Part 3
Una fanciulla sedicenne e ignara Degli inganni d'Amore a lui si diede, Che sedurla si piacque Sotto sembianze di gentil garzone. Ed or che il testimone Ella del proprio errore in grembo porta, Per vergogna e dolore Insoffribil la vita le si rende, Ed in funesti entusiasmi assorta, L'atro braciere accende, Sè stessa offrendo a morte e di sè stessa Il frutto, il dolce frutto. All'umile sua stanza innanzi tutto Tura gelosamente ogni pertugio; Di poi sul proprio letticciuol distesa, Chiude gli occhi in attesa: Pure durante il terribile indugio, Mentre ancor poco a viver le rimane, S'odono mormorar fra le pareti Del cor di lei segreti Accenti in bocca di persone arcane.
VOCE DELLA VITA
La dolce vita io sono, Il bene immenso, il dono Supremo che Natura all'uom concede. Come in capo a un eroe donne amorose Versan nembi di rose, Così con ricca mano I lieti giorni io verso. Però lo spirto ha insano Chi precipita a morte Prima del tempo e volontario; a morte, Che sollecita ahi troppo da sè stessa Incontro all'uom s'affretta.
VOCE DELLA FANCIULLA
Menzognera è la vita e frodi tesse, Come quaggiù ogni cosa; Ingannevoli son le sue promesse, A imagine di fiori Fra cui la serpe è ascosa. Omai quaggiù nulla mi resta fuori Che amarezze e vergogna; E perciò appunto che a la morte agogna, Non è il mio spirto insano.
VOCE DELLA VITA
Non incolpar la vita Di tua crudel sventura O vergine tradita: L'uman consorzio pose Dissidio tra sue leggi e la natura; Al contatto dei sessi il rito impose, Senza del quale è colpa Il natural desio, E il sen fecondo, orgoglio Di tutte donne e lor somma dolcezza, Torna per te in cordoglio Ed in onta che il cuore e i dì ti spezza.
VOCE DELLA FANCIULLA
Deh non foss'io di donna Stata mai concepita, Oppur come che sia, Morta fossi da pria Di conoscerti, o Vita!
VOCE DELLA VITA
Non dir così, fanciulla; D'ogni miseria è peggior cosa il nulla; Te l'invito dei sensi E del tenero cuore, Te l'ignoranza dei maschili inganni Indussero in amore, Onde il mio spirto esulta, Ma per lo qual seguendo sua ragione, Di cui poco a me cale, La gente ahimè t'insulta. Quindi il genio fatale Dalla tua razza accusa, Che danni da se stessa a sè procura; Non la gioconda vita E la gentil natura, Perocchè bello e dolce sopratutto È il respirar le lucid'aure e il blando Raggio del sole e calcar l'alma terra, Destare affetti e averne, e il molle frutto D'amor cogliere amando.
VOCE DELLA FANCIULLA
Me nessun ama, e nessun amo io stessa.
VOCE DELLA VITA
A torto, a torto pensi; Il tuo figlio amerai; Nè dubitar che tosto il giorno arrivi Che saprà amarti egli medesmo; immensi Gaudi e conforti avrai Finalmente da lui, Che la gioia miglior dell'esser vivi È dar la vita altrui.
VOCE DELLA FANCIULLA
Il dar la vita altrui Sommo è per me dolore, Com'è nascer da me somma sventura. Come pianta nociva il fiore e il frutto Detestati matura, Così dappoichè madre s'interdice Essere a me, felice Non sarà il figliuol mio, Chè con la vita l'onta Da me riceve, nè battesmo alcuno La tetra original macchia deterge.
VOCE DI UNO SPIRITO
Io son lo spirto che le membra un giorno Abiterà, che adesso Il tuo grembo prepara: Perchè, o madre, mi uccidi? Perchè, perchè la cara Vita mi togli pria che darla intera?
VOCE DELLA FANCIULLA
La vita non ti diedi Finor, però nulla ti tolgo. Vedi Come del viver nostro ignaro sei, Sospettando ch'io privi Te della vita, mentre ancor non vivi!
