppe Disdegnoso e salse, lento solvendosi in alto, Nel tacito aere azzurro, solenne, infinito.
CONCLUSIONE
AL VERSO
O verso piccioletto, Aspide maledetto, Lo sai ch'io ti detesto, Perfido serpentello, Che come il tarlo infesto Mi trapani il cervello?
Benchè t'allinei dritto E immoto allor che scritto In pubblico tu appari, Angue non c'è che pari A te i disgiunti anelli Dimeni, e si ribelli,
E si contorca pria Che tu sul foglio a viva Forza confitto sia. Ma tu sei forte e bello, O verso o serpentello, Che adesso io malediva.
Io ti detesto e t'amo: Ora di te vorrei Disfarmi, ora in delirio D'amor t'invoco e chiamo. Tu a un tempo il mio martirio, E la mia gioia sei.
A chi ti scalda in seno Come al villan succede, Tu lo ferisci al cuore. E se però non muore, Pur contro il tuo veleno Invan rimedio chiede.
Ma chi alle forme belle Soltanto e all'apparenze Ti giudica, il perverso Umor, le renitenze Dell'indol tua ribelle Ignora, o picciol verso.
Quando pel mondo il nido Tu lasci ove nascesti, O vago serpe infido, Di molle musco odori, E delle gemme vesti Gli splendidi colori;
E vellicando i sensi Col morso tuo sottile. Metti nel sen gli intensi Affetti ed il gentile Filtro nel sangue infondi Dei sogni tuoi giocondi.
Ma noi che tanta parte Gittiam di nostra vita Per educarti a questa Grande e difficil arte, Che all'uom fa men molesta La via trita e ritrita;
Noi, maledetto verso, Ti conosciamo a fondo, Vediam siccome in terso Vetro ogni tuo difetto, Che non discerne il mondo, O verso maledetto.
Io notte e dì mi vengo Accapigliando teco; Ma la fatica spreco; Piegarti al mio pensiero Assai di rado ottengo, O indocil serpe altero.
Pullula il mio cervello D'un popolo di larve, Ma come a te le affido, O picciol verso infido, L'illusione sparve, Esso non è più quello.
Però di te m'offendo Spesso e ti faccio in brani Colle mie stesse mani. Ahimè, nè forse intendo Che solo il vizio ond'io T'accuso è vizio mio.
La scimmia un dì si scorse Dentro lo specchio, e offesa Di sua bruttezza resa Da quello, su vi corse E il ruppe al tempo istesso, Quasi colpevol esso
Fosse se brutta ell'era. Ad un egual maniera Cadon gli sdegni miei Su te verso innocente, Che sol d'un impotente Estro lo specchio sei.
INDICE
PREFAZIONE Pag. 1 Ideale » 3 Tragedia umile » 9 Parallelo » 27 Natale » 33 Per una ignota » 37 Brindisi » 39 Fantasime » 43 Per un amico estinto » 49 Insonnia » 55 Realismo » 61 Piccolo mondo » 67 Catastrofe » 117 Storia d'ogni dì » 123 Nel chiostro » 129 Ode al vino » 135 Pioggia di Maggio » 141 La strada » 143 Mendicanti campestri » 147 Miramar » 149 Alla signora L. C. P. » 157 LICENZA: La rocca di Garda » 161 Frammento epico » 167 CONCLUSIONE: Al verso » 173
_Finito di stampare il dì 30 Marzo MDCCCLXXX nella tipografia di Nicola Zanichelli in Modena._
NOTE:
[1] Questi versi sono del 1878.
[2] Non intesi in nessun modo giustificare con questi miei versi un fatto luttuosissimo, del quale purtroppo sì frequente esempio danno le odierne condizioni della società e della vita. Elevando a fantasmi poetici i sentimenti d'una fanciulla che muore asfissiandosi e facendo parlare a ciascuno il proprio linguaggio come l'educazione e lo stato della fanciulla stessa me lo faceva supporre, volli soltanto rappresentare un accidente assai comune a dir vero, ma non meno tremendo, sotto forma di breve dramma sentimentale, a scopo puramente artistico e non punto morale nè filosofico.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.