Part 2
Il Betteloni fu, come accennai, il primo in Italia a uscire del romanticismo, pur componendo in lirica il romanzo di un giovine dai venti ai vent'otto anni; romanzo, s'intende, d'amore, anzi delle tre età, come egli dice, dell'amore, l'età dell'oro, l'età dell'argento, l'età del bronzo. Quel giovine, che è poi il Betteloni stesso, non è propriamente sentimentale; e pure nessuno dei nostri poeti moderni, oso dirlo, ha rappresentato o verseggiato il primo amore con quella rugiadosa freschezza che il Betteloni nel _Canzoniere dei vent'anni_ (età dell'oro). Quando la ragazza popolana lo pianta per un bel pezzo di marito della sua condizione, egli non fa il Werther né il Don Giovanni: ideale per altro resta un po' sempre, con una vena di malinconia che serpeggia tra le sue immaginazioni burlone e le sue bonarie malignità. Persevera buon ragazzo, se bene piú allegro, nel canzoniere _per una crestaina_ (età dell'argento), che poi si risolve a lasciare, perché un giovine come lui, di buona famiglia, ha da sposare una signorina con della dote, che tormenti il piano e storpi il francese. Il terzo canzoniere, cinquanta sonetti _per una signora_ (età del bronzo), della quale il poeta s'è innamorato senza sapere che fosse maritata e la quale non sa che egli sia innamorato di lei, finisce cosí:
E lascia poi che da te lunge io sia, Che solitario la mia fiamma esali Nel vapor di innocente poesia.
Qui i don Giovanni trionfatori e violatori della grammatica e della prosodia accuseranno subito un gran puzzo d'idealismo e d'arcadia. No veramente. Uno, prima di tutto, può dell'amore e della vita in generale avere un ideale assai alto senza ch'ei professi per nulla l'idealismo convenzionale; e questo, fra gente seria ed onesta, non importerebbe né meno avvertirlo. Come scrittore poi, il Betteloni ha della realità un senso squisitissimo, e il ridicolo dei contrasti e delle contraddizioni fra la mobilità dello spirito appassionato o accaldato e la immobilità seria delle cose ei sa coglierlo e renderlo con quella bontà comica che è l'anima dell'_umore_ di buona lega.
_In primavera_ è, come dissi, un libro di giovinezza; e per ciò la passione, la passione, s'intende, colpevole o viziosa, non c'entra, o almeno non vi regna. Il poeta da prima descrive e canta l'amore, prorompimento inconscio, scarlattina dell'anima a diciannove anni; poi il piacere di fare all'amore con una bella e allegra creatura, di passeggiare e ballare con lei, di ascoltare le sue ciarle e suoi dispiaceri e le bizze su quello che è il suo contorno il suo piccolo mondo. Da ultimo l'amor vero, anzi a certi momenti la passione, si prova a metter fuori la punta, ma è la punta dell'ala. Perocchè l'autore sa reprimere e vincere la passione, un po' per sentimento di dovere, ma piú anche per certa schiva ritrosia di poeta e per affezione alla serena quiete dell'arte. To', o non può anche darsi? Sarebbe bella che, perchè viviamo nell'età dei rammollimenti sentimentali o sensuali e delle eccitazioni nervose, nel secolo del caffè e dell'alcoolismo, non ci fosse piú uno che sapesse resistere a una passione e vincerla, non sapesse infrenare la inferiore animalità, senza guaire, senza contorcersi, senza mostrare le sue piaghe alle stelle, con la forza, con la dignità, con la decenza d'un uom fatto bene. L'effetto che vi produce il libro del Betteloni è questo, che voi prendete in affezione il poeta perchè è naturalmente buono, e poi lo stimate perchè è sensato e vero.
