Part 5
Morto purtroppo sei, matto compagno De' miei trastulli un dì, che vecchio e stanco Adesso il giorno inter m'eri al calcagno, E tutta sera mi dormivi a fianco.
Bello non fosti, è vero; Can da pagliaio, onesto Vissuto se' in modesto E piccolo mestiero: Sordo eri or poi; ma un giorno, Lesto ad ogni romore, Fama ottenevi intorno D'ottimo abbaiatore.
Or tu pure se' morto, e un'amarezza Grande io sento di ciò, come se un molto Fedele amico, a cui l'anima è avvezza, Stato mi fosse d'improvviso tolto.
Nè di te cosa alcuna Or viva più rimane, O buono ed umil cane? Nè in qualche stella o luna Più vive il saldo affetto Che ti brillò nel fondo Occhio finchè negletto Passavi in questo mondo?
Altra vita alcun premio a te non serba Dell'util opra tua, nè guiderdone Di tue virtù modeste in meno acerba Sorte e in altra miglior condizïone?
Misero in vita e in morte, O mio povero cane! Quante son bestie umane Che han di te miglior sorte: Non ti valgono in vita, E tuttavia defunte Trovan gioia infinita Nel paradiso assunte!
IX.
Poggi e valli d'un nembo di verzura, E d'alma luce e bionda Il divo maggio inonda L'aura turchina e pura, Nella quale s'immerge schiamazzando La pazzerella rondine;
Io tosto, messa ogn'altra cura in bando, Salgo alla villa antica E a la natura amica Conforto e oblio domando Della città che m'ha seccato assai Co' suoi costumi pessimi.
La danzatrice egizia che adorai Volle aver più mariti; Son nostri e vecchi riti, Nè ancor mi ci addestrai. Ma questo è nulla: a fin di carnovale. Per troppo al gioco perdere,
(Fin su i capegli alto il rossor mi sale) Restai corto a quattrini, Onde a certi strozzini, Per farla meno male In giorni a lesinar poco opportuni, Duopo mi fu ricorrere.
Oh del viver civile acri e importuni Bisogni! — Basta, intorno All'ultimo soggiorno Che in città feci, alcuni Guai vi dirò me l'hanno reso amaro. Ora i campi mi accolgono.
Maggio tripudia, e tu del tempo avaro Compensami, o Natura; Sanami d'ogni cura, E il verdeggiante e caro Grembo mi schiudi ove riposo io prenda... E il raccolto dei bozzoli
Fa ancor che abbondi, e che ben lo si venda.
X.
Io dall'uom non rifuggo, e meno ancora Dalle donne se belle e sagge sono; Ma domando perdono, La compagnia degli alberi talora Sotto più d'un aspetto Mi dà maggior diletto.
Mai, per esempio, non s'udì che avesse Il pero a sdegno il suo non vil mestiere Di fare delle pere, E ch'egli a un tratto il cedro si credesse, Come dell'uom si vede Che sovente succede.
Chi nano e storto nespolo sarebbe O sorbo sciocco o frutto anche peggiore, Fra noi pretende onore D'ananasso o di dattero che crebbe Orgoglio d'oasi amene; Pretende e spesso ottiene.
O vanità malnate, o stroppi intenti, O bassezze del picciolo mortale, O invidie abbiette, o male E pettegole lingue, o brute menti Io vi aborro vi aborro, Però ai campi ricorro.
In campagna per tempo ogni mattina, Se nuvolo non è si leva il sole; Codesto avvenir suole Anco in città, ciascun se lo indovina. Ma chi concluder osa Che sia l'istessa cosa?
Come ogni vel donna al marito in faccia Toglie e si mostra in sua bellezza intera, Ad un'egual maniera D'ogni vapor tosto che il sol s'affaccia D'orïente alla soglia, La terra si dispoglia.
Di baci il sol, fervido eterno sposo, E di tremule gemme il sen le inonda, E l'abbraccia e feconda Con mille raggi e mille, in glorïoso Miracoloso amplesso. Al tempo istesso
Si desta il tutto e portan l'aure intorno Suoni indistinti, a guisa di messaggio Col quale in lor linguaggio Tutte le cose dannosi il buongiorno; Ed io che a questo attendo Occulti fatti apprendo.
Chiede l'olmo se bene ha riposato Alla vite; il frumento aureo sospira Sommessamente e gira Il capo in atto estatico e beato Perchè la molle brezza Lo molce e lo accarezza.
