Part 4
E come a notte per campestre via, Sotto la luna par lontanamente, Ch'ivi fra nebbie d'indistinta gente La contrada animata a un tratto sia;
Così vegg'io nella crepuscolare Ombra del regno arcano, erranti e meste Forme fra cui molte a me note e care;
Onde più che terror provo desio Di quel regno nel qual mi precedeste, O miei congiunti, o amici, o padre mio!
III.
Dove tu pur fra gli ultimi venuti, Dolce amico, affrontasti il grande arcano, E là parmi veder che tu con mano M'accenni anco una volta e mi saluti:
Più ancor, m'illudo o il tuo grido lontano Meco si lagna perch'io non t'aiuti? Certo m'illudo e in ciechi spazi e muti Tendo l'orecchio e spingo il guardo invano.
Tutto è mistero. Il sepolcrale orrore D'alta speme vestir m'è gran dolcezza; Ma il tuo cenno, il tuo grido è nel mio cuore;
Là sol tu serbi ancor le usanze umane, Là che intero tu vivi ho sol certezza, Nel cuor mio, finchè a lui vita rimane!
_Dicembre 1875._
INSONNIA
Misterïosi spiriti L'arcano mondo serra; Nascosti son nell'aria, Sono nascosti in terra; Misterïosi spiriti L'arcano mondo serra.
Quando a notte mi corico, Da un pezzo ho per costume Il mio giornal di leggere; Poscia smorzare il lume, E cheto cheto attendere Il sonno è mio costume;
Ma in quella vece giungere Altri suole più spesso; Al mio letto uno spirito Pian piano si fa presso, Irrequïeto spirito Che mi visita spesso.
Io lo sento accostarmisi; Stende su me le mani, Ed ecco tosto fluidi Concitati ed arcani Sopra i miei nervi scendere Sento da quelle mani.
Io più non trovo requie, Acre smania m'assale; Su questo fianco volgermi O sopra quel non vale, E quanto più m'adopero Tedio maggior m'assale.
Di mostruose imagini Prende il buio i colori; Io gli occhi stringo e intendere Mi par strani rumori; Ond'ha suoni il silenzio, Come il buio ha colori.
Misterïosi spiriti Racchiude il mondo arcano; In terra son, nell'aria, Sono nell'oceàno; Misterïosi spiriti Racchiude il mondo arcano.
Lo spirto dell'insonnia Accanto a me s'asside, Cose disaggradevoli Nell'orecchio mi stride; L'insonnia, ahimè! l'insonnia Al letto mio s'asside.
A lei non è dell'anima Alcun segreto ignoto, A lei del cor non celasi Il più leggero moto, A lei del capo l'ultimo Pensier non resta ignoto.
Sa tutto, ed instancabile Il tutto mi ripete; Ma fra le cose sciegliere Suol essa le men liete; Spiega, commenta, esagera Il mal che mi ripete.
Lento venir sull'aere Il suon dell'ore intendo, Penso di nuovo leggere, Il lume riaccendo; Lente frattanto battere Ecco le tre già intendo.
Il sonno allor di subito Mi sembra che mi pigli; Mi ricompongo immobile, Ma con più fieri artigli, Par ch'anzi allor l'insonnia Quasi folle mi pigli.
Spine in letto mi semina E mi avvoltola in quelle; Dura il crudel martirio Finchè duran le stelle; L'insonnia sol dipartesi Al dipartir di quelle;
All'alba sol, lasciandomi Franto fino a le dita; Sopra il guancial precipita La testa intorpidita, Finchè vien tardi a scuotermi Il sol coll'auree dita.
Misterïosi spiriti L'arcano mondo serra; Celati son nell'aria, Sono celati in terra, Misterïosi spiriti L'arcano mondo serra.
REALISMO
Ebbi una volta i miei vent'anni anch'io. Di sogni d'oro e d'ideali splendidi Popolato era allor l'animo mio, Come a ciascuno avviene in età simile.
