Part 6
Egli è in cima di queste, e dal suo canto Tace e fa lume intanto. «Io son qui per morire ai piedi tuoi, Per chiederti perdono... Tu ancor bene mi vuoi... Se ti lasciai per altri in abbandono, Mira in che stato or sono!» —
Questo disse la donna, ed ei rispose: «Ahimè! di queste cose Penetrato son io profondamente. Voi siete assai malata, E fu molto imprudente L'arrischiarvi a sì lunga passeggiata In notte sì arruffata.
Veniste in legno?.. Oh come sulle spalle Non buttarvi uno scialle?.. Bisogno avrete di dormire, io credo; Ho un sol letto e piccino Ch'io volentier vi cedo. Berreste pria qualcosa? Un centellino Di rumme? un po' di vino?..» —
Come udì queste cose la fanciulla Non osò dir più nulla, Ma sull'indifferente alzando gli occhi Timida e sbigottita, S'accasciò sui ginocchi E chinando la testa illanguidita Passò di questa vita.
Il cavalier che al caso inaspettato Non era apparecchiato, Pur vedendo la bella creatura Venire a un tratto meno, Con improvvisa cura Su lei gittossi e d'alta ambascia pieno Tentolle i polsi e il seno.
Ella era morta, ed egli non sostenne Di viver oltre, e venne Alla finestra, e si buttò di sotto. Com'era naturale Egli ebbe il collo rotto. Amor, per quanto il salto sia mortale Già non impresta l'ale.
Badino a ciò i Signori e le Signore Che or fossero in amore. Che se fede al mio dir non si rifiuta, Codesto è il mio parere: Amore è febbre acuta. Badate a voi: non facile è sapere Quel che ne può accadere!
STORIA D'OGNI DÌ
_Si quoties homines peccant sua fulmina mittat_ _Iupiter, exiguo tempore inermis erit._ OV. TRIST. 2, 33.
Sull'imbrunir costà sotto le piante Va passeggiando il giovine elegante. Il bel garzone aspetta A quanto pare: Ecco arrivare Allor la giovinetta, La giovinetta ch'egli appunto attende; Ei senz'altro a braccetto se la prende.
A braccetto la prende e se ne vanno: Confidenze leggiadre insiem si fanno: Anco si son diretti, E senza fine, Amabili occhiatine E sorrisetti. Sono così dov'ella sta venuti: Quivi indugiano un pajo di minuti.
Quivi indugiano un pajo di minuti: Fra lor si fanno teneri saluti: Si tengono le mani; Egli sommesso Dice: «A domani, All'ora e al luogo istesso.» Peggio, avanzando oltre la soglia il piede Vuole abbracciarla; ella resiste e cede.
Passa del tempo, e siamo in carnevale. Si fa in teatro un baccano infernale. Colà bizzarre genti In frenesia; Luce, strida, armonia, Colà a torrenti. Questa cosa si chiama il veglïone, E ci van mascherate le persone.
Le persone ci vanno mascherate; Due ne conosco che ci sono andate. Ella è con lui venuta In questo loco: Ella è perduta, O ci manca assai poco. Cheta, cheta di casa ell'è sfuggita, Per qui venire ove piacer l'invita.
Niun la conosce, ed ammirata è molto. Snella, succinta, in rosea seta il volto, E il mento s'incortina In velo fosco. Io ti conosco, O bella mascherina; Tu sei la bimba che a cercar l'amante Venia, sei mesi fa, sotto le piante.
Passa del tempo; ed ecco all'ospedale, Venire una fanciulla che sta male. Ella sta mal di parto, E partorisce. Come imbrunisce Il novellino parto In quattro cenci con bel garbo è posto, E con bel garbo ai Trovatelli esposto.
Non senza essere stata in fin di vita Di puerperio ella è pertanto uscita. Provò le doglie, Or le cure leggiadre E della madre Il gaudio le si toglie. Peggio ancora; di casa l'han cacciata, E l'amante da un pezzo l'ha piantata.
Ma perchè il giovin caro, e a te posticcio Sposo alfin s'è levato il suo capriccio, E di quel ch'indi è nato, Or non gli cale, Col virginale Il fior non è passato Di tua bellezza, e se co' piè vezzosi Premi la terra, irrompono altri sposi.
Bensì l'hanno di casa anche bandita, Ed è pel duolo e pei digiuni attrita, E non può lavorare, E non servire: Or come fare? Ella non vuol morire. Nè manca gente di sì buon volere, Che a lei si presti con tutto il piacere.