La verità di quella poesia risulta da piú ragioni, di fatto e di arte. Il Betteloni prima di tutto rappresenta ed esprime proprio sé stesso, senza esagerazioni e senza caricature: non dico senza qualche carezza, ché non sarebbe credibile. È un giovine della vecchia borghesia benestante e bene educata, con una vena d'originalità non chiassosa, col ticchio dell'arte, con l'intiera libertà e signoria di sè. Nulla dunque del Byron e del Leopardi, e nulla né pure del De Musset. Non direi parimente, nulla del Heine, perchè la posizione poetica, nelle prime due parti almeno de' due canzonieri, si rassomiglia assai; e il colpo di sole del Heine anche il Betteloni l'ha avuto, ed in pieno; ma soltanto, parmi, del Heine dell'_Intermezzo lirico_ e del _Ritorno_. Se non che a mano a mano la coloritura heiniana è assorbita o assimilata, e il poeta italiano a forza di riflessione riesce solo sé stesso. Perché una qualità notevole del Betteloni poeta è questa: che egli non si ferma alla superficie, senso o sentimento che sia, come per lo piú i nostri; e né meno si abbandona alle troppo comode volate della _réverie_ e del _sehnsucht_ (vocaboli che non si possono tradurre in italiano né pure a un di presso, tanto le affezioni che e' significano, almeno nella sistematica convenzione moderna, sono aliene dalla nostra natura); ma discende in sé stesso, e arriva a cogliere nella percezione e nella coscienza le ragioni ultime e le variazioni e le forme intime del fenomeno psicologico e fantastico; ragioni e forme che, idealizzate nella riflessione artistica, di particolari che erano divengono generali, e sono il nerbo della rappresentazione poetica: che se in quel passaggio la caratteristica individuale del poeta non va perduta, allora è il caso dell'originalità soggettiva. E questo è il caso del Betteloni.
Il quale, per esempio, è il solo, credo, dei poeti odierni italiani, che abbia osato mettere dentro i suoi versi il proprio nome e cognome. Ma come bene! Fra l'altre una volta egli sogna, sogna soltanto, di suonare alla porta del villino della donna amata e non amante: sogna di trovarla come desidererebbe meglio; ma c'è il medico e il pievano, che al vederlo battono le mani: Ecco il quarto, ecco il quarto per il _tre sette_. E si giuoca. Ma il giuoco dovrà pur finire, ma gli importuni se ne anderanno, ed egli rimarrà solo con lei. A un tratto s'abbuia, e brontola il temporale. Il medico e il pievano si levano su per partire. Egli duro. Ma la signora _in atto di tutta gentilezza e cortesia_ gli dice:
O signor Betteloni, anch'ella presto S'affretti a casa e pel cammin piú corto, Ché per via non la colga un tempo tale.
Leggendo questi versi, altri me ne rifiorivano in mente, d'un concittadino antico del Betteloni, di Catullo, che anch'egli amava di mettere spesso e bene ne' suoi versi il suo nome:
Quaeso, inquit, mihi, mi Catulle, paulum Istos; commode enim volo ad Serapim Deferri. Minime, inquii puellae.
Questa è verità italiana.
Perchè, a dir vero, la verità di certi veristi sarà di qual paese piaccia meglio ai lettori o all'autore, ma verità italiana non è di certo: ora la verità, per esser verità vera, ha da essere anche locale, e quella dei su lodati veristi di locale, cioè d'italiano, non ha nulla, nè meno la lingua; ché lingua italiana non può chiamarsi quella miseria di cento linfatiche parole con le quali quella povera gente si arrapina a rattoppare gli sdruci delle sue versioni da qualche poeta francese di terzo o quarto ordine. Ora il Betteloni non solo seppe percepire il vero della vita odierna italiana con elezione d'artista, ma lo seppe verseggiare con lingua varia abbastanza se non sempre finissima, con stile sempre suo e spesso accurato.
Io dissi a dietro che nessuno fra noi aveva _cantato_, direbbe un'accademico, io dirò _commemorato in poesia_, il primo amore con la freschezza del Betteloni. Non mi disdico, pur ripensando alle terzine del Leopardi: quella del Leopardi è passione speciale, in certe condizioni, stupendamente sentita e resa; mentre il primo amore del Betteloni è il caso generale, che tutti gli anni si rinnova, a cui tutti, se non fummo ceppi o peggio, ci siamo trovati. Giudichino i lettori.