VOCE DELLO SPIRITO
Più che ai lamenti miei, Ti fai sorda a te stessa, Perocchè certo e per tua prova sai, Come la madre intenta Il figliuol proprio assai Pria che prodotto al giorno Nelle viscere sue viver si senta; Le molte pene del suo stato altera Sopporta e non si duole, Perchè le fan testimonianza vera Che palpitante prole Già pria di nascer nel suo grembo ha vita. Che più? sol perchè avverti Che io ti palpito in seno a me procuri E a te stessa la morte.
VOCE DELLA FANCIULLA
Non è ver, non è vero; Crudel così mi fanno, Se pur crudel io sono, Ahimè, l'amore e l'onor mio traditi. Io morte cerco e spero Per nostro minor danno, Per fuggir vitupero Ed estinguer sotterra il mio dolore.
VOCE DELLA VITA
Sommo danno è perir, dacchè la tomba Non ha conforti; e molti n'ha la vita, Per quanto dura sia.
VOCE DELLO SPIRITO
A te l'infanzia mia Gioie molte e soavi Darà in compenso ai gravi Travagli del tuo stato Misero e disprezzato; Ma fatto grande poi, Coll'opra e il valor mio Saprò d'utile affetto Di calma e di rispetto Colmare i giorni tuoi.
VOCE DELLA FANCIULLA
Ahimè gli stenti di quaggiù malnoti Ti sono e le durezze e l'aspra guerra, Spirto che ancor, dove non so, ma certo Molto alberghi lontan dall'umil terra; Nei pelaghi tu nuoti Del mistero infinito e poco esperto Sei di questo fatale E duro scoglio, ove nascendo approda L'infelice mortale. Ferrea necessità, tosto che nato, Ti prenderà quaggiuso. E converrà che dal mio petto escluso O tu sia presto, o che la dolce infanzia, Ahi la tua dolce infanzia, Da me, da me, dalla tua madre istessa Derelitta ed inferma L'inedia il freddo e l'ignominia apprenda. Che se a tal prova durerà la ferma Tempra e la tua natura, Non isperar ch'altra miglior ventura Adulto poi t'attenda: Il vile stato e la fatica rude E il comun sprezzo e le ferine brame Che il ben degli altri immeritato accende E alfin la fame, ahimè l'abbietta fame Il tuo spirto già stanco inaspriranno, E sul tuo labro e nel tuo core acerbi Sdegni per me porranno, E per l'orrenda vita Che or tu vuoi che ti serbi.
VOCE DELLO SPIRITO
Come soldato in guerra, Armi e valore in terra Pari alla dura lotta Che egli quaggiù sostiene L'uom da Natura ottiene.
VOCE DELLA VITA
Sacro dono è la vita, e l'uomo assume Virtù nascendo che di poco a un nume Inferïor lo rende.
VOCE DEL TERRORE
Nè spavento infinito il cor t'assale, O giovinetta frale, Che l'ombra eterna affronti? Impallidisce il forte All'aspetto di morte, e tu non tremi? Tutto, ben sai, non cessa Cogli aneliti estremi; Lurida fossa attende La tua persona bella, E sul molle tuo sen crescerà l'erba Tetra: ma pene orrende Al tuo spirto che a viver si ribella Il Creator riserba.
VOCE DELLA VITA
Quando la Vita invece Gli anni migliori appresta A te di giovinezza, E di bellezza a cui si farà molto Omaggio e molta festa, Di non comun bellezza T'adorna il seno e il volto.
VOCE DEL TERRORE
Ma nell'orrida fossa ogni tuo vezzo Turpe lezzo corrompe, E una turba v'irrompe Di mostruosi insetti, Che la leggiadra spoglia Dividono fra loro. Peggio ancor del tuo spirito, che doglia Incessabil costringe... Non odi il pianto acuto Ch'esce dal fiero loco? E dei castighi eterni Già non discerni il foco?..