Il giovinetto augello alto la lieta Canzone della vita all'aure invia; Quel non ha la mania Ond'è tocco fra noi più d'un poeta, Che disinganni e danni Sogna e piange a vent'anni.
Senza pretesa aver che dal _Fanfulla_ O dall'_Antologia_ siano lodate, Come ogni nostro vate Pretende s'egli fa cosa da nulla, Le cicale fan versi Sugli alberi diversi.
I fioretti del prato arcani accenti Van susurrando, e narransi fra loro I propri sogni d'oro Onde infiniti traggono argomenti: Ma il pino, ahimè, crollando Va il capo a quando a quando.
Il papavero lungo e scimunito Si pavoneggia in abito scarlatto, E a la modesta a un tratto Margarituccia avventa un motto ardito, Che tutta in sè raccolta Lo sciocco non ascolta.
Ma fra noi, Margarite e Ortensie e Rose, Tutta la flora femminile, ovvero Il calendario intero Porge le orecchie sue poco sdegnose Ai papaveri spesso Che ci stan fitti appresso.
XI.
Ma poi che il sol più eccelso a mezzo il giorno Fiamme dardeggia intorno, E fatta l'atmosfera E tutta intera Un infinito incendio,
Il villanel dal mieter si riposa Sotto la pianta ombrosa: D'un solco s'accontenta, Là s'addormenta E insetti invan lo pungono:
Cheta lo sugge la zanzàra e sozze Mosche fan chiasso e nozze Sopra il suo volto bruno; Ei spesso alcuno Schiaffo s'avventa e scuotesi;
Non si desta però; con moto eguale Scende il suo petto e sale Ch'ei mostra ignudo, e i denti Bianchi e lucenti Fra le sue labbra appaiono.
Or se anch'io nel più fresco nascondiglio Della mia casa piglio Libro o giornal fra mano, Un subitano Sopor tutto mi domina.
Sull'ora calda in villa è dolce, è bello Stiacciare un sonnerello; Poi s'ha più lena a rudi Opere e studi... E anche meglio si desina.
O eterni numi e santi, a voi non piaccia Mai che altra vita io faccia Da questa mia tranquilla Ch'io meno in villa, Del mondo imbuscherandomi.
Vita mia, tu se' fatta della lieta Fatica del poeta, E d'ozio il più sereno; Oh così almeno Durassi un mezzo secolo!
Or poscia il carro sul finir del giorno, Fa dai campi ritorno Carico dei covoni, Ed i coloni Tutti presso lo seguono.
Lento in fondo alla corte il carro passa; Più giù si stende bassa La valle e quindi il colle Sorge, che il molle Roseo tramonto imporpora.
Come in un nido, in cima al tremolante Acervo è la festante Frotta dei fanciulletti: I buoi gl'insetti Con la coda si scacciano;
Col pungolo in ispalla e ignudo il piede Primo il bifolco incede, E le spigolatrici Dalle pendici Cantando ultime scendono.
XII.
Tutto spira l'idillio, e sol mi manca Fillide bruna o Clori bionda e bianca Perchè l'egloga io tessa. Ma quelle stan nei libri: nel contado Al bel sesso non è che assai di rado Vera beltà concessa.
Ben tu fosti leggiadra, o gaia e svelta Fanciulla che Diana avrebbe scelta Volontieri a compagna, Quando in età più d'oggi assai felice, Ella correa succinta cacciatrice Il bosco e la montagna.
Bella eri tu davvero, Anna. Sul colle Come giovine pioppo il fine e molle Tuo corpo m'appariva. Ed avea quel tuo corpo adolescente D'una frutta anco acerba il prepotente Invito e l'attrattiva.
Ma d'ingenue malizie e di baleni Avevi i lunghi e verdi occhi ripieni, Come zingara ispana; E spesso il vento allegro e libertino Giocava nel tuo crin sciolto e corvino E nella tua sottana.
Bella eri tu: dritta sugli erti solchi Irridevi ai coloni ed ai bifolchi, Alcuna tua canzone Lieta intonando; in fiamme era ponente, Tu spiccavi sul cielo incandescente Come una visione.
Bella tanto eri tu che si potea Rassomigliarti a una silvestre Dea: Ma più che Dea tu eri; Una donna eri tu dolce e vezzosa, Che divide coll'uom, sorella e sposa, I dolori e i piaceri.