Passa altro tempo ed ecco in luogo ascoso, In luogo arcano, ch'io nomar non oso, Viene a brillar novella Un'altra stella, Più di tutte gioconda E invereconda. Ella passò da pria di mano in mano. Per venir poscia al luogo ascoso e arcano.
La sua pratica intanto d'avvocato Il bravo giovanotto ha terminato. Di lui molto si spera: È dotto, esperto, E farà certo Un'ottima carriera. Se sol per caso una fanciulla ei guata Gode la mamma, e tiensene onorata.
Or come avvien, dich'io, ch'ei prende moglie Che già la stanza nuzïal l'accoglie, E non il tetto piomba, E non la terra Gli si diserra In improvvisa tomba?... Ahimè non basta il peccatuccio ignoto, Ci vuol ben altro a farmi un terremoto!
Finir solennemente la ballata Io sperai con la casa ruinata, Col suol che si sprofonda E l'empio inghiotte Seduttore in profonda Eterna notte... — Ma! che volete? assai di rado avviene Ciò che ai poeti meglio si conviene.
NEL CHIOSTRO
Una donna nel fior degli anni suoi, Ahimè! zitella e monaca, Ratta trapassa e muta i corridoi Del chiostro, e nel solingo Tempio, con piè guardingo Trepidando s'insinua.
L'agita da più giorni un senso arcano, Profondo, indefinibile, Contro del quale ogni cilicio è vano. Or costei della chiesa Sul duro suol prostesa Le ginocchia si logora.
A lungo prega e si percote il seno. Dai vetri alti e d'imagini Sacre dipinti, un mite raggio pieno Di calmi effetti scende Nel loco, e più lo rende Misterioso ed intimo.
Quivi penetra pur di maggio il molle Fiato ed il misto effluvio Voluttuoso delle aperte zolle E degli alberi in fiore, E d'augelli in amore Uno schiamazzo gaio.
Male a codesto irromper di Natura, Del chiostro mal s'oppongono E del tempio le enormi e fredde mura. Le voci e il gran respiro Del maggio nel ritiro Più segregato arrivano.
E ricercan le fibre e il seno oppresso Di quella orante pallida, A cui langue sul labbro e in cuore adesso La fervida preghiera; E la pupilla nera Alza ella intorno, e palpita.
E contro un'arca sepolcral che sorge Quivi appresso marmorea Preme la fronte, e tenta se a lei porge, Ch'arde in non so qual tetra Fiamma, se quella pietra Porge a lei refrigerio.
Giacea dentro quell'arca seppellito Un guerrier morto giovine. Ed il corpo di lui v'era scolpito Sopra, in tutta armatura, Qual di viso e statura Fu durante il suo vivere.
Giacea supino e rigido in arnese Di marmo e non d'acciaio; Chiuse nel guanto avea le mani e stese In croce sovra il petto; Ritti dal duro letto I piedi suoi s'ergevano.
Era il suo volto bello e sorridente; Una sottil lanuggine Ombreggiava il suo labbro adolescente, Su cui di fanciullezza Le grazie, alla fierezza Del cavaliere univansi.
E a quel volto e a quel labbro ad ora ad ora Cupidamente il trepido Occhio volgea l'incerta donna, e ancora Venia di quando in quando Quel viso accarezzando, Senza quasi avvedersene.
Ed ecco il sol posarsi su quel viso Con un suo raggio roseo, Che sembrò dargli vita all'improvviso, La vergine su quelle Giovani labbra e belle Chinossi allor, baciandole.
Tenne costà sopra l'altar Maria Gli occhi dimessi e immobili; Ella sposa, ella madre compatia. Ma un Santo scarmigliato, Ch'ivi sul muro a lato, Si struggeva di tedio,
Pensò che avria pur volentieri tanto Mutata ei la cospicua Condizione sua d'insigne Santo, Coll'uomo che così scôrse Esser baciato, e forse Dannato era in perpetuo.
Sul duro sasso che ha virile aspetto Inconscia ella ed immemore Frattanto illividisce il labbro e il petto In baci e strette vane. A lungo ella rimane Così in quel suo delirio.
Folle è dunque costei? Certo io non credo. Bensì nel cuor le fervono Venticinqu'anni; e il bel natio corredo Di sue forze vitali Non valser monacali Veglie e digiuni a toglierle.
A lei la vita entro le vene abbonda D'ottimo sangue turgide; E di quel sangue la precipit'onda Menava un novo senso, Un desiderio intenso Di gioie indefinibili.