VOCE DELLA FANCIULLA
Ahimè! chi mi soccorre? Un artiglio di ferro il cor mi preme, Che respirar mi toglie, e sento insieme Fuso piombo che corre Nelle mie fauci ardenti; Chi per tal modo m'incatena al duro Giaciglio ch'io non possa Solo un po' sollevar l'ossa dolenti E rivolgere il fianco? Ancor vivere io voglio... io giovin sono... Aita! aita! io manco. Ahimè quali funeste Larve passan dinanzi agli occhi miei, E che voci son queste Di cui m'arriva il suono Terribile? Morir più non vorrei... Chi mi soccorre! Aita!
CANTO DELLA MORTE
Oh fanciulla dolente A te soccorro io stessa: Grande io sono e possente; Pure la ferrea sorte E al mio voler sommessa, Però ch'io son la Morte.
Io la suprema aita Sono, o fanciulla, in terra; Chi stanco della vita A me fidente viene, Sicuro porto afferra E sacra pace ottiene.
Ma il pavido mortale, Che raramente è saggio, Giudica a torto e male L'opra ch'io compio, e chiama Stolto, anzi vil coraggio Quel che m'invoca e brama.
Egli da me rifugge E orribil m'affigura; Se reo malor lo strugge, Ancor di me che arrivi Teme, e di così dura Esistenza lo privi.
Stolto! solo il dolore Ispiri a lui temenza, Che, re sinistro, l'ore E i giorni suoi governa... La vita è sofferenza, La morte è calma eterna.
Ma all'uom la calma incresce, E a lui soffrir più giova Che baldo e giovin cresce. Lo intendo io ben, l'intendo; Faccia del viver prova, Io più tardi l'attendo;
Se pria l'ardor che ha in seno Però me non provòchi. Se pria però in terreno Sparso d'umana clade, Anch'egli fra non pochi Nei lacci miei non cade:
Chè spesso l'uomo insano E involontario affretta L'opera di mia mano; Nè vale il gran terrore, Che in mio poter nol metta Stoltezza assai peggiore.
Ma tu che in tua sventura Il nume mio propizio T'invocavi sicura, Domar sappi a tua volta La tema e il pregiudizio Della tua razza stolta.
Non ti colga spavento: Dove il mio bacio io posi Ogni dolore è spento: L'umana indole cessa E lieti e dolorosi Sensi muojon con essa.
L'amplesso mio racchiude Virtù così efficace Ch'ogni uman senso esclude; Gioia o dolore umano Al cor reso incapace Quindi urterebbe invano.
È un singolar concetto Il gaudio eterno o il pianto Di ciò che reso inetto Al gaudio e al pianto invece Si tramuta frattanto Con incessante vece.
Vieni fanciulla; posa In seno a me la testa; Nelle mie braccia ascosa L'arcano sonno avrai Da cui non si ridesta Occhio a pianger più mai.
A me dunque abbandona, A me che ti sto innante, La misera persona; Celami in sen la faccia, Dormi siccome infante Nelle materne braccia.
L'EPILOGO.
Siccome infatti il pargolo subisce Della canzon materna il molle incanto, E lento s'assopisce; Così il funereo canto, Che alla fanciulla dentro il cuor risuona, Di letale sopor tutta l'invade, E a poco a poco in braccio della morte Addormentata cade. Or poi che il giorno cresce, E le vicine sue fannosi accorte Ch'ella, siccome usava, ancor non esce, Picchiano all'uscio, invano. Allora alfin la porta Si atterra, e si discopre Che la fanciulla è morta. Narra il giornal con poche e indifferenti Parole il mesto caso, Nella cronaca urbana, Ma al poeta solingo fra le genti Nessuno sfugge benchè lieve aspetto Della miseria umana; Ei l'umil grido intende Dell'infima sventura, Che il suon del mondo affaccendato copre, E la tragedia oscura Per opera di lui nota si rende.
PARALLELO
Quando ero fanciulletto Soleva a me di belle Mirabili novelle Narrar la cameriera, Mentre la sera mi poneva a letto.
Il padre mio non era Contento che di storte Idee m'empisse, e forte Garria la donna, e spesso; Ma fu lo stesso, e non mutò maniera.