Anco una bella amante aveva allora, Una leggiadra e graziosa femmina. Accanto a lei sino a tardissim'ora Mi trattenni una notte. Oh notte eterea!
Coricati eran tutti, ed a lei stessa Scender fu forza i chiavistelli a mettere, Poichè uscito io mi fui, chè compromessa Si sarebbe chiamando alcun domestico.
Era il ciel di zaffiro, e l'alta intera Luna splendea, colà d'intorno un pallido Lume alternando alla grand'ombra nera Che le case facean sbarrate e tacite.
Solo andavo per via, nè voglia alcuna Di coricarmi avea, perchè nell'anima Della recente mia somma fortuna Mi duravan tuttor l'ebbrezza e il giubilo.
Oh adorabile donna! E tutto assorto In tal pensiero e in estasi dolcissima, Cheto arrivai dove dell'umil porto I due bracci entro il lago un po' si spingono.
Colà del molo in sull'estremo sasso A sedere mi posi e penzolavano I piedi miei sull'onda, ch'ivi abbasso Alle pietre battea con lieve murmure.
Luccicante era il lago e tutto piano, Se non che a macchie qua e là increspavasi, E dentro molli nebbie da lontano Lento parea nel curvo ciel confondersi.
Dietro stava il villaggio, e i colli e il monte Girando a par d'anfiteatro, un rigido Tono mettean sul cerulo orizzonte, Come d'opaco aspro metallo fossero.
Una blanda stanchezza i sensi miei Lusingava frattanto, e a tutto l'essere Mio pareva in allor mescersi a quei Grandi silenzi arcani ed alla requie
Solenne d'ogni cosa, ond'esso intorno Dovunque circonfuso era e sentivasi... Pur dell'amata donna e dell'adorno D'un fior molle suo crine il grato effluvio
M'era ai panni rimasto, ed alle nari Talor saliami lieve, impercettibile, Ma non così però che in me dei cari Vezzi di lei, degli atti suoi, del trepido
Abbandonarsi la memoria intiera Non ridestasse a un tempo e la delizia Del fruir tutto ciò, quasi com'era Stato dianzi or tornasse anco a succedere.
Sol mi pareva in elemento adesso Fatto d'argentea luce e di silenzio E di calma infinita il nostro amplesso Non so ben come arcanamente compiersi.
E m'era avviso, mentre in dolce laccio Stretto io tenevo l'adorata femmina, Di sentirmi salir, cullato in braccio D'alcun ignoto iddio, su dentro l'etere.
Ben la natura stessa allor, cred'io, In questo m'inducea grande e fantastico Sogno, dove sembrava all'esser mio Lentamente passar, tra molli gaudi,
Dall'amplesso finito allo infinito Di tutte cose amplesso, ed ivi sciogliersi Come in non so qual mar che senza lito, Alto ondeggia, lontano, azzurro, splendido.
Giurabacco, ch'io mai non ero asceso A più ideale altezza! — Ed allor eccoti, Mi venne a un tratto un certo suono inteso, Qual d'un'aura compressa nell'erompere.
Tosto a quel suon dal sogno mi riscossi, E mirando la spiaggia, ivi ebbi a scernere Un uomo accoccolato, il qual levossi Presto, e partiva i panni indi assettandosi.
Bene io compresi allor: costui venuto Era a far ciò, che il dirlo non e lecito, Appunto là, dov'io da presso, muto Ammirando, ed assorto in placida estasi
Dinanzi allo spettacolo di quella Notte che invano or or tentai descrivere, Versavo in grembo alla sublime e bella Natura tutto quanto era in me d'anima.
Ma la Natura, ahimè, bella e sublime E non meno crudele, e alfin di vacui Inganni austera correttrice, all'ime Realità di subito con ferrea
Mano m'avventa, e dai sognati cieli Dello ideale mi richiama all'umile Verità delle cose, e senza veli Mi dimostra la terra, ond'io sollecito
Quindi mi levo e volgo afflitto in mente Come il bello ed il brutto accanto vadano: Il bello è un matto sogno assai sovente, Ma non già il brutto un sogno mai suol essere!