Pure ignorava, e nella mente oscura Larve ambigue ondeggiavanle, Come ondeggian le nubi ed han figura Ambigua in notte nera, Allor che la bufera Lenta nel ciel s'accumula.
E incerta ansia turbava e indefinita Temenza quella misera; Nè a calmarla valea della sua vita Le durezze addoppiare, Nè supplice all'altare L'intero giorno spendere.
Perocchè eterna legge è di Natura Che la fiorente e giovane Donna d'amor la prima e dolce cura Dall'uom fervido apprenda, E non ritrosa ascenda, Benchè pudìca, il talamo.
E del compagno i men sereni giorni Irradii coll'ingenuo Riso; di grazie la sua casa adorni; Il desco suo circondi Di rosei capi biondi; — E ognor vita ripulluli.
ODE AL VINO
Quando tarda è la notte, e sopra il foglio Langue il mio capo e il petto Stanco mi chiede, s'io cessar non voglio Pure una volta, e a letto Ridurmi finalmente, io bevo un mezzo Bicchier di vino allora, Che tosto mi ristora, E sveglio tuttavia mi tiene un pezzo.
Sveglio mi tiene, e un lieto ardore in seno M'infonde, e di fantasmi Ilari e vispi ho tosto il cervel pieno E il cuor d'entusïasmi, I quali in ozio lento e taciturno Del sigaro col blando Fumo io vado esalando Entro il cheto e solenne aere notturno.
Bene a ragion ti finse, a parer mio, L'ingenuo tempo antico, O amabile liquor, dono d'un dio Molto dell'uomo amico. Della vita operosa a questo mondo Tu sei celeste aita; Tu della stanca vita Sei conforto, anzi meglio oblio profondo.
Tu forte e generoso il braccio e il cuore Ecciti ad alte imprese; Tu il fiacco affranchi, e sei di nuovo ardore Al prode ognor cortese. Dal nettareo tuo bacio a morte vola La gioventù esultante, Che, a vendicarsi, innante Con molta morte altrui la sua consola.
Tu benigno e soave in cor discendi D'artisti e di poeti, E negli esausti seni riaccendi Gli estri fecondi e lieti. Tu gli armi di coraggio e noncuranza Contro la plebe inetta, Che un senso altero affetta, Ch'esser vuole disprezzo ed è ignoranza.
Tu animator della fulgente mensa, I lauti e molti doni Che la natura e l'arte ivi dispensa D'alta allegria coroni. Tu gli astii antichi allora e i bronci sciogli, Più stringi l'amicizia, Lo scherzo e la letizia Fai che in petto e sul labbro a ognun germogli.
Ma più grato talora a cena in fido Salottino elegante, O a merenda sull'erba in verde lido E sotto ombrose piante, Fra due che amor soli e vicini asside, Tu complice secondi L'opera, e ti profondi All'uno e all'altra, e lieto amor ne ride.
Ti prodighi al garzone, ed alla bella Spesso le labbra irrori; Egli facondo e audace è fatto, ed ella Sente inusati ardori. Tu dall'un canto e amor dall'altro a prova Sì bene ordite il laccio, Che non sa come, e in braccio Del giovine la bella alfin si trova.
O elisir della vita e del piacere! Trar non può il vulgo insano D'altro liquor le gioie tue sincere; Ma quegli di sua mano S'attossica, che ad altro assai più ardente Liquore il labbro accosta, E poi che men gli costa A questo più che a te corre sovente.
Io lo compiango, e da compianger meno Colui non parmi, al quale Dissetarsi convien d'altro veleno, Che sol con te d'eguale Ha il nome, e non da tralci adusti cola, Ma d'artificii è fatto, E dee chi a berlo è tratto Foderata di rame aver la gola.
Non io così; chè sovra il colle avito Io medesimo assisto Alla vendemmia, e a tutto il gaio rito Di varie opere misto, Pel qual tu poi dal romoroso tino Zampillerai ben tosto, Fatto di torbo mosto, Terso, vermiglio e spumeggiante vino.
E ch'indi ognor tu sia più terso e puro Ancora avverto io stesso, Finchè l'anno compito e tu maturo, Provvedo io pur che messo In bottiglie tu sia, dove ti renda Degno un altr'anno alfine Che su dalle cantine Alla tavola lieta e al labbro ascenda.
Tu gioia allora e orgoglio mio tu sei! Oh! ma ben più di questo: Se corsero finora i giorni miei Liberi e d'ogni infesto Pondo immuni, che all'uom duro bisogno Impone, io ciò ti deggio; Però t'adoro e inneggio Pubblicamente a te, ne mi vergogno!