O padre, io ti confesso Che avean gran senso molte Di quelle fole incolte C ui tu non davi fede. Di ciò s'avvede il tuo figliuolo adesso.
Un monelluccio il piede Entro la selva pose, Questo fra l'altre cose Narrava a me la fante. Tra fosche piante il bimbo oltre procede.
Di mostri hanno sembiante Quelle e gli fan paura; Cade la notte oscura; Ode tra l'ombre nere Urlo di fiere il fanciullin tremante.
Or sì che assai piacere Avrebbe in casa essendo! Ma più dal bosco orrendo Uscir non sa frattanto Ahimè, nè il pianto egli sa più tenere.
Un lumicin soltanto Gli appar lontan lontano; Ed ei con subitano Coraggio a quel s'avvia, E andando spia se gli si fa più accanto.
Ch'ivi un palazzo sia Già imagina il fanciullo, Che pien d'ogni trastullo Sia quel lucente loco, Pien d'ogni gioco e d'ogni ghiottornia.
Or s'allontana il foco Bugiardo ora s'appressa; Egli d'andar non cessa; Ma il bosco è ognor più nero, Sul reo sentiero ei manca a poco a poco.
Del picciol passeggiero La storia allor m'empia D'alta malinconia; Quasi un presentimento Dal triste evento aveva il mio pensiero.
Ed or che intendimento Ho dell'umana vita, E da un bel po' compita Ho l'età di ragione, Ma un fanciullone tuttavia mi sento;
Or nello scabro agone Io pure il piede ho messo; Sono smarrito io stesso Nella crudel foresta, Che il piè m'arresta, e al mio tornar s'oppone:
Che ostacoli m'appresta In cento forme strane: Dell'urlo d'inumane Belve e di serpi orrende Sonar s'intende l'ombra alta e funesta.
Bensì al mio sguardo splende Il fatuo lume arcano: Ahi ma lo seguo invano! Spesso una stilla amara Mi si prepara in cuore e al ciglio ascende.
Nè arride più la cara Speranza a me, l'amena Speranza; e già la lena Ogni di più vien manco, E il cuore stanco a rassegnarsi impara.
Perocchè presto il fianco Io deporrò nel suolo, Quando non potrò un solo Passo più fare avanti. Se delle urlanti belve allora il branco
Non vien le agonizzanti Mie membra a porre in brani, Ricopriran le inani Foglie della foresta L'umile testa mia; nè dei vaganti
Futuri per la mesta Selva scoprir nessuno Saprà dove, tra il bruno Oblio, giacque il mio petto In terra stretto. Or la mia storia è questa;
Ma essendo io fanciulletto. Di fole altre parecchie Empire a me le orecchie Solea la cameriera, Quando la sera mi poneva a letto.
NATALE
Io lascio andare il _masso che dal vertice_ Con tutto quel che gli vien dietro poi; Ma non posso negar che a me gradevole Molto Natal non torni e i gaudi suoi.
Volge dell'anno la stagion più rigida, E non c'è cosa allor che più diletti, Come in panciolle al focolar domestico Sedere fra le donne e i fanciulletti.
Solennizza Natale i dolci vincoli Che in culla il primo laccio hanno di rose, Nè può la tomba stessa ognor dissolverli, La tomba che dissolve tutte cose.
I figliuoli già adulti oggi convengono Degli antichi parenti alla dimora; Vien a depor sulle ginocchia ai suoceri Il nuovo nato la fiorente nuora.
Re della festa è il pargoletto; portano Le testoline bionde oggi migliore E più sacra corona che il Pontefice Non desse a Carlomagno imperadore.
Dagli occhi lieti e dalle auguste picciole Mani e dal labbro d'un bel riso adorno Grazie dispensa il re piccino ai sudditi, Che gli son tutti ad ammirarlo intorno.
Le teste calve e le canute curvansi Più innanzi a lui profondamente; gli avi L'adorano in ginocchio e di lui godono Fare un tiranno e farsi lor suoi schiavi.
Certo falso non è, chi ben sa intendere, Che per amor di sì gentil fattura, Misterïoso per lo immenso spazio Un cantico di gloria invii Natura.