Poi ti tenevo dietro piano piano, Com'è costume dei novelli amanti, Pur di scorgerti solo da lontano, Senza parere agli occhi dei passanti:
E tu con atto cauto e sospettoso, Per non mostrar che a me ponessi mente, Volgevi a mezzo il capo tuo vezzoso, Ad or ad or, non molto di sovente;
Ma non molto di rado tuttavia, Temendo pur che addietro io fossi troppo, O non pigliassi a caso un'altra via, O in qualche amico non facessi intoppo.
Quindi arrivata, ancor sul limitare Il piede soffermavi un breve istante, Là t'arrestavi a rapida guardare S'io pur non ero tuttavia distante;
Poscia, fatte le scale in un momento, Al terrazzo accorrendo t'affacciavi; Io ti venivo innanzi, lento, lento, Tu col sorriso allor mi salutavi.
È proprio cosí che erano fatte le nostre amanti, ahimè di venti e piú anni fa! Salvo che noi allora eravamo o troppo classici o troppo romantici, e, anche dato avessimo avuto la grazia e la naturalezza del poeta veronese, non ci sarebbe mai passato per la testa che si potesse in italiano far dei versi graziosi e naturali come i seguenti, mentre pure le cose dette in quei versi le sentivamo, le vedevamo, le notavamo anche noi. E sí che Catullo lo sapevamo quasi a mente; Catullo, che, dove non è sporco o troppo alessandrino, poteva e può esser maestro di poesia vera a noi e ad altri: tant'è vero che nulla di nuovo c'è sotto il sole e in arte non c'è progresso: quello che il volgo scambia per progresso è la modificata rinnovazione di certe fasi nei cicli ritornanti.
E' fu in piazza di Santa Caterina Ch'io d'amor le parlai la prima volta, Era l'ora che il sole ornai declina, Ora dolce e raccolta.
Cinto d'intorno è il loco d'alte piante Dove a fatica si conduce il sole, Dove l'aria s'infosca un'ora innante Che in Lungarno non suole.
Or io che avea da qualche dí osservato Com'ella per di là venia sovente, Là per tre sere postomi in agguato, L'incontrai finalmente.
Ella arrossisce e affretta il piè veloce, Io me le accosto, me le faccio ai panni, Pur me ne trema l'anima e la voce, Oh vent'anni! oh vent'anni!
Parlare a lei! ma s'ella s'offendesse D'uom che volger le ardisce la parola, Se l'ale che nasconde ella schiudesse, Nume che all'uom s'invola!
Roseo mister di grazia e di bellezza Tutto sgomento innanzi a te son io, M'avventuro all'impresa all'arditezza Di trovarmi con Dio!
Ella pur non s'offende e porge ascolto; Mentre parlo mi guarda, si dipinge Di grazïosa meraviglia in volto, Non conoscermi finge.
Cari quegli occhi intenti e menzogneri, Mamma indarno a mentir sí ben v'apprese; Occhi, mi sorrideste in atto ieri Troppo, troppo cortese!
Io però tiro avanti; e piú coraggio Piglio da ciò, che il piede ella rallenta, Ch'ella alfin sosta, che quel mio linguaggio La fa piú sempre attenta.
E davvero facondo allor mi faccio; Tutto le dico il dolce sentimento Ch'ella m'ispira, tutto, non le taccio Nulla di quel che sento.
Ella stupisce e credermi non vuole; Con interrotte voci esce talora; Chinando il capo, delle mie parole Il nettare assapora.
E il nastro del grembiule in man si prende, Giocando se lo attorce al roseo dito, Mentre il suo cor dalle mie labbra pende Trepidante e smarrito.