Più che all'ingegno mio (nè qui discuto Se ciò sia giusto o ingiusto) Della facile vita io son tenuto Al tralcio d'uve onusto, E a te che quindi, almo liquor, distilli, Sul breve colle aprico, De' miei retaggio antico, E asil di studiosi ozii tranquilli,
Sì, o mio buon vino, a te che il mercatante Lombardo molto apprezza, A te solo degg'io se nè abbondante Vitto, nè l'agiatezza Manca a miei cari: se non è chi'io sudi Ora in uffici ingrati, E invece a non pagati Dedicar mi potei leggiadri studi;
Se a Destri nè a Sinistri io mai non chiesi Il più lieve piacere; Se libero ai caduti e ai novi ascesi Dir posso il mio parere, Se onoranze da lor nè lucri agogno Ciò a te soltanto io deggio; Però t'adoro, e inneggio, O vino, al nome tuo, nè mi vergogno!
_Settembre 1876._
PIOGGIA DI MAGGIO
Precipita giù giù sulla campagna Una pioggia diffusa ed incessante; Luccican sotto l'onda che le bagna L'erbe, le siepi e le chiomate piante.
L'alta malinconia che dal ciel viene Copre la valle, e la gioconda festa Ch'ivi nel maggio il color verde tiene Oggi appare in sembianza oscura e mesta.
Ozioso sull'uscio io sto mirando Al lontano orizzonte in nebbia avvolto, E crepitar la pioggia, flagellando Le terse ghiaie e l'ampie fronde ascolto.
Così dentro di me piove a distesa; Son gli orizzonti della mente mia Velati anch'essi, e un vago in cor mi pesa Senso di non so qual malinconia.
Ma dalla pioggia grande e dalle meste Sembianze onde si copre oggi Natura, Nova beltà ritragge e miglior veste Di vaghi fiori e di gentil verdura.
Dalle tristezze sue così potesse L'anima annuvolata e il tetro core Ritrar di carmi più gioconda messe, Vestir di poesia novo splendore!
LA STRADA
Non c'è che dire, un'eccellente strada: La migliore ch'io m'abbia conosciuta; Chi su ci va, gli par che in letto vada, Tanto è piana, ben fatta e ben tenuta.
D'ambo le parti un'irta siepe e bianca Per molta polve la costeggia, e il piano Oltre quella s'estende a ritta e a manca Triste a veder da presso e da lontano.
Nè una casa per via, che a sè comunque L'occhio richiami, per gran tratto appare: Solitudine siede intorno ovunque: Ciò è seccante davvero a lungo andare.
Ecco, o eccellente strada, o al passeggiere Comodissima strada e ben costrutta, S'io t'ho a dir veramente il mio parere, O bella strada mia, tu sei pur brutta!
Sovente in orlo alla deserta via Sorge una croce e reca triste avviso, Ch'ivi un fatto di sangue si compia, Ch'ivi talun fu derubato e ucciso.
Penso: se a me seguisse un caso eguale! Non dirò ucciso, ma se almen foss'io Quivi aggredito! È certo; o bene o male Scosso assai ne sarebbe il tedio mio.
Ma non c'è dubbio; or son le vie sicure; Io ben so che nei ladri non ci casco; Io di false, romantiche paure, Di liceale poesia mi pasco.
Torniamo al sodo; io realista sono. Cuoce la cena a casa mia. La moglie Piacente, ed ambo i rosei bimbi sono Stanchi già d'aspettarmi in sulle soglie.
Ed io sto a far per via con sì bel gusto Il poeta romantico! e le reni Al cavallo non frusto e non rifrusto, Perchè fra i cari miei tosto mi meni!
MENDICANTI CAMPESTRI
Viene la curva vecchierella tremula In sulla soglia mia A dir l'ave maria Chiedendo l'elemosina.
Non è in cucina alcun che a lei sollecito Rechi adunque qualcosa? Perchè la bisognosa Vecchietta fate attendere?
Povera donna! — Può d'altronde accorgersi Che senza guardia è il posto, Entrarvi di nascosto E una posata prendersi.
Viene anco il vecchio scarmigliato e pallido A dir l'ave maria Sopra la soglia mia Chiedendo l'elemosina.
Povero vecchio, presto soccorretelo! Mentre aspettar lo fate Forse le inferriate Delle finestre studia.