Falso non è, che il rude istinto pieghino I compagni dell'uom fidi animali Quasi in favor sovente delle tenere Creature di quello inconscie e frali.
E re certo e bifolchi e i grandi e gli umili Con senso egual d'amore e di rispetto Della recente culla appiè si chinano Come a un altar soave e benedetto.
Là del futuro il mister sacro adorano; Perchè in picciole membra e in pochi lini Là si cela talor chi un dì rivolgere Potrà di interi popoli i destini.
Dunque le culle festeggiamo, e il mistico Germe dell'avvenir che si nasconde Dentro i piccioli cuori inconsapevole, Dentro le teste ricciutelle e bionde.
Oggi s'allegri ogni famiglia: il fervido Riso della festante ingenua prole Sperda ogni infausta cura, al par di nebbia Cui sperde il raggio di nascente sole.
Infelice la casa ove dissidio, Miseria o mal costume agli innocenti Figli defrauda il gaudio che s'addoppia Ripercosso nell'animo ai parenti.
Più infelice la casa ove il connubio Sterile siede, o dove tutto tace Perchè frugò la cieca Morte il florido Nido colla man sua scarna e rapace.
PER UNA IGNOTA
Molto mi piace, è ver; ma mentirei Se dicessi che proprio mi par bella; Pur non so qual lusinga arcana è in lei, Ch'io ricercata ho indarno in questa e in quella.
D'altronde io non so ancor se sia costei Maritata oppur vedova o zitella; Bensì a udirla e a vederla penserei Che niuna esser le può cosa novella.
Comunque sia, fra pochi giorni spero, Se in fallaci speranze non si culla L'animo mio, saper quale mistero
Sia questa donna oppur questa fanciulla, E allor dirò... cioè, forse davvero Appunto allora io non dirò più nulla!
BRINDISI
— Nera bottiglia io t'amo, e tu ispirato M'hai sempre una fiducia senza par; Tu m'hai l'aria d'un picciolo curato, E a te spesso io mi soglio confessar.
Cura non ho, nè dubbio alcun mi piglia Ch'io non lo venga innanzi a te a depor; Tu se' il curato mio, nera bottiglia, Tu sei, nera bottiglia, il confessor.
Sgorga dalla tua bocca un'eloquenza Confortatrice d'ogni mio pensier; Tu m'esorti alla santa pazienza, Tu m'esorti alla fede e al buon voler.
Quando l'onda eloquente in sen mi versi, Monto in siffatto ardor di carità Per li simili miei, che i peggior versi Leggo di lor con tutta umanità.
Leggo i più ladri versi; e pure io tento In punte escandescenze non uscir; Tutto al più molto presto m'addormento, Senza la prima pagina finir.
Ma questo e nulla appetto della fede Che dalla bocca tua discende in me; Nera bottiglia, chi al tuo dio non crede, Quegli un gran peccator davvero egli è.
Quando il divo tuo spirto in cor m'infondi, L'Italia mia mi sembra un regno tal, Ch'io credo che non possa nei due mondi Esserci a questo un altro regno egual.
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Beviamo, amici! Ogni men bella cosa Traverso il biondo ed il purpureo vin, Appar d'oro dipinta oppur di rosa, Ha splendor di topazio o di rubin.
Lettor, ch'io non conosco, e tuttavia Poichè mi leggi sei sì caro a me, Se t'imbatti a passar da casa mia, Entra, c'ho una bottiglia ancor per te.
_Marzo 1878._
FANTASIME
Nella notte talora io dall'insonnia Spinto e dal caldo delle stanze scendo, E sovra l'erba nereggiante e soffice O passeggio o mi stendo.
Dorme la villa e la campagna; il sibilo Stizzoso ascolto delle ree zanzàre, O d'un villano ad or ad or percotemi Il gagliardo russare.
Ma poichè son poeta, io so prescindere Dall'aspre realtà di questa terra; Ecco uno stuol gentile di fantasime Intorno a me si serra.
Quell'ombre care quinci e quindi balzano Da ogni zolla più verde e più fiorita: Di fior natura han forse estinte — d'angelo Ebber natura in vita.