E a te valse, fanciulla, il vago aspetto Che avventurate nozze un giovinetto T'offerse imprevedute; Ahi! ma ufficio di sposa e più di madre Presto avvizzì le tue membra leggiadre E il fior di tua salute.
Or tu quando m'incontri ancor sorridi: Ma da' precordii tuoi, come da nidi Augelletti irrompenti, Più non iscoppian le vivaci note, Nè più l'eco dei poggi ripercote Le risa tue frequenti.
Oh gioconde vendemmie! ti sovviene? In lunga fila, con le ceste piene Dell'uva, dal vigneto Scendono le ragazze barcollanti Pel grave peso, e suona l'aer di canti E di schiamazzo lieto.
Versan poi l'uva entro l'ammostaruola (Bada, i toscani dicono la cola) Finchè ce ne può stare. Su vi balza a piè nudi un garzon tosto; Ecco in pioggia minuta il roseo mosto Incomincia a colare.
Come son colme le bigoncie, il tino L'uva ammostata accoglie, e ne fa vino In sette od otto giorni. E ciascun giorno vasi empie novelli; Oh ricchi giorni speranzosi e belli, Di cento gioie adorni.
E la diurna opra finita a sera, Uomini e donne, la brigata intera In corte si raduna A novellar pel fresco, dopo cena; Cantan sull'aia e ballano, e serena Ride con lor la luna.
XIII.
Così inoltra l'autunno, e il verno attende Dietro l'alpe trentina ancor per poco; Ma l'aquilon già scende, E via con gran clamore, Altisonante araldo, in ogni loco Trapassa a volo e annunzia il suo signore.
Già piove spesso e le giornate intere. Più non olezza dei recenti fieni, Come all'estive sere, Ma si fa giallo il prato. A rivederci a quest'altr'anno, o ameni Giuochi sull'erba; or troppo là è bagnato.
Or bisbigli non più di nidi occulti Fra le pallide foglie e i rami neri, Ma del vento i singulti; Fredda è la sera e lunga, Si sta chiusi in salotto volentieri, Finchè di coricarsi il tempo giunga.
Torna del San Martino allor la state; La caccia delle allodole le brevi Tepide mattinate Ne allegra, e il dolce arrosto Ne rallegra le sere, e insiem vi bevi Il vin ch'hai fatto del miglior tuo mosto.
L'autunnali mestizie il nuovo vino Tempera in parte, e affatto poi le scaccia, Se appunto un bel mattino Alcun rude mercante Lombardo appare a cui quel vino piaccia, E che tutto lo compri in poco istante.
Oh del bel sole estremi e dolci raggi! Oh scampanìo che annunzia le gioconde Sagre giù pei villaggi, Che nella valle stanno! Oh tristezza gentil che a noi s'infonde Da quest'ultime gioie, ahimè, dell'anno!
Tu novembre, tu se' come colui Che troppo tardi al bel convito arriva, E poco tocca a lui. Natura a te non serba Che alcun raggio di sole, e non coltiva Per te che grami fiori e inutil erba.
Ma come sopra il tuo breve orizzonte Fosche nubi tu addensi e mesto sei, Così sulla mia fronte, Ch'io nella man sostengo, Foschi dubbi s'addensano ed a miei Casi pensando in triste modo io vengo.
Che faccio io qui nell'uniforme vita? Fra non intere gioie e non interi Affanni intorpidita Si culla inutilmente L'anima — e ciò mi piacque infino a ieri; Oggi invece mi tedia orribilmente.
Pur come fuor della finestra invano L'occhio tendo e null'altro io vedo in giro Che nebbia ai monti e al piano Solitudine bieca, Così nel mio futuro io nulla miro Fuorchè landa deserta, e nebbia cieca.
Che valse a me d'alcun mio dotto errore Empire il dì solingo, e della notte Sprezzare il don migliore E consumar gran parte, Chino le membra tormentate e rotte Su libri avari e su infeconde carte?
Che mi valse o varrà? L'Italia amena Fin nell'insigne cattedra imbandisce Spesso ai ciuchi l'avena; E dell'eguale alloro, Tanto ad un suo poeta il serto ordisce, Quanto a celar gli orecchi lunghi a loro.