Rileggendo questi versi, mi sento attorno come il triste profumo d'un mazzetto di rose appassite in un cassetto di legno. Sono forse le memorie che quest'alito di poesia veramente giovenile la risentire nel cuore? Per non dare un tuffo nel sentimento, mi rifugio nella lingua; rifugio e scampo antico a noi italiani dal pericolo di pensar vero e di parlar sinceri. _Ora dolce e raccolta_, indovino che cosa vuol dire, ma non giurerei che quelle parole lo dicessero chiaro e netto. _Fare intoppo in uno_, temo sia una frase a rimembranza sbagliata: _dar d'intoppo_ è di qualche classico, della lingua parlata è _intoppare_. _Un'ora innante_, _indarno_, _poscia_, _ella sosta_, se oramai non sono locuzioni accademiche, certo in quello stile non vanno; e il _pié veloce_ è troppo eroico per una ragazzina. Di sí fatte mende nella dizione del Betteloni ce n'è. Ma del resto la lingua sua poetica di quanto è superiore per proprietà, e anche per certa ricchezza, a quel gergo d'idioti cenciosi ed ebri che erutta spropositi nei cento mila versi, piaghe settimanali di questa dolcissima _terra de' fiori e de' carmi_. E la ragione è che la lingua il Betteloni l'ha studiata anche nei classici e sui classici s'è anche educato un tantino lo stile. Tant'è: la tradizione letteraria, in una poesia che comincia con Dante, non si deve, né si potrebbe, anche volendo, interrompere: siate rivoluzionari quanto volete, avrete, per quello che è verità e audacia d'espressione, da imparar sempre qualche cosa da Dante, per esempio, e dal Pulci, dinanzi alla cui luce le vostre frasi faranno l'effetto di lumi a mano a mezzogiorno. Vero è che bisogna distinguere fra classici e classici. Il Betteloni professa di avere appreso nel Poliziano e nell'Ariosto _il lesto far disimpacciato e schietto_, e il Poliziano e l'Ariosto erano designati dallo Zendrini fra gli antesignani della sua idea di stile in poesia. La scelta non poteva esser migliore. Infatti l'impasto di lingua che ci vuole per la poesia del vero, l'Italia l'ebbe piú specialmente, salvo sempre le grandi eccezioni del trecento, in quel tratto di tempo che va da Masaccio alla morte del Vinci, quando la giovine arte del rinascimento s'informò tutta, o quasi tutta, al vero umano: l'ebbe non pur nel Poliziano e nell'Ariosto, ma nel Pulci nel Medici ne' minori autori di farse di ballate di rime popolari, ed è, con pochissime differenze e non in peggio, quella stessa lingua un cui rivoletto si credè scoprire con fastidioso spirito accademico nei soli rispetti cosí detti del popolo toscano.
Altro e miglior esempio del valore lirico del Betteloni è la canzone della crestaia e del sole, dove la fusione del reale col fantastico, del sentimento umano e del panteistico senso della natura, del linguaggio che discorre e della favella che canta, della frase che colorisce e della strofe che vola, è riuscita in piccole proporzioni a meraviglia.
La giovinetta presso Dell'alta invetrïata Siede cucendo, spesso La maestra la guata, E in soggezion la tiene; Che se non fosse questo, Il lavoro molesto Non andrebbe assai bene.
Or primavera invade Penetra tutte cose; Passa dall'ampie strade Nelle dimore ascose; Anco nell'officina Della fanciulla mia Il Sol trova la via Traverso la vetrina.
Balza a lei sul lavoro Vispo e disturbatore E con le dita d'oro Picchia al suo giovin core; Poscia lusinghe arcane Comincia a bisbigliare: Voglia di lavorare Già piú a lei non rimane.
«Io sono il Sol di maggio, Che a venire t'invito A farmi, o bella, omaggio Nel mio regno fiorito: All'aperto io soggiorno Sopra il colle vitato, Sull'ondeggiante prato D'erbe novelle adorno.
Vo per gli orti a diletto; Sulle aiuole mi sdraio; Serba a me l'augelletto Il trillo suo piú gaio... Non hai hai, bimba, un amante, Che un giorno a me ti meni, Ne' regni miei sereni, Fra delizie cotante?»
— «Deh, mio leggiadro Sole, Volentieri io verrei, Ma la mamma non vôle; L'amante ce l'avrei, Ma il cuore me ne geme, Star mi tocca a sedere, Delle giornate intere, A metter cenci insieme.
Dalle porte sovente Esco, è vero, di festa; Ma c'è allor troppa gente Che i piú bei fior calpesta; E un augellin non s'ode, E non poss'io provare A correre, a saltare, Come il desío mi rode.