PICCOLO MONDO
IDILLIO DOMESTICO
1870-77
_Nihil sanctius quam domus._ CIC.
I.
Fu a mezzo ottobre, quando si fan gialle Le foglie, e al primo soffio che diserra Il monte su la valle Cascano in folla a terra; Fu a mezzo dell'ottobre disadorno, Che a la modesta villa, Dov'ebbero tranquilla Dimora i padri miei, feci ritorno.
Dopo l'assenza di molt'anni al loco Feci ritorno dell'infanzia mia; Partii fanciullo e poco Men che adulto or venia: Nessuno ravvisarmi avria saputo, Ma gli antichi cipressi Vidermi appena, ch'essi Mossero il capo in segno di saluto.
Furon dinanzi del cancel piantati Da non so quale de' miei vecchi stessi Que' due vecchi cipressi; E là come soldati Stan da gran tempo a guardia del mio tetto, E mi conobber tosto, Perchè ai lor piè deposto Io soleva giocar da pargoletto.
II.
Le scale ascesi e penetrai le stanze Che gran tempo di passi e voci umane Furon mute, e ove leggonsi le usanze D'un'età spenta in quel che ne rimane.
Il padre mio che preferì altra sede, Presso quel lago ch'ei descrisse in rima, Là morir scelse, e non aveva prima Più da molt'anni qui rimesso il piede.
O alti stipi addossati a la parete, Seggioloni, erti letti e mense gravi, O vecchi arredi a cui le meste o liete Vicende e i sensi noti fur degli avi;
Io vi ammiro in silenzio, e quasi provo Vergogna d'esser io vostro padrone, Chè il serio aspetto vostro assai m'impone, E pur meschino in faccia a voi mi trovo.
III.
Volontier ci si indugia accanto al foco, Nella lunga autunnal rigida sera, Massime in vecchie case, ove fan poco Schermo le imposte contro la bufera; Io la serata intera Spendo con gran diletto Dinanzi al caminetto.
Danzan le fiamme sugli enormi alari Volubili e scherzose e suonan liete, La stanza empiendo di giocondi e vari Riflessi, mentre sovra la parete Si movono inquiete L'ombre e i profili neri Dei mobili severi.
Vecchie pareti, a cui nessuna è ignota Di tante cose innanzi a voi compiute, Se per narrarmi dell'età remota Voi cessaste un momento d'esser mute, Forse d'aver sapute Quelle cose, mi pare, Che a me potria giovare.
Forse m'illudo, nè dir cosa nuova Voi potreste, ch'io pria non la sapessi; Che l'umana vicenda si rinnova, Ma poco muta, e gaudii a noi concessi Furo e dolori stessi In alto e in umil stato, Oggi e per lo passato.
IV.
Ma forse in tutto nemmen questo è vero; Nè certo or fa cent'anni i nostri vecchi Si davano pensiero D'argomenti parecchi, Ch'oggi il cuore e la mente Vanno struggendo a noi, povera gente!
Le manìe metafisiche discese Anco non eran nell'Italia allora; La scïenza politica, com'ora, Non era ancor palese A ciascheduno, fino al mio barbiere, Cose che non parrebbe, e pur son vere.
Il sentimentalismo umanitario (Ahimè, che versi scrivere mi tocca!) Ch'oggi a tanti la penna empie e la bocca Di sonante frasario Non era noto allor... ma un tal soggetto Mi guasta il verso e il sangue e però smetto.
Pur tinto è ognun di noi, qual più qual meno Di questa lebbra, e come tutti io stesso; Onde nel fior degli anni miei l'ameno Tempo autunnale spesso Vo' sprecando nell'egre ed affliggenti Malinconie delle moderne menti.
Già non degli avi miei questo avvenia. Oh dolci autunni antichi! Innanzi al giorno Il mio buon nonno uscia Di casa ed ascoltando in alto e intorno Se di buona passata indizio c'era, S'affrettava pel colle all'uccelliera.