Ma non da te l'ufficiai premio attesi, O bell'arte dei carmi, che dal padre Io fanciulletto appresi. Per natural talento Cerco dar forme al pensier mio leggiadre, Di ciò sol, se riesco, assai contento.
Che sperar più? Spento è nel vate il dio; Neppure il vate stesso anzi più esiste: Che importa? Un uom son io, Nè d'esser più mi cale; Benchè d'esserlo ognun faccia le viste, Non è sì facil cosa essere tale.
Se non che ratti, ahimè, volano gli anni! Muore novembre e il verno gli succede; Ma poi ripara ai danni Primavera gentile. Non così avvien di noi, chè più non riede Quando fiorì una volta il nostro aprile.
Io rifeci la casa a poco a poco, Che fu de la mia gente antico nido; Or più non move il fioco Suono dell'età spenta Da queste mura, ma il giocondo grido Dell'avvenir parmi che intorno io senta:
«Or che rifatto è il nido, a che la bella Sposa non meni e la dimora antica Dei padri di novella Famiglia non allieti?» — Così intorno m'ascolto in voce amica Susurrar le domestiche pareti.
«Bada a' tuoi casi finchè in tempo sei; Piglia una bella giovine in isposa, Fa all'amore con lei, Ed abbi dei figliuoli; Aver donna e fanciulli è degna cosa D'ogni uom dabbene, e guai quaggiuso ai soli!
Miseri a lor che per non darsi cura D'una famiglia, solitari stanno! Voi per goder Natura, Voi per soffrir compone, E la vita è nel gaudio e nell'affanno, Non nell'ignavia che a nulla s'espone.
Folle se tu di sdruccioli e di piani Versi tutta la vita occupar vuoi. Non isfuggir gli umani Più comuni destini: Fa d'esser pria buon uomo, e sii da poi Buon poeta, se proprio in ciò t'ostini.» —
Così talor nella stagione immite Odo sonarmi queste voci in cuore Fra le ringiovanite Mie domestiche mura. Oh solitudin tetra, oh eterno amore, Oh voci della santa alma Natura! —
XIV.
Però accadde a me pur, nè più nè meno, Di prender moglie (adesso Già già quattro anni volgono); E senz'altro con lei pigliato il treno, Venimmo il giorno istesso Al nido mio domestico.
La stanza nuzïal bianca e raccolta Mi parve un tempio arcano; Quivi sorgeva il talamo Simile a un'ara in veli sacri avvolta, Dov'abbia un sovrumano Soave rito a compiersi.
Calava il giorno: il pranzo era allestito; Di lumi e assai di fiori E di cristalli splendido Era il salotto inver, ma l'appetito Non venne a far gli onori Della gioconda tavola.
La giovanetta sposa incerta e mesta Per la madre lasciata, Poco recossi al roseo Labbro; io stesso badavo, in gran tempesta D'amor, con la posata Sulla tovaglia a incidere.
Per finger calma cose indifferenti Io dicevo alla sposa, Che sorrideami languida; Ma nelle vene mi correan torrenti Di lava impetuosa, E la voce tremavami.
Alla fanciulla affetti molti e vari Urtavano il bel seno: Certo la inquïetudine D'esser così lontana da' suoi cari, Sola di notte, in pieno Poter d'un baldo giovine,
Che le dicea d'amarla e la copria Di veëmenti baci; E al tempo istesso il giubilo D'esser con lui; di sposa l'allegria, E trepide vivaci Curiosità virginee.
Poi sul terrazzo uscimmo. Ivi la bruna Valle tacea; ma il fiume Mandava un lene murmure; Da vaghe stelle e da la tersa luna Piovea candido lume Entro gli spazi ceruli.
Oh sacra Notte, che proteggi il pio Dolce rito d'amore! La taciturna vergine Posò il capo sul destro omero mio, E le sentivo il core Tumultuoso battere.
Io le cingea col braccio la persona Flessibile, sovente La chioma aurea baciandole; Palpitando sentìa la casta e buona Fanciulla in sen repente Desii nuovi agitarsele.
Ed ecco allor da un grande accoramento Di non so che d'arcano Io mi lasciavo cogliere, Quasi che di mestizia e di sgomento Ogni solenne umano Gaudio misto abbia ad essere.
La fautrice Notte indi con dura Brezza già ne pungea A rientrar spingendone: Ci ammiccavano gli astri e la Natura Tutta di noi parea Compiacersi e sorridere.