Oh! di mia gioventù vezzose, ingenue Illusïoni, che già vive un giorno E palpitanti d'uno spirto etereo, M'eravate d'intorno;
Che come donne innamorate, stringermi Al seno usaste in portentoso amplesso, E che m'avete, all'orecchio parlandomi, Tanto e tanto promesso;
Ora morte voi siete e più del gaio Bisbiglio vostro non s'allieta il core; Bensì talor l'ombre di voi m'appaiono, Che già foste il mio amore.
L'imagin vostra innanzi allo spettacolo Di cosa che i miei sensi meglio avviva, L'imagin vostra ecco m'appar di subito Siccome forma viva:
Per via, dinanzi al fiume od all'occiduo Sole o alla luna o a stelle in ermo colle O a una donna o, com'or, sotto le tenebre E su fiorite zolle.
Oh venite, venite! ripetetemi I vostri dolci ingannevoli accenti!... Una allor mi s'accosta e pian mi mormora: — Di me te ne rammenti? —
O ti rammento sì, bella, adorabile Fata che l'avvenir mi popolavi Di favolosi amori, e donne e vergini Nelle braccia mi davi!
Dice un'altra: — Di me serbi memoria, Che ti cingea di sempre verdi allori, E il tuo nome faceva in tutta Italia Ir famoso e anche fuori?
Susurra un'altra: — Ed io che farti ascendere Seppi al poter. Seppi più volte farti Ministro della Istruzione Pubblica E delle Belle Arti! —
E un'altra ancora: — Ed io che usai soccorrere A tue strettezze e seppi riempire A te le tasche degli incalcolabili Scudi dell'avvenire! —
— Ed io, ed io! — parecchie altre soggiungono; O sì di tutte, e siete più di cento, Oh di mia gioventù compagne amabili, Di tutte mi rammento.
Venite ancor, venite a me! ch'io credere Tuttavia possa a voi per brevi istanti, Che mi parlate di poter, di gloria, Di ricchezze e d'amanti.
Sì, come un dì, venite ed ingannatemi: Fate ch'io possa toccarvi con mano... Ma troppo è tardi; ombre vezzose, a stringervi Io mi affatico invano.
La rozza realtà mi tocca stringere, La rozza realtà che mi circonda: Ahimè a quest'ora io mal riesco a illudermi; So che è notte profonda.
Bensì un livido lampo senza requie Dell'orizzonte s'agita ai confini, Facendo il volto impallidire agli aurei Astri eterni e divini.
Alcuni lumi piccioli si scorgono Giù per la valle che alta notte ingombra; Cani latrar lontanamente s'odono Quà e là dentro quell'ombra.
La locusta riempie col monotono Suo verso i solchi, stridon le zanzàre Inviperite, e dal vicin tugurio S'ode il villan russare.
Manda la coccoveggia dai comignoli Il singulto che all'uom suona fatale; Passa nell'aer nero una precipite Forma ed un suono d'ale.
A letto, a letto! e tu, Sonno, soccorrimi, Sonno, a noi di Natura almo presente, Sonno, della serena ed impassibile Morte gentil parente.
PER UN AMICO ESTINTO
(ANTONIO CAUMO JUNIOR)
SONETTI
I.
Mesto regno dell'ombre, a cui lo stolto Mortal senza terror l'occhio non piega, E poichè sa che là il suo passo è volto, Lunga almeno la via dal Ciel si prega;
Non io così da te ritorco il volto, Nè il fango della terra il piè mi lega Tanto, che a te non mova alacre e sciolto, O arcana landa, onde tornar si niega.
Bensì tutto m'inonda ancor la vita; Ma come in alpe, mentre il sol c'è sopra, Miriam la valle pur tra nebbie ascosa;
Miro io così laggiù l'ombra infinita, E prima ancor che il mio bel dì si copra, Spingo lo sguardo entro l'occulta Cosa.
II.
E se Amor non m'inganna o Poesia, Ch'empion di larve spesso e cuore e mente, Quel mondo ignoto, ecco subitamente Albeggia agli occhi della mente mia.