Detta la messa che il nipote accorto Serviagli, il prete (uno, anche due talora Vestivano in mia casa i sacri panni; Questo era l'uso allora: L'ultimo io stesso lo conobbi; è morto L'ottimo vecchio appunto or fa vent'anni;)
Detta dunque la messa, anch'egli il prete Tosto accorreva col nipote allato A veder se frattanto nella rete Molti augelli avean dato. Così in parte venia la mattinata Lietamente impiegata.
Poi s'attendeva a por la copiosa Vendemmia dentro i tini con saggezza, O in acconcia maniera Alla stura attendeasi, o ad altra cosa, Ch'ora io dir non saprei con sicurezza, Ma ch'util certo e dilettevol era.
Per tal guisa in tranquille opere oneste Spendeano il giorno gli avi, Nè lo studio era l'ultima tra queste, E il libro non di sogni irriti o pravi Suscitatore, alle solinghe e lente Passeggiate compagno era sovente.
La serata oltremodo era gioconda: Gli augelli il mattin presi, unti e arrostiti, Eran su la rotonda Polenta molle in lunghe e fitte schiere Per la cena imbanditi, E colmo del vin nuovo era il bicchiere.
Convenivan gli amici intorno all'otto. Allora spesso il conversar festoso Da scoppio fragoroso Di risa era interrotto. Ma in disparte raccolti, aspri, accigliati. Giocavano al tresette i più attempati.
Si ballava talor, ma d'improvviso, Senza apparato: i giovani eleganti Meglio ne' modi assai che nel vestire; Le donne adorne solo di sorriso, Senza trine o brillanti; E ognuno a mezzanotte era a dormire.
V.
Ahimè! da queste cose Son trascorsi molt'anni: Il padre mio gli affanni Del viver suo nascose In solitudin tetra, Finchè sotto la pietra D'un sepolcro si pose.
Da lunga età la stanza De' gai ritrovi è muta, Nè un passo più si muta Nella sala ove usanza Ebbero de' miei padri Le spose i piè leggiadri Movere in lieta danza.
E il tempo indarno sfida Sul granaio il panciuto Multicorde liuto, Che ai balli un dì fu guida; Or confortabilmente Il topo sapïente La prole sua v'annida.
De' topi indi la prole Porta dall'istrumento Che l'annidò il talento Del danzatore, e suole Laddove furo i gravi Minuetti degli avi Menar le sue carole.
Il vento spesso viene Di musical romore Ottimo esecutore, E al ballo bordon tiene; Da solo fa le veci Non d'una, ma di dieci, All'uopo, orchestre piene.
La canna del camino Gli serve di trombone Con che il basso compone, E forma il vïolino Fischiando agli usci fessi, E tra i vetri sconnessi Aprendosi il cammino.
Io che non là da presso Dormo, ma il sonno ho lieve Mi sveglio al suono in breve, Benchè arrivi sommesso: I vecchi ai noti lochi Tornano ai balli e ai giuochi — Penso allor fra me stesso.
— Certo nell'alta notte, Alle lor feste i vecchi Tornan che da parecchi Anni furo interrotte: — Accenti odo, segrete Voci in sì gran quïete Come non so prodotte.
Son l'avole amorose Che lasciano i mariti A bofonchiare uniti, E il nipote bramose Cercando van con orme Furtive s'egli dorme Nelle stanze più ascose.
Pendono sul mio letto Spiando attente attente Qual abbia se avvenente O se illegiadro aspetto Colui ch'unico resta Di lor stirpe modesta, Colui ch'è il lor diletto.
Cenno col dito fanno Che ognuna zitta stia, Che sturbato io non sia; Così a mirar mi stanno; Molte vorrian baciarmi, Ma per non isvegliarmi Quel piacer non si danno.
Mi guardo io ben d'aprire Gli occhi. Le care donne, Le mie povere nonne Non san che di dormire Solo per arte io fingo, Ch'io veglio e gli occhi stringo Per non farle fuggire.
VI.
Ma i morti sono morti e non ritorna Nessun di lor per quanto l'alma vita E la casa ove nacque abbia gradita E la sua stirpe ch'ivi ancor soggiorna.