Ho voglia tutto un giorno, Sia nel prato o sul colle, Di scorrazzare intorno; E poi nell'erba molle D'avvoltolarmi alfine; Far di belle cantate, Far di belle risate, Che non abbian piú fine.
E vorrei coglier fiori, E farfalle inseguire, E dell'acque i romori Stare un poco a sentire; Mangiar frutta e non manzo, Di rosse fraghe un cesto, E che ciliege il resto Fosse del nostro pranzo.
Tanto io n'avrei desio Che piú non trovo loco: Vorrei l'amante mio Farlo ammattire un poco; Dove andar non pensasse Ed io tosto avvïarmi, E che i nidi a pigliarmi Sui pini arrampicasse.» —
E dire che l'Aleardi, il quale pure era stato banditore ardente alle prime poesie dello Zendrini, l'Aleardi si scandalizzò di questa roba e piangeva sul figliuol prodigo. Se non che il poeta della crestaina avea fatto, a dir vero, di peggio:
O bella, un dí t'ho vista Entrar dal tabaccaio, E anch'io facendo vista Che m'occorresse un paio Di sigari v'entrai; Là per la prima volta ti parlai.
A questo punto non vi sto a dire che i Romei parrucchieri gli negarono a dirittura il saluto. E le Giuliette, quando s'avvennero a leggere,
Si stava assai benino Un tempo alla _Regina_, Buona cucina, Ottimo vino... T'avrei del fritto scelti I piú dolci pezzetti, E per te i petti Al pollo svelti...
buttarono il libro e ricorsero all'acqua di Colonia. Sfido io, poverette! erano avvezze a una goccia di rugiada entro una foglia di rosa per tutto pasto.
Io non dico, del resto, che coteste sieno le cose piú belle del canzoniere del Betteloni, e non nego che in quel canzoniere ci siano delle lungaggini prosaiche e certe interpolazioni non d'ottimo gusto, e qualche bizzarria a freddo, e un po' d'esagerazione sistematica, che, sia pur del naturale, offende l'arte. Ma a chi si dolesse di tali difetti il Betteloni può, per rifargli la bocca, offrire sonetti come questi:
Quassú nel lago nostro un'alga cresce Che quanto ha lungo il gambo è in acqua immersa; Solo con poche foglie in alto ell'esce; Ma, se a luglio su questo il ciel non versa
Stilla di pioggia, in guisa tal le incresce, Che a dissetarla tanta e cosí tersa Onda che intorno ell'ha piú non riesce, E langue e inaridisce e va sommersa.
Io sono in abbondanza d'ogni bene, Ma sul mio cor stilla dal ciel non scende; Ahi l'amor tuo, leggiadra, a me non viene!
Quindi langue lo spirto e mal contende Al gorgo che lo affonda in basse arene... E il fango immenso sovra me si stende.
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Quand'ella passa io tremo e m'abbandona Ogni fermezza: un sibilo leggero Mettono le sue vesti, il qual mi suona Pur come scherno meritato e vero.
Quinci la fantasia fra sé ragiona «O vaghe vesti cui s'affida intero Il segreto gentil di sua persona, Vesti cui non si cela alcun mistero,
Parte ditemi almen di questo arcano, Soave arcano, ch'è fra voi nascosto E dietro al qual la mente io sforzo invano.»
Ahi! non rispondon quelle, e con piú cura Stringonsi al vago corpo, e di quel posto Traggon partito e de la lor ventura.
Nel 75 il Betteloni pubblicò tradotto in ottava rima il piú bello episodio del _Don Giovanni_ di Byron, l'Aidea. La scelta del soggetto e del metro è già un indizio di ottimo gusto e un segno di virtuoso ardimento. E qui gli soccorse in buon punto lo studio messo nell'Ariosto; la cui elegante disinvoltura e la mirabile volubilità io non dirò che il Betteloni abbia raggiunta, ché sarebbe troppo, anche perché fra altre ragioni io non credo si possa con la lingua d'oggi e nella poesia moderna raggiungere. Nè dirò che perfettissima sia nell'_Aidea_ la dizione, che qualche neologismo, qualche durezza, qualche ineleganza non si sarebbe potuta evitare. Ma dico senza dubbio che questa del Betteloni è delle migliori versioni poetiche moderne, ed è la miglior versione in ottava rima che abbia l'Italia, da quella in poi della _Pulcella_ fatta dal Monti; che non è poco, chi ripensi la maggior varietà e difficoltà del poema byroniano e la signorile felicità del verseggiare di Vincenzo Monti.