Studia qual sia la più vetusta e logora... Non si sa mai: diurno Mendico ei vien — notturno Ladro potrebbe riedere.
MIRAMAR
(_Note di viaggio_)
Benchè egli fosse un arciduca austriaco, Che il diavolo mi porti s'io non caccio Dentro il mio scartafaccio Quattro versi d'encomio Pure a costui, che fece un così bello Elegante castello Su queste balze inospiti.
Se della sanguinaria, ma non tragica Razza d'Asburgo nacque, egli al postutto Di ciò non venne istrutto Da pria, nè potea sciegliere: La Natura da pria non si consiglia Con noi di qual famiglia Ci garbi meglio nascere.
Io d'altra parte di costui non m'occupo Se non perchè egli fu poeta e artista. Da un tal punto di vista Cosa migliore io giudico Ch'ei di regal nascesse, benchè infesto Sangue, più che d'onesto Sangue di pizzicagnoli.
E infatti buon per lui, chè lo spettacolo Grande dell'arte non gli fè difetto Fino da pargoletto, Quando alle prime imagini Che ci mostra la vita, il cor s'informa, E ne riceve norma, Che gli anni non cancellano.
Buon per lui, cui fu tutta innanzi l'ampia Terra dischiusa, ancor fanciullo essendo, L'oceano e lo stupendo Emisfero d'America. Fanciullo avventurato! Al compimento Del suo più baldo intento Non si frappose ostacolo.
Più avventurato ancor, chè dello artistico Ingegno egli poteva il grande appello Tutto ascoltar: del Bello Comporsi un culto, e tempio Farne la casa sua, poich'egli senso Ebbe del Nume, e censo Più di re che di principe.
Così questa ei potea villa incantevole E il fatato giardino e il picciol porto, Così per suo diporto Crear potea l'idillio Non di parole, ma di marmi, e sulla Ripa inamena e brulla Far che fiorisse l'oasi.
Ma fu qui appunto fra la verde e amabile Poesia ch'e' si venne a poco a poco Creando in questo loco, Qui fu che il gentilizio Morbo del sangue principesco invase Lui pure, e il persuase Che re il volesse un popolo.
Io non so quale illusïon vi domini, O prosapie d'antichi vïolenti, Ch'abbian da voi le genti La salvezza e il benessere. Razza di lupi or tutti siete agnelli. E pel ben dei fratelli Vi condannate al solio.
Ma questa illusïon nessuno illudere Può al giorno d'oggi più. Sotto le umane Parole stan le arcane Bramosie del dominio. Tu, sciagurato Max, tu della moglie Le ambiziose voglie Non sapesti reprimere.
Così da questo di serene gioie Cheto nido, affidati al dubbio evento, Correste a perdimento. Ella il senno smarriane; Tu da sedizïoso avventuriero Trattato fosti; e invero Fu il modo spiccio e semplice.
Io lodare non voglio i tuoi carnefici. Ma un lor diritto usarono. Sicuro, Il più crudele e duro Dei lor diritti. Mescerti Tu non dovevi a quelle quistioni. Se fecer da padroni In casa lor, ben fecero.
Qual funesta malia te alle blandizie Dell'arte nato tristamente colse, E il cor gentile avvolse E il tuo leggiadro spirito Entro l'ambage occulta e disleale Di questa imperiale Tua sciagurata insania?
Vero sarebbe forse che giustizia Domini l'empia storia, e il Fato attenda, Ma senza dura ammenda Non lasci quaggiù compiere Infame opera alcuna? Ignoto è il tutto, Senonchè peggior lutto E peggior onta cogliere,
Non poteva la tua razza colpevole: La feroce tua madre il pianto apprese Delle madri che rese Furono, ahimè, per opera Di piombo e di capestro, e pei consigli Di lei, orbe dei figli Devoti all'egra patria.
Di dolore e di sdegno alto ulularono Il borgo imperïale e per cotanta Vergogna dei settanta Arciduchi le squallide Case; ma più che la tua morte, offese Il modo, onta palese D'Austria, ed invendicabile.
Sì lunghe braccia ella non ha che arrivino Oltre cotanto mar, la truce e abbietta Austrïaca vendetta; Nè là può in laccio stringerle Sopra i nemici suoi, come per norme Antiche, nel deforme Imperio era abitudine.
Ma adesso io non farò della retorica. Noi vendicati fummo e con usura. Se giaci in sepoltura Tu invendicato, credere Non potrai che di ciò molto m'affanni. Sol che nel fior degli anni Tu sia morto rincrescemi.