Ahimè l'avole mie son tutte morte, E giacciono incomposte ossa a quest'ora Nel suol costrette, non che sian talora Per venirmi a veder giammai risorte.
Ma quai vapor ch'estiva notte aduna, Piglian vaghi e fantastici sembianti, Quasi d'arcani spirti in cielo erranti Al novo raggio di crescente luna;
Così le pie memorie che man mano Desta in me la dimora di mia gente Antica, al raggio dell'accesa mente Vita pigliano e voce e aspetto arcano.
Molto io t'amo o modesta antica villa Che fosti ai miei placida stanza e amena, Dove nacque alcun d'essi, oppur serena Vita condusse, o morte ebbe tranquilla.
O buona casa, o vecchia casa io t'amo, Sebben cadente sei, laonde il saggio Muratore a consiglio e del villaggio Il fabbro spesso e il legnaiuolo io chiamo.
Molte misure e ovunque son da noi Prese su te, ch'io far di te vorria La miglior casa che dintorno sia, E non sol riparare ai danni tuoi.
Vorrei che il passeggiere il bianco e bello Aspetto tuo mirasse da lontano, E che sosta facesse il buon villano Per vagheggiarti innanzi del cancello.
Ma assai fu detto e nulla s'è conchiuso Co' mie' architetti, e tu mi sei rimasta Vecchia, o mia casa, molto vecchia e guasta, Qual d'esser da gran tempo hai preso l'uso.
Noi non potemmo intenderci al postutto; Mi ci vorrebber venti mila lire, C'intenderemmo allor, non c'è che dire, Ma non ci son purtroppo, e questo è il tutto. —
VII.
Ma il moto urge e governa Ogni terrestre cosa; Sol la Vicenda eterna È in terra, e mai non dorme E mai non si riposa Dal mutar nomi e forme.
Tutto quaggiuso muta E nulla pêre intanto: L'uom, l'opra sua compiuta, Sotterra il genitore Raggiunge, ma per tanto L'umanità non muore.
Il suolo ampio nasconde Genti morte infinite, Più assai che in selva fronde Non copran esso il verno: Ma di fronde e di vite È il riprodursi eterno.
Ravviva il sacro Aprile L'albero irrigidito E dà virtù gentile Al seme che si trova Dentro terra smarrito, E messi e fior rinnova.
E Amor ripara il danno Che dal recar non cessa Morte ogni dì dell'anno; E la culla prepara Pur nella casa istessa Ond'esce or or la bara.
Quante abitaron genti Questo mio colle aprico?.. Io sotto ai fondamenti D'un muro che atterrai Stretti nel suolo antico Molti giacer trovai.
Pria che il muro costrutto Certo fur là sepolti, Ed era quel ridutto Per vetustà a cadere; Figuriamci se molti Anni doveano avere!
Chi fossero è mal noto: Narrasi che un convento Fu qui in tempo remoto; Nulla s'oppon che quelli Scheletri nel trecento Non fosser fraticelli.
O buoni e saggi frati, Che qui viveste e siete Morti qui e sotterrati, Chieggovi umil perdono Se a romper la quiete Vostra venuto io sono.
D'ogni cosa mortale La varia vece e questa. Così alla monacale Famiglia è poi successa Qui la mia gente onesta Nell'egual sede istessa.
Ma dei frati di pria, La cui folla s'ignora, E della gente mia, Che di padre in figliuolo Tre secoli dimora Qui tenne, resto io solo.
Pur l'avvenir son io; Io sono il germe ascoso, E attendo il maggio mio. Ma come sulla rasa Gleba, l'infruttuoso Verno or mi siede in casa.
VIII.
Scrive la Sand che la miglior stagione D'abitar la campagna è il verno; io dico Il ver non ho codesta opinïone, Eppur son della villa un grande amico.
Alla campagna io duro Fino ad anno avanzato, Ma quando è giallo il prato, L'albero spoglio, oscuro Il cielo, il giorno breve Men peggio assai mi pare, Quando viene la neve, A Milano abitare.