Forse maggior fatica dee aver posto il Betteloni nella traduzione dell'_Assuero_ di Roberto Hamerling, ch'ei diè nel 76: e certo in quella foltezza quasi metallica di poesia descrittiva il verso sciolto italiano, per vigorosa industria del traduttore, trionfa di nuovi atteggiamenti a prova col giambico tedesco. Ma io non lo consiglierei a mettere i suoi begli anni in quella sorta di lavori. Finisca il _Don Giovanni_, e basta.
Ora il Betteloni si ripresenta all'Italia artista sul proprio con questi _Nuovi Versi_. Io auguro al valente e modesto poeta dai lettori intelligenti quella onesta attenzione e accoglienza, che le prime liete prove, le fatiche poi durate nell'arte, e il rispetto all'arte, e la serietà degl'intendimenti, e la matura originalità dell'ingegno, gli promettono e gli meritano.
GIOSUÈ CARDUCCI.
NUOVI VERSI
IDEALE
Come arrivarti, o idolo Fatal che sì m'attiri? Sei tu sogno o fantasima Di mente che deliri? Non hai quaggiù tu stanza, Nè forma nè sostanza Fuor che nel mio pensier?
Pure io non sono a pascermi Di vacue larve avvezzo, O se già fui, le imagini Or cancellai da un pezzo, Che ignara fantasia Pinse alla mente mia Nel tempo suo primier.
Ebbi varcato i limiti D'adolescenza appena, E non cercai nell'etere De' versi miei la scena; Cercai soggetto al canto Fra gli uomini soltanto Presso e dintorno a me.
Forse non più tra gli uomini, Che tra le donne invero... Or quell'ingenuo palpito Più in me destar non spero; Ma nell'immenso vano, Fuori del senso umano, La poesia non è.
Sol la natura e il vario Gioco di nostra vita A rallegrarci, a piangere, A poetar ci invita; E là ti celi, o mio Bello e tremendo iddio, Ch'io vo cercando invan.
In vaghe forme e labili Bensì m'appari spesso, Ma come io credo giungerti, Tu fuggi al tempo stesso: Così crudel miraggio Per corsa e per viaggio Non meno è a noi lontan.
Nei mille aspetti scorgerti Della natura io credo. Talor nelle più tenui Parvenze pur ti vedo; In valli oppur sui monti, Nell'alba e nei tramonti, In riva ai laghi e al mar,
Di bimbi e vaghe femine Nel riso e nello sguardo, Nei tre color siderei Dell'italo stendardo; E qual così scoprirti In vario aspetto, udirti In vario suon mi par.
Nel primo che alle vergini Accento strappa amore, Nel primo ancor che al pargolo Accento insegna il cuore, In ogni suon che molce L'anima, la tua dolce Voce udir sembra a me.
Ma degli insurti popoli Nel grido, e nel concento Dell'inclite vittorie La tua gran voce sento, E più il mio cor l'intese Quando il gentil paese Pianse l'onesto re.[1]
Ma che mi val l'ingenito Amor di ciò che è vero. Di ciò che è bello e nobile, Se ad esso il magistero Pari non è dell'arte, Se far le oscure carte Specchio di quel non so?
Così sfinge adorabile Mi avvolge di possenti Misterïosi fascini; Ma delle renitenti Forme ch'io sogno e adoro L'alto segreto ignoro, Nè inter mai lo saprò.
Mi lambe intanto gl'intimi Precordi un tetro foco, Ond'io mi crucio, ed essere Non può che di me gioco Faccia così una mera Imagine, chimera Fantastica, ideal.
Diva Beltà ch'io medito Tu un sogno sol non sei; Così potessi io giungerti; Stringermi a te vorrei In sì possente laccio Ch'io ti morissi in braccio Facendomi immortal.
TRAGEDIA UMILE[2]
IL PROLOGO