XV.
A questo carme, cui principio diedi Triste al deserto focolar dappresso, Io lietamente pongo fine appiedi D'una culla sedendo invece adesso.
Ivi riposa il figliuol mio bambino Il qual come tra nevi arcano fiore, Tra i lini appar del candido lettino Che a lui compon la madre ebbra d'amore.
Primogenito mio, che dalla intensa Gioia d'un novo amor fosti concetto, E non alfine poi dalla melensa Abitudine ahimè del comun letto;
O primizia d'amor che la vitale Origin bella hai nelle fibre impressa, E in ogn'atto, e nel riso senza eguale, E in tutta in tutta la persona stessa;
Bello come la madre e roseo e biondo, Cui l'anima pensosa tuttavia Della paterna stirpe all'occhio in fondo Tra la nebbia infantil s'apre la via;
Putto che avrebbe Raffael sul seno Posto alla Vergin sua più bella e pura, Vegeto, vispo, sorridente, pieno Dei miglior doni che può dar Natura;
Pargoletto gentil, che il nome porti Del mio nobile padre e sei mio figlio, Onde il passato e l'avvenir conforti, Verso i quali man triste io levo il ciglio;
Se giusta forma io dar m'affido a questi Affetti miei t'offendo e stolto sono, E quantunque or tu dorma (e nol sapresti Pur vegliando) ti chieggo ancor perdono.
Ma finchè tu riposi e insiem talora Sorridi e mormorando alcun accento Ricordi i giuochi tuoi sospesi or ora, Mentre io qui seggo a vigilarti attento,
I pensier miei s'affollano d'intorno Al tuo bel volto, e ai biondi ricci sparti, E pigliano del verso il metro adorno Per spontanea virtù, nel vagheggiarti.
Che se tu desto sei, forma migliore Io trovo, forma di carezze e baci, Alla soave poesia che in cuore Mi mettono le tue grazie vivaci:
Ben so che tu non sei dal ciel disceso, Nè un angioletto fosti pria che nato; Voi per fingere gli angeli hanno preso I pittori a modello e v'han copiato,
Voi figliuoli dell'uom piccioli e belli; Poi mutando la causa nell'effetto Non inventati a imagin vostra quelli, Ma voi creati a immagin loro han detto.
Ma io che non ci tengo al sovrumano, Qual sei più t'amo, dolce creatura Di nostra razza, bel fanciullo umano, Nato per opra di gentil natura.
Per le ingenue tue grazie e i tuoi sereni Occhi la gloria di quaggiù si mostra, Se è ver che d'altro tu quaggiù non vieni Luogo più eccelso della terra nostra.
O Natura di cui supremo è intento La vita, innanzi a te bacio la terra Che l'uom calpesta altero, e a te stromento È di quanti prodigi il mondo serra,
Mi prostro innanzi a te, saggia e possente Natura, e movo a te calda preghiera; Questa, che al figliuol mio vita recente Donasti tu, fa ch'egli compia intera;
E allorchè fatto adulto e di sè stesso Sicuro alfine l'ultimo saluto Ei mi rivolga, al letto mio dappresso, Non parrà a me che indarno io sia vissuto.
CATASTROFE
C'era una volta un mesto cavaliero, Assai mesto davvero: Solo abitava in un vecchio castello, Sulla riva del mare: Solea ciascun augello E ciascun fior che lo vedea passare Di lui meravigliare:
Tanto della persona trascurato, Discinto e spettinato, Uscia talor per la contrada intorno. Pure sedea più spesso, Quanto era lungo il giorno, Nella sua stanza, col capo dimesso, Tutto chiuso in sè stesso.
Prima del tocco non andava a letto. Dinanzi al caminetto Solea d'inverno consumar le sere; Ci si obliava ancora Per delle notti intere, E tu invano la voce alzavi allora, Onda del mar sonora.
Ed ecco in notte procellosa e nera, Di mezzo alla bufera, Tra il fulminìo che scoppia orrido e fitto, Un grido l'aere fende: Balza il garzone ritto, E un'angoscia infinita il cor gli prende, Com'ei quel grido intende.
E si picchia alla porta. Oh non invano Picchi, o vezzosa mano! Ei corre al saliscendi e tutto l'alza. Ed alto a lungo il tiene. Or seminuda e scalza Una donna che appena si sostiene Su per le scale viene.