Triste è abitar nel verno la campagna: Bigia e folta la nebbia ai colli siede, Lenta inesausta pioggia intorno bagna Per quanto spazio abbraccia l'occhio e vede.
Che si fa, lungo il giorno, Se non che sol l'infesta Noia portar da questa Seggiola a quella intorno? Nè il mutar stanza o loco, O seggiola o lettura Soltanto mi procura Ch'io muti noia un poco.
Tedio eguale mi rode il giorno intero, Nè se il tempo è miglior m'annoio meno, Correndo via per questo o quel sentiero, Ch'ora è sì triste, e vidi già sì ameno.
Al sole ch'è malato Certo il gelo è molesto, E si corica presto, Poichè s'è tardi alzato. Con braccia scarne aiuto Chiede il gelso, e il cipresso Trema per freddo acuto Nel suo mantello istesso.
Cascan le trine argentee crepitando Giù dalle siepi dove fruga il vento; E via dal fosco pian di quando in quando Mover mi sembra un suono di lamento:
Dice quel mesto suono: Poeta a che ti stai? Della Natura ormai Chiuse le feste sono. Invan le giaci in seno E amor di lei ti move; È morta o poco meno; Cerca tue gioie altrove.
Afflitto mi rincaso e penso io pure Di rituffarmi tosto allegramente Fra le tumultuose e dolci cure E fra i piacer de la città frequente:
Chè certo sarei stolto Se fra questo squallore Tener volessi il fiore Degli anni miei sepolto, Mentre una molle egizia Danzatrice brunetta, Che fu già mia delizia, A Milano m'aspetta.
Quando Amneris con la celeste Aida Pel vago Radamés venne alle prese, Quella danzar mirai tra preci e grida Del sommo Phtà nel tempio, e amor mi prese.
Io so che nelle braccia Ell'ha tutto l'ardore Del sol d'Egitto e in core, Quando stretto m'allaccia; E or mentre i dolci istanti Ch'ebbi da lei rammento, I tizzi schioppettanti Con le molle tormento;
Ma non così s'avviva e dà scintille Il fuoco presso cui passo la sera, Quanto il mio cor s'accende e di ben mille Sfavillanti pensier l'anima intera
Si riempie, com'io Sovvengomi di lei... Oh pazzo ben sarei Se in città, vivaddio, Non ritornassi tosto! Il verno qui mi scaccia, E là ho sì dolce posto Fra quelle care braccia!
Ma popolare la deserta stanza Di larve benchè liete a me non giova, Mentre di queste la real sostanza Molto lontana ora da me si trova.
Più di me niuno apprezza La virtù portentosa D'imaginarsi cosa Qual più l'alma accarezza: Ma la sera invernale Ha spazio sufficiente Per darvi un piacer tale A lungo e largamente,
E serba tanto spazio tuttavia Da annoiarvi di poi senza confine; Nè di bei sogni allegra compagnia Fa che siate men soli alla fin fine.
Pertanto io sono solo, Fuorchè alle serramenta Percote e si lamenta, Ovver passando a volo Biascia parole amare L'aquilone irritato Perchè nol lascio entrare A scaldarmisi allato.
Solo son io: bensì chiamare io posso In aiuto il fattor, uom dotto e saggio, E lasciar tutta arrovesciarmi addosso, Come fecondatrice acqua di maggio,
L'illustre agricoltura, Che in suo cervel s'addensa, Pari a nuvola intensa Sui monti, che assicura Le messi esauste al sole; Se pur grandin non sia, Che nulla invece suole Lasciare in cortesia.
Ma col verno non val saggezza o cura; Sterile è il verno e a pormi l'alma in fiore Or ci vuole ben altra agricoltura Che non sia quella del saggio fattore.
Solo, solo son io; Tu stesso, o picciol cane, Posi or l'ossa lontane, O Fido, amico mio, Che sdraiato sovente Al foco e a me dappresso Russavi chetamente; M'hai lasciato tu